Non basta dire no?
QUALCHE VOLTA È NECESSARIO
Massimo Roccella
1.Gran parte dell'anno scorso porta il segno, sul versante dall'opposizione, di soggetti e movimenti (sindacato, no global, girotondi) che, nell'accezione oggi assai diffusa, vengono definiti radicali o, con intento evidentemente spregiativo, massimalisti. Sul finire dell'anno, peraltro, si è registrato un rinnovato attivismo di segno eguale e contrario, forse stimolato dalla crescente sensazione che il governo del cav. Berlusconi potrebbe non arrivare alla sua scadenza naturale. Da una parte la costituzione del gruppo "Libertà e Giustizia", animato (almeno in diversi suoi esponenti) dalla fin troppo trasparente intenzione di condizionare in direzione moderato-centrista la scelta della futura leadership del centro-sinistra: a sostegno di Prodi, dunque, ma anche con l'obiettivo di contrastare un ipotetico ticket Prodi-Cofferati. Dall'altra il ritorno in campo, a ranghi serrati, di quel gruppo di politici e intellettuali, ormai una vera e propria lobby trasversale ai diversi partiti dell'Ulivo (Ds e Margherita in particolare), che amano autodefinirsi liberal.
Anche in questo caso l'obiettivo degli autori del volume Non basta dire no1 sembra essere sempre lo stesso: l'ex leader della Cgil e le posizioni sostenute da lui e dagli uomini a lui vicini, viste come un pericoloso intralcio al consolidamento del profilo 'riformista' e 'di governo' dell'Ulivo. Del resto, nella rappresentazione corrente non è forse Sergio Cofferati ad essere indicato come il Signor No? Il timore che un'impostazione politica, (raffigurata come) puramente di segno negativo, possa alla fine risultare egemone nell'opposizione giustifica dunque tanta agitazione e può ragionevolmente essere considerato come la ragione ultima della riproposizione di un pacchetto di iniziative 'riformiste' confezionate in maniera altamente emblematica già nella loro intitolazione.
2. Il Forum ospitato su "l'Unità" del 24 novembre scorso, con la partecipazione di alcuni degli autori del libro in questione, offre diversi spunti di discussione: che si può provare ad avviare a partire, in particolare, da alcune affermazioni di Ferdinando Targetti, cui va riconosciuto il merito di aver cercato di andare al di là di enunciazioni puramente metodologiche.
Lavoro e politiche sociali costituiscono, come di consueto, il terreno di attacco privilegiato dai liberal. Le proposte, però, toccano anche altri campi: dai quali conviene prendere le mosse per misurare consensi e dissensi ed anche per mettere in rilievo interne contraddizioni. Si può consentire, in primo luogo, con l'idea che la modernizzazione di cui ha bisogno il sistema della giustizia riguardi fondamentalmente la questione della durata dei processi: anche se occorrerebbe subito aggiungere che una riforma calibrata su questa esigenza non potrebbe essere attuata a costo zero, necessitando l'obiettivo in parola sia di interventi di tipo ordinamentale, sia delle risorse, umane e materiali, necessari per sostenerli. Bisognerebbe aggiungere, soprattutto, che in tema di giustizia la credibilità della proposta dipende dalla sua interna coerenza: continuano a stupire, allora, le affermazioni del sen. Debenedetti a proposito delle leggi sul falso in bilancio e sul legittimo sospetto. Davvero l'opposizione sarebbe incorsa nell'errore di schierarsi 'apoditticamente contro'? O non è forse l'atteggiamento del sen. Debenedetti a denunciare un misto di scarsa conoscenza del merito dei problemi e di arroganza intellettuale? Come spiegare altrimenti, d'altra parte, la bizzarra pretesa di considerare la versione finale della Cirami un successo dell'opposizione, a fronte dell'appello sottoscritto da centinaia di professori delle facoltà giuridiche d'ogni parte d'Italia per sostenere che quella legge incostituzionale era e incostituzionale resta, per certi versi ancor più dopo il maquillage cui è stata sottoposta? Anche un liberal 'riformista', per dirla tutta, non dovrebbe fare troppi sforzi per riconoscere che sulla Cirami il successo (indubbio) dell'opposizione va ravvisato nel fatto dell'opposizione in sé: nell'aver prospettato al paese, una volta tanto con chiarezza e senza tentennamenti, l'attentato allo stato di diritto che l'introduzione della legge in parola nell'ordinamento giuridico rappresenta.
