Appunti sul Social forum europeo
UN ALTRO FORUM È GIA' STATO POSSIBILE
Luciana Castellina
Gli arresti l'indomani del Forum di Firenze sono l'ennesimo segno che indica quanto pesante sia ormai il contesto in cui operiamo, quanto fragile il nostro assetto democratico, quanto forte la tentazione di ricatturare il movimento nella fatale spirale repressione/reazione alla repressione. Ma c'è un'altra e più ottimista lettura del fatto, che per la sua assurdità e intempestività appare assai più frutto dello smarrimento che dell'arroganza del potere. Solo la paura nel vedere il movimento dilagare, allargarsi ad altre generazioni e ceti, intrecciare operai Fiat, girotondini e studenti, incidere sulle stesse forze politiche moderate, conquistare le simpatie di intellettuali e media, in Italia e nel mondo, solo questo può aver indotto ad arrestare Francesco Caruso e gli altri compagni, nientemeno che per aver `attività sovversiva'.
In un certo senso l'accusa sul piano politico e non criminale è vera: Firenze ha dato un colpo serio alla globalizzazione capitalista: la testa della gente ha cominciato ad aprirsi alla denuncia e – per via di quei salti imprevisti e improvvisi, che la storia conosce – l'accumulo di lotte e riflessioni, che da solo qualche anno si è avviato, ha cambiato il senso comune. Fu così anche nel '68, pur diversissimo per modo di essere del movimento e soprattutto per contesto storico. Ma anche allora, quasi da un giorno all'altro, la testa di milioni di casalinghe impiegati tecnici intellettuali scolari religiosi diventò diversa da prima. E così da domenica 10 gennaio 2002 la sigla `no-global' comincia ad esser capita per quel che vuol dire, i `no-global' cessano di essere equiparati ai `black blok', si scopre che non sono una minoranza arrabbiata ma l'espressione più autentica di una nuova generazione, che comunica anche con le altre. Insomma: la mondializzazione è diventata impopolare.
Se il primo requisito di un politico è, come deve essere, il fiuto, la capacità di captare cosa si muove nella società e – sebbene oggi ancora poco visibile – sarà destinato a caratterizzare un tempo importante, allora bisogna dire che le antenne di quasi tutti i politici italiani sono molto arrugginite: ci hanno messo tre anni a capire che questo movimento – o meglio questi movimenti, come giustamente vogliono esser definiti, sottolineando la loro diversità e insieme la loro convergenza – avrebbero segnato la storia dei nostri anni. Ora non c'è più nessuno – lo si è letto persino sui giornali – che non dica che costituiscono un punto di riferimento, un interlocutore ineludibile.
Per la sinistra di tutte le sfumature è poi qualcosa di più: un protagonista con cui è impossibile non fare i conti, e che ha già scavato e cambiato se non i vertici dei partiti le loro rispettive basi. Un dato era visibile al grande corteo di sabato 9 novembre contro la guerra: lì c'era, in definitiva, tutta la sinistra possibile e che vorremmo.
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A differenza degli incontri di Seattle e Porto Alegre, di questo di Firenze è stato dato da tutti i media così ampio resoconto, che c'è poco da aggiungere all'informazione. Notizie certo comunque mai complete vista l'ampiezza dell'evento e dunque la pratica impossibilità per qualsiasi cronista di seguire ogni cosa. Sebbene già note, vale la pena ridare qualche cifra, perché sono davvero impressionanti (soprattutto se si tiene a mente che ogni evento è stato seguitissmo, penna e quaderni alla mano per gli appunti: più una immensa università popolare che una convention): 18 conferenze generali al mattino, 12 `dialoghi' o `finestre sul mondo', 160 seminari, 180 gruppi di lavoro, 23 riunioni per il lancio di `campagne'; la sera 75 eventi culturali (20 di cinema, 20 di teatro, 15 esposizioni, 20 gruppi musicali), tutti serviti da 400 traduttrici/traduttori simultanee (fino a quando le 30.000 cuffie sono state sufficienti, poi a braccio), tutte esperte e volontarie. Infine centinaia di eventi culturali di ogni genere, che hanno coinvolto il circondario della città, e il centro cittadino dove, a piazza della Repubblica, è stato sempre attivo il grande tendone dell'Arci.
