Dopo un decennio di erosione
QUANTO COSTANO I BASSI SALARI?
Maurizio Zenezini
1. La stagnazione dei salari in Italia
C'è in Italia, da quasi un decennio, una questione salariale. Sergio Levrero e Antonella Stirati (sul numero di ottobre 2002 della «Rivista del manifesto») ne hanno tracciato il segno generale: sostanziale stagnazione dei guadagni reali dei lavoratori dipendenti, spostamento della distribuzione del reddito verso i profitti. È vero che la fase di tendenziale riduzione della quota salari inizia in Italia intorno al 1980, ma negli anni novanta è proseguita con decise accelerazioni di passo 1. L'evidenza dovrebbe fare impressione: tra il 1996 e il 2001 le retribuzioni reali lorde per unità di lavoro dipendente nell'industria in senso stretto sono aumentate del 3,6%, la produttività del lavoro del 7%, esattamente il doppio (dati Banca d'Italia). Ma nel quinquennio 1991-1996 il ristagno dei salari era stato ancora più accentuato, tanto che il Governatore della Banca d'Italia dovette riconoscere che nel 1995 la quota dei profitti aveva raggiunto un massimo storico 2.
Alla fine dei conti, nel 2001 le retribuzioni reali lorde superavano quelle di dieci anni prima di appena cinque punti percentuali, mentre la produttività del lavoro era cresciuta del 24%. Le retribuzioni nette reali erano – invece – nel 2000 inferiori a quelle di dieci anni prima. La crescita dei salari reali non ha brillato in quasi nessuno dei paesi europei nell'ultimo decennio; e nell'ultimo triennio i salari reali nell'area dell'euro sono rimasti al palo. Negli ultimi anni, sono i tre maggiori paesi dell'area dell'euro che presentano la peggiore performance salariale (Tab. 1), ma nel lungo periodo lo svantaggio relativo dei lavoratori dell'industria italiana emerge piuttosto chiaramente 3. Per farla breve, mai, nell'ultimo mezzo secolo di storia italiana, i guadagni dei lavoratori dipendenti avevano subito un così ruvido e persistente schiacciamento.
Non si comprendono questi sviluppi, se non li si inquadrano nell'ormai decennale sbandamento della politica economica dei paesi dell'Unione europea, che riflette, come ha ancora poco tempo fa ricordato Jean Paul Fitoussi (su «la Repubblica» del 30 agosto 2002), la dogmatica ostinazione con cui si è perseguito il rovesciamento tra traguardi intermedi e obiettivi finali. La parità monetaria e il pareggio di bilancio sono progressivamente diventati gli obiettivi finali, mentre la crescita, l'occupazione e il reddito dei lavoratori sono diventate le leve per conseguirli. Se questo giudizio è fondato, è irrealistico immaginare una inversione nella tendenza dei salari reali, senza mettere in discussione le condizioni di fondo che li hanno imbrigliati ed in particolare le politiche macro-economiche, il regime di regolazione salariale e il degrado della struttura produttiva.
2. Le conseguenze distributive delle politiche macro-economiche
Si sfida forse il perbenismo delle politiche macro-economiche europee dell'ultimo decennio, non certo il buon senso, se si riconosce che l'inflazione a tassi molto contenuti non rappresenta in ogni circostanza un ovvio beneficio per la collettività.
Se infatti l'inflazione elevata è una patologia, che richiede decise azioni di contrasto, non ha vero fondamento l'idea che l'inflazione al 2% (l'obiettivo statutario della Banca centrale europea) – o addirittura la stabilità dei prezzi – sia sempre preferibile ad un tasso di inflazione moderatamente più elevato. Nessuno studio serio ha potuto dimostrare che un tasso d'inflazione superiore al 2%, ma al di sotto del 10%, ostacoli la crescita macro-economica4. Del resto, alcune Banche centrali (ad esempio quella d'Inghilterra o quella australiana) hanno obiettivi di inflazione meno rigidi di quello della Banca centrale europea, mentre la Riserva federale degli Stati Uniti addirittura rifiuta per statuto di restringere la sua azione al solo controllo della inflazione. La Banca centrale europea, invece, come ha ricordato Joseph Stiglitz, nel 2001 «reagì con stizza infantile alle naturali preoccupazioni per l'aumento della disoccupazione»5. Oggi sappiamo che affrontare l'inflazione moderata con politiche aggressivamente antinflazionistiche non solo ha rilevanti costi sociali, come ha drammaticamente dimostrato la disastrosa politica della Banca centrale del Giappone6, ma comporta conseguenze distributive a svantaggio del lavoro e dei redditi inferiori7. Basti pensare, ad esempio, che in Italia i salari contrattuali reali sono diminuiti per quattro anni nella fase di intensa disinflazione tra il 1993 e il 1996. Quanto alle politiche di bilancio, dobbiamo non solo ribadire che esse sono piuttosto la causa che la soluzione del problema della bassa crescita europea, ma anche, e soprattutto, che le politiche di forte consolidamento fiscale hanno contribuito alla generale stagnazione dei salari e hanno prodotto documentati effetti regressivi sulla distribuzione del reddito8. In Francia, Italia e Germania si è avuto un netto spostamento del reddito a favore dei profitti nella fase di avvicinamento a Maastricht (1993-1998), mentre nello stesso periodo la quota profitti è diminuita nel Regno Unito9. Che i governi dei tre maggiori paesi europei abbiano per il momento rinunciato all'obiettivo del pareggio di bilancio per il 2003 non è tanto un segnale di ragionevolezza, quanto piuttosto l'affannoso riconoscimento di una impossibilità.
