numero  33  novembre 2002 Sommario

Colt e precog

LA CULTURA DI BUSH
Alessandro Portelli  

Geremiade americana The National Security Strategy of the United States1 è un documento politico e un testo culturale, che enuncia la nuova strategia della guerra preventiva in termini che rinviano alle fondazioni culturali del paese.
Facciamo un esempio. Nella prima pagina si legge: «I terroristi sono organizzati in modo da penetrare le società aperte». È una formulazione che funziona sia sul piano della politica corrente, sia su un livello più profondo. Da un lato, pone la questione del rapporto fra democrazia e sicurezza: società con meno controlli di polizia e con molta mobilità e molteplicità interna, come sono gli Stati Uniti, hanno minori difese verso pericoli esterni o interni. Di qui la tentazione di chiudersi, limitare i diritti, in nome della sicurezza. Tre pagine dopo, un elenco dei «nostri obiettivi sulla strada del progresso» comincia con «difendere le aspirazioni alla dignità umana», e finisce con «trasformare le istituzioni della sicurezza nazionale, al fine di fare fronte alle sfide e alle opportunità del ventunesimo secolo». È la politica del Patriot Act e dello Homeland Security Act.
Dall'altro, c'è l'idea profonda e antica che siano proprio le virtù nazionali (l'apertura) ad attirare i flagelli (il terrorismo). I flagelli quindi sono una conferma delle virtù: queste, e non i propri peccati, sono la causa delle proprie disgrazie. Lo storico della cultura Sacvan Bercovitch fa risalire questo atteggiamento alla «geremiade», un genere di sermone puritano che fiorisce nell'ultimo quarto del 1600.
Fu allora, nel 1675, che la Nuova Inghilterra fu colpita da un flagello minaccioso quanto l'attacco terrorista dell'11 settembre: il contrattacco delle popolazioni indiane che, guidate dal capo Metacomet (ribattezzato `re Filippo'), furono sul punto di ributtare in mare gli invasori europei. I teologi sostennero che la «guerra di re Filippo» fosse un flagello inviato da Dio al proprio popolo prediletto, colpevole di avere perduto l'originario fervore religioso della sua missione. Il flagello dunque era un richiamo, una conferma dell'unicità della missione: Dio puniva il suo popolo perché era il suo, perché lo amava sopra ogni altro. La geremiade passa poi dal terreno religioso al terreno politico, mantenendo la sua struttura: la denuncia dei mali dell'America finisce sempre con una riaffermazione dei suoi principi e della sua unicità.
In tutto il corso della storia, la libertà è stata minacciata dalla guerra e dal terrore; è stata sfidata dalle volontà in conflitto di Stati potenti e dai malvagi disegni dei tiranni; ed è stata messa alla prova dalla diffusione della povertà e delle malattie. Oggi, l'umanità ha nelle mani l'occasione di estendere il trionfo della libertà su tutti questi nemici. Gli Stati Uniti accolgono volentieri la propria responsabilità di fare da guida in questa grande missione.
In affermazioni come queste, il documento ribadisce la dialettica della geremiade; ma la indebolisce al tempo stesso. Non spiega, infatti, in che consiste l'«occasione» che è «oggi» nelle mani dell'umanità; e, dato che il cambiamento di cui si occupa è la crescita del terrorismo, se ne deduce che l'occasione per l'umanità è stata generata dall'aggressione dell'11 settembre. Il flagello è, di nuovo, occasione di rigenerazione perché libera gli Stati Uniti dalle remore che gli impediscono di esercitare a pieno la propria forza fuori e dentro. «Rigenerazione attraverso la violenza», direbbe un altro studioso delle narrazioni fondanti dell'America, Richard Slotkin.
