Gli arsenali di Stranamore
L'ATOMICA INTELLIGENTE
Angelo Baracca
1.La presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e l'eventualità incombente che Saddam Hussein ne sviluppi quantità ed efficienza fino a costituire una minaccia irreparabile per la nazione e i valori americani – che sono per definizione gli stessi dell'Occidente: «libertà, democrazia, libera impresa» –, un ostacolo mortale per «la nuova era di sviluppo globale garantito dal libero mercato e dalla libertà dei commerci», è – come è noto – l'argomento principe, ossessivamente ripetuto, che l'Amministrazione Bush (e, con poche e parziali eccezioni, la corte numerosa di governi capeggiata dal laburista Blair) ha messo alla base del programma di aggressione contro l'Iraq e della vera e propria eversione del diritto internazionale e della stessa Carta dell'Onu, perfezionata nella sua forma più solenne nella recente National Security Strategy of U.S. presentata il 17 settembre al Congresso 1.
Del molto controvertibile fondamento di questa motivazione soprattutto dopo le devastazioni di Desert Storm, anni di ispezioni Onu e gli effetti dei continui raid aerei; della responsabilità degli Usa (e di molti dei loro principali alleati) nella fornitura all'Iraq di Saddam di materiali e know how per i suoi tentativi di programmi nucleari bellici negli anni precedenti la prima Guerra del Golfo 2 e per la costruzione di armi chimiche e biologiche; del progetto di egemonia mondiale e di controllo delle risorse energetiche planetarie 3 che motivano molto più verosimilmente il progettato intervento armato in Iraq, si scrive da parte di fonti numerose e non sospette e si discute apertamente anche in circoli molto ufficiali degli stessi Usa. In questo articolo mi sembra utile concentrare l'attenzione piuttosto su una serie di dati noti in ambienti ristretti (o accuratamente minimizzati o taciuti) e di considerazioni che – rovesciando il senso pressoché plebiscitario della lettura corrente dei fatti da parte della maggioranza dei media – portano a ristabilire un quadro attendibile delle dimensioni e delle fonti dei rischi che minacciano il mondo.
2. È purtroppo vero che il rischio di una guerra nucleare e di uso di armi di sterminio, chimiche e batteriologiche, è effettivamente oggi più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda, ma esso non viene né da Saddam, né dai paesi dell'`asse del male' (i quali non si vede perché dovrebbero – qualora potessero – sferrare un attacco che certamente porterebbe alla loro cancellazione dalla carta geografica, destino che i progetti americani e dei loro alleati israeliani sembrano preparare all'Iraq). È invece proprio da Washington che viene il pericolo di una catastrofe planetaria innescata da un `attacco preventivo'. Lo prevede esplicitamente la Nuclear Posture Review trapelata a gennaio, e sono in corso di attuazione concrete misure militari per renderlo possibile.
Abbandonando il principio del `contenimento' e della `deterrenza', enunciato da Truman 50 anni fa, la `dottrina Bush', sancisce il diritto dell'unica superpotenza di intervenire militarmente a proprio insindacabile giudizio, ovunque, quando lo ritenga opportuno, e con qualunque mezzo. Il più tragico dei paradossi vedrebbe gli Stati Uniti sferrare un attacco nucleare per... prevenire l'improbabile eventualità che altri lancino armi di sterminio. D'altra parte, già nel 2000, Mosca ha varato una nuova Dottrina militare che, rovesciando la tradizionale opzione sovietica del no first use, consente una risposta nucleare anche a un attacco convenzionale che colga il paese in condizioni critiche4.
I progetti in corso, come vedremo, tendono tra l'altro a cancellare la distinzione tra guerra nucleare e guerra convenzionale, abbassando minacciosamente la soglia della prima. Il concetto stesso di `distruzioni di massa' nelle operazioni militari deve essere notevolmente esteso: infatti, la guerra nucleare (o almeno radioattiva) è già in corso con l'uso massiccio dei proiettili a uranio impoverito. Sembra chiaro che gli Stati Uniti hanno fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo 5 (dopo il Vietnam); infine i bombardamenti di impianti chimici civili, come è accaduto a Pancevo e Novi Sad in Serbia, producono effetti non molto diversi da quelli prodotti dall'uso massiccio di aggressivi chimici, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile e le generazioni future.
3. Occorre in primo luogo fare chiarezza – contro una battente campagna mediatica minimizzatrice – sulla consistenza e le prospettive degli arsenali, e sui programmi nucleari.
