numero  34  dicembre 2002 Sommario

Il lavoro della memoria

I MOLTI SETTEMBRE
Arundhati Roy  

Molto spesso in questi giorni vengo descritta come una `attivista sociale'. Quelli che sono d'accordo con me mi chiamano `coraggiosa', gli altri mi definiscono con ogni sorta di epiteti villani, che non voglio ripetere. Non sono un'attivista sociale, né sono particolarmente coraggiosa… Quindi vi prego di non sottovalutare la trepidazione con la quale sono qui a parlarvi.
Gli scrittori immaginano di trarre dal mondo le storie che raccontano. Comincio a credere che sia la vanità a farli ragionare così. Sono le storie che si rivelano a noi. I romanzi pubblici, i romanzi privati… ci colonizzano. Ci commissionano. Insistono per essere raccontati. La narrativa e la saggistica sono soltanto tecniche differenti per raccontare delle storie. Per ragioni che non mi sono del tutto chiare, la narrativa fluisce da me con leggerezza. La saggistica mi viene estratta a forza dalla realtà dolente, frantumata, del mondo sul quale mi sveglio ogni mattina. Il tema centrale di gran parte dei miei scritti – di narrativa come di saggistica – è la relazione tra chi ha il potere e chi non lo ha, e il conflitto infinito, circolare, nel quale tutti sono coinvolti.
John Berger 1, questo meraviglioso scrittore, una volta ha affermato: nessuna storia sarà mai più raccontata come se fosse l'unica. Non può esistere una sola storia. Esistono solamente diversi punti di vista. Così, quando io racconto una storia, non mi comporto come un ideologo che vuole contrapporre un'ideologia assolutistica a un'altra, ma come un narratore che desidera condividere il suo punto di vista. Anche se potrebbe sembrare diversamente, i miei scritti non trattano veramente di storia o di nazioni, ma di potere. Della follia e della crudeltà del potere. Della fisica del potere. Credo che l'accumulazione di un potere vasto e illimitato nelle mani di uno Stato o una nazione, una multinazionale o una istituzione – o anche di un individuo, un coniuge, un amico o un fratello – produca, a prescindere dall'ideologia, una serie di eccessi, come quelli che racconterò qui.
Vivendo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare che i governi di India e Pakistan continuano a promettere alle loro popolazioni, già sottoposte a un lavaggio del cervello, e nei paraggi globali della Guerra contro il Terrore (definita alquanto biblicamente dal presidente «Il compito che non avrà mai fine», mi ritrovo a riflettere assai spesso sulle relazioni fra i cittadini e lo Stato.
In India, coloro che hanno espresso delle posizioni sulle bombe nucleari, sulle grandi dighe, sulla globalizzazione delle multinazionali e sulla minaccia crescente di un fascismo hindu – posizioni in conflitto con quelle del governo indiano – vengono bollati come `anti-nazionali'. Anche se questa accusa non mi riempie di indignazione, descrive in modo non corretto ciò che faccio o penso. Un `anti-nazionale' è una persona che si pone contro la sua nazione e, per inferenza, a favore di qualche altra. Ma non è necessario essere `anti-nazionali' per diffidare profondamente di tutti i nazionalismi, per essere antinazionalisti.
Il nazionalismo di questo o quel genere è stato la causa della maggior parte dei genocidi del ventesimo secolo. Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi utilizzano prima per cellofanare la mente della gente e poi come drappi funebri per ricoprire i morti. Quando persone in grado di pensare autonomamente (e qui non includo l'industria dei media) iniziano a riunirsi sotto le bandiere, quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il giudizio e assoggettano ciecamente la propria arte al servizio della `Nazione', è il momento per tutti noi di stare attenti e preoccuparci. In India è accaduto subito dopo gli esperimenti nucleari del 1998 e durante la guerra del Kargil 2 contro il Pakistan nel 1999. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto nel corso della guerra del Golfo e lo vediamo adesso, durante la `Guerra contro il Terrore'. Un delirio di bandiere americane made in China.
Ultimamente, coloro che hanno criticato l'operato del governo americano (compresa la sottoscritta) sono stati chiamati `anti-americani'. Si sta consacrando l'anti-americanismo come ideologia. Il termine `anti-americano' viene usato normalmente dall'establishment americano per screditare e definire – non diremo falsamente, ma in maniera imprecisa – i suoi critici. È molto probabile che, una volta etichettata come anti-americana, una persona venga giudicata prima di essere ascoltata, e che la discussione si perda nel polverone dell'orgoglio nazionale ferito.
Cosa significa il termine `anti-americano'? Vuol dire essere contro il jazz? O contro la libertà di parola? Vuol dire che non si apprezzano Toni Morrison o John Updike? Che si ha qualcosa da ridire sulle sequoie giganti? Significa che non si ammirano le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno manifestato contro le armi nucleari, o le migliaia che si opposero alla guerra e costrinsero il proprio governo a ritirarsi dal Vietnam? Significa odiare tutti gli americani? Questa ingegnosa sovrapposizione di cultura, musica, letteratura americane, della bellezza fisica mozzafiato del paesaggio, dei piaceri ordinari della gente comune, con le critiche alla politica estera del governo Usa (della quale, grazie alla `libera stampa' americana, la maggioranza degli americani purtroppo conosce assai poco) costituisce una strategia premeditata ed estremamente efficace. Somiglia a un esercito in ritirata che si rifugia in una città densamente popolata, sperando che l'eventualità di colpire obiettivi civili distolga il fuoco nemico.