3. Gli ingranaggi della stagnazione dei salari
Le europolitiche macro-economiche hanno disegnato il profilo di crescita dell'economia italiana, ma i loro effetti si sono concretati nel mercato del lavoro forzando i dispositivi di regolazione dei salari e premendo sulle politiche del lavoro.
a. La regolazione dei salari. La stagnazione salariale è maturata in un contesto in cui la dinamica del costo del lavoro ha giocato un ruolo residuale nella determinazione dei profili dell'inflazione. Nel quinquennio 1996-2001 i prezzi di produzione industriali sono aumentati di oltre nove punti percentuali, mentre il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato di poco più di tre punti. Comprendiamo la natura dell'attuale regime inflazionistico rammentando che nel 2000, nonostante l'invarianza del costo del lavoro per unità di prodotto nell'industria al netto delle costruzioni, i prezzi di produzione industriali sono aumentati di oltre il 6%. L'anno seguente, i prezzi di produzione rallentano anche se i costi unitari del lavoro aumentano lievemente. La strategia di prezzo delle imprese appare dunque sistematicamente orientata da un lato a cogliere le occasioni offerte dai mercati di sbocco, soprattutto esteri, e dall'altro a rispondere prontamente agli impulsi dei costi non di lavoro. Nel medio-lungo periodo, come abbiamo sottolineato, questa strategia è riuscita ad esercitare una forte azione di contrasto sulla capacità dei lavoratori di appropriarsi dei guadagni di produttività, ma, come vedremo, non ha avuto successo sul fronte della posizione competitiva italiana. Per tracciare il profilo tendenziale dei salari reali, possiamo distinguere alcune partizioni nell'ormai quasi decennale percorso avviato con il protocollo del luglio 1993. Nella prima fase, la disinflazione dei prezzi risultò nettamente meno accentuata della disinflazione dei salari monetari e le variazioni delle retribuzioni contrattuali furono costantemente inferiori a quelle dei prezzi (Tab. 2). Nella seconda fase, dalla fine del 1996 alla fine del 1999, le retribuzioni contrattuali crescono un po' più rapidamente dei prezzi, ma nella fase più recente, tra il 2000 e il 2002, i salari contrattuali crescono di nuovo meno dell'inflazione effettiva. La Tab. 2 mostra molto chiaramente che l'indicizzazione in avanti sull'inflazione programmata (e non, come era prima del 1993, sulla inflazione passata) si è rivelata, nel contesto italiano, un efficace meccanismo per tenere a bada i salari reali contrattuali. Valga rammentare, a questo proposito, che i contratti siglati nel luglio 2001 nel settore metalmeccanico prevedevano incrementi intorno al 2% delle retribuzioni contrattuali per il 2001-2002, quando a febbraio 2002 le previsioni degli operatori professionali censiti da Consensus Forecasts indicavano un'inflazione per il 2002 ancora pari all'1,9%10. Con un tasso d'inflazione che ad agosto, su base annuale, superava già il 2,4%, l'insistenza del governo su aspettative implausibilmente ottimistiche per l'inflazione del 2003 chiarisce che, in questo caso, sbagliare le previsioni non è un errore, bensì una politica11.