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Rispetto a Porto Alegre sono emerse alcune novità interessanti. Prima fra tutte, la centralità del tema guerra che ha funzionato da coagulante, il più forte denominatore comune del movimento. È vero che il momento in cui il Forum europeo si è tenuto ha reso la cosa ovvia, ma non era affatto scontato che l'opposizione all'attacco all'Irak, con o senza avallo dell'Onu, diventasse così caldo e unanimemente vissuto. Nei tre anni trascorsi i `no-global' si sono, infatti, impegnati a contestare i vertici di tutte le possibili istituzioni economiche, sociali e ambientali, segno di una coscienza acuta su questi problemi, ma hanno invece ignorato quelli della Nato. Della guerra nella ex Jugoslavia si può dire si sia occupato quasi soltanto il movimento italiano e anche a Porto Alegre, dove pure era già esploso l'Afganistan, di pace quasi non si è discusso, se non per via della acclamata denuncia di Noam Chomski.
Il secondo elemento di novità sta nella presenza sindacale, peraltro singolarmente unita: Cgil, Cobas, persino autorevoli dirigenti della Ces, la assai moderata Confederazione europea, seduti allo stesso podio e senza tensioni né litigi. Non solo: una presenza massiccia dei militanti Cgil, con la giacca rossa e la sigla orgogliosamente portata, disseminata nell'enorme stuolo dell'organizzazione che ha gestito questa complicatissima macchina. «Certo il ruolo della Cgil – dice Kovach, uno dei coordinatori del Fse – non è lo stesso della Cut brasiliana, totalmente interna al movimento, anzi alla sua origine; e tuttavia, sia pure scontando il ritardo che conserva qualche distanza, questa volta i sindacati sono venuti, si sono mischiati, i dirigenti hanno rischiato con noi.» È una svolta di non poco conto.
Così come svolta è stata quella delle autorità locali: dopo tante paure e con il solo Claudio Martini che `tirava' contro tutti, decine e decine di sindaci della provincia sono finiti arruolati, ed entusiasti, nelle fila dell'organizzazione del Forum. Qui, nella cerchia ancora rossa di Firenze, si è visto davvero il meglio della tradizione delle Case del popolo e di un internazionalismo tirato fuori impolverato dai cassettoni. Famiglie e comuni hanno aperto le loro porte all'`orda' straniera, accolti nel più regale dei modi, altrettante manifestazioni – serate, colloqui, canti e bevute collettive – nei vecchi borghi medioevali. Una reciproca scoperta.
È che a cambiare non è stato solo un atteggiamento soggettivo, ma la situazione oggettiva: nel Nord, prima, la mobilitazione era frutto soprattutto di una spinta etica, la solidarietà con i diseredati, che erano gli altri. Ora, invece, si è scoperto – e la crisi Fiat ha dato luogo ad un vero salto di coscienza – che diseredati possiamo diventare anche noi: e motivazioni sociali e morali si sono mischiate, coinvolgendo altri soggetti e implicando altre tradizioni. Non solo per via della centralità del tema guerra, ma anche per l'attenzione offerta nel Forum alle lotte dei lavoratori si è realizzata – visibile non solo nel corteo, ma anche nelle riunioni alla Fortezza da Basso – una saldatura sociale e generazionale, in sostanza, con la vecchia sinistra che prima non c'era.
Di nuovo c'è anche un notevole sviluppo della coscienza di sé dei movimenti, frutto certo del consolidamento della pratica e della consapevolezza delle responsabilità collettive, di cui sono ormai portatori. Se neppure il più piccolo incidente si è verificato è perché tutti, davvero tutti, sono stati vigilantissimi, impegnati in prima persona. È significativo che, quando una vetrina per accidente è andata rotta – davvero l'unico caso –, tutti quelli che stavano passando hanno fatto la colletta per lasciare i soldi per ripararla.