Molti americani si sentirebbero mortificati nell'essere associati alle politiche del loro governo. Le critiche più colte, graffianti, incisive, esilaranti nei confronti dell'ipocrisia e delle contraddizioni nella politica del governo Usa provengono da cittadini americani. Quando il resto del mondo vuole sapere cosa sta combinando il governo Usa, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, Edward Said, Howard Zinn, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e Anthony Arnove per farci raccontare quello che succede veramente. Allo stesso modo, in India, non centinaia, ma milioni di noi si vergognerebbero e si sentirebbero offesi se venissimo coinvolti in qualsiasi modo nella politica fascista dell'attuale governo indiano, che oltre ad aver perpetrato il terrorismo di Stato nella valle del Kashmir (in nome della lotta al terrorismo), ha anche chiuso un occhio sul recente pogrom contro i musulmani del Gujarat, avvenuto con la regia dello Stato.
Sarebbe assurdo pensare che quelli che criticano il governo indiano siano `anti-indiani', sebbene lo stesso governo abbia adottato senza esitazioni questo criterio. È pericoloso cedere al governo indiano, americano, o a chiunque altro il diritto di definire cosa siano, o dovrebbero essere, l'`India' o l'`America'. Definire qualcuno `anti-americano', anzi, essere anti-americano (o in quanto a ciò anti-indiano, o anti-timbuctuiano) non è soltanto razzista, ma tradisce una mancanza di immaginazione. Una incapacità di vedere il mondo in termini diversi da quelli che l'establishment ha stabilito per te: se non sei un bushiano, sei un talebano. Se non ci ami, ci odi. Se non sei il Bene, sei il Male. Se non stai con noi, stai con i terroristi.
Lo scorso anno, come molti altri, anch'io ho commesso l'errore di deridere questa retorica post-11 settembre, liquidandola come stupida e arrogante. Ma mi sono resa conto che non è affatto stupida. Si tratta in realtà di una campagna di reclutamento per una guerra sbagliata e pericolosa. Ogni giorno mi stupisco di quante persone credano che opporsi alla guerra in Afghanistan equivalga a sostenere il terrorismo, e a votare per il talebani. Adesso che lo scopo iniziale della guerra – catturare Osama bin Laden (vivo o morto) – sembra aver incontrato difficoltà, gli obiettivi sono stati spostati. Si sta sostenendo che la questione centrale della guerra fosse rovesciare il regime dei talebani e liberare le donne afghane dal burqua. Ci viene chiesto di credere che in realtà i marines americani sono impegnati in una missione femminista. (Se è così, la prossima tappa sarà l'Arabia Saudita, loro alleato militare?) Proviamo a vederla così: in India esistono alcune pratiche sociali alquanto riprovevoli, contro gli `intoccabili', i cristiani e i musulmani, le donne. Il Pakistan e il Bangladesh si comportano in modo ancora peggiore nei confronti delle minoranze etniche e delle donne. Devono essere bombardati? E Dehli, Islamabad e Dacca devono essere distrutte? Si può eliminare il fanatismo dall'India a colpi di bombe? È possibile che la nostra strada verso il paradiso femminista sia spianata dai bombardamenti? È così che negli Usa le donne hanno conquistato il diritto di voto? È questo il modo in cui fu abolita la schiavitù? Possiamo sentirci risarciti del genocidio di milioni di nativi americani, sui cadaveri dei quali sono stati fondati gli Stati Uniti, bombardando Santa Fe 3?
Nessuno di noi ha bisogno degli anniversari per ricordarsi ciò che non possiamo dimenticare. Perciò non è più di una coincidenza il fatto che mi capiti di trovarmi qui, in terra americana, in settembre, questo mese di anniversari terribili. Naturalmente in cima ai pensieri di tutti, in modo particolare qui in America, c'è l'orrore di ciò che è diventato famoso come «Nine Eleven» 4. Circa tremila cittadini hanno perso la vita in quel letale attacco terroristico. Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono asciugate. E una guerra strana, micidiale sta imperversando nel mondo. Ma chiunque abbia perduto una persona cara sa in cuor suo, profondamente, che nessuna guerra, nessun atto di vendetta, nessuna bomba lanciata contro persone care a qualcun altro o contro i figli di qualcun altro, ottunderà il suo dolore, o gli restituirà i suoi cari. La guerra non può vendicare coloro che sono morti. La guerra è solo una brutale profanazione della loro memoria. Alimentare un nuova guerra – questa volta contro l'Iraq – manipolando cinicamente il dolore della gente, confezionandolo per gli special televisivi sponsorizzati da aziende che vendono detersivi o scarpe da ginnastica, significa svalutare e sminuire il dolore, svuotarlo di significato. Ciò a cui assistiamo adesso è una volgare rappresentazione dell'industria del dolore, del commercio del dolore, del saccheggio anche dei sentimenti umani più privati, a scopo politico. È una cosa terribile e violenta perpetrata da uno Stato ai danni dei propri cittadini.
Non è un tema molto intelligente da affrontare in una circostanza pubblica, ma ciò di cui mi piacerebbe molto parlarvi è la Perdita. La perdita e il perdere. Il dolore, il senso di fallimento, lo stordimento, l'incertezza, la paura, la morte dei sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, inesorabile, infinita, ordinaria ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per gli individui? Cosa vuol dire per le intere culture, gli interi popoli che hanno imparato a convivere con essa, quasi fosse un compagno fedele?
