numero  33  novembre 2002 Sommario

Crisi industriale e lotta operaia

COME SEMPRE I METALMECCANICI
Giorgio Cremaschi  

1.Era nell'aria. Prima, durante e dopo lo sciopero generale della Cgil si è scatenata la campagna per il ritorno a casa del sindacato prodigo. La Confindustria e le aree centriste del governo, i loro corrispettivi nello schieramento di centro-sinistra, i grandi giornali `indipendenti', paiono tutti convergere verso lo stesso obiettivo. Ricostruire subito l'unità sindacale. Se si dovesse ragionare con vecchi schemi classisti, questa convergenza consociativa verso questo obiettivo dovrebbe renderlo un poco sospetto. Dal momento però che certi modi di pensare non sono più attuali, proviamo a ragionare concretamente sugli spazi che ha oggi la ricostruzione di una unità concertativa del sindacalismo confederale italiano.
L'eccezionale mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle piazze il 18 ottobre peserà sia sulla situazione economico-sociale del paese, sia sull'evoluzione politica.
Prima di tutto lo sciopero è stato una risposta al totale fallimento del Patto per l'Italia e della politica economica del governo, e per questo anche un grande moto di solidarietà con i lavoratori della Fiat.
2. La crisi della Fiat viene da lontano, da un progressivo logoramento di tutto il sistema industriale del nostro paese, cominciato negli anni ottanta e acceleratosi vorticosamente con le politiche di risanamento finanziario e privatizzazione, attuate dai governi di centro-sinistra. L'Italia – oramai lo notano quasi tutti, ma fino a pochi mesi fa questa denuncia era riservata a piccoli gruppi di massimalisti e conservatori – ha perso progressivamente la grande impresa e l'industria di qualità. Non c'è più l'industria chimica, quella farmaceutica, delle telecomunicazioni, dell'informatica, dell'automazione industriale, in grado di presentarsi ai livelli medio-alti della competizione. Dopo lo smantellamento della Olivetti e la sua trasformazione in finanziaria, restava solo la Fiat come grande impresa di dimensioni multinazionali. Negli ultimi 4, 5 anni le politiche di diversificazione finanziaria della proprietà, l'accordo con GM, fatto già con l'intenzione di vendere l'auto, l'assenza di politiche adeguate di investimenti sia sull'innovazione, sia anche sulla pura competizione di qualità, hanno portato l'azienda al collasso.
Ora tutti paiono stupiti di quanto avvenuto e sono persino in corso autocritiche retrospettive sulla mancata cessione dell'Alfa Romeo alla Ford. In realtà, senza una revisione del modello di politica economica e industriale che si è affermato in questi anni sull'onda dei princìpi liberisti, tali autocritiche servono a coprire la continuità di un'impostazione che ha portato al disastro. Paradossalmente, c'è più attenzione a possibili innovazioni, anche per ragioni non proprio nobili, da parte della destra, ove si parla di possibilità dell'intervento pubblico. Il centro sinistra, invece che accettare questo terreno e proporre semmai programmi e obiettivi che evitino la pura socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, si abbarbica al rigorismo liberista. Addirittura augurandosi l'accelerazione dell'accordo con la General Motors, che non potrebbe che portare allo smantellamento di ciò che resta della produzione dell'auto in Italia.
La crisi industriale sta rapidamente volgendo verso una nuova ondata di chiusure di stabilimenti e di licenziamenti, essa mostra la debolezza strategica di una struttura produttiva fondata sulla piccola impresa e sul decentramento produttivo, il tanto esaltato `modello NordEst'. Quel modello non è in grado di reggere lo sviluppo complessivo del paese; e il vuoto che si crea con la crisi terminale della grande impresa viene solo parzialmente colmato dalle nuove precarietà. Il modello di sviluppo italiano assomiglia così a quello di un'Argentina ricca: dominato dalle multinazionali e dalla speculazione finanziaria, fondato sul consumo di prodotti fatti altrove, mentre la manifattura viene riservata alle piccole imprese del decentramento. Un sistema strutturalmente debole, che è punto di arrivo di anni di dissennatezza e che potrebbe essere messo in discussione solo da un progetto complessivo di politica industriale ed economica alternativo al liberismo.
3. Il primo punto su cui si misurerà la spinta del 18 ottobre sarà proprio sulla sua capacità di fermare il degrado industriale e quindi di opporsi ai licenziamenti e alla chiusura delle fabbriche.
Il fallimento del progetto populista e liberista di Berlusconi riapre il confronto tra gli industriali. L'insofferenza del mondo delle imprese per le scelte di D'Amato è oramai a livello dell'epidermide; da qui il tentativo esplicito di ricostruire il clima della concertazione e quello di riallacciare i rapporti con la Cgil.
Non è chiaro quali possano essere i contenuti di questa rinnovata politica concertativa, visto che gran parte delle critiche degli industriali al governo vengono da destra rispetto alle sue ultime scelte. Nella sostanza si tratterebbe di rifinanziare l'impresa tagliando definitivamente le pensioni e ciò che resta dello stato sociale. Pare difficile che si possa costruire su queste basi un nuovo patto sociale. Ma a questo puntano le imprese e su questo spera una parte del centro-sinistra, nonché tutto il vasto sommerso centrista della maggioranza di governo, ove, specularmente, si apre la stessa divaricazione tra `duri' e `molli'.
