numero  34  dicembre 2002 Sommario

Il Summit di Praga

L'ULTIMA SVOLTA DELLA NATO
Isidoro D. Mortellaro  

Con l'irruenza originaria dell'ex dirigente del Labour Party, ma ora dettata dal ruolo di segretario generale della Nato, George Robertson ha investito i partecipanti alla Conferenza parlamentare della Nato a Istanbul con un brusco richiamo al salto epocale indotto dall'11 settembre 1. Il «terrorismo», egli ha detto, ha imposto un mutamento irreversibile del nostro «orizzonte strategico». Assieme alle Twin towers è stata dissolta ogni distinzione tra «in» e «out-of-area», interno ed esterno. Se non ci si vorrà rassegnare a tramandare quest'epoca alla storia come «età del terrorismo e dell'insicurezza», bisognerà risolversi a vincere ogni «sindrome da out-of-area» e varcare perciò storici confini. In particolare, quelli geografici e politico-militari, assegnati alla Nato da uno Statuto ancorato ai principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e, con il suo art. 5, alla missione della difesa territoriale da attacchi esterni.
Certo, molto su questo terreno è stato fatto nel corso degli anni `90. In acceso contrasto con l'immobilismo strategico serrato per quarant'anni dal gelo della Guerra fredda e garantito dalla bussola del bipolarismo, nell'ultimo decennio ripetuti summit – da quelli di Londra e Roma, orientati al governo della Guerra del golfo, a quello di Washington, illuminato dalle bombe su Belgrado – hanno preso con bulimica risolutezza ad innovare confini e raggio di azione dell'Alleanza. Fino a proiettarlo – con le cosiddette «missioni non art. 5», fuori area – sulle regioni prospicienti la massa euro-atlantica e su una amplissima panoplia di questioni politiche, demografiche, energetiche, persino religiose, suscettibili di esser lette e vissute dall'Occidente come fonte di minaccia e crisi. Il tutto, conseguito attraverso aggiustamenti del cosiddetto Concetto strategico dell'Alleanza e in algida indifferenza per lo strame fatto in ogni paese di principi giuridici e costituzionali, quanto al ricorso alla guerra o agli obblighi di ratifica parlamentare prescritti per le modifiche sostanziali di trattati internazionali. Si è potuto così perpetuare il paradosso di un'Alleanza proteiforme, sopravvissuta alla dissoluzione della sua essenziale ragion d'essere – il nemico sovietico, l'Impero del male – e ora giunta, con il vertice di Praga del 21 e 22 novembre, ad una metamorfosi decisiva. George Robertson ha parlato di «trasformazione complessiva» dell'Alleanza rispetto ai mutamenti «incrementali» finora apportati alla platea societaria e agli scopi sociali. E a scanso di equivoci ha voluto sottolineare la risolutezza e l'unità di cui gli alleati atlantici hanno voluto dar prova a Reykjavik, nella prefigurazione dell'agenda di Praga.

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Già allora a maggio – dietro il frastuono per i nuovi accordi con Putin, amplificato poi dalla cartapesta profusa da Berlusconi per le celebrazioni a Pratica di Mare del nuovo Consiglio Nato-Russia –, le mete erano indicate con precisione e determinazione: allargare l'Alleanza, sì da portarne i confini, ora estesi dal Baltico al Mar Nero, quasi a cintura diretta di parte della Russia; eleggere il terrorismo internazionale a nemico mortale dell'Alleanza, da cui tutelarsi con il ricorso alla difesa collettiva contemplata dall'art. 5 dello Statuto; apprestare forze e mezzi «da muovere velocemente dovunque ve ne sia bisogno, per sostenere operazioni a distanza e nel tempo necessari a raggiungere gli obiettivi dovuti». Su questa traccia di lavoro si sono susseguiti incontri, tra cui le riunioni dei ministri della Difesa Nato del 6 giugno e del 24 settembre in cui, infine, Donald Rusmsfeld ha proposto una complessiva ristrutturazione della Nato attorno al ferro di lancia di una forza di risposta rapida (Nato Response Force), forte di oltre 20 mila uomini e dei mezzi più adatti per far compiere all'alleanza un salto di qualità e capacità.
Attraverso «forze da impiegare in operazioni lontane dai propri territori e senza il supporto logistico di nazioni amiche», si intende colmare in parte il gap accumulato dagli europei rispetto alle armate Usa e consegnare all'Alleanza agibilità planetaria. Successive riunioni, tra cui l'Assemblea parlamentare Nato di Istanbul preparatoria del vertice di Praga, forniscono ormai con i loro documenti ufficiali o attraverso più o meno pilotate fughe di notizie un quadro ormai attendibile delle innovazioni strutturali che Praga dovrà deliberare 2. Ancora una volta si produce una profondissima manipolazione di confini e principi consegnati nei trattati, nella forma surrettizia di un ammodernamento del «concetto strategico» e dell'apprestamento di un «concetto militare per la difesa contro il terrorismo». Al loro centro lo sviluppo di moduli operativi per la «difesa preventiva», perversa declinazione di quel concetto di «guerra preventiva» posto da Bush a cardine della nuova dottrina strategica americana e grimaldello per un nuovo attacco all'Iraq, coperto magari dall'autorizzazione del Consiglio di sicurezza Onu.
In realtà, la nuova Nato si viene strutturando nel solco di trasformazioni che ne accentuano un generale decadimento a supporto funzionale delle strategie americane, ben pronte ad approfittare di convenienze e possibilità offerte dalla messa a disposizione di basi militari, apparati logistici e uomini. L'esempio più eclatante è quello offerto dalle operazioni in Kosovo, per le quali complessivamente gli Usa hanno fornito appena il 15% delle forze impiegate e i cui costi, passata la fase eroica della «guerra celeste», gravano ormai quasi interamente sulle spalle europee. La malaugurata formazione della Nato Response Force porterebbe all'estremo questa tendenza, a quella che William Pfaff ha definito una sorta di «legione straniera» al comando del Pentagono 3. Né minori sono i rischi di quello che si presenta, nelle parole di Andrés Ortega, come un «abbraccio preventivo dell'orso» americano: rischia di soffocare proprio la Forza di Reazione Rapida immaginata dagli europei a colonna portante della Politica estera e di sicurezza – Pesc – della Ue. Troppo impari il confronto rispetto alle chances e ai mezzi promessi alla Nato Response Force, ma soprattutto troppe le difficoltà frapposte allo sviluppo del corpo europeo: ora dai Turchi, che negano il coordinamento con le strutture dell'Alleanza fino a che non sarà risolto il problema del loro accesso all'Unione; ora dai nuovi governanti di centro-destra, che con il ministro italiano della Difesa, ad esempio, mettono in discussione alcuni dei «compiti di Petersberg» – intervento nelle situazioni di crisi o di peace-making –, cui dovrebbero elettivamente dedicarsi i militari europei.