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Altra novità del Forum sociale di Firenze sta in quella definizione `europeo', che forse alcuni avrebbero voluto solo indicazione geografica, e invece è diventata parecchio di più. Si sa, infatti, che l'idea corrente nel movimento, anche per via della forte influenza francese, è che l'Unione Europa sia solo uno dei motori della globalizzazione neoliberale. Qualche timido tentativo di suggerire che almeno potenzialmente avrebbe potuto anche essere altro – offrire un'articolazione, una sponda, rispetto all'assolutismo americano, ma anche un modello differente per via della storia di questo continente – sono venute da qualche oratore ma sono sostanzialmente cadute nel vuoto. È noto che ogni summit europeo è stato fino ad ora contestato con la stessa virulenza con cui sono stati contestati quelli delle altre istituzioni internazionali.
E però, ecco il dato nuovo – come già avvenne quasi vent'anni fa col movimento pacifista dell'epoca dei missili Cruise, Pershing e SS20 –, mettere assieme e far dialogare la società civile europea, e cioè persone concrete e associazioni vitali e rappresentative, contribuisce assai più a far sentire la dimensione europea che decenni di retorico europeismo istituzionale. Alla fine si sono strette intese, sono state decise campagne comuni, presi appuntamenti: l'italiano art. 18, appuntato sul petto di tanti, è stato capito come simbolo di un diritto europeo da chiedere per tutti. E alla fine è stata abbozzata l'ipotesi di uno spazio sociale comune, da rivendicare anche nella nuova Costituzione dell'Unione. «Nonostante il 75 % delle leggi nazionali siano ormai influenzate dalle direttive comunitarie – osserva Bernard Dreano, del Cdetim francese –, quello europeo non è affatto considerato terreno privilegiato della lotta. I movimenti europei non solo fanno fatica ad essere rappresentati a livello della politica europea, fanno fatica a rappresentarsi l'Europa.»
Ecco, rispetto a questo stato di cose, qualcosa a Firenze si è mosso. Anche perché il Forum ha consentito un'altra cosa importante: ha messo in contatto con gli occidentali i movimenti, o abbozzi di movimenti, dell'Est europeo. Superando difficoltà economiche immani – dalla Siberia sono venuti in pulman, viaggiando per una settimana – sono arrivati in parecchi. («Sono arrivati senza un sacco a pelo, affamati» – racconta il sindaco di Lastra a Signa, che aveva il compito di ospitare russi e ungheresi. «Alla partenza c'è stata la gara per regalargli salami, vino, caciotte.») Sono arrivati carichi delle disillusioni del socialismo e del capitalismo, ma, al contrario dei loro fratelli occidentali, con una certa speranza in Bruxelles. Sebbene avvertiti di tutti i suoi difetti, prevale fra loro l'idea che peggio di Mosca non possa esserci niente e che dunque è meglio star dentro che fuori. Il detto «piatto ricco mi ci ficco» vale peraltro anche in questo caso.
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Colpisce, tuttavia, pur nella varietà dei gruppi che sono confluiti nel Forum, quanto forte sia ormai il sostrato culturale comune: la convergenza, per esempio, che vuol dire mettersi in rete, per porre a confronto le proprie rispettive parzialità, per conoscersi e correggersi reciprocamente; il fastidio per ogni forma di egemonismo avvertito come prevaricatore (che certo evita gli orrendi scontri gruppettari del tardo '68, ma conduce anche a un relativismo quasi acritico), la fedeltà al metodo del consenso, della progressiva inclusione degli altri, che ha anche prodotto qualche tensione col vecchio e originario gruppo internazionale, che ha fondato il Forum sociale mondiale e ha preparato le due Porto Alegre, più preoccupato di una leadership meno fluttuante. (Ma in questo caso conta soprattutto la differenza fra il Brasile e tutto il resto: lì, infatti, la tematica è molto più politica perché legata alla concreta possibilità di una alternativa, che qui appare sfumatissima nel tempo. Sicché a Firenze si sono potuti avere contenuti anche molto più radicali di quelli emersi a Porto Alegre, ma insieme più astratti dalle scadenze della politica).