3. Anche nell'area delle politiche sociali e del lavoro i liberal non sembrano parlare tutti la stessa lingua. L'idea che, per aumentare l'occupazione, sarebbero necessarie una riduzione del prelievo contributivo e un'uniformazione dello stesso fra lavoro autonomo e lavoro dipendente è interessante e merita di essere approfondita, soprattutto quando risulta accompagnata dalla precisazione che l'operazione dovrebbe essere realizzata senza decurtazione delle prestazioni e con trasferimento di una parte dei costi del sistema previdenziale sulla fiscalità generale. Simile prospettiva, in ogni caso, può essere praticabile solo abbandonando ogni proposito di riduzione delle imposte: "quindi no alla riduzione delle tasse" - dice Targetti - e l'ammonimento sembra rivolto non solo, e non tanto, alle politiche del governo, quanto a quelle in parte praticate e tuttora ipotizzate dal centro-sinistra. E comunque non pare esattamente la stessa prospettiva a cui guarda Nicola Rossi, quando sostiene che il completamento della riforma previdenziale dovrebbe tradursi in uno 'spostamento delle risorse dalla previdenza agli ammortizzatori sociali'. Sembra di ascoltare, nella versione di Rossi, un'eco di quell'impostazione che ha paralizzato, a suo tempo, l'iniziativa riformatrice del governo di centro-sinistra sulle stesse questioni. La riproposizione, in altre parole, dell'idea che, in un paese con un livello di spesa sociale inferiore alla media europea, la riforma degli ammortizzatori sociali possa farsi solo reperendo risorse (senza compensazione) dal sistema di finanziamento delle pensioni: dopo aver ricondotto alla ragione, com'è ovvio, le resistenze conservatrici dei sindacati e, dunque, con la benefica ricaduta aggiuntiva di assestare un bel colpo allo (stra)potere sindacale.
Anche le posizioni più ragionevoli e ragionanti, d'altra parte, finiscono con l'approdare ad una rappresentazione mutilata e fuorviante dei problemi reali. Tutto si può discutere in tema di pensioni a fronte di mutamenti nella struttura del mercato del lavoro e negli andamenti demografici che rendono assolutamente necessaria un'azione di monitoraggio continuo degli equilibri del sistema previdenziale, tanto più da parte di coloro che si battono per il mantenimento di una robusta previdenza pubblica. Non scandalizza dunque che vengano riproposti la generalizzazione del sistema di calcolo pro quota dei trattamenti pensionistici e l'elevamento dell'età utile per il conseguimento della pensione di vecchiaia. Ma davvero si pensa che l'operazione potrebbe essere realizzata in modo indolore, senza costi sociali pesantissimi, e dunque che ci si possa limitare ad invocare, in funzione compensativa, "uno sforzo in più sul Tfr" da parte delle imprese
L'astrattezza della proposta di Targetti, in particolare di quella relativa all'innalzamento dell'età pensionabile, appare in questo caso di tutta evidenza. Di per sé, vale la pena ripeterlo, il suggerimento si presenta con l'apparenza della ragionevolezza, a fronte di sistemi pensionistici che sono stati costruiti tenendo in considerazione aspettative di durata media della vita (e quindi dei trattamenti) assai più contenute delle attuali. Si tratta di cose ben note. Ma dovrebbe essere per lo meno altrettanto nota la tendenza del sistema delle imprese ad espellere manodopera nella fascia d'età compresa fra i 40/45 ed i 50 anni: perché più costosa, più