Il potere esplicativo della geremiade però si fondava sulla sua drammaticità: la riaffermazione della missione dell'America passava attraverso la lamentazione dei suoi mali e delle sue colpe. Questo documento invece recupera l'idea che i flagelli siano un segno della missione, ma non si chiede se l'America abbia fatto qualcosa per attirarseli addosso, se (e senza con questo cercare giustificazioni agli assassini terroristi) in qualche modo non sia venuta meno ai suoi dichiarati ideali di libertà. Il flagello del terrorismo è il prodotto di malvagità pura, odio astratto che viene dal di fuori: gli `Stati canaglia' sono quelli che «rifiutano i valori umani elementari e odiano gli Stati Uniti e tutto ciò che rappresentano», senza che ci sia bisogno di domandarsi come mai. Non c'è niente da rivedere, niente da ripensare nell'America così com'è. Paradossalmente, l'unico cambiamento suggerito è proprio l'`opportunità' di una politica di sicurezza, che ponga limiti alle virtù di `apertura' che legittimano la missione.
L'America, gli Stati Uniti e il mondo «I terroristi – ha detto Bush, in un discorso citato nel testo – hanno attaccato un simbolo della prosperità americana. Ma non ne hanno toccato le fonti. L'America ha successo a causa della laboriosità, della creatività e dello spirito di iniziativa del nostro popolo.» Bush dà voce qui, quasi ingenuamente, alla convinzione classicamente puritana che la prosperità terrena sia il premio della virtù e la manifestazione mondana della grazia. Il successo americano, ribadiscono le ultime righe del documento, si fonda su qualità morali:
In ultima analisi, le fondamenta della forza americana sono al nostro interno. Sono nelle capacità del nostro popolo, nel dinamismo della nostra economia, nella flessibilità delle nostre istituzioni. Una società diversificata, moderna, ha un'energia propria, ambiziosa, imprenditoriale. È qui che comincia la nostra sicurezza nazionale.
Ora, è assolutamente vero che l'America è una società fra le più aperte e diversificate del pianeta, che laboriosità, creatività, spirito di iniziativa, flessibilità istituzionale vi sono sviluppate in grado elevato e spesso ammirevole. Solo un antiamericanismo stupido e che non ha niente di politico (infatti è condiviso dal conservatorismo più ignorante) può negarlo. Quello che rende insopportabili questi discorsi non è dunque l'affermazione che fanno sugli Stati Uniti quanto la negazione implicita nei confronti degli altri. L'orgoglio nazionale si alimenta in una persuasione di unicità e superiorità: se gli abitanti del Bangladesh fossero laboriosi e creativi come quelli del Connecticut sarebbero altrettanto ricchi. Bush e il suo mondo, sempre disinformati sul resto del pianeta, non sanno quanta laboriosità, creatività, spirito di iniziativa devono mettere in campo i poveri del mondo nel semplice sforzo di restare vivi 2.
La scarsa conoscenza del resto del mondo in parte dell'opinione pubblica e dei gruppi dirigenti degli Stati Uniti è anche il prodotto di una visione storicamente radicata della propria collocazione geopolitica: la combinazione di isolamento geografico originario (da cui è derivato un atteggiamento di non coinvolgimento, che è diventato talora isolazionismo, con punte – persino – di solipsismo) e di superpotenza attuale fa sì che gli Stati Uniti siano sempre soggetti alla tentazione di convincersi di non aver bisogno del resto del mondo.
Il mondo affiora alla coscienza soprattutto come impaccio, disordine e, dall'11 settembre in poi, come minaccia (gli unici paesi di cui si discute nel testo sono quelli che creano qualche disturbo o problema agli Stati Uniti). Per questo, le diffuse affermazioni generiche di buona volontà («La leadership di una coalizione richiede chiarezza nelle priorità, un riconoscimento degli interessi altrui, e regolari consultazioni fra partner in spirito di umiltà.») tendono ad essere contraddittorie, affermando umiltà mentre ribadiscono il primato: i fedeli alleati e partner, Gran Bretagna o Italia, contano tanto poco che non sono nominati neanche una volta. Perciò, il fatto che il coinvolgimento è ormai inevitabile non viene colto come un'«occasione» ma come un rischio di nuova vulnerabilità. Il penultimo capoverso del documento:
Oggi la distinzione fra affari interni e affari esteri diminuisce. In un mondo globalizzato, eventi al di fuori dei confini dell'America hanno un impatto maggiore al suo interno. La nostra società deve essere più aperta a persone, idee e merci da tutto il globo. La caratteristiche a cui più teniamo – la nostra libertà, le nostre città, i nostri sistemi di movimento, e la vita moderna – sono vulnerabili al terrorismo.