C'è chi ha notato una presenza cattolica più ridotta che in altre pur recenti manifestazioni, per esempio la marcia Perugia-Assisi. È in parte vero e dipende da molti fattori: non solo l'appuntamento a suo tempo inventato da Capitini è sempre stato tradizionalmente condiviso dal movimento pacifista di sinistra e dai religiosi di Assisi, ma hanno certo pesato anche i timori della violenza esasperati dalla campagna di destra e sfruttati per giustificare qualche opportunistica assenza. Ma è un fatto che dopo la rottura che si era operata a Genova e che per un periodo era sembrata insanabile, e nonostante la decisione delle `Sentinelle del mattino' (la Tavola a cui siedono tutte le organizzazioni cattoliche, anche quelle di diretta emanazione della Chiesa ufficiale) di non partecipare al Forum europeo (una decisione lamentata da padre Zanotelli), il fatto che la stessa Tavola abbia tuttavia lasciato liberi i suoi aderenti di partecipare a titolo personale ove lo volessero ha portato meno stendardi di organizzazione ma molti credenti: non solo Lilliput, e i Beati costruttori di Pace, ma molti Focolarini, boy scouts, militanti della Charitas e di Pax christi.
Ma, soprattutto, c'era, nella Fortezza da Basso, l'ispirazione religiosa, il peso del ruolo che quest'area gioca nei movimenti aldilà delle presenze organizzate, il suo essere una componente essenziale nelle resistenze alla disumanizzazione portata dalla globalizzazione. Non è solo l'onda lunga della teologia della liberazione, è la scoperta, anche qui in Europa, del nichilismo della modernità capitalista, del bisogno di rianimare la speranza, non solo come trascendenza. Per molti le lotte sociali sono effettivamente diventate il luogo dove vivere la propria fede: è il Vangelo che insegna a scegliere il punto di vista dei poveri e degli oppressi.
Anche questa – fra laici e credenti – è una delle tante contaminazioni che caratterizzano la convergenza dei movimenti, visibile del resto nella folla, enorme, che si è accalcata per ascoltare i dibattiti sul ruolo delle religioni e il più carismatico degli esponenti cristiani, padre Zanotelli .Che dal Forum è uscito entusiasta: «Sono preparati, lucidi, decisi ad impegnarsi per costruire l'alternativa con la massima serietà» – ha detto. È incredibile come ci si sia influenzati a vicenda, cattolici impegnati e altri portatori di valori, e travalicando le frontiere. Questo ha forse dato nuovi equilibri al movimento. È stato posto un problema politico chiarissimo: in Italia non si potrà più fare politica, senza tenere presente questo movimento. Sola nota dolente: l'assenza della Chiesa ufficiale. A partire da quella locale».
Riduttivo, tuttavia, descrivere l'insieme con le categorie cui siamo abituati. Le culture presenti nei movimenti sono diversissime e molte del tutto nuove. O reinventate. Non sono per esempio da sottovalutare quelli che il filosofo ungaro-americano Erwin Laszlo chiama i «creativi culturali» che, per via di nuovi stili di vita, di altri valori e modelli di consumo possono, sostiene (e comunque loro ne sono convintissimi) indurre mutamenti politici di grande portata Anche a Firenze c'erano moltissimi adepti.
Reinverata nel nuovo movimento c'è oggi anche una corrente tuttora ispirata dall'ormai anziano Toni Negri, veicolata da Casalini e da qualche nuova rivista, per esempio «Posse», che chiedono di alzare il livello della violenza, per indicare con maggior evidenza l'impossibilità di una soluzione riformista. Violenza simbolica, sia chiaro (questi movimenti lavorano molto con i simboli), e infatti non c'è traccia di pre-terrorismo, uno sbocco che non incontra intenzioni né rappresenta rischi. Si tratta solo di una forzatura della disubbidienza, che poi alla fine si esprime, in forme molto culturali, nel mondo alternativo del Centri sociali. Che attirano una valanga di giovani perché ci si diverte e talvolta si impara, perché sono luoghi molto creativi: l'idea di affittare un satellite e farsi una Tv del movimento, abbozzo di esperimento compiuto a Firenze, col contributo di Bifo e Pietrangeli, ne è una testimonianza.