È dall'11 settembre che ne stiamo parlando, forse è opportuno ricordare cosa significhi questa data, non soltanto per chi ha perso i propri cari in America lo scorso anno, ma anche per chi, in altre parti del mondo, attribuisce da molto tempo un senso a questa giornata. Questa escursione storica non vuole essere un'accusa o una provocazione, ma solo un modo per condividere il dolore della storia. Per dissipare un poco la nebbia. Per dire ai cittadini d'America, nel modo più garbato e umano: benvenuti nel mondo.
Ventinove anni fa, in Cile, l'11 settembre del 1973, il generale Pinochet rovesciò il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto, con un colpo di Stato appoggiato dalla Cia. «Non si può permettere che il Cile diventi marxista, per il semplice motivo che la sua popolazione è irresponsabile», disse Henry Kissinger, premio Nobel per la pace, all'epoca segretario di Stato degli Stati Uniti. Dopo il colpo di Stato, il presidente Allende fu trovato morto all'interno del palazzo presidenziale. Se fu assassinato o si suicidò, non lo sapremo mai.
Nel regime di terrore che seguì, furono uccise migliaia di persone. Molte altre semplicemente `scomparvero'. I plotoni di esecuzione eseguivano condanne a morte in pubblico. Furono aperti in tutto il paese campi di concentramento e camere di tortura. I morti venivano seppelliti nei pozzi minerari e in tombe senza lapide. Per diciassette anni, il popolo cileno ha vissuto nella paura dei che bussassero alla porta a mezzanotte, delle quotidiane `sparizioni', dell'arresto improvviso e della tortura. I cileni raccontano di come al musicista Victor Hara furono amputate le mani di fronte a una folla nello stadio di Santiago. Prima di sparargli, i soldati di Pinochet gli gettarono addosso la sua chitarra e lo schernirono ordinandogli di suonarla. Nel 1999, in seguito all'arresto del generale Pinochet in Gran Bretagna, migliaia di documenti – fino ad allora vincolati dal segreto di Stato – sono stati resi pubblici dagli Usa. Essi contengono la prova inequivocabile del coinvolgimento della Cia nel colpo di Stato, e del fatto che il governo Usa possedeva informazioni dettagliate sulla situazione in Cile durante il regime di Pinochet. Tuttavia Kissinger garantì al generale il suo sostegno: «Negli Usa, come lei sa, guardiamo con favore a ciò che lei sta cercando di realizzare». E aggiunse: «Auguriamo al suo governo ogni bene».
Chi di noi è sempre vissuto in un regime di democrazia, sia pure imperfetto, troverebbe difficile immaginare cosa significhi vivere in una dittatura e sopportare la perdita totale di libertà. Pinochet non deve rispondere soltanto delle persone assassinate, ma della vita sottratta ai vivi. Purtroppo il Cile non è stata l'unica nazione del Sudamerica a essere oggetto di attenzioni da parte del governo Usa. Guatemala, Costarica, Ecuador, Brasile, Perù, Repubblica Dominicana, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Panama, El Salvador, Messico e Colombia: tutti questi paesi sono stati il cortile di casa per operazioni condotte in modo occulto – o alla luce del sole – da parte della Cia. Centinaia di migliaia di latino-americani sono stati uccisi, torturati, o sono semplicemente scomparsi sotto i regimi dispotici con dittatori di cartapesta, commercianti di droga o trafficanti di armi, che furono appoggiati nei loro paesi. (Molti di essi impararono il mestiere nella famigerata School of Americas di Fort Benning, in Georgia, finanziata dall'Amministrazione Usa, da cui sono usciti 60.000 laureati.) Come se non bastassero queste umiliazioni, il popolo dell'America del Sud ha dovuto anche sopportare il marchio di essere un popolo incapace di democrazia, quasi che i colpi di Stato e le stragi fossero inscritti in qualche modo scritti nei loro geni.
Questo elenco naturalmente non comprende i paesi africani e asiatici che hanno subito un intervento militare da parte degli Usa: Vietnam, Corea, Indonesia, Laos e Cambogia. Da quanti decenni il mese di settembre significa milioni di asiatici bombardati, bruciati, e massacrati? Quanti settembre sono passati dall'agosto del 1945, quando centinaia di migliaia di semplici cittadini giapponesi furono cancellati dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki? Da quanti settembre le migliaia di persone che hanno avuto la sventura di sopravvivere a quegli attacchi sopportano l'inferno che si è abbattuto su di loro, sui loro figli non nati, sui figli dei loro figli, sulla terra, sul cielo, sul vento, sull'acqua, su tutte le creature che nuotano e camminano e strisciano e volano?
Non lontano da qui, ad Albuquerque, c'è il Museo atomico nazionale, dove Fat Man e Little boy – gli affettuosi nomignoli attribuiti alle bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki – erano in vendita in forma di orecchini souvenir, portati da giovani funky: da ciascun orecchio un massacro pendente. Ma sto divagando dal tema del mio discorso. È di settembre che dobbiamo parlare, non di agosto.
L'11 settembre ha un'eco tragica anche in Medio Oriente (Asia occidentale). L'11 settembre del 1922, non tenendo in alcun conto la reazione degli arabi, il governo britannico, con l'esercito ammassato alle porte della città di Gaza, assunse un Mandato in Palestina, come risultato della Dichiarazione Balfour del 1917 emanata dalla Gran Bretagna imperiale. La Dichiarazione Balfour promise ai sionisti europei un focolare nazionale per il popolo ebreo. (A quel tempo, l'Impero su cui non tramontava mai il sole era libero di arraffare o lasciare in eredità focolari nazionali, come uno scolaro bullo distribuisce biglie ai compagni.) Due anni dopo la Dichiarazione, Lord Balfour, ministro degli Esteri, disse: «In Palestina non proponiamo di passare attraverso il metodo di ascoltare i desideri degli attuali abitanti del paese. Il sionismo, a ragione o a torto, buono o cattivo, è radicato nelle tradizioni del passato, nei bisogni del presente, nelle speranze per il futuro, che hanno un'importanza ben più profonda delle aspirazioni o dei pregiudizi dei settecentomila arabi che oggi abitano questa antica terra».