Per questo, con tutta umiltà, gli Stati Uniti si riservano di fare da soli: «Nell'esercitare la nostra leadership, rispetteremo i valori, i giudizi e gli interessi dei nostri amici e partner. Tuttavia, siamo pronti ad agire separatamente quando i nostri interessi e le nostre uniche responsabilità lo richiedono». Ora, gli interessi riguardano noi stessi, le responsabilità sono verso gli altri: come stanno insieme, al di là del ritmo ipnotico dei bilanciamenti binari, le responsabilità globali e i nostri interessi particolari? Gli Stati Uniti sono convinti che i loro interessi siano gli interessi del mondo intero, o\e si preparano a fare i propri interessi affermando che lo fanno per senso di responsabilità verso gli altri.
In ogni caso, non è questione di ipocrisia: è molto forte negli Stati Uniti la convinzione che i propri interessi coincidano con gli interessi generali perché è forte la sensazione che fra sé e il mondo non esista un confine, una distinzione. «La causa della nostra Nazione è sempre stata più vasta [larger] della sua difesa», dice un altro dei discorsi di Bush citati nel documento. Un valore ideale (la «causa», la missione) è formulato in termini spaziali («vasta»). Fin dall'inizio, gli Stati Uniti si definiscono in termini di costante espansione, fino a convincersi che la propria democrazia era resa possibile appunto dal fatto di non avere una frontiera chiusa ma una linea mobile in espansione costante (Frederick Jackson Turner, 1893). Ne deriva una ambiguità profonda del concetto stesso di America: che, come nota ancora Bercovitch, designa fin dalla fondazione tanto uno spazio geografico delimitato (`Stati Uniti') quanto un'idea che si vuole universale e che quindi non ha confini (`America').
La sensaizone di vulnerabilità come effetto dell'apertura è dunque il rovesciamento dell'idea di frontiera mobile. Se l'America non aveva confini che la contenessero, adesso rischia di non avere confini che la proteggano. Perciò, in questo documento, gli Stati Uniti devono darsi confini il più possibile protetti; dall'altro, l'America identifica i sue confini (le sue «responsabilità») col mondo intero.
I nostri nemici hanno dichiarato apertamente che stanno cercando di dotarsi di armi di distruzione di massa, e le prove indicano che lo stanno facendo con determinazione. Gli Stati Uniti non permetteranno che questi tentativi abbiano successo. Costruiremo difese contro i missili balistici e altri mezzi di invio. Collaboreremo con ogni altra nazione per negare, contenere e limitare i tentativi dei nostri nemici di acquisire tecnologie pericolose. E, per una questione di buon senso e autodifesa, l'America agirà contro queste minacce prima che siano pienamente costituite.
Gli Stati Uniti costruiscono difese, negano, contengono, limitano; l'America agisce preventivamente verso l'esterno. Il doppio livello si ripete: Usa\America, sicurezza nazionale\internazionalismo, protezione\espansione, valori (America)\interessi (Stati Uniti). «La strategia di sicurezza nazionale degli Usa si baserà su uno specifico internazionalismo americano che riflette l'unione fra i nostri valori e i nostri interessi nazionali.» Ne deriva un'altra contraddizione.
Oggi, gli Stati Uniti godono di una posizione di forza militare senza pari [unparalleled] e di grande influenza economica e politica. Coerentemente con la nostra tradizione e i nostri principi, non usiamo la nostra forza per ottenere un vantaggio unilaterale. Cerchiamo invece di creare un equilibrio di potere (balance of power), che favorisca la libertà umana.