disponibile all'azione sindacale, meno pronta ad adeguarsi ai mutamenti tecnologici ed organizzativi. I licenziamenti di massa oggi all'attenzione generale a seguito del caso Fiat, ma anche di altre vicende di ristrutturazioni aziendali in corso, lasciano emergere il problema nella sua forma socialmente più dirompente. Si badi bene, però, che lo stesso problema, anche se in maniera meno eclatante, si presenta anche quando l'espulsione dal ciclo produttivo avvenga in maniera atomistica, attraverso licenziamenti individuali, incapaci, proprio perché tali, di catturare l'attenzione dei media, ma ugualmente drammatici per i diretti interessati. Per i quali, in molti casi, non può esserci ammortizzatore che tenga e riesca ad evitare il rischio di precipitare nella marginalità sociale: essendo difficilissimo, per quante iniziative di formazione possano immaginarsi, il reperimento di nuove occasioni di lavoro comparabili (intendendosi per tali occasioni d'impiego almeno stabili, se non anche professionalmente equivalenti e di pari livello retributivo) quando si venga licenziati in quella fascia d'età che le imprese considerano critica; e praticamente impossibile quando si tratti di donne, alle quali, al più, può restare aperta l'alternativa fra la disoccupazione e qualche lavoretto nell'area sommersa dell'economia.
D'altro canto non è un caso che l'idea di elevare l'età pensionabile venga sostenuta a gran voce dal mondo delle imprese, come ricetta risolutiva per i problemi del nostro sistema pensionistico, in condizioni di normalità del ciclo economico, per essere prontamente riposta nel cassetto, tornandosi ad invocare forme più o meno fantasiosamente denominate di prepensionamento, quando si affacciano gravi problemi di ristrutturazione. Ma se l'atteggiamento pragmatico delle imprese è ben comprensibile, sorprende che chi si prefigge l'ambizioso obiettivo d'influenzare le politiche dell'opposizione non si accorga delle controindicazioni di una proposta, che nella sua applicazione pratica rischierebbe di ampliare oltre misura la fascia di soggetti privi di reddito di qualsiasi natura: perché senza lavoro, senza più ammortizzatori e (sempre più) lontani dalla pensione.
4. Il senso della proposta liberal, naturalmente, si può percepire meglio se non si trascura l'assunto di partenza: per riprendere ancora le parole di Targetti, la grande riforma del mercato del lavoro, che il centrosinistra dovrebbe porre al centro dei suoi programmi, comporterebbe che 'la tutela dell'occupazione non avvenga a livello d'impresa, ma a livello di mercato, che significa però spesa in formazione e in ammortizzatori'. Si è appena accennato al carattere illusorio di proposte del genere. A scanso d'equivoci, conviene subito precisare che nessuno mette in dubbio l'importanza delle politiche attive del lavoro, segnatamente nell'area della formazione professionale, e la necessità di una incisiva riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, in grado di superare la frammentazione attuale e le conseguenti sperequazioni, spinte sino al punto da negare, in tante situazioni, qualsiasi apprezzabile forma di tutela. Per i lavoratori appartenenti a certe fasce d'età, d'altra parte, neppure il più efficiente sistema di formazione, di per sé, è in grado di fare miracoli; né si può pensare a forme di sostegno al reddito (ammortizzatori appunto) di durata indeterminata.
