numero  33  novembre 2002 Sommario

Germania

SCHRÖDER DOPO IL VOTO
Hermann Scheer  

Le elezioni la Spd questa volta le ha vinte grazie alla ex Repubblica democratica tedesca, un territorio in cui – sin dalla caduta del Muro – non era mai riuscita a prendere realmente piede, mentre in queste elezioni è diventato la sola zona del paese dove è avanzata. La socialdemocrazia ha, infatti, ulteriormente perduto nelle regioni a tradizione cristiana, in Baviera addirittura l'8% dei voti, nel Baden Wurtemberg, il 3%.
Ha perduto anche nella `Emilia tedesca', la roccaforte rossa del Nord Renania Vestfalia, l'antico bacino industriale della Ruhr, da tempo ormai riconvertito all'informatica: il 3%. E ha solo tenuto nel resto del Nord, le città anseatiche, la Bassa Sassonia e l'Assia. Se, insomma, non ci fossero stati gli ossies, la Spd non avrebbe mai potuto strappare quei 6.000 voti che le hanno consentito il sorpasso della Cdu e il contenimento della perdita complessiva entro il piccolo margine del 2,4%.
Ad indurre il diseredato popolo della ex Rdt a votare per la Spd è stata senza dubbio la paura che la vittoria di Stoiber avrebbe sradicato il tuttora forte welfare tedesco, di cui all'Est hanno assai più bisogno che ad Ovest. E di conseguenza a penalizzare a tale fine, in nome del voto utile, il più amato dei partiti, anzi quasi un sindacato delle popolazioni orientali, la Pds.
Lo scenario non era questo ancora all'inizio di agosto, dove, anzi, c'era piuttosto qualche socialdemocratico illuminato, che ipotizzava di votare tatticamente Pds, in quanto, se questo partito non avesse raggiunto il quorum e non fosse di conseguenza entrato nel Bundestag, la sua quota di seggi sarebbe stata devoluta in maggioranza al partito al momento ritenuto vincente, la Cdu. Poi, dopo metà agosto, l'inversione di tendenza e via via il riaprirsi della prospettiva di una maggioranza rosso-verde. Che dunque diventava la potenziale beneficiaria dei seggi perduti dalla Pds. L'ipotesi di un sostegno, sia pure dall'esterno, ad un governo Schröder minoritario da parte di una Pds rappresentata in Parlamento non appariva, infatti, convincente ai più, che considerano tuttora non maturi i tempi per una simile alleanza.
E così l'ipotesi più temuta è diventata quella della grande coalizione rosso-nera. Di qui, in nome di questo rischio, molti hanno cercato di influire sul risultato diversificando, come spesso è avvenuto in passato per altri partiti, il proprio voto (in Germania ognuno ne ha due). E però, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato, conservando il voto per il proprio partito a livello di circoscrizione (dove si vota col sistema uninominale), e optando invece per la lista Spd nel voto proporzionale. La decisa presa di posizione del cancelliere contro la guerra all'Irak ha poi sciolto ulteriormente le remore, rimuovendo la barriera ideologica.
A parte questa novità, il voto del 22 settembre ha dimostrato ancora una volta quanto gli orientamenti politici restino sostanzialmente stabili e sempre più determinati, in Germania, dalla geografia, e cioè dalle tradizioni culturali di un dato territorio più che dalle scelte di classe. In Baviera, Land bigotto e conservatore, la Cdu-Csu ottiene addirittura il 58% dei voti, e dunque anche quelli di una larga parte della sua classe operaia. E così accade, sia pure in misura minore, nel Baden Wuertemberg, dove i cristiano-sociali staccano di ben 10 punti i rossi, nonostante Stoccarda sia una delle principali concentrazioni industriali.
Analogamente, al Nord è la socialdemocrazia che resta maggioritaria, come da sempre.
Diverso il discorso per i Verdi che, essendo partito relativamente nuovo, si spandono in modo più uniforme sul territorio, ad eccezione che all'Est, dove la gente non ha vissuto la stagione gloriosa del movimento ecologista.
Questo non vuol dire, naturalmente, che il nocciolo della classe operaia, soprattutto quella più anziana, non resti – come è sempre stato – saldamente socialdemocratico. Ed è per questo che il nodo del welfare è così centrale per la politica del governo Schröder. E al centro del welfare in Germania è la questione dei sussidi di disoccupazione, molto elevati sia per i vecchi lavoratori che per i giovani all'ingresso del mercato del lavoro. Sono tali sussidi che, spesso combinati con il lavoro nero, hanno costituito un formidabile ammortizzatore sociale per i più di quattro milioni di senza lavoro. Ma il costo di questa provvidenza è ormai risultato insostenibile. La Cdu reagisce proponendo di tagliare drasticamente, la Spd si è sforzata di avanzare una proposta di soluzione `da sinistra', quella suggerita dalla commissione