Ora, balance è un concetto simmetrico, unparalleled è la negazione della simmetria. Come si fa a creare un equilibrio di potere senza rinunciare alla soverchiante potenza? Pure, il rapporto paradossale fra forza superiore e potere equilibrato è ripetuto continuamente: «Nella nostra disponibilità a usare la nostra forza per difenderci e per difendere altri, gli Stati Uniti dimostrano la decisione di conservare un equilibrio di potere che favorisca la libertà» (fra l'altro, la balance of power all'inizio del documento è qualcosa da creare, ma alla fine del testo è diventata qualcosa da mantenere, e che quindi esisterebbe già). Che cosa significa equilibrio di potere lo spiega la penultima pagina:
Metteremo in atto tutte le azioni necessarie per assicurarci che i nostri sforzi per essere all'altezza dei nostri impegni di sicurezza globale e di proteggere gli americani non siano impediti dal potenziale di investigazione, inchiesta o prosecuzione da parte del Tribunale penale internazionale, la cui giurisdizione non si applica agli americani e non è accettata da noi.
Anche qui, non è solo questione di arroganza immediata (gli `Stati canaglia' «non mostrano alcun rispetto per il diritto internazionale»; ma gli Stati Uniti da questo diritto si chiamano fuori). Soprattutto, c'è un'idea di libertà, implicita nel verbo `impair' (che si applica alle menomazioni fisiche ed evoca impacci, vincoli e lacciuoli): libertà come assenza totale di vincoli, che detta le regole ma non le sopporta: «Nessuna dottrina può anticipare tutte le circostanze in cui l'azione diretta o indiretta da parte degli Stati Uniti sia giusta e necessaria»: agiremo dove, come e quando vogliamo.
Proprietà morale Fin dalle prime righe il documento propone una politica economica come valore morale:
Le grandi lotte del ventesimo secolo fra la libertà [liberty] e il totalitarismo si sono concluse con una decisiva vittoria delle forze della libertà – e con un unico modello sostenibile di successo per le nazioni: libertà, democrazia e libera iniziativa.
Altrove:
L'America deve prendere fermamente posizione a sostegno delle richieste non negoziabili di dignità umana: lo Stato di diritto; limiti al potere assoluto dello Stato; libertà di parola; libertà religiosa; giustizia uguale per tutti; rispetto per le donne; tolleranza etnica e religiosa; e rispetto per la proprietà privata.
L'economia di mercato è un valore morale e un modello unico, libertà commerciale e proprietà privata sono sullo stesso piano dei diritti umani fondamentali.
Il concetto di libero mercato è nato come principio morale prima ancora che come pilastro dell'economia. Se tu fai qualcosa che ha valore per gli altri, devi avere la possibilità di venderla. Se gli altri fanno qualcosa che ha valore per te, devi essere in grado di comprarla. È questa la verà libertà, la libertà che permette alle persone e alle nazioni di guadagnarsi da vivere.
La figura verbale dello scambio (il chiasmo) regge la figura ideologica dello scambio di merci. L'efficacia retorica però non riesce a coprire il semplicismo dell'affermazione: l'unica relazione economica possibile è la compravendita, tutto quello che ha un `valore' è merce, in un `libero mercato' trasparente e senza mediazioni. Eppure: se qualcuno fa qualcosa che ha valore per me (per esempio: una cura per l'Aids) e io non ho i mezzi per comprarmela, che ne è della mia libertà?
Torniamo all'inizio: «Dovunque, le persone vogliono dire quello che pensano; scegliere chi le governa; praticare la religione che vogliono; istruire i loro figli, maschi e femmine; possedere proprietà; e godere dei frutti del loro lavoro». Ma non aveva detto Marx che la sottrazione di una quota di questi frutti è intrinseca al modo di produzione capitalistico? In questo libero mercato ideale, chi misura quali sono i frutti di cui chi lavora ha diritto di godere? Il documento offre una visione intenzionalmente semplicistica dei rapporti economici, come se il mondo fosse quella società paritaria di piccoli proprietari indipendenti che vagheggiava Thomas Jefferson e che fu spazzata via prima ancora di esistere dalla logica dell'accumulazione capitalistica negli stessi Stati Uniti.