È vero che i trattati Start stavano conducendo alla riduzione quantitativa degli arsenali strategici russo e americano a circa un decimo (5.000-6.000 testate per parte) delle decine di migliaia che, ai tempi della Guerra Fredda, sostenevano la strategia della deterrenza e della mutua distruzione assicurata. Lo Start-2 avrebbe condotto a una ulteriore riduzione a 3.000-3.500 testate per parte nel 2007, se Mosca non lo avesse disdetto in risposta alla denuncia unilaterale da parte di Washington del trattato Abm (Anti-Ballistic Missile). Nel giugno scorso venne dato con grande battage mediatico l'annuncio dell'accordo Bush-Putin sulla riduzione del numero delle testate strategiche a 1.700-2.200 per parte. Si evitava di dire che lo `storico accordo' non era un trattato e che non prevedeva la distruzione delle testate rimosse. Sicché gli Usa conserverebbero alla fine 4600 testate (installate o immagazzinate), senza contare un numero imprecisato – tra 4.000 e 10.000 – di testate tattiche, per le quali non vige attualmente nessun trattato. Nell'Amministrazione circolavano proposte per ridurre le testate strategiche a non più di 1500 (ma, ovviamente, anche pressioni opposte); mentre Mosca sa bene che in futuro non potrà mantenere più di 1.000-1.500 testate operative.
Ma il punto veramente decisivo è un altro: gli Usa stanno rinnovando radicalmente il proprio arsenale strategico con testate nucleari nuove, più efficaci e pericolose. Nel folle bilancio militare del Pentagono 6 di più di 400 miliardi di $ (mld $), la spesa per le armi nucleari ha superato abbondantemente la spesa annuale media dei decenni della Guerra Fredda (3,7 mld $).
Sono infatti in corso mega-progetti per simulare i test nucleari e progettare nuove testate. Un progetto del costo complessivo di almeno 67 mld $ in 15 anni (4,5 mld $ all'anno: quasi il triplo del `Progetto Manhattan' 7, o del `Progetto Apollo') prevede la realizzazione di fantascientifici super-computer per la simulazione dei test: che per un computer ordinario richiederebbe 6,6 milioni di ore di calcolo. Il pretesto ufficiale è la verifica dell'operatività e della sicurezza dell'arsenale attuale, ma per tale scopo non è necessaria questa dimensione di risorse. Lo scorso anno l'Ibm ha realizzato per il governo il super-computer ASCI White (Advanced Strategic Computation Initiative) – 1000 volte più potente del suo predecessore Deep Blue che nel 1997 sconfisse il campione mondiale di scacchi Gary Kasparov – che è composto di 8192 microprocessori, pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il raffreddamento acqua quanto ne servirebbe per 765 abitazioni, ed esegue 12,3 trilioni di operazioni al secondo: ma la simulazione di un'esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede l'esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo.
Anche la Gran Bretagna sta lanciando un progetto analogo da 2 mld di sterline (= 3 mld $), per realizzare mini-testate tattiche da utilizzare preventivamente contro Stati non-nucleari o gruppi terroristici: un progetto che asseconda perfettamente la decisione di Bush del marzo scorso di realizzare nuove testate Low Yeld capaci di penetrare attraverso 300 metri di granito prima di esplodere e di distruggere bersagli nucleari profondi (precedentemente la legge proibiva ai laboratori nucleari militari di studiare testate di potenza inferiore ai 5 kilotoni).
Un altro progetto di Washington, la National Ignition Facility, sfonderà certamente il costo previsto di 1,2 mld $ per simulare nel 2003 (ma subirà ritardi) con 192 laser il calore generato da un'esplosione termonucleare. L'amministrazione ha poi avviato la progettazione di un impianto, che costerà da 2 a 4 mld $, per produrre detonatori al plutonio.
Andrebbe ricordato ai fautori nostrani di una ripresa del nucleare `civile' che esso si sostiene solo se si affianca a un sostanzioso programma militare: come mostrano la quasi bancarotta della società privata British Energy, che gestisce la metà delle centrali inglesi e i ripetuti scandali per l'incuria e per gli incidenti, regolarmente occultati del colosso elettrico giapponese.
4. In secondo luogo, aumentano le pressioni anche per la ripresa effettiva dei test nucleari sotterranei, ovviamente sempre a discrezione di Washington: che ormai – dopo la bocciatura del 1999, attribuita alla maggioranza repubblicana contro l'amministrazione Clinton – ha deciso di non ratificare mai il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt). Del resto si tenga presente che i contestati test nucleari di Chirac del 1995 nel Pacifico furono condotti anche per conto degli Stati Uniti (con i quali era stato stipulato un accordo segreto per lo scambio di dati) per sperimentare una testata a potenza variabile: così come i test indiani e pakistani del 1998 sperimentarono testate per conto rispettivamente di Israele e dell'Iran 8. Test effettivi potrebbero essere necessari per realizzare le testate Low Yeld.
