numero  33  novembre 2002 Sommario

Per fermare la strage in Palestina

UN MANDATO INTERNAZIONALE
Zvi Schuldiner  

1.Negli ultimi tre mesi si è visibilmente ridotto il numero di attacchi terroristici palestinesi nelle città israeliane. E questo dà l'impressione che si stia determinando una situazione di grande tranquillità, almeno per ciò che riguarda l'iniziativa diplomatica e l'attenzione dei media internazionali. Sembrerebbe che all'improvviso fossero scomparsi i problemi. Questo è completamente sbagliato e riflette idee stereotipate e razziste – tanto in Israele quanto in tutto l'Occidente – sul valore della vita dei palestinesi, su quanto succede ad essi ogni giorno, sulla continuazione della guerra e sull'occupazione: e questa volta al riparo dall'opinione pubblica. Sono poche le vittime del terrore indiscriminato contro gli israeliani negli ultimi mesi, ma sono molti i palestinesi innocenti che hanno pagato con le loro vite per il terrore indiscriminato che usano le forze israeliane contro la popolazione palestinese.
Qualche volta è un `pericoloso criminale palestinese ricercato' la vittima dell'attacco militare e non pochi tra i suoi vicini pagano con le loro vite, altre volte si tratta di `uno spiacevole errore', altre ancora è qualche colono israeliano non identificato – e nemmeno mai ricercato –, che decide di `fare giustizia' o di impedire che un palestinese lavori questa terra così contesa. Ma il risultato è che ogni giorno muoiono dei palestinesi innocenti per mano delle forze israeliane, che godono di una piena libertà d'azione da parte del loro comando, un comando che non mette nessun freno agli eccessi dei quali è vittima la popolazione palestinese.
Si tratta di una occupazione brutale, che è peggiore ogni giorno che passa, ma che ora gode anche del silenzio, dell'apatia o della preoccupazione per l'ormai quasi certa guerra contro l'Iraq. È, invece, necessario che tutti sappiano, che si risveglino e facciano sentire la loro voce: tre milioni di palestinesi si trovano, infatti, in un immenso carcere.
Carcere? Anche nelle peggiori carceri ci sono delle regole, che vengono rispettate. Ma nel carcere immenso dell'occupazione non ci sono regole, non c'è castigo per i comportamenti criminali del carceriere, qualsiasi crimine commetta. L'esercito si permette di chiudere completamente gli occhi, di fronte al vandalismo organizzato, tollerato e autorizzato dei suoi soldati.
Uno dei comandanti dell'esercito israeliano nella zona Sud si permette di parlare della cultura della violenza e della vendetta tra i palestinesi. La sua indecente argomentazione proto-fascista la si ascolta come una tragica farsa quando sono tanti i palestinesi `morti per errore' o per il fatto di trovarsi vicini a un `terrorista' o sospettato di terrorismo o considerato terrorista per errore. Il colonnello Ziv parla della spregevole cultura della violenza e della vendetta dei palestinesi, mentre questi devono seppellire quotidianamente i propri morti innocenti.
Quante settimane sono passate da quando la gloriosa Forza aerea lanciò una bomba di una tonnellata e 17 innocenti pagarono con le loro vite la liquidazione di un leader di Hammas? Quanti bambini sono morti sotto la giurisdizione delle forze di Ziv `per una bomba lanciata per errore' sulla strada di una scuola? Quanti, poi, morirono per errore perché dormivano nel loro fazzoletto di terra o lavoravano il proprio campo, ma sembrarono ai soldati dei pericolosi terroristi o si trovavano in un luogo dal quale si supponeva che sarebbero passati i terroristi?
Il saccheggio e i morti sono un fenomeno comune nella vita brutale dell'occupazione; e solo pochi soldati sono stati condannati a pene irrisorie in alcuni rari casi, in cui si è riconosciuto il furto di bottini di guerra.
Ma chi sarà castigato per la distruzione sistematica di ogni traccia di organizzazione civile palestinese? Finora nessuno. Nel migliore dei casi `si è aperta un'indagine'. E ora, uno stupido colonnello israeliano parla della cultura della violenza e della vendetta dei palestinesi. I colti soldati del popolo eletto invadono Ramallah, distruggono tutti i computer nel ministero palestinese della Cultura e per accentuare e mettere in evidenza la loro presenza civilizzatrice e insegnare ai bruti palestinesi una lezione non si limitano a distruggere le macchine e i documenti. Vogliono educare i barbari; e per questo non usano i bagni e cacano sulle fotocopiatrici e sui rottami dei computer.
Tutti sanno. E tutti tacciono. Tutto è permesso nella routine dell'occupazione e ormai quasi nessuno è vigile e sono poche le voci che si oppongono. Mentre le voci del pacifismo israeliano e palestinese non hanno nessuna eco sui media.