Il fatto è che le proposte liberal rischiano di prefigurare, a tacer d'altro, un modello di mercato del lavoro economicamente insostenibile. Alcuni mesi or sono, sempre sulle colonne dell'Unità, lo stesso Targetti illustrava lo stesso modello di intervento sul mercato del lavoro sostenendo che per la riforma degli ammortizzatori sociali si renderebbe necessaria una cifra nell'ordine dei 10.000 miliardi di vecchie lire. Sarebbe fin troppo facile polemizzare invocando un minimo di coerenza fra le cose che si fanno quando si sta al governo e quelle che si dicono quando si sta all'opposizione: ricordando, dunque, che il governo di centrosinistra (premier D'Alema) avrebbe voluto realizzare inizialmente la riforma degli ammortizzatori sociali a costo zero (appunto perché l'idea dominante era quella di operare spostamenti interni nell'ambito della complessiva spesa sociale) e poi, a fronte delle pressioni del sen. Salvi, all'epoca ministro del lavoro, s'impegnò a finanziare la riforma più o meno con 2.500 miliardi di vecchie lire, mai effettivamente resi disponibili. È più interessante, semmai, cercare di comprendere la ragione che spinge ad ipotizzare impegni finanziari così rilevanti: da individuarsi, appunto, in quello spostamento della tutela dal rapporto di lavoro al mercato del lavoro, che comporterebbe per le imprese la possibilità di ricorrere in maniera assai più ampia ed agevole al licenziamento e, parallelamente, un impiego assai più massiccio e, con tutta evidenza, infinitamente più costoso dell'intera gamma di strumenti che si possono attivare, nel mercato del lavoro, per sostenere la condizione di chi venga a trovarsi privo di occupazione.
I liberal d'altra parte omettono sempre di chiarire quale sia il modello sociale di riferimento. Quello americano? Può darsi, anche se dirlo a chiare lettere renderebbe la prospettiva politicamente poco appetibile per palati di centro-sinistra. Certo è che l'idea di spostare il baricentro della tutela dal rapporto al mercato del lavoro non trova riscontro nei sistemi europeo-continentali, i quali sono generalmente caratterizzati piuttosto da un mix, sia pure variamente combinato, di protezioni nell'uno e nell'altro ambito. Quelli con cui la comparazione dovrebbe essere più significativa, almeno quando si formulano proposte destinate ad animare l'azione politica di una coalizione di centro-sinistra, si segnalano per la presenza di forti protezioni sia nel rapporto di lavoro (ivi compresa la reintegrazione nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento illegittimo, prevista sia in Germania sia in Svezia), sia nel mercato del lavoro.
Se è vero, dunque, che non basta dire no, è altrettanto vero che qualche volta è necessario, soprattutto di fronte a proposte che, assunte acriticamente, rischierebbero di cacciare l'opposizione in un vicolo cieco. Si dovrebbe dire sì, viceversa, ad una batteria articolata d'interventi nel mercato del lavoro, certo, ma anche nel rapporto: non escluso un rafforzamento della protezione nei confronti del licenziamento, includendo anche l'età fra i motivi discriminatori che determinano la nullità di un licenziamento individuale (peraltro secondo indicazioni ricavabili anche da una recente direttiva comunitaria, che dovrebbe essere recepita a breve nel nostro ordinamento); imponendo a carico delle imprese che vogliono procedere ad un licenziamento collettivo l'obbligo di predisporre previamente un piano sociale d'accompagnamento in grado di contenerne gli effetti sul personale coinvolto (come accade in Germania ed in Francia).
5. A fronte di una visione così palesemente economicistica dei problemi del mercato del lavoro, d'altra parte, sarebbe vano ricordare che la tutela contro i licenziamenti illegittimi non trova ragione esclusiva in esigenze di difesa del posto di lavoro (del singolo posto ribatterebbero prontamente i liberal), ma è funzionale anche alla protezione di beni immateriali e non quantificabili, come la dignità della persona offesa dall'esercizio di un potere arbitrario. Anche volendo limitarsi ad un approccio più ristretto e riduttivo, peraltro, non si può fare a meno di constatare come certe proposte mostrino di trascurare completamente che, una volta indebolite le regole in materia di licenziamento, non solo si renderebbe più precaria l'occupazione, ma si comprometterebbe l'effettività di ogni altro diritto (dai diritti sindacali a quelli attinenti alle condizioni del rapporto di lavoro), il cui esercizio in costanza di rapporto è oggi reso possibile proprio dalla circostanza che un forte regime di tutela dai licenziamenti illegittimi mette al riparo il lavoratore da eventuali rappresaglie. Il ridimensionamento del regime in parola, in definitiva, renderebbe più fluido il mercato del lavoro, per usare la terminologia asettica e distaccata di certi analisti sociali, ma solo a prezzo di calpestare i diritti delle persone, provocando un drastico spostamento negli equilibri di potere nel mondo della produzione.