Intanto Washington, Mosca, Pechino e Parigi conducono test nucleari sotterranei sub-critici (in cui cioè non si innesca effettivamente la reazione a catena): gli Usa ne hanno eseguito a oggi 18 in Nevada, a Los Alamos e al Livermore Laboratory, mentre il programma segreto Appaloosa prevede simulazioni a scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando plutonio-242 come surrogato del plutonio militare.
Preoccupata dal progetto dello scudo anti-missili, la Cina sta sviluppando indubbiamente programmi nucleari militari e missilistici: dietro la cattura nell'aprile 2001 dell'aereo spia americano EP-3E vi era la sorveglianza da parte degli Usa dei preparativi di un test cinese sub-critico nel poligono di Lop Noor, che poi venne effettuato. Alcuni anni fa Pechino comprò da Mosca i dispositivi di contenimento che si utilizzano per mascherare gli effetti sismici di un test. In Russia molti scienziati sono frustrati dal rispetto da parte di Mosca del bando dei test nucleari, proprio mentre Washington decide di non ratificare il Ctbt e rinnova il proprio arsenale; la percentuale del budget destinato allo sviluppo delle forze nucleari strategiche passerà dal 18 al 23-25%. Nel giugno scorso il ministro della Difesa, pur negando di volere riprendere i test, ha informato della decisione di mantenere le condizioni operative e di sviluppare le infrastrutture del poligono nucleare di Novaya Zemlya (destinato peraltro anche a deposito di scorie nucleari). Israele ha appena dotato di nuovi missili Cruise con testata nucleare (com'era ampiamente previsto) tre sommergibili convenzionali della classe Dolphin acquistati dalla Germania, aumentando così notevolmente il proprio potenziale offensivo. C'è da chiedersi con quale faccia le potenze nucleari potranno presentarsi alla scadenza del rinnovo del Trattato di Non-Proliferazione nel 2005, di fronte ai paesi non nucleari che nel 2000 accettarono il rinnovo con la clausola dell'impegno alla progressiva eliminazioni delle armi e del rischio nucleari.
Un'ulteriore fonte di tensione e di pericolo è costituito dal fatto che Washington perpetua l'atteggiamento della Guerra Fredda mantenendo più di 2000 testate strategiche costantemente in stato di allerta, pronte a partire in caso di allarme (Launch on Warning) su bersagli strategici in Russia (quasi 500 puntate sulla sola area di Mosca). Questo atteggiamento costringe la Russia e la Cina a fare altrettanto, mantenendo una tensione permanente e aumentando il rischio di una ritorsione nucleare per errore. Non solo l'arsenale strategico di Mosca è decrepito, ma anche l'intero sistema di allarme, radar e satelliti: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più, altri sono al termine della vita operativa, rendendo l'intero sistema `cieco' per una parte del giorno. I rischi che provengono dalla Russia originano più dalla sua debolezza che dalla sua forza.
5. In questo quadro le conseguenze della realizzazione dello scudo anti-missili saranno molto pesanti. Quando si parla (e non spesso) di questo scudo, i mezzi di `disinformazione' nostrani riportano i successi o gli insuccessi dei test della sola National Missile Defense (Nmd), composta di un sistema radar di allarme, basato largamente in Europa, e di missili basati a terra che devono intercettare le testate in arrivo, distinguerle dalle false testate e da altre esche, e distruggerle mediante killing Vehicles a impatto diretto. In realtà il sistema che gli Usa stanno sviluppando è enormemente più complesso e ambizioso (oltre che costoso): si tratta infatti di una difesa a più strati (Layered Missile Defense) composta di una molteplicità di sistemi anti-missile, per distruggere le testate attaccanti in più modi, i quali riprendono molti aspetti del progetto reaganiano delle `Guerre Stellari', e comportano una diretta militarizzazione dello spazio.
È forse opportuno ricordare brevemente che il volo di un missile balistico viene suddiviso in tre fasi: la fase di spinta (boost) – in cui i motori sono accesi –, la fase di volo inerziale fuori dagli strati densi dell'atmosfera, e la fase di rientro nell'atmosfera: durante la boost phase il missile sarebbe più facilmente intercettabile, ma i tempi sono brevissimi e occorrerebbe un sistema di allarme a ridosso del paese attaccante. Inoltre, i possibili attacchi non comprendono solo i missili intercontinentali, ma le testate destinate al campo di battaglia, i missili Cruise, ecc. Tutto questo non tiene, ovviamente, conto che lo scudo non serve a nulla per difendersi da attacchi terroristici, non meno micidiali, condotti in altri modi.