Hartz, il membro sindacale della presidenza della Volkswagen. Ad agosto essa ha proposto di costituire dei `jobs service centers', vale a dire delle agenzie pubbliche, che reperiscono lavori anche saltuari presso privati o lavori socialmente utili, che i disoccupati dovrebbero accettare in cambio della garanzia che il sussidio verrà conservato integro, quale che sia l'entità del lavoro effettivamente svolto. È una proposta ora in discussione coi sindacati; ma essa è generalmente piaciuta perché molti avvertono l'impossibilità di salvaguardare la situazione esistente e si rendono conto che il welfare verrà in un modo o nell'altro riformato: e che cambia parecchio se questo lo fa la sinistra o la destra.
Anche questo è stato uno dei fattori che hanno orientato molti potenziali astenuti verso il voto per la maggioranza rosso verde; così come la scoperta, in seguito all'alluvione, di quante fossero state le misure pratiche in campo ecologico assunte dal governo e quanto utili. E come la Cdu le avesse tutte combattute.
C'è da chiedersi, e molti se lo chiedono, se la svolta a sinistra che indubbiamente c'è stata da parte di Schröder nell'ultima fase sopravviverà anche ora, passate le elezioni. È difficile prevederlo, perché una delle qualità dell'uomo è certamente quella di saper fiutare gli umori della società e di interpretarli, non quella di proporsi di creare un preciso orientamento. In questi mesi la società tedesca ha spinto verso sinistra, ma non è detto che tale tendenza resista e non si faccia disorientare dalle tante tempeste mondiali. C'è dunque da chiedersi soprattutto chi orienta la società, quali movimenti, quali valori, quali forze. E qui emerge la debolezza della società tedesca degli ultimi anni, rimasta estranea o quasi ai grandi moti pacifisti e anti-global che hanno invece animato, ad esempio, l'Italia, sempre più passivizzata, preda dei mass media. Bisognerebbe che il partito socialdemocratico riconquistasse il suo tradizionale rapporto con la società, rivitalizzasse le sue radici. Non è così, per ora, e il rischio già visibile è che tutto ricominci come prima, la politica ridotta alle conferenze stampa e ai giochi di Palazzo. È, anche questo, un problema non solo tedesco, che spinge a domandarsi se i grandi partiti tradizionali del movimento operaio possano esser salvati dal processo di burocratizzazione che li sta paralizzando. Così restando le cose, l'appena riconfermato governo rosso-verde è destinato nei prossimi quattro anni ad oscillare e perciò a non raggiungere stabilità.
La maggiore speranza sta nei sindacati che, sebbene afflitti dagli stessi mali, hanno mostrato recentemente di saper reagire, anche assumendo posizioni assai critiche nei confronti del governo e del partito. Sulla loro iniziativa pesano indubbiamente le difficoltà dell'economia, anche se non c'è una particolare crisi tedesca, più grave che altrove in Europa, se non per via del grave peso rappresentato dai 50 miliardi di euro annui devoluti all'Est, non per investimenti, ma per garantire la sopravvivenza dell'apparato amministrativo. Quanto alla capacità di rispettare o meno il patto europeo di stabilità è opinione corrente in Germania che non ci riuscirà nessuno e che fra non molto resterà carta straccia.
Ciò che può radicalizzare la società tedesca è soprattutto la questione Iraq. È difficile che Schröder receda dalla sua scelta e, poiché le pressioni degli alleati saranno certo pesantissime, sarà lui stesso ad aver bisogno di favorire movimenti che lo sostengano.
Infine: cosa accadrà degli altri partiti di sinistra. Non credo alla morte della Pds. Altri partiti, i verdi stessi o i liberali sono stati dati più volte per morti quando – ed è capitato, per una tornata – non sono riusciti ad entrare nel Bundestag. E invece sono sempre rinati. È vero tuttavia che, nell'ambito di questo partito, sempre più aspro si fa il conflitto fra le due correnti, quella che insiste per una forte differenziazione e dunque una radicalizzazione che porti alla chiusura delle esperienze di governo comune già attuate in alcuni lander dell'Est; e quella che invece sempre più appare omologa alla sinistra Spd. In particolare fra i giovani è difficile distinguere oramai i militanti dell'uno e dell'altro partito. Potrebbe aprirsi anche l'ipotesi di una qualche forma di integrazione.
Quanto ai verdi hanno ritrovato una loro ragion d'essere e ne sembrano ringalluzziti: la riscoperta della loro anima originaria, quella ecologica, di cui Joskha Fischer si era per quattro anni dimenticato. Per ricordarsene solo nell'ultimo mese. Anche lui dopo l'alluvione.


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