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Non è vero, infine, che nei movimenti non ci siano più le organizzazioni femministe. O meglio, bisogna tener conto che il vecchio femminismo ha preso in questi anni due strade diverse – quella della ricerca teorica e quella che l'ha invece portato ad incontrarsi con nuovi soggetti femminili (visibilissimi al Forum), che sono andati a reinterpretare la differenza di genere a partire dai loro specifici bisogni. Si tratta, soprattutto, della nascita di gruppi comunitari, nelle zone rurali e nei quartieri, spesso impegnati in azioni di self help, di auto-organizzazione, che hanno dato alle donne consapevolezza e peso politico.
Si tratta dell'esito di un processo iniziato già da qualche decennio su un terreno inizialmente molto istituzionale: la 1° Conferenza di Nairobi, nel 1985, alla chiusura del decennio dedicato dall'Onu alle donne, dove si ritrovarono organizzazioni molto governative (anche se chiamate `non governative'), ma che nell'incontrarsi scoprirono il concetto di genere come griglia di lettura della loro condizione sociale e umana. L'ipotesi ufficiale era di integrarle nel modello di sviluppo sollecitato dalle istituzioni internazionali; ne risultò invece una messa in discussione di quella modernizzazione: e per effetto dell'incontro con il femminismo occidentale si sviluppò nei successivi incontri (Cairo `94 sulla popolazione, Copenaghen `95 sullo sviluppo sociale, Pechino '95: Conferenza mondiale delle donne) una critica al patriarcato. Da questo travaglio sono nate due grandi reti, la Dawn (Development alternatives with woman for a new era) e la Wedo ( Woman's environment and development organisation), oltre la più radicalizzata Marcia mondiale delle donne, che ha portato e porta decine di migliaia di donne di tutti i continenti in piazza (nel 2000 anche a Bruxelles), ed è sempre presente nei Forum, compreso questo di Firenze.
È interessante notare che spesso, non solo per quanto riguarda le donne, gli organismi attivi nei movimenti hanno all'origine un qualche rapporto con l'Onu: un rapporto contraddittorio e comunque in questi tempi in via di esaurimento. La proposta di invitare a Porto Alegre Kofi Annan, per esempio, è stata respinta: Ma si era all'indomani della pessima risoluzione sull'Irak.
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Che cosa è emerso da tutto questo discutere? Con petulante ripetitività i movimenti vengono interrogati – in particolare proprio da quelli che meno ce l'hanno – su quale sia l'alternativa che propongono alla odierna società. Inutile aspettarsi qualche imbarazzo in chi – quasi tutti – non risponde con un progetto definito, e nemmeno con l'indicazione di tappe che non siano lo specifico obiettivo di questo o quella specifica lotta. Coscienti dei propri limiti, ritengono che quanto fanno sia già, di per sé, alternativa. Nel senso che nessuno, nonostante la generale vocazione antisistemica del movimenti, ritiene sia possibile abbattere il capitalismo in tempi brevi o medi, ma ritiene che il proprio messaggio anticapitalista – `un altro mondo è possibile' – non sia un'utopia da relegare nella soffitta dell'irrealizzabile. È piuttosto – come giustamente osserva Paul Ricoeur – «utopia necessaria», vale a dire un obiettivo non precisato nel tempo ma che ha forza reale, perché sintetizza le aspirazioni collettive. E si fonda, innanzitutto, sulla delegittimazione del sistema, sul piano morale, perché ingiusto, e su quello politico, perché incapace di garantire anche solo le esigenze minime dell'umanità L'alternativa sta già nella mobilitazione che questa consapevolezza produce, non astratta perché radicata in un tempo e luogo precisi.
Il radicamento che si è sviluppato in questi pochi anni è del resto sorprendente. Fino a poco fa si poteva pensare solo a una serie successiva di marce e raduni, oggi ognuno ha un proprio campo di impegno laddove opera e vive. Lo si è visto, del resto, l'indomani stesso del Forum: il lunedì 11 novembre a Lecce erano già migliaia che contestavano il summit dei ministri degli Interni dell'Iniziativa adriatica-jonica, schierati contro l'immigrazione, mentre lo stesso giorno a La Spezia le strade cittadine venivano invase per protestare contro il progetto di un megaporto per containers. Mentre altri – mi racconta stupefatto Gillo Pontecorvo – «li ho visti riuniti per studiare come salvare dallo smantellamento le cave di marmo di Carrara». E così anche all'estero: sul tema delle privatizzazioni dei servizi pubblici e dunque nella lotta per impedire che il negoziato in corso all'Organizazione mondiale del commercio si concluda con un via libera, sono già decine le iniziative di lobbyng, di ricerca di partners, di sensibilizzazione della popolazione, ecc. che si stanno attuando in Austra, in Belgio, in Finlanndia. La politica che conoscevamo un tempo, non affidata ai palazzi, ma sul territorio, insomma, viene riscoperta.