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Di fatto, aldilà della fenomenologia più propriamente militare, la mutazione programmata per Praga produce nella Nato una vera e propria rivoluzione copernicana. Storicamente essa ha funzionato come «patto regionale», garantendo una quasi assoluta uniformità di intenti e comportamenti strategici tra Usa e alleati europei nell'emisfero Nord-occidentale e in rapporto all'Urss, prima, e alla Russia, poi. Per il resto del mondo ognuno manteneva autonomia di giudizio e d'azione. Con gli ovvi risultati naturalmente determinati dall'asimmetria vantata e fatta puntualmente pesare dall'«amico americano». Soltanto De Gaulle provò a contestare questa impermeabilità delle due sfere d'azione, riuscendo però solo – come per la force de frappe nucleare – a suscitare un conflitto, non certo a vincerlo.
L'adozione dei moduli imposti dalla guerra preventiva comporta la conversione a visioni unidimensionali del mondo, la rinuncia ad interloquire in autonomia e libertà di movimento con tanta parte del globo. Con effetti deleteri sulla possibile azione internazionale dell'Europa ma anche sulla collocazione internazionale dei singoli paesi europei, ad esempio in tante sedi internazionali o nelle stesse sedi dell'Onu. Da questo punto di vista stupisce la sostanziale unanimità di intenti – o il tacito consenso – che in sede atlantica ha accompagnato la maturazione dell'ennesima svolta. Inglesi, spagnoli ed italiani non hanno lesinato entusiasmi E così anche i nuovi e i nuovissimi soci orientali del Club atlantico, vogliosi di entrature legittimanti e perciò ben disposti nei confronti degli Usa a concessioni di basi o ad acquisti di infrastrutture e mezzi bellici: permessi, viste le disastrose condizioni di bilancio, solo grazie ai generosi sconti concessi dall'azionista di riferimento.
Più mosso ed equivoco il quadro offerto dalla coppia franco-tedesca. Invano si cercherà nelle vicende atlantiche dei mesi passati un qualche segno della visibile differenziazione o contestazione con cui Chirac, in particolare, si è puntualmente dissociato dall'unilateralismo americano, tarpandogli spesso – e non metaforicamente – ali e propositi. L'apparente contraddizione si spiega con la corposità degli interessi vantati e difesi dalla Francia in Medioriente, ma soprattutto con l'impegno profuso da Chirac nell'affermarsi in Europa come l'allievo più diligente e pronto di Bush il giovane, quanto a riarmo. A fronte degli Usa, impegnati a vantare di qui a qualche anno una spesa militare pari a quella messa in campo da tutto il resto del mondo, Chirac nel suo piccolo non sfigura. E così, riproponendo la grandeur d'altri tempi sui fondali del mondo post-11 settembre, il bilancio francese è divenuto quello più riarmista. Vuole eguagliare in questo campo l'Inghilterra ma soprattutto, con una nuova marina forte di un'altra portaerei e di una nuova generazione di sottomarini dotati di missili nucleari, divenire la punta di diamante della difesa europea. Come conciliare la contestazione dell'unilateralismo americano, con l'apprestamento di veicoli così univocamente e inutilmente volti allo struscio intimidatorio per gli oceani, è una contraddizione già pagata a caro prezzo, da un gollismo invero più smaliziato nelle letture del mondo e delle sue contraddizioni.
Più acuta è la contraddizione sopportata dalla Germania di Schröder. Lì più stride lo stacco tra lo strappo consumato con la scelta vincente, sul piano elettorale, del no alla guerra contro l'Iraq e la silente acquiescenza con cui si accompagna la maturazione dell'ennesima svolta Nato. Pesa come un macigno la storia della Repubblica federale. Essa è legata a filo doppio a quella della Nato e alla sua evoluzione. Come gemelle siamesi sono venute su entrambe nella seconda parte del Novecento, sostenendosi l'una a condizione dell'altra, e determinando assieme, con le proprie parallele ed intrecciate trasformazioni, il tramonto del secolo breve e l'avvento dell'età nuova. Ma pesa anche l'incapacità del duo Schröder-Fischer a conquistare uno sfondo più largo, più europeista al realismo pacifista di cui hanno dato coraggiosamente prova. Declinato, anche per l'improvviso isolamento politico continentale, in chiave rigorosamente nazionale, non riesce a forzare su quell'ombrello Nato, vissuto da tanta parte dei tedeschi come complemento della nuova soggettività nazionale e occidentale.