Non si può fare a meno di rilevare, soprattutto, l'evidente inconciliabilità fra le suggestioni dei liberal e la politica (almeno quella realisticamente praticabile da una coalizione di centro-sinistra). Davvero si pensa di poter liquidare la grande mobilitazione che s'è andata sviluppando attorno alla difesa dell'art. 18 come un fatto, giusto ed utile certo, ma in ultima analisi poco più che emozionale? E come si fa a considerare attuali ancora oggi proposte di modifica dell'art. 18, elaborate nel corso della passata legislatura, senza rendersi conto dell'ipoteca che quella mobilitazione comporta per qualsiasi scelta al riguardo del centro-sinistra?
L'ostinazione con la quale il sen. Debenedetti continua a difendere un suo, ben noto, progetto di legge rappresenta certamente un caso estremo e patologico: trattandosi, nella specie, di una proposta non solo politicamente impresentabile, ma palesemente incostituzionale, come è agevole desumere dalle indicazioni della Corte costituzionale in ordine ai requisiti minimi di una legislazione in materia2. Ma anche la riesumazione da parte dell'ex ministro del lavoro Tiziano Treu di altre ipotesi di intervento sull'art. 18, che si credeva ormai consegnate al passato, non manca di sorprendere: tanto più che lo stesso Treu ha attivamente lavorato alla stesura di quel disegno di legge, noto come Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che dovrebbe rappresentare l'alternativa del centro-sinistra alle politiche liberiste del Libro bianco e nella cui relazione d'accompagnamento si leggono affermazioni del tipo "ci siamo opposti, e ci opporremo, all'intenzione del governo di cambiare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, riducendo le tutele contro il licenziamento". Qual è dunque la posizione vera e come non porsi il problema che troppe oscillazioni minano gravemente la qualità e la credibilità dell'opposizione su questioni che dovrebbero essere dirimenti per segnare la differenza fra destra e sinistra?
6. Ma forse il punto è proprio questo. Non tutti condividono la convinzione che attorno alle politiche sociali e del lavoro si giochi gran parte della partita per il governo del paese fra l'attuale opposizione e la Casa delle libertà. Circola, anzi, diffusamente l'idea che le questioni relative siano di carattere essenzialmente tecnico, adatte dunque a soluzioni socialmente neutre, da individuarsi per quanto possibile in un'ottica bipartisan. Piuttosto che contestare simili stravaganti teorizzazioni, può essere dunque opportuno provare a fissare una serie di punti programmatici, alcuni "sì" che meriterebbero di essere inclusi nell'agenda politica del centro-sinistra, se davvero si vuole compiere lo sforzo di rendere percepibile il senso di una prospettiva alternativa.
a. Varrebbe la pena, in primo luogo, di confrontarsi in maniera seria con la questione della democrazia sindacale, aspetto non marginale ormai della crisi delle regole del gioco democratico nel nostro paese. La prassi di accordi, almeno di fatto destinati ad un'applicazione generalizzata ancorché circondati da ampio dissenso, può giovare nell'immediato a questo o quel sindacato, ma è in sé deleteria e tale da indebolire l'intero sindacalismo confederale esasperandone le interne divisioni: basti pensare alla vicenda dell''avviso comune' in materia di contratti a termine o alle ripetute vicende di intese aziendali separate. Una riforma minima in materia dovrebbe dunque proporsi di fissare almeno criteri certi e misurabili di verifica della rappresentatività delle diverse organizzazioni sindacali e le regole per sottoporre a referendum, nei diversi ambiti rilevanti, gli accordi stipulati, su richiesta di un'organizzazione sindacale rappresentativa (o anche di un numero significativo di lavoratori dissenzienti).