Con quanta leggerezza il potere imperiale decretò quali bisogni fossero profondi e quali no. Con quanta leggerezza vivisezionò antiche civiltà. La Palestina e il Kashmir sono le piaghe infette dell'impero britannico, regali insanguinati per il mondo moderno. Entrambi sono linee di faglia negli odierni furiosi conflitti internazionali. Nel 1937, Winston Churchill disse dei palestinesi: «Non sono d'accordo che il cane nella mangiatoia 5 abbia su quest'ultima diritti di proprietà assoluta, anche qualora vi risieda da lunghissimo tempo. Non riconosco tale diritto. Non ritengo, ad esempio, sia stato compiuto un grave torto nei confronti degli indiani d'America, o dei neri australiani. Non ritengo sia stato compiuto un torto a queste genti per il fatto che una razza più forte, una razza di livello superiore, una razza con una maggiore sapienza del mondo – per così dire – sia sopraggiunta a prendere il loro posto».
Questo concetto definì una linea di tendenza nell'atteggiamento dello Stato di Israele verso i palestinesi. Nel 1969, il primo ministro israeliano Golda Meir affermò: «I palestinesi non esistono». Il suo successore, il primo ministro Levi Eshkol, dichiarò: «Cosa sono i palestinesi? Quando arrivai qui [in Palestina] c'erano 250.000 non-ebrei, principalmente arabi e beduini. Era deserta, meno che sottosviluppata. Niente». Il primo ministro Menachem Begin chiamava i palestinesi «bestie a due gambe». Il primo ministro Ytzhak Shamir li definì «cavallette» che potevano essere schiacciate. Sono parole di capi di Stato, non di gente qualsiasi.
Nel 1947, le Nazioni Unite divisero ufficialmente la Palestina e assegnarono ai sionisti il 55% del suo territorio. A distanza di un anno, si erano impadroniti del 76%. Il 14 maggio 1948 fu dichiarato lo Stato di Israele. Pochi minuti dopo la proclamazione, gli Usa riconobbero Israele. La Cisgiordania fu annessa dalla Giordania. La Striscia di Gaza passò sotto il controllo militare egiziano. Formalmente la Palestina cessò di esistere, tranne che nella mente e nel cuore di centinaia di migliaia di palestinesi divenuti profughi.
Nell'estate del 1967, Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ai coloni furono offerti sovvenzioni statali e fondi per lo sviluppo per trasferirsi nei territori occupati. Quasi ogni giorno altre famiglie palestinesi vengono cacciate dalla propria terra e spinte nei campi profughi. I palestinesi che continuano a vivere in Israele non hanno gli stessi diritti degli israeliani e vivono come cittadini di seconda classe in quella che era la loro patria. Nel corso dei decenni, vi sono state sommosse, guerre, Intifade, con decine di migliaia di morti. Sono stati firmati accordi e trattati. Dichiarati e violati i cessate-il-fuoco. Ma lo spargimento di sangue non ha fine. La Palestina resta ancora illegalmente occupata. I suoi abitanti vivono in condizioni disumane, in pratica entro bantustan, dove vengono sottoposti a punizioni collettive, con coprifuoco di ventiquattro ore, dove sono umiliati e brutalizzati quotidianamente. Non sanno mai quando le loro case saranno demolite, i loro figli uccisi, i loro preziosi alberi tagliati, le loro strade chiuse; quando verrà loro permesso di scendere al mercato per comprare cibo e medicine. E quando no. Vivono senza neanche una parvenza di dignità. Senza molta speranza all'orizzonte. Non hanno alcun controllo della loro terra, della loro sicurezza, dei loro movimenti, delle loro comunicazioni, delle loro riserve di acqua. Così quando si firmano gli accordi e circolano parole come `autonomia' e persino `Stato indipendente', vale sempre la pena chiedere: che tipo di autonomia? Che tipo di Stato? Che tipo di diritti avranno i suoi cittadini?
I giovani palestinesi che non possono controllare la rabbia si trasformano in bombe umane e circolano per le strade e nei luoghi pubblici di Israele, facendosi saltare in aria, uccidendo la gente comune, iniettando il terrore nella vita quotidiana, e alla fine rafforzando l'odio reciproco e il sospetto fra le due società. Ogni attentato provoca rappresaglie spietate e ulteriori sofferenze per il popolo palestinese. Ma allora l'attentato suicida è un atto di disperazione individuale, non una tattica rivoluzionaria. Sebbene gli attacchi palestinesi incutano terrore nei civili israeliani, essi forniscono una copertura perfetta alle quotidiane incursioni del governo israeliano nel territorio palestinese, la scusa ideale per un colonialismo vecchio stile, ottocentesco, travestito da `guerra' moderna del ventunesimo secolo. L'alleato politico e militare più fedele di Israele è ed è sempre stato il governo degli Stati Uniti. Il governo Usa ha bloccato, insieme a Israele, quasi tutte le Risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedevano una soluzione pacifica ed equa del conflitto. Ha appoggiato quasi tutte le guerre che Israele ha combattuto. Quando Israele attacca la Palestina, sono i missili americani che sfondano le case palestinesi. E ogni anno Israele riceve parecchi miliardi di dollari dagli Usa.