In ogni caso, anche dando per scontato che nelle circostanze attuali i salari contrattuali debbano diminuire quando l'inflazione programmata è inferiore a quella realizzata (ma non è inevitabile che sia così), la diminuzione dei salari effettivi, come è avvenuto nell'industria tra il 1993 e il 1996 (in un periodo di recupero della produttività), o la loro stagnazione nel biennio 2000-2001 (Tab. 2), denunciano la fragilità del modello di regolazione salariale emerso dopo il 1993: di fatto, nel quinquennio 1996-2001, le retribuzioni effettive nominali sono aumentate appena di due punti oltre quelle contrattuali, meno di mezzo punto all'anno (in un periodo in cui, per di più, sono aumentati gli orari individuali)12. Dobbiamo dunque concludere che la contrattazione di secondo livello e la diffusione delle pratiche di partecipazione ai risultati aziendali non hanno compensato il declino della contrattazione centralizzata, non sono sempre riuscite ad agganciare i guadagni alla dinamica dell'inflazione effettiva, hanno spinto verso un ampliamento dei differenziali salariali (anche tra Nord e Sud) e, nel lungo periodo, non sono riuscite a mordere nei guadagni di produttività 13.
Vale infine la pena rammentare che anche gli effetti positivi di talune misure fiscali a favore del lavoro sono stati, in qualche misura, depotenziati dall'azione del mercato. Basti pensare alle meritorie innovazioni nel sistema fiscale che, tra il 1996 e il 1997, hanno contribuito a ridurre il cuneo fiscale a carico del lavoro, favorendo, in prospettiva, la dinamica dei redditi netti. Ebbene, nel quadriennio 1998-2001, in cui hanno cominciato ad agire gli effetti di quegli interventi, la crescita delle retribuzioni lorde per persona nel settore privato ha subito una drastica decelerazione (nei dati Ocse le retribuzioni lorde diminuiscono in termini reali)14. È come se il mercato si sia ripreso quel che la politica tentava di concedere.
b. Le politiche del lavoro. La crescita dell'occupazione degli ultimi anni viene talvolta presentata come una prova che le robuste iniezioni di flessibilità hanno cominciato a dare i loro frutti 15. È vero, l'occupazione è aumentata, ma si tratta di aumenti che in larga misura hanno rimpiazzato le perdite degli anni precedenti. Di fatto, tra il 1995 e il 2000 l'occupazione totale in Italia non cresce più in fretta che nel quinquennio pre-crisi 1987-1991, e in ogni caso è chiamata a fare i conti con la distruzione di un milione di posti tra il 1992 e il 1995. Nel 2001 c'era sì un milione di donne occupate in più rispetto al 1993, tutte nei servizi, ma il livello dell'occupazione maschile non cambia, e la crescita dell'occupazione totale riesce appena a tenere invariati i non alti tassi di occupazione dei primi anni novanta. Per comprendere davvero il significato delle politiche del lavoro, serve piuttosto ribadire che nell'esperienza italiana esse hanno contribuito a destrutturare la contrattazione collettiva e hanno perciò funzionato, nella sostanza, come una modalità di gestione delle politiche salariali, e semmai solo residualmente come uno strumento di politica occupazionale 16. Numerosi studi per diversi paesi Ocse hanno effettivamente documentato che la diffusione di forme di lavoro flessibili contribuisce a spingere verso il basso la dinamica generale delle paghe 17. In questa direzione, il recente Libro Bianco del ministro del Welfare, come ha spiegato Vittorio Rieser (sulla «Rivista del manifesto», settembre 2002), fissa le tendenze del decennio trascorso, innestandovi un disegno di relazioni industriali e di politiche della flessibilità, che punta con decisione e senza infingimenti a dare una definitiva spallata alla regolazione collettiva dei contratti salariali18.
4. Il degrado della crescita
Nella seconda metà degli anni novanta la crescita della produttività dell'area Euro ha subito un netto rallentamento. Nel periodo 1996-2000 la produttività del lavoro nel settore privato è aumentata ad un tasso annuo di poco superiore ad un punto percentuale, contro l'1,5% del decennio precedente, mentre nell'ultimo biennio – 2001-2002 – la produttività ha un profilo quasi piatto. Anche se la risalita dell'occupazione fornisce una spiegazione contabilmente ovvia, ma parziale, il degrado della produttività ha natura strutturale, come suggeriscono alcune stime recenti della dinamica della `produttività totale'. Come mostra la Tab. 3, i tassi di variazione della produttività totale (o `produttività totale dei fattori'), che forniscono una misura sintetica del ritmo del progresso tecnico, sono drasticamente diminuiti in Germania, Italia e Olanda nella seconda metà degli anni novanta rispetto alla prima, nonostante la bolla della New Economy (in Francia i tassi di crescita sono rimasti mediocri per tutto il decennio). In Italia, la contrazione è particolarmente vistosa, ed è confermata da altri studi19.