La Colt e il precog Veniamo infine al cuore del documento: la guerra preventiva. Quando i suoi nemici cominciano ad armarsi, «l'America agirà contro queste minacce prima che siano pienamente formate». «Scompagineremo e distruggeremo le organizzazioni terroristiche […] difendendo gli Stati Uniti, il popolo americano e i nostri interessi in patria e all'estero, identificando e distruggendo la minaccia prima che arrivi ai nostri confini»; «dobbiamo individuare la minaccia e difenderci da essa prima che sia scatenata».
Gli Stati Uniti si sforzano costantemente di raccogliere il sostegno della comunità internazionale, ma non esiteremo ad agire da soli, se necessario, per esercitare il nostro diritto di autodifesa, agendo preventivamente contro questi terroristi, per impedirgli di danneggiare il nostro popolo e il nostro paese.
«Da secoli – dice il documento – il diritto internazionale riconosce che le nazioni non sono tenute a subire un attacco prima di poter legittimamente agire per difendersi da forze che costituiscono un pericolo imminente di attacco […] in genere, una visibile mobilitazione di eserciti, flotte, forze aeree che si preparano ad attaccare.» Il concetto di «minaccia imminente» tuttavia va cambiato: «Gli Stati canaglia e i terroristi non cercano di attaccarci con mezzi convenzionali. Sanno che questi attacchi fallirebbero. Invece, contano su atti terroristici e, potenzialmente, sull'uso delle armi di distruzione di massa – armi che si possono nascondere e portare a bersaglio facilmente e senza preavviso».
Lo scivolamento semantico, da `pericolo imminente' (già difficile da definire) a pericolo `potenziale', significa che non c'è più bisogno che il nemico faccia o cerchi di fare qualcosa per essere soggetto ad azione preventiva. Basta che sia in grado di farlo, che ne abbia l'intenzione, che possa averne l'intenzione in futuro. D'ora in avanti, la reazione verrà prima dell'azione Vorrei chiudere allora con una breve storia letteraria di questo passaggio da pericolo imminente a pericolo potenziale e del relativo capovolgimento dell'ordine cronologico fra azione e reazione.
C'è una scena in The Deerslayer di James Fenimore Cooper (1841) in cui l'indiano nei cespugli punta il fucile sull'eroe; ma questi si volta e lo batte sul tempo: «alzare il cane e puntare furono gesti di un solo attimo e un solo movimento […] tanto rapidi furono i suoi movimenti che ambedue i combattenti fecero fuoco nello stesso istante». In un saggio del 1975 sulla frontiera americana, Beniamino Placido identificava in questo episodio la «scena primaria» del western: l'eroe ha il diritto di sparare perché è stato l'altro a muoversi per primo, e vince per la sua superiore bravura (`la pistola più veloce del West'). La reazione comincia dopo la provocazione ma i suoi effetti arrivano prima; la prevenzione sta nell'abilità e velocità dell'eroe.
Le cose si complicano in Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain, 1886. Lo Yankee trapiantato in missione civilizzatrice nel sesto secolo deve battersi in torneo contro il cavaliere Sir Sagramor.
La lunga lama di Sir Sagramor descriveva una curva luminosa nell'aria, e vederlo venire era uno spettacolo splendido. Io non mi mossi. Lui avanzò… Non mi mossi finché questa tonante apparizione non fu arrivata a quindici passi da me; poi tirai fuori una revolver dalla fondina, ci fu un lampo e un tuono, e il revolver era tornato nella fondina prima che chiunque potesse rendersi conto di che era successo.
Anche qui, l'eroe si muove solo dopo che l'altro l'aggredisce; ma non vince per la sua superiore abilità, bensì per la superiorità delle sue armi. In modo autenticamente pre-fordista, l'abilità manuale si sposta dall'operatore umano al macchinario tecnologico. La prevenzione è incorporata nella superiore rapidità delle armi di cui dispone.