Quali insegnamenti possiamo trarre da questo conflitto tragico? È davvero impossibile per il popolo ebreo, che ha sofferto così atrocemente esso stesso – forse più atrocemente di ogni altro popolo della storia – comprendere la vulnerabilità e i desideri di coloro che ha scacciato? La sofferenza estrema induce sempre alla crudeltà? Quale speranza rimane alla razza umana? Cosa accadrà al popolo palestinese in caso di una sua vittoria? Quando una nazione senza Stato giunge a proclamarne uno, che tipo di Stato è? Quali orrori saranno perpetrati sotto la sua bandiera? È uno Stato separato ciò per cui dobbiamo lottare, o il diritto a una vita libera e dignitosa per chiunque, a prescindere dall'appartenenza etnica o religiosa? La Palestina era un tempo una roccaforte laica in Medio Oriente. Ma oggi l'Organizzazione per la liberazione della Palestina – debole, non democratica, a detta di tutti corrotta, ma dichiaratamente non settaria – sta cedendo terreno a Hamas, che abbraccia una ideologia palesemente integralista e combatte nel nome dell'Islam. Cito dal suo programma politico: «Saremo i suoi [dell'Islam] soldati, e la legna del suo fuoco, che brucerà i nemici».
Il mondo viene sollecitato a condannare i kamikaze. Ma possiamo non tener conto della lunga strada che hanno percorso prima di arrivare a questo esito? Dall'11 settembre 1922 all'11 settembre 2002: ottanta anni di guerra sono lunghissimi. C'è qualche consiglio che possiamo dare ai palestinesi? C'è qualche brandello di speranza che possiamo coltivare? Devono solo accontentarsi delle briciole che vengono gettate loro, e comportarsi come le cavallette e le «bestie a due gambe» cui sono stati assimilati? O forse dovrebbero accogliere il suggerimento di Golda Meir e impegnarsi seriamente per non esistere?
In un'altra parte del Medio Oriente, l'11 settembre evoca avvenimenti più recenti. Fu l'11 settembre 1990 che George Bush Senior, allora presidente degli Usa, in una seduta congiunta del Congresso, pronunciò un discorso che annunciava la decisione del suo governo di muovere guerra all'Iraq. Secondo il governo Usa Saddam Hussein è un criminale di guerra, uno spietato tiranno militare colpevole di genocidio contro il suo popolo. Si tratta di una descrizione abbastanza fedele dell'uomo, che nel 1988 rase al suolo centinaia di villaggi nel Nord dell'Iraq e utilizzò armi chimiche e mitragliatrici per uccidere migliaia di curdi. Oggi sappiamo che in quello stesso anno l'Amministrazione statunitense gli fornì 500 milioni di dollari in sovvenzioni per l'acquisto di prodotti agricoli americani. L'anno successivo, dopo che ebbe completato con successo la sua campagna genocida, il governo Usa gli raddoppiò i finanziamenti fino a un miliardo di dollari. Gli fornì anche un batterio dell'antrace di alta qualità, oltre a elicotteri e a materiale per diversi scopi, utilizzabile nella produzione di armi biologiche e chimiche.
Così si scoprì che mentre Saddam Hussein stava realizzando le peggiori atrocità, l'Amministrazione Usa e quella britannica erano i suoi più stretti alleati. Anche oggi, il governo turco – che nel campo dei diritti umani registra una situazione fra le più spaventose al mondo – è uno degli alleati più fedeli dell'Amministrazione Usa. Il fatto che il governo turco da anni opprima e assassini il popolo curdo non ha impedito all'Amministrazione Usa di offrirgli di continuo armi e aiuti allo sviluppo. Non è stata evidentemente la preoccupazione per le sorti del popolo curdo che ha motivato il discorso del Presidente Bush al Congresso. Cosa è cambiato?
Nell'agosto del 1990, Saddam Hussein invase il Kuwait. La sua colpa non fu tanto quella di aver commesso un atto di guerra, quanto di aver agito in autonomia, senza prendere ordini dai suoi signori. Questa esibizione di indipendenza bastò a sconvolgere gli equilibri di potere nel Golfo. Così fu deciso che Saddam Hussein fosse eliminato, come un animale domestico che sia vissuto più a lungo dell'amore del suo padrone. Il primo attacco degli Alleati fu sferrato nel gennaio 1991. Il mondo seguì la guerra in prima serata, come fosse un programma televisivo. (In India quei giorni si doveva andare in un hotel a cinque stelle per vedere la Cnn.) Decine di migliaia di persone furono uccise in un mese di bombardamenti devastanti. Ciò che molti non sanno è che la guerra non finì allora. Il furore iniziale, anziché estinguersi, è proseguito in modo più concentrato nel più lungo attacco aereo mai subito da un paese dopo la guerra in Vietnam.
Nel corso dell'ultimo decennio, le forze americane e inglesi hanno lanciato sull'Iraq migliaia di missili e bombe. I campi e i terreni agricoli sono stati bombardati con 300 tonnellate di uranio impoverito. In paesi come la Gran Bretagna e l'America, le granate all'uranio impoverito vengono collaudate facendole esplodere all'interno di tunnel di cemento costruiti appositamente. I residui radioattivi vengono rimossi, sigillati nel cemento e gettati nell'oceano (il che non va affatto bene). In Iraq si è mirato – in modo deliberato, con intenzioni malevole – al cibo e alle riserve d'acqua della gente. Nei lanci aerei, gli Alleati hanno puntato specificamente contro gli impianti di irrigazione distruggendoli, ben consapevoli del fatto che non sarebbe stato possibile ripararli senza assistenza straniera. Nel Sud dell'Iraq i casi di cancro tra i bambini sono quadruplicati.