Tanti innocenti uccisi sono una routine quotidiana. Tanti feriti, sono una routine quotidiana. Signora, vuole andare all'ospedale per partorire? Cerchi allora di convincere questo soldatino, al posto di blocco che sta sul tragitto! E, se le fa perdere molto tempo, partorisca per strada! E, se suo figlio muore, non è una cosa terribile; perché sicuramente sarebbe diventato un terrorista, se fosse cresciuto. E il coordinatore militare israeliano dei territori occupati parla del 60% di disoccupati in Cisgiordania e dell'80% nella striscia di Gaza.
2. Tutto questo non è casuale. Tutto questo non è il frutto dei sentimenti di vendetta dei soldati. Si tratta, infatti, di una sistematizzazione della violenza e del vandalismo per reprimere tutto il popolo palestinese, per castigare tutti indiscriminatamente, credendo che questo ridimensionerà il terrorismo. O, peggio ancora: questa politica è destinata a trasformare la vita nei territori occupati in un vero inferno, che spinga i palestinesi ad andare via.
A Washington, in uno dei peggiori momenti della politica americana, il cow boy texano, ubriacato dall'odore del petrolio, prepara il grande golpe contro l'Iraq e Saddam Hussein. L'amico di ieri, il buon Saddam che aiutò, in passato, ad uccidere in modo così efficiente un milione di islamici negli anno '80 – con i gas e tutte le armi che ora sembrano orribili all'Occidente democratico – è il nemico di oggi. Ma ieri non è oggi. La guerra contro l'Iraq sarà un colpo formidabile a tutta la regione mediorientale e, in particolare, aprirà le porte a possibili crimini contro i palestinesi. Nel fragore della guerra, basterà qualche stupido fondamentalista islamico, che commetta un attentato con un numero notevole di morti israeliani. Questo permetterà di aprire una fase di violenze israeliane ancora maggiori.
Sì, che tutti se lo annotino nel libro infame di quelli che vogliono la guerra `sacrosanta' contro l'Iraq. Questa guerra sarà una grande occasione: e che tutti lo annotino bene e non si sorprendano né si pentano quando sarà ormai troppo tardi: la guerra potrà rappresentare anche una scusa per espellere non pochi palestinesi dalle loro case e dalle loro terre!
Alla testa del governo israeliano si trova Ariel Sharon. L'eroe di Kibia. Il generale responsabile della brutale repressione a Gaza agli inizi degli anni '70. Il ministro della Difesa della guerra del Libano. Il ministro della Difesa che ordina alle forze israeliane di aprire le porte di Sabra e Shatila alle falangi cristiane. Il leader dell'opposizione che sa che la provocatoria visita al Monte del Tempio, il monte delle moschee, lo aiuterà politicamente. Il primo ministro di un governo, che conta a suo carico una Intifada con un bilancio di più di 600 israeliani uccisi dal terrore fondamentalista e più di 1600 palestinesi assassinati dal contro-terrore fondamentalista dell'occupazione.
Continuare nel silenzio e nell'apatia davanti alla situazione attuale nei territori occupati è criminale. È urgente cominciare a sollecitare una forte iniziativa internazionale. Date le continue azioni israeliane, che hanno liquidato ogni possibilità di dialogo, dato che il governo di Sharon ha preso iniziative militari ogni volta che la regione si tranquillizzava un poco e dato che tre milioni di palestinesi si trovano sotto una violenta occupazione, i cui mali si accrescono ogni giorno, è urgente mobilitare forze a favore di passi che aiutino gli occupati e rendano possibile un futuro aperto alla trattativa.
3. In questi giorni, solo un contingente internazionale sotto la guida delle Nazioni Unite potrebbe aiutare a ristabilire un minimo di protezione per la popolazione palestinese. Un mandato internazionale sui territori occupati – mandato che obblighi alla ritirata le truppe israeliane – potrebbe aprire la porta a un vero negoziato.
Oggi si parla solo di imposizioni ai palestinesi e in nome della violenza gli si vuole imporre una farsa di `democrazia'. Democrazia controllata dai servizi segreti israeliani e dalla Cia!
Per promuovere una trattativa vera, che implichi che si arrivi a una pace che richieda la ritirata di Israele dai territori occupati nel 1967, si deve cominciare con una iniziativa urgente, capace di limitare i danni della situazione di oggi. Un mandato internazionale con proprie forze militari sarebbe una delle possibili – e forse delle migliori – forme per alleviare questa situazione insostenibile.


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