Vi sono fattori generali all'origine della cattiva performance produttiva dei maggiori paesi europei, ma in Italia sembrano avere agito con intensità particolare. Deludente è stato l'andamento delle già basse spese in ricerca e sviluppo (in diminuzione come percentuale del Pil nella seconda metà degli anni novanta), e il sistema-paese sconta la perdita di peso delle grandi imprese, mentre l'attività innovativa è spesso ripiegata sull'obiettivo di dribblare i costi a scapito di più solide strategie di penetrazione dei mercati. E, poi, l'ostinazione sulla competitività a buon mercato e il progressivo affaticamento di un modello produttivo che ha finito per esaurire i margini di manovra offerti dallo sfilacciamento delle relazioni industriali e dalla facilità di gestione dei rapporti contrattuali 20.
Tutto questo si è riflesso sulla posizione competitiva dell'economia italiana, come mostrano i dati raccolti nella Tab. 4. Tutti i paesi della Tab. 4, ad eccezione di Spagna e Irlanda, perdono quote di mercato nell'ultimo quinquennio, anche quelli che riescono a conseguire guadagni di competitività. Si trae l'implicita conclusione che – anche se la mediocre crescita dei salari può avere in taluni casi favorito guadagni di competitività – questi non si sono poi tradotti in migliori performances nei mercati di sbocco.
Il caso dell'Italia, nel panorama europeo, appare francamente imbarazzante: le quote di mercato sono andate perdute e i guadagni di competitività degli anni della svalutazione della lira sono stati in seguito integralmente erosi, nonostante la flessibilità dei salari. Insomma: non si fanno i miracoli pagando male la gente, i bassi salari non sono garanzia di competitività, né questa è garanzia di successo commerciale. E, infatti, dopo un decennio di moderazione salariale, le attuali difficoltà dei settori dell'industria leggera del made in Italy e la grave crisi della Fiat sono indizi convergenti di un medesimo rischio di sistema: cresciuto nel tempo, mette oggi l'economia italiana di fronte alla prospettiva di finire nella serie C dell'economia planetaria 21.
5. Conclusioni
Nella Teoria Generale Keynes sosteneva che fosse una sciocchezza preferire la flessibilità dei salari alla flessibilità della moneta, ma la storia europea degli ultimi anni ha mostrato che una simile preferenza è diventata un orientamento diffuso, un elemento di clima politico. Si alimenta, tuttavia, un equivoco quando si presenta la moderazione salariale come il fattore che avrebbe permesso il raggiungimento dell'equilibrio macro-economico, favorendo il processo di disinflazione e il rispetto dei vincoli del bilancio pubblico (anche se è comprensibile che i sindacati desiderino presentare la stagnazione dei salari come il meritorio fondamento di una politica non partigiana). Di fatto, la stagnazione salariale è emersa come una opzione senza vere alternative, in un contesto in cui la flessibilità del mercato del lavoro ha finito per diventare il bersaglio degli urti macro-economici, data la rinuncia ad usare i tradizionali strumenti di politica economica e dato il degrado quantitativo e qualitativo del profilo di crescita.
Per finire. Non è agevole stabilire quanta parte della stagnazione salariale sia attribuibile alla moderazione negoziata nel mercato politico attraverso le pratiche neo-corporatiste dei Patti sociali, quanta alle insufficienze della contrattazione di secondo livello, quanta alla corrosiva pressione dei contratti di lavoro non standard, quanta all'opportunismo delle politiche di prezzo delle imprese e quanta, infine, al carattere asfittico del crescita, ma l'esito della miscela è oggi chiaro.
zenezini@univ.trieste.it
note:
1 Oecd, Economic Surveys. Euro Area, maggio 2001.
2 Banca d'Italia, Considerazioni finali. Relazione annuale sul 1995.
3 I dati che utilizzo in questa nota non sono sempre perfettamente confrontabili e le fonti sono diverse, ma il quadro d'assieme non dipende dai dettagli statistici.
4 J. Kirshner, The Political Economy of Low Inflation, «Journal of Economic Surveys», 2001.
5 J. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2002, p. 44.
6 Anche l'«Economist» (28 settembre – 4 ottobre 2002) è oggi convinto che l'inflazione non sia tutto e riferisce che nei prossimi anni, se le Banche centrali insisteranno nel perseguire obiettivi antinflazionistici troppo restrittivi, altri paesi faranno compagnia al Giappone nella trappola della liquidità.