Nei dieci anni di sanzioni economiche successivi a quella guerra, ai civili iracheni sono stati negati alimenti, medicine, attrezzature mediche, ambulanze, acqua pulita: il minimo indispensabile. Circa mezzo milione di bambini iracheni sono morti in conseguenza delle sanzioni. Di essi, Madeleine Albright, allora ambasciatore degli Usa presso le Nazioni Unite, disse la famosa frase: «È una scelta molto difficile, ma crediamo che ne valga la pena». «Equidistanza morale» fu il termine utilizzato per denunciare coloro che criticarono la guerra in Afghanistan. Madeleine Albright non può essere accusata di «equisdistanza morale». Quel che disse fu pura algebra.
Dieci anni di bombardamenti non sono riusciti a spodestare Saddam Hussein, il `Mostro di Baghdad'. Ora, a distanza di circa dodici anni, il presidente George Bush Jr. ha rispolverato la retorica. Propone una guerra totale il cui obiettivo non è altro che un cambio di regime. Secondo il «New York Times», l'amministrazione Bush «sta seguendo una strategia pianificata in modo meticoloso per convincere l'opinione pubblica, il Congresso e gli alleati della necessità di contrastare la minaccia di Saddam Hussein». Andrew H. Card jr., il capo di stato maggiore presso la Casa Bianca, ha spiegato come l'amministrazione stesse accelerando i piani militari per la caduta [del regime iracheno]: «Da un punto di vista di marketing – ha detto – non si lanciano nuovi prodotti in agosto». Questa volta lo slogan usato per il «nuovo prodotto» di Washington non è la grave situazione del popolo kuwaitiano, ma la dichiarazione che l'Iraq possiede armi di distruzione di massa.
«Basta con l'inetto moralismo delle lobby della pace – ha scritto Richard Perle, ex consigliere del presidente Bush – abbiamo bisogno di colpirlo [Saddam Hussein, (NdT)] prima che lui colpisca noi.» Gli ispettori dell'Onu hanno riferito pareri diversi circa le Armi di Distruzione di Massa dell'Iraq; molti hanno detto chiaramente che il suo arsenale è stato smantellato, e che egli non è in grado di ricostruirlo. Invece non vi è alcuna incertezza circa la quantità e la qualità dell'arsenale di armi atomiche e chimiche posseduto dall'America. L'Amministrazione Usa accoglierebbe volentieri gli ispettori Onu? E la Gran Bretagna? E Israele? Se l'Iraq avesse davvero un'arma nucleare, ciò giustificherebbe un attacco preventivo da parte degli Usa? Gli Stati Uniti possiedono il più vasto arsenale atomico del pianeta. Sono l'unico paese al mondo ad averlo effettivamente utilizzato contro popolazioni civili. Se gli Usa sono giustificati nel caso lancino un attacco preventivo all'Iraq, allora qualsiasi potenza nucleare è giustificata nell'effettuare un attacco preventivo contro qualsiasi altro paese. L'India potrebbe attaccare il Pakistan, o viceversa. Qualora il governo Usa sviluppi un'avversione per il primo ministro indiano, può semplicemente `sbarazzarsene' con un attacco preventivo?
Recentemente gli Usa hanno svolto un ruolo importante nel costringere l'India e il Pakistan a retrocedere dal proposito di una guerra che era ormai imminente. È così difficile per l'America seguire i suoi stessi consigli? Chi è colpevole di praticare del moralismo inetto? O di predicare la pace mentre dichiara la guerra? Gli Usa, che George Bush ha definito «la nazione più pacifica della terra», sono in guerra, ora con un paese ora con un altro, ogni anno, da cinquant'anni a questa parte.
Le guerre non sono mai state combattute per ragioni altruistiche. Di solito si combattono per l'egemonia, per l'interesse economico. E poi naturalmente c'è l'industria della guerra. Difendere il proprio controllo sul petrolio mondiale è fondamentale per la politica estera Usa. I recenti interventi militari dell'Amministrazione Usa nei Balcani e in Asia centrale sono in rapporto con il petrolio. Sembra che Hamid Karzai, il presidente fantoccio dell'Afghanistan insediato dagli Stati Uniti, sia un ex dipendente della Unocal, la compagnia petrolifera con sede in America. L'ossessivo pattugliamento del Medio Oriente da parte degli Usa è dovuto al fatto che in quell'area si concentrano i due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Il petrolio tiene accesi i motori americani, fa funzionare il Libero Mercato. Chiunque controlli le riserve petrolifere, controlla il mercato mondiale. E come si controlla il petrolio?
Nessuno l'ha detto in modo più elegante del giornalista del «New York Times» Thomas Friedman. In un articolo intitolato La follia paga, egli scrive che «gli Usa devono spiegare all'Iraq e agli alleati degli Stati Uniti che […] l'America ricorrerà all'uso della forza senza negoziati, senza esitazioni, e senza l'approvazione dell'Onu». Il suo consiglio è stato seguito: con le guerre contro l'Iraq e l'Afghanistan, e con le quasi quotidiane umiliazioni che l'Amministrazione Usa riserva alle Nazioni Unite. Nel suo libro sulla globalizzazione, The Lexus and the Olive Tree 6, Friedman afferma che «la mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza il pugno invisibile. La McDonald non può prosperare senza la McDonnell Douglas… e il pugno invisibile che consente alle tecnologie di Silicon Valley di svilupparsi in un mondo sicuro si chiama Esercito, Aeronautica militare, Marina da guerra, corpo dei Marine degli Stati Uniti». Forse queste parole sono state scritte in un momento di vulnerabilità, ma forniscono senz'altro la descrizione più sintetica e precisa che io abbia mai letto del progetto di globalizzazione delle multinazionali.