La convergenza delle resistenze – che è il senso dei Forum – non ha in questo quadro un significato difensivo: vuol essere un modo di mutare progressivamente i rapporti di forza nel mondo, premessa per creare quei nuovi equilibri, che consentiranno di trasformare, quando il tempo sarà maturo, i rapporti sociali che determinano il modo di essere del mercato.
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Se questo appare, più o meno, come il tratto comune dei movimenti, è poi vero che nel loro ambito convivono posizioni diverse, e non parlo solo di quelle ispirate ad appartenenze partitiche, che pur ci sono (Rifondazione comunista in Italia e la rete trozkista altrove, in particolare). Conta, in generale, una ispirazione keynesiana di cui il Nobel Joseph Stiegliz è l'eroe e il peso di quegli orientamenti, che più che anticapitalisti potremmo definire postcapitalisti. Quel che è significativo è che molti sono i punti comuni, nonostante le diverse ispirazioni di partenza. Il succo sta nell'idea che occorre rovesciare le regole del sistema per sostituire la priorità del bisogno a quella del profitto. E che quindi occorre che ci siano settori di attività che si situano fuori dalla logica mercantile, in quanto debbono essere adottati parametri di valutazione diversi da quelli della selvaggia competizione: il benessere umano, il rispetto della naturale dignità della persona. Il tutto nel quadro di una comune visione critica della modernità e del progresso tecnologico. Se si vanno a vedere i titoli delle centinaia di seminari e workshops, scopriremo che è proprio a questi criteri che si ispirano.
La contestazione della mondializzazione è un corollario logico di questa ispirazione: perché è a tutti chiaro che il mercato globale non è un mercato più grande, ma un mercato diverso, pervasivo, incontrollabile, dominato da una competitività assoluta, indifferente allo spreco di risorse, ai guasti che produce, alla natura, ai costi umani, portatore di una ancor più accentuata polarizzazione centro-periferia, cui solo si può rimediare attraverso il recupero di uno sviluppo autocentrato e democraticamente controllabile.
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La sfera della proposta alternativa non riguarda, comunque, solo l'economia, perché anzi si sottolinea molto – si esalta persino – il ruolo della politica in quanto fattore non determinato dal mercato; e, in concreto, dallo Stato (vedi la lotta contro le privatizzazioni, l'accento posto sulle regolamentazioni e anche sulla democratizzazione/trasparenza dei poteri decisionali a tutti i livelli). Proprio su questo tema c'è stato un utile incontro con il Laboratorio politico di Firenze – i cosiddetti `professori dei girotondini'. Quel che è assente – o quasi – è il riferimento alle specifiche forze politiche, alle alleanze, ai compromessi necessari che su quel terreno dovrebbero essere fatti. Non, sia chiaro, perché non si distingua fra Bertinotti e Rutelli o Fassino, o perché non si segua con grande interesse Rosy Bindi e Elio Di Rupo, il solo segretario di partito socialista, quello belga, che ha accettato il dialogo diretto). È perché non è sulla politica a livello delle istituzioni che il movimento ritiene di poter direttamente agire.
I Forum in cui gli esponenti dei partiti si confrontano sono certo affollatissimi, testimonianza di una domanda tuttora inevasa, ma, nel bene e nel male, pochi sentono maturo il tempo di dar vita «ad un nuovo animale politico», per dirla con le parole del segretario di Rifondazione. Il movimento ha trovato, pur nella sua estrema varietà, una propria unità e efficacia così come è e non pensa minimamente di comprometterla, attento fino all'ossessione a che non si cristallizzi nemmeno una propria leadership, che oggi apparirebbe una forzatura.