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A Praga gli Usa rischiano di passare con una facilità inattingibile in altre sedi. Dalla sua Bush ha non tanto la vittoria elettorale e all'Onu, in Consiglio di sicurezza. Nelle sue vele spira il vento della guerra al terrorismo, abilmente sfruttato per quasi un anno soprattutto verso Russia ed Europa. Quella parola d'ordine gli ha permesso – in verità su uno sfondo strategico a lungo propagandato e preparato – di incardinare assieme sviluppo dell'Alleanza atlantica e nuovi rapporti con la Russia, segnati dalla incredibile libertà di movimento ora conquistata in materia di scudo spaziale e armamenti nucleari. Ora Nato e Russia possono essere fatte pesare l'una a limite e costrizione dell'altra, mentre la guerra al terrorismo diviene il calco unipolare offerto da una visione del mondo e dell'Occidente che l'Europa non sa contestare e la Russia di Putin trova conveniente o obbligatorio sfruttare.
Per queste vie, il nuovo morso atlantico rischia di divenire l'incubatore di una vera e propria crisi costituzionale dell'Europa intera. In primis, si pone in rotta di collisione con tutte le costituzioni dei paesi europei improntate, come quella italiana con il suo art. 11, al ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. Una ipoteca durissima viene inoltre posta sulla stesura della Costituzione europea cui sta attendendo la Convenzione diretta da Valéry Giscard d'Estaing. Né inferiore è il condizionamento che le scelte atlantiche stanno già esercitando su quella Costituzione dell'odierna Unione europea, rappresentata dalle regole di convergenza e stabilità monetaria. La pressione esercitata sui bilanci dal rialzo delle spese militari, per inseguire gli standard americani, è una delle componenti strutturali che ha condotto a quella formale dichiarazione di crisi costituzionale, rappresentata dalla decisione franco-tedesca di chiedere la diluizione del patto di stabilità, vieppiù rafforzata dalla medaglia di stupidità con cui Romano Prodi ha voluto omaggiarne il tramonto.
Non stupisce il modo in cui la destra prova a governare questo passaggio: con un più marcato allineamento a fianco degli Usa o accentuando la stretta sociale. Non cessa di sorprendere invece il silenzio con cui, nel grosso della sinistra europea, si è seguita l'evoluzione ultima della Nato e il suo rovinoso precipitare su quella stessa Europa assunta, specie in Italia, a meta salvifica dei propri stessi destini. In gioco non sono solo o non tanto, almeno agli occhi di chi li considera rugginosa ferraglia, principi e regole di cui si è figli. Ma un rapporto vitale con quello che da Firenze, dal Forum sociale europeo lì celebrato, è emerso come un vitalissimo soggetto politico, portatore di una chiara visione del Vecchio continente e del suo farsi Europa: in pace e aperta, ricca di socialità e partecipazione. Come non accorgersi che rinunciare all'interlocuzione vuol dire condannarsi all'autismo.


note:
1  Cfr. G. Robertson, Towards the Prague Summit. Speech by Nato Secretary General, Lord Robertson to the Nato Parliamentary Assembly, 15 novembre 2002, in http://www.nato-pa.int.
2  W. Pfaff, A foreign legion for the Pentagon?, in «The International Herald Tribune», 7 novembre 2002.
3  Cfr. Nato Parliamentary Assembly, 2002 Istanbul Declaration on Nato Transformation, 19 novembre 2002, ivi; R. G. Kaiser, K. B. Richburg, Nato Looking Ahead To a Mission Makeover, in «The Washington Post», 5 novembre 2002; A. Ortega, El abrazo preventivo del oso, in «El País», 18 novembre 2002.


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