Dopo l'11 settembre 2001 e la Guerra contro il Terrore, è saltata via la copertura della mano e del pugno invisibili, e si vede chiaramente come l'altra arma dell'America – il Libero Mercato – si stia abbattendo sul mondo in via di sviluppo con un sorriso gelido appena abbozzato. «Il compito che non avrà mai fine» è la guerra perfetta dell'America, il mezzo perfetto per l'espansione illimitata dell'imperialismo americano. In lingua urdu, la parola `profitto' si dice `fayda'. `Al Qaeda' significa `La Parola', `La Parola di Dio', `La Legge'. È così che in India alcuni di noi chiamano la Guerra contro il Terrore: `al-Qaeda' contro `al-Fayda': La Parola contro Il Profitto (nessun gioco di parole intenzionale). Al momento sembra che al-Fayda trionferà. Ma poi non si sa mai… Negli ultimi dieci anni di sfrenata Globalizzazione delle Multinazionali, il reddito mondiale complessivo è aumentato in media del 2,5% all'anno. Tuttavia nel mondo il numero dei poveri è cresciuto di 100 milioni. Dei cento maggiori soggetti economici, 51 sono società, non paesi. L'1% al vertice ha lo stesso reddito complessivo del 57% al fondo della classifica, e la differenza è in aumento. Adesso, sotto la cappa incombente della Guerra contro il Terrore, questo processo sta subendo una brusca accelerazione. Gli uomini in doppiopetto hanno una fretta indecorosa. Mentre ci piovono addosso le bombe e sfrecciano in cielo i missili Cruise, mentre vengono accumulate armi nucleari per rendere il mondo un luogo più sicuro, si firmano contratti, si registrano brevetti, si costruiscono oleodotti, si saccheggiano risorse naturali, si privatizza l'acqua e si minano le democrazie.
In un paese come l'India, l'`aggiustamento strutturale' previsto nel piano di Globalizzazione delle Multinazionali sta rovinando la vita della gente. I programmi per lo `Sviluppo', le massicce privatizzazioni e le `nuove riforme' del lavoro spingono le persone ad abbandonare la propria terra e il proprio mestiere, producendo una sorta di barbaro spossessamento che ha pochi precedenti nella storia. In tutto il mondo, mentre il `Libero Mercato' protegge sfacciatamente i mercati occidentali e obbliga i paesi in via di sviluppo a innalzare a loro volta barriere commerciali, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. La protesta sociale ha cominciato a esplodere nel villaggio globale. In paesi come Argentina, Brasile, Messico, Bolivia, India, i movimenti di resistenza contro la Globalizzazione delle Multinazionali sono in crescita. Per tenerli a freno, i governi rafforzano il proprio controllo. I contestatori vengono etichettati come `terroristi' e trattati come tali. Ma protesta civile non significa soltanto iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione. Purtroppo, vuol dire anche avvitarsi in una tragica spirale di criminalità, caos, e ogni genere di disperazione e disincanto, che – come impariamo dalla storia (e dalla realtà che si dispiega davanti ai nostri occhi) – diventa gradualmente un terreno di riproduzione per cose terribili: nazionalismo culturale, intolleranza religiosa, fascismo e naturalmente terrorismo, in marcia tutti insieme, a braccetto, con la Globalizazione delle Multinazionali.
Sta guadagnando consensi l'idea secondo cui il Libero Mercato abbatte le barriere nazionali, e la Globalizzazione delle Multinazionale ha come meta finale un paradiso hippy, in cui l'unico passaporto è il cuore e dove tutti viviamo felicemente dentro una canzone di John Lennon (Imagine there's no country…). È una frottola. Quel che il Libero Mercato mette in pericolo non è la sovranità nazionale, ma la democrazia. Con l'aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, il pugno invisibile ha infatti ben preparato il terreno. Le multinazionali cercano accordi facili, che rendano profitti altissimi, ma non riescono a concluderli e gestire quei progetti nei paesi in via di sviluppo, senza la collaborazione attiva del sistema pubblico: la polizia, i tribunali, qualche volta anche l'esercito.
Oggi la Globalizzazione delle Multinazionali, nei paesi poveri, ha bisogno di una confederazione internazionale di governi fidati, corrotti, preferibilmente autoritari, per far approvare riforme impopolari e reprimere l'insubordinazione. Ha bisogno di una stampa che finge di essere libera. Ha bisogno di tribunali che fingano di amministrare la giustizia. Ha bisogno di bombe atomiche, eserciti permanenti, leggi più severe sull'immigrazione e di un controllo attento delle coste, affinché solo il denaro, le merci, i brevetti e i servizi vengano globalizzati. Non il libero movimento delle persone; non il rispetto dei diritti umani; non i trattati internazionali sulla discriminazione razziale e sulle armi chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sui mutamenti climatici, o – Dio ne scampi – sulla giustizia. Sembra quasi che anche soltanto un gesto nella direzione di un senso di responsabilità internazionale farebbe naufragare tutta l'impresa.