Non mi pare che questo atteggiamento possa esser interpretato come disinteresse per la politica, e nemmeno per il ruolo dei partiti. Mi pare piuttosto trattarsi di consapevolezza dei propri limiti da parte di movimenti che per ora almeno trovano la loro forza nella coscienza della loro parzialità e dunque della necessità dell'altro; e insieme del rifiuto a cedere alla tentazione di prevaricare con il proprio assolutismo.
Certo è vero che un simile atteggiamento può sfociare in uno sterile relativismo, ma per ora, graziadio, è il vaccino contro il gruppettarismo di buona memoria.
In questi atteggiamenti pesa naturalmente anche un dato storico-culturale, l'egemonia postmoderna che predica la fine delle ideologie e del pensiero sistemico e dunque l'esaltazione di una società civile come somma di individui e organizzazioni, la cui semplice moltiplicazione sarebbe sufficiente a contestare l'ordine totalitario esistente. E però è vero che proprio il lavoro dei Forum, la costruzione delle convergenze fra tante entità atomizzate, sta ricollegandole dentro una forza mondiale che si sta contrapponendo al sistema dominante, non più semplice giustapposizione di forze separate, ma ormai funzionalmente collegate. ( Con buon senso i piccoli Forum che nascono in Africa o in Amazzonia non dicono forse: il movimento dei movimenti ha aiutato la nostra resistenza, ci ha sottratto al nostro isolamento, ci ha mondializzato, collocandoci allo stesso livello del nostro avversario?)
È un processo ancora all'inizio, reso difficile dalle separazioni geografiche di lingua e di culture, di collocazione sociale, di tradizione, nelle forme di lotta. Ma dei passi in avanti già sono stati fatti. Seattle, la prima mobilitazione convergente contro il summit dell'Organizzazione mondiale del commercio, è stata, in fondo, solo tre anni fa, nel dicembre 1999. Poi c'è stata la prima Porto Alegre, nel gennaio 2001: 20.000 delegati di 700 organizzazioni; dopo, la seconda Porto Alegre, gennaio 2002: più di 60.000 delegati rappresentanti di 1.000 organizzazioni di 130 paesi. Poi i Forum continentali: nel solo 2002 quello africano di Bamako, quello latino-americano di Quito, quello amazzonico di Manhaus, quello mediterraneo di Barcellona. Ora Firenze, dove tutte le previsioni sono state bruciate. Il primo giorno c'erano già 35.000 registrati, tanti quanti avrebbero forse dovuto esserci alla fine: 2.800 venuti dalla Francia, 1.400 dalla Gran Bretagna e 1.500 dalla Germania (una novità), 540 austriaci, 500 catalani, 260 ungheresi, 170 albanesi, 70 russi, 20 curdi, 50 danesi, 900 greci. Al secondo giorno le registrazioni sono arrivate a 60.000, il terzo a 64.000. E l'organizzazione è stata travolta, i singoli paesi non si sono più registrati.
E ora già incalzano altri appuntamenti: all'Avana, dal 25 novembre, il secondo raduno dell'emisfero Sud contro l'Alca, il mercato unico che gli Stati Uniti vogliono imporre; l'Uruguay social forum, Montevideo, il Canada social forum a Victoria, il 16 novembre; il Colombia Social forum a Bogotà, il 22 novembre; il Capixaba Social forum, in Brasile; il meeting in preparazione di porto Alegre ad Albacete, in Spagna, il 17 dicembre; e ancora in Brasile, a Oslo, in Norvegia, a Campinhas, di nuovo in Brasile e così via, solo in questo fine d'anno. (Chi ne vuole sapere di più vada al sito www.forumsocialmundial.2003.org.br).
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Tutto bene, dunque? Direi in generale benissimo. Anche se occorre fare attenzione: c'è, in questi incontri, un rischio di gigantismo che potrebbe soffocare un dibattito più approfondito e necessario. E anche una certa tendenza ad applicare lo zapping televisivo alle manifestazioni. Per cui molti finiscono per passare da una all'altra, senza fermarsi a sufficienza ad approfondire e costruire. Ma di questi limiti e pericoli i primi ad essere consapevoli sono quelli che portano la massima responsabilità dei movimenti. Forse a Porto Alegre ci sarà modo di discuterne tutti.