7 La teoria monetaria, come le religioni, ha una versione per il pubblico generale e una per i chierici. Al primo si spiega che la bassa inflazione è un bene di tutti e per questo è desiderabile una Banca centrale indipendente dai metodi bruschi, ma la ricerca accademica ha recentemente riconosciuto che le politiche di bassa inflazione perseguite dalle Banche centrali riflettono essenzialmente l'azione dei gruppi di interesse legati ai settori finanziari. In un importante lavoro dell'economista di Harvard (ora al Fondo monetario) K. Rogoff si poteva leggere che un banchiere centrale può avere un incentivo a mantenere l'inflazione bassa, perché, in questo modo, egli può aumentare il proprio prestigio nella comunità finanziaria, «e quindi godere di una remunerazione superiore una volta ritornato al settore privato» (The Optimal Degree of Committment to an Intermediate Monetary Target, «Quarterly Journal of Economics», 1985). Un argomento di questo genere è considerato appena un ammiccamento malizioso in un lavoro accademico, ma ha naturalmente suscitato scandalo quando è stato esposto da Stiglitz (con nomi!) per un pubblico generale (La globalizazione, cit.., p. 18. Lo stesso Rogoff ha invitato Stiglitz a ritirare il libro!).
8 A. Zaghini, The Economic Policy of Fiscal Consolidations: the European Experience, Banca d'Italia, «Temi di discussione», giugno 1999.
9 Oecd, Economic Outlook, giugno 2002, p. 8.
10 Banca d'Italia, Bollettino economico, marzo 2002.
11 Ancora nel giugno di quest'anno l'Economic Outlook dell'Ocse sottostimava il tasso d'inflazione per il 2002.
12 A partire dal 1994, gli orari pro-capite nella manifattura hanno costantemente superato i livelli del periodo 1989-1993 (Banca d'Italia, Relazione annuale sul 2001. Appendice).
13 Il declino della contrattazione centralizzata non ha aperto spazi ad una più intensa contrattazione collettiva a livello aziendale, bensì piuttosto ad una crescente diffusione di politiche retributive discrezionali delle imprese. (F. Rossi, P. Sestito, Contrattazione aziendale, struttura negoziale e determinazione decentrata del salario, «Rivista di Politica Economica», ottobre-novembre 2000.)
14 Oecd, Economic Outlook, giugno 2002. Secondo questa fonte, le retribuzioni nominali per persona nel settore privato crescono al tasso medio annuo dell'1,8% nel 1998-2001 (3,8% nel quadriennio precedente), meno del tasso d'inflazione effettivo.
15 T. Treu, Politiche del lavoro. Insegnamenti di un decennio, Bologna, 2001, pp. 31 sgg.
16 Si è registrata una crescita relativa delle occupazioni a tempo indeterminato nel 2001, ma nella seconda metà del decennio scorso il 90% della creazione di posti ha riguardo posizioni contrattuali atipiche (Istat, Rapporto annuale 2001).
17 Oecd, Employment Outlook, giugno 2002, pp. 141 sgg. Il tasso di occupazione maschile era nel 2001 pari al 68,1%, contro il 68,2% del 1993, mentre i tassi femminili erano rispettivamente del 41,1% e del 35,8% (Istat, Rapporto annuale 2001).
18 Già il documento Blair-D'Alema presentato all'eurovertice di Lisbona (Welfare-to-Work and the Fight Against Long Term Unemployment, febbraio 2000) raccomandava di estendere la decentralizzazione della contrattazione per spingere sulla flessibilità dei salari e di precarizzare l'occupazione pubblica, per incoraggiare le persone ad accettare lavori scadenti nel settore privato.
19 A. Brandolini, P. Cipollone, Multifactor Productivity and Labour Quality in Italy, 1981-2000, Banca d'Italia, «Temi di discussione», ottobre 2001. In questo studio, la crescita della produttività totale nell'industria italiana nel periodo 1996-2000 è stimata tre o quattro volte inferiore a quella dei precedenti quindici anni. (Le variazioni della `produttività totale dei fattori' non sono una misura del progresso tecnico esente da rilievi critici, ma i dati raccolti nella tab. 3 servono ugualmente a tracciare le tendenze di fondo).
20 Il vistoso aumento dei tassi di turnover nella manifattura italiana nel corso degli anni novanta ha generato un rumore di fondo nelle relazioni lavorative, che ha sacrificato la crescita di lungo periodo della produttività.
21 Lo teme Luciano Gallino di fronte alla Tragedia dell'auto nazionale (vedi «la Repubblica», 9/10/2002).
22 Il tasso di cambio reale tiene conto dell'andamento del cambio nominale e dei prezzi di un paese relativamente all'insieme dei paesi concorrenti: in questo caso si tratta dei prezzi dei beni esportati.