A circa un anno di distanza da quando la bandiera della Guerra contro il Terrore sventola sulle rovine dell'Afghanistan, in un paese dopo l'altro le libertà vengono limitate in nome della libertà, le libertà civili vengono sospese nel nome della difesa della democrazia. Ogni tipo di dissenso è definito `terrorismo' e ogni tipo di leggi è stato approvato per reprimerlo. Osama bin Laden sembra essere svanito nel nulla. Si dice che il Mullah Omar sia fuggito su un motorino (avrebbero potuto farlo inseguire da Tin-Tin 7). Può darsi che i talebani siano scomparsi, ma il loro spirito, il loro sistema di giustizia sommaria, stanno emergendo nei luoghi più improbabili. In India, in Pakistan, in Nigeria, in tutte le repubbliche dell'Asia centrale guidate da ogni genere di tiranni, e naturalmente in Afghanistan, sotto il governo dell'Alleanza del Nord appoggiato dagli Usa. Nel frattempo, al centro commerciale ci sono i saldi di metà stagione. Tutto è scontato: oceani, fiumi, petrolio, corredi genetici, fiori, infanzie, fabbriche di alluminio, compagnie telefoniche, saggezza, giungla, diritti civili, ecosistemi, aria… tutti i 4600 anni di evoluzione. Tutto confezionato, sigillato, etichettato, stimato e in vendita al dettaglio (la merce non si cambia). Quanto alla giustizia, mi hanno detto che anch'essa è in offerta, si fanno senz'altro buoni affari.
Donald Rumsfeld ha detto che la sua missione nella Guerra contro il Terrore era di convincere il mondo che agli americani doveva essere permesso di mantenere il loro stile di vita. Quando il re infuriato batte il piede, gli schiavi tremano nelle loro case. Così oggi qui devo dire, anche se per me è difficile, che lo Stile di Vita Americano semplicemente non è sostenibile. Perché non riconosce che esiste un mondo oltre l'America. Per fortuna, il potere ha una data di scadenza. Quando arriverà il momento, probabilmente questo potente impero farà il passo più lungo della gamba e imploderà dall'interno. Sembra che siano già comparse delle crepe nella struttura.
Mentre la Guerra contro il Terrore getta le sue reti su una superficie sempre più vasta, il cuore multinazionale [corporate] dell'America si dissangua. Nonostante tutte le infinite chiacchiere sulla democrazia, oggi il mondo è governato dalle tre istituzioni più impenetrabili del pianeta: il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale del commercio, le quali a loro volta sono controllate dagli Stati Uniti. Le decisioni vengono prese in segreto, i responsabili sono nominati a porte chiuse. Nessuno ne sa veramente qualcosa, conosce la loro politica, le loro idee, le loro intenzioni. Nessuno li ha eletti. Nessuno ha detto che possano prendere decisioni per nostro conto. Un mondo retto da un pugno di banchieri e avidi amministratori delegati, che nessuno ha eletto, non può materialmente durare. Il comunismo di stampo sovietico ha fallito, non perché fosse intrinsecamente malvagio, ma perché aveva dei difetti. Ha permesso a un numero troppo limitato di persone di usurpare troppo potere.
Il capitalismo di mercato del ventunesimo secolo, di stampo americano, fallirà per le medesime ragioni. Entrambi sono edifici costruiti dall'intelligenza umana, demoliti dalla natura umana. Il momento è arrivato, come disse il Tricheco 8. Forse le cose andranno peggio e poi miglioreranno. Forse c'è una piccola dea lassù in cielo che si sta preparando per noi. Un altro mondo non è soltanto possibile, ma sta arrivando, perché lei è già in cammino. Forse molti di noi non saranno qui ad accoglierla, ma in un giorno tranquillo, se mi fermo ad ascoltare, posso udirla respirare.


note:
1  Noto romanziere e critico letterario e d'arte. Fra le sue numerose opere la più nota è Wais of Seeking (trad. it. Questioni di sguardi, Il Saggiatore 2002) (NdT).
2  Il riferimento è al conflitto fra India e Pakistan per una regione del Kashmir fra il maggio e il luglio 1999 (NdT).
3  La conferenza in cui la scrittrice ha pronunciato il presente discorso si è svolta proprio a Santa Fe (New Mexico, Usa) (NdT).
4  «Nove Undici», mese e giorno dell'attentato alle Torri Gemelle. Negli Usa la data è indicata con la sequenza mese-giorno-anno (NdT).
5  In inglese l'espressione «a dog in the manger» si dice di una persona che non vuole che altri godano di ciò che a lei non serve o non piace (NdT).
6  Thomas Friedman, columnist di politica estera del «New York Times»; trad. it. Le radici del futuro. La sfida tra la Lexus e l'ulivo. Che cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione, Mondadori 2001.
7  Personaggio famosissimo del fumetto franco-belga, creato nel 1929 da Hergé per la casa editrice Casterman. Tin-Tin era un giovane giornalista, protagonista di lunghe storie di avventura in giro per il mondo e persino sulla luna (NdT).
8  È in, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, l'esclamazione conclusiva del Tricheco prima di divorare le ostrichette (NdT). Arundhati Roy, scrittrice indiana, autrice di un romanzo di grande successo (Booker Prize 1997), The God of Small Things (1997, trad. it.: Il dio delle piccole cose, Guanda 1997) e di numerosi volumi di saggi militanti (The Cost of Living; Power Politics; War is Peace trad. it., La guerra è pace, Guanda 2001) (Traduzione di Tiziana Antonelli) © Arundhati Roy, 2002. Il presente articolo riproduce il testo di un discorso pronunciato nel corso di una conferenza alla Lannan Foundation di Santa Fe, New Mexico, Stati Uniti, il 18 settembre 2002. Per ragioni di tempo «la rivista del manifesto» non ha potuto chiedere l'autorizzazione a tradurre ai detentori del copyright, ma si dichiara pronta sin d'ora a onorarne le obbligazioni connesse.


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