Come ci è già capitato di scrivere sulla «rivista», non è pensabile una politica di concertazione che non abbia come sponda una convergenza verso un quadro politico di unità nazionale. Le forze moderate del centro-sinistra sono sollecitate dalla crisi industriale (e da quella della politica di D'Amato) a tentare un grande patto che isoli Berlusconi. Sull'altro fronte, le forze centriste sperano nell'assorbimento in un più vasto schieramento conservatore all'europea di tutte le forze moderate. Con il conseguente taglio delle ali radicali su entrambi i fronti. Al di là della velleità di questi disegni, che saltano ideologicamente la particolare composizione e leadership del centro-destra, essi comunque hanno un punto in comune. Portare al tavolo concertativo una Cgil che si sia liberata dell'impronta di Sergio Cofferati. Però trasformare i desideri in risultati può essere complesso, visto che si tratterebbe di superare il governo attuale.
In ogni caso è evidente che la situazione economico-sociale rimanda alla crisi politica, la quale a sua volta interagisce con quella dell'economia. Se non sarà la guerra a risolvere il tutto, come sotto sotto da alcune parti si auspica, dobbiamo attenderci una lunga fase di incertezza e fibrillazione. In questo contesto alla Cgil si chiederà di farsi carico della crisi e di rinunciare a una dimensione generale della propria iniziativa, in maniera da disturbare il meno possibile i tanti manovratori che si stanno adoperando sullo scenario politico.
4. L'altro versante dell'offensiva moderata sulla Cgil è quello dei contratti. Qui la pressione più forte è naturalmente sui metalmeccanici. Ad essi, cioè alla Fiom, si chiede di rinunciare alle posizioni sostenute in quest'ultimo anno e mezzo, per realizzare la piattaforma unitaria. La crisi della Fiat viene utilizzata paradossalmente non come elemento di riflessione sulle politiche industriali del lavoro, ma come occasione del rilancio della lotta unitaria. Così si esaltano da parte dei Ds e di «Repubblica» gli scioperi unitari dei metalmeccanici contro la chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese e di Arese. E si dimentica che alla base di quegli scioperi c'è quella richiesta di intervento pubblico sulla crisi del gruppo, che Ds e «Repubblica» respingono.
È bene ricordare che le diversità tra i sindacati dei metalmeccanici vertono su tre questioni di fondo, che nessuna spregiudicatezza politicista può saltare. La prima riguarda il salario e la struttura contrattuale e si è già manifestata nell'accordo separato del luglio 2001. Per la Fiom il contratto nazionale deve essere il principale strumento di tutela e incremento delle retribuzioni. Per Fim e Uilm invece si deve andare ad una sorta di devolution contrattuale, verso la fabbrica e il territorio, rafforzata da un sistema parastatale di enti bilaterali che governi il mercato del lavoro. La seconda divaricazione strategica riguarda tutti gli aspetti della precarietà. Qui si registrano radicali divergenze, che si sono tradotte in uno stillicidio di accordi separati sulle ristrutturazioni e sui licenziamenti, tra i quali l'ultimo alla Fiat. In realtà, per Cisl e Uil il Patto per l'Italia è davvero la base di una nuova politica di concessioni e di scambi sulla flessibilità: e solo Francesco Rutelli può pensare che quell'accordo separato non ci sia più.
Ma le differenze sull'impostazione contrattuale e sulla lotta alla precarietà rimandano al terzo punto nel quale si divaricano le prospettive sindacali: la concezione stessa dell'organizzazione e del suo rapporto con i lavoratori. Non a caso la rottura tra Fiom, Fim e Uilm, prima ancora che sui contenuti è sulla democrazia. Torna nella crisi dell'unità sindacale l'antica contrapposizione tra la concezione del sindacato come espressione `dei soci' e quella del sindacato rappresentanza generale dei lavoratori. Per questo, a meno di non pretendere una pura e semplice abiura da parte della Fiom, la costruzione di una piattaforma unitaria è oggi impossibile. Potrebbero spostarsi gli altri sindacati, ma non lo faranno fino a che avranno la sensazione che le pressioni politiche e le nuove avances confindustriali possano portare la Cgil e la Fiom a Canossa. Solo la continuità della lotta, rendendo impraticabile una svolta moderata nella Cgil, può aprire la strada ad una nuova stagione unitaria.
Le strette che si preparano sul fisco e sullo Stato sociale, il preannunciato nuovo attacco alle pensioni, ripropongono le stesse alternative che troviamo nella crisi industriale e nei contratti. Si tratta di sapere se si opera per una soluzione neocentrista che comporti nuove forme di liberismo temperato, oppure se si lavora per una alternativa alle politiche liberiste in tutte le loro varie versioni.
La questione dell'unità sindacale è dunque paradigma e cartina di tornasole delle scelte politiche. Lo schieramento moderato del centro-sinistra, che proprio nella fase di massima mobilitazione politica e sociale, dai girotondi allo sciopero, ha compiuto lo strappo sulla guerra e ha accentuato la rottura a sinistra, punta, per consolidarsi, a realizzare lo stesso obiettivo sul terreno sindacale. Per questo le pressioni sulla Cgil sono continue e le critiche a Cisl e Uil inesistenti. Non si vuole semplicemente l'unità, ma un'unità moderata, supporto di una corrispondente svolta sul piano politico. Viceversa un'unità sindacale, che nascesse sulla continuità del movimento e come revisione delle politiche moderate di Cisl e Uil, sarebbe un vero e proprio ostacolo per questo disegno.
Riuscirà la Cgil a reggere questa pressione moderata, che si organizzerà anche al suo interno? Molto dipenderà dalla coerenza e dalla continuità con la quale si affronteranno le vertenze e le scadenze dei prossimi mesi. L'intervento pubblico sulla Fiat, il rigore nelle politiche contrattuali, la pratica della democrazia nel rapporto con i lavoratori saranno i punti cardine sui quali passerà l'accelerazione positiva del rinnovamento del sindacato, oppure il suo riflusso moderato.


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