Mark Twain qualche dubbio ce l'aveva: il romanzo, iniziato in lode della civiltà tecnologica, finisce con una catastrofe tecnologica. Più di un secolo dopo, nei Predatori dell'arca perduta, le perplessità sono svanite: quando Indiana Jones fredda a pistolettate l'arabo che rotea la scimitarra, quello che viene messo in evidenza non è solo la superiore rapidità delle armi occidentali, ma soprattutto il conflitto fra una ritualità orientale che pretende di fare del duello un fatto estetico, e la razionalità occidentale che punta direttamente al risultato. Lo scontro tecnologico è scontro di civiltà: non solo le armi dell'eroe ma anche i suoi processi mentali sono più veloci dell'avversario.
Il passo seguente riguarda proprio i processi mentali: il racconto di Philip K. Dick, The Minority Report (1956), e il film Minority Report di Steven Spielberg (2002) narrano infatti di una prevenzione che ha luogo tutta nella mente. I `precognitivi' hanno la capacità di prevedere un delitto non solo prima che il potenziale assassino lo commetta, ma addirittura prima che ne abbia l'intenzione. In un'America sconvolta da crimini non pre-vedibili, o non pre-visti – l'11 settembre, la strage di Columbine, lo sniper di Washington – tanto da buttare a mare quel fondamento della sua civiltà che è l'habeas corpus, il passaggio da minaccia imminente a minaccia potenziale arriva alle estreme conseguenze: la reazione non precede solo l'esito dell'aggresisone ma il suo stesso concepimento. Nella teoria della guerra preventiva come nello Homeland Security Act si tratta di reagire prima che l'altro agisca, muoversi prima che l'habeas corpus si materializzi, arrestare o bombardare chi non ha fatto niente ma potrebbe avere l'intenzione di farlo.
«Gli occhi della nazione ora sono su di noi», dice il capo all'eroe di Minority Report: «Se il Precrime fosse iniziato sei mesi prima, la perdita che avete subito si sarebbe evitata». «La storia – dice il Documento sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti – giudicherà duramente coloro che hanno visto l'avvicinarsi di questo pericolo ma non hanno agito. Nel nuovo mondo in cui siamo entrati, l'unica via alla sicurezza è la via dell'azione.» A questo punto (la seconda pagina) il documento governativo parla ancora di vedere un pericolo che si avvicina (coming danger), come l'arabo con la scimitarra dell'Arca Perduta o il cavaliere con lo spadone di Mark Twain, e quindi è già in atto. A mano a mano nel testo si scivola da coming danger a pericolo non ancora formato ma solo previsto: da James Fenimore Cooper a Steven Spielberg in un documento solo.
Nel racconto di Dick su tutto questo si esprimono perplessità che nel film di Spielberg rischiano di venire sommerse dall'azione e dai sentimenti ma sono ancora percepibili: siamo sicuri che il futuro andrà come noi prevediamo? I tre `precog' di Dick vedono tre futuri diversi, e in almeno uno l'omicidio non avverrà. Per agire preventivamente, dunque, bisogna sopprimere il rapporto di minoranza, l'altro futuro possibile. «L'America parla con una voce sola» (America speaks with one voice), ha detto Bush il 7 ottobre a Cincinnati. Le voci – persino la Cia – che hanno dubbi sull'imminenza del pericolo iracheno e sull'opportunità di una guerra preventiva sono rapporti di minoranza, di cui non è possibile tenere conto. The National Security Strategy of the United State è un rapporto di maggioranza che pre-conosce un futuro unico, e potrebbe finire per determinarlo.


note:
1  The National Security Strategy of the United States è il discorso pronunciato il 17 settembre 2002 da Bush al Congresso Usa, in cui il Presidente presenta la filosofia della sua Amministrazione sulla strategia di difesa e sui rapporti internazionali. Tutte le citazioni presenti in questo saggio sono relative a questo testo, che è possibile leggere sul sito della Casa Bianca (www.whitehouse.gov) e, tradotto in italiano, su «Liberazione» del 10 ottobre 2002 (NdRM).
2  Penso a due articoli pubblicati su «Internazionale» del 4 ottobre scorso, n. 457: Pionieri scalzi di Peter Coles e Gli eroi del fai da te di Padma Tata, entrambi dal «New Scientist».


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