b. Una priorità assoluta dev'essere considerato un intervento in materia di licenziamenti: non però sul diritto sostanziale, ma su quello processuale, recuperando le proposte (di riforma generale del processo del lavoro e di introduzione nel sistema di un procedimento speciale in materia di licenziamenti e trasferimenti) formulate sul finire della passata legislatura dalla Commissione Foglia. È curioso che i liberal si preoccupino giustamente della durata dei processi, ma non colgano il nesso che esiste fra questo problema e le questioni del lavoro, a partire proprio da quella dei licenziamenti. Una conferma ulteriore, se si vuole, che, fin quando la discussione si svolge in termini propagandistici, la parola riformista può essere usata liberamente, riservando magari a chi la pensa diversamente l'etichetta di 'radicale' o 'massimalista', per occultare le differenze di fondo: che passano fra chi ritiene, fondamentalmente, che il mercato del lavoro debba essere sottoposto ad un'energica cura di deregolamentazione e chi, invece, continua a pensare che sia possibile, e comunque socialmente auspicabile, un miglior equilibrio fra mercato, competitività delle imprese ed effettività dei diritti.
c. Equilibrio oggi fortemente compromesso e che andrebbe recuperato anche attraverso una decisa ed organica azione contro la precarietà sempre più diffusamente caratterizzante la condizione dei lavoratori. L'elenco degli interventi, in questo caso, potrebbe essere lungo: basti limitarsi a ricordare la necessità di cancellare la pessima normativa sulle assunzioni a termine, varata a pochi mesi dal suo insediamento dal governo di centro destra; e le 'riforme' che saranno approvate di qui a poco (dallo staff leasing al job on call). Il bilanciamento fra flessibilità e sicurezza, di cui parlano tanti documenti comunitari, dovrebbe, in definitiva, essere ripristinato con un'accorta opera di riregolazione: evitando di mettere fra parentesi il secondo termine del binomio e di intendere la flessibilità come mero veicolo di legittimazione delle più disparate figure di lavoro precario.
d. Da ultimo la questione degli ammortizzatori sociali: non perché si tratti del problema meno rilevante, ma perché è decisivo il contesto entro il quale la riforma si intende realizzare. Un conto, infatti, è un mercato del lavoro altamente instabile, ove gli ammortizzatori si presentino come strumento fisiologico, di risarcimento a posteriori di una precarietà crescente ed inarrestabile. Un altro conto è concepire il ricorso agli ammortizzatori come rimedio di ultima istanza, da utilizzare quanto meno possibile e comunque in funzione complementare di un più ampio spettro di tutele che mantiene la sua radice prima nel rapporto di lavoro.
Alla fine, questa resta la questione decisiva: rispetto alla quale non tanto i 'riformisti' e neppure i 'radicali', quanto l'intera coalizione di opposizione dovrà prima o poi scegliere, pronunciando in maniera intelligibile i propri 'no' e i propri 'sì'.
note:
1 Tito Boeri, Franco Debenedetti, Pietro Ichino, Giancarlo Lombardi, Bruno Manghi, Paolo Onofri, Umberto Ranieri, Nicola Rossi, Michele Salvati, Ferdinando Targetti, Tiziano Treu, Non basta dire no, Mondadori 2002.
2 Basta leggere la sentenza n. 42/2000, resa a proposito dell'ammissibilità del quesito referendario all'epoca proposto dal partito radicale, per rendersene conto.