I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi di difesa missilistica: la Nmd è solo uno di almeno otto programmi principali che si stanno sperimentando 9. L'occhio vitale del sistema è costituito dal System-Low-the Missile-Warning e dai satelliti a raggi infrarossi per inseguire la traiettoria. La Marina ha due progetti: il Navy Area Theater Ballistic Missile Defense, e il Navy Theater Wide. Anche l'Esercito ha due progetti: il Thaad (Theater High Altitude Area Defense: un sistema basato a terra, che dovrebbe proteggere le truppe dislocate oltremare da missili di teatro), e il sistema Patriot Pac-3. Vi sono poi due progetti di laser dell'Aviazione: l'Airborne Laser (portato da un Boeing 747-400, dovrebbe distruggere i missili durante la salita, a una distanza di non più di 400 km) e lo Space Based Laser (basato invece nello spazio). I costi complessivi (probabilmente sottostimati, in particolare per le spese durante il ciclo di vita dei sistemi, valutato in circa 20 anni) superano – come mostra la Tab. 1 – la cifra astronomica di 115 mld $.
La Ballistic Missile Defense Organization (Bmdo) prevede la ricerca simultanea nelle varie aree. L'Amministrazione spinge per accelerare i progetti, in modo che alcuni possano divenire operativi prima della fine del mandato di Bush (2004), chiedendo al Congresso finanziamenti addizionali. I progetti sono soggetti a continua evoluzione. Il programma di difesa tattica della Marina Navy Area ha incontrato difficoltà tecniche e se ne prevede lo spiegamento con forte ritardo rispetto alla data prevista del dicembre 2003. La Thaad è prevista per il 2007, ma potrebbe venire anticipata di un anno o due 10. L'Airborne Laser è previsto per il 2008, ma potrebbe essere anticipato (notizie recenti riportano però che dovrà essere riprogettato, perché risulta troppo pesante). 5 o 10 intercettori della Nmd potrebbero essere dispiegati nel 2004 (sebbene fonti del Dipartimento di Stato denuncino ritardi), alcuni sistemi basati in mare potrebbero essere operativi nel 2005. La sperimentazione dello Space Based Laser è prevista nel 2012 e dovrebbe costare 4 mld $.
I progetti non finiscono qui. Ve ne sono infatti altri dell'Esercito: il Tactical High Energy Laser, la protezione mobile per le truppe Medium Extended Air Defense; poi ancora due programmi sviluppati per Israele: il programma Arrow di difesa di teatro (testato nelle manovre militari congiunte Usa-Israele-Turchia del 17 giugno 2001), e il laser anti-razzo. Bisogna aggiungere inoltre il sistema di satelliti di allarme Sbirs-High (solo per ricerca e sviluppo si prevedono 8,2 mld $, più 2,4 mld $ di supporto), la rete della Marina di gestione del campo Cooperative Engagement Capability, e diversi altri progetti collaterali. Se questi sono i progetti di difesa dai missili balistici, i militari denunciano la mancanza di difese dai missili Cruise (che, dicono, in futuro incorporeranno capacità stealth): ma si stanno sperimentando sistemi a questo scopo.
Il progetto di difesa antimissili comporta molte gravi conseguenze. In primo luogo, oltre all'uscita di Mosca dallo Start-2 (che consentirebbe tra l'altro la scappatoia di reinstallare testate multiple sui missili balistici), questo progetto sta già inducendo una proliferazione nucleare e missilistica: poiché infatti nessuna difesa di questo tipo può dare la completa sicurezza di distruggere le testate attaccanti, la contromisura più efficace di altri paesi consiste nell'attrezzarsi per saturarla, aumentando il numero di missili e di testate di un attacco. Sia Mosca che Pechino, oltre a sviluppare varie contromisure (false testate, esche, ecc.), testano nuovi missili balistici che possano ingannare le difese antimissili (veicoli di rientro manovrabili, ecc.).
Molteplici inconvenienti vengono denunciati anche all'interno degli Stati Uniti. Lo scienziato del Mit Ted Postol critica lo scudo antimissili ed è in accesa contrapposizione con l'Amministrazione: in un'intervista al «manifesto» (11.9.2001) evocava il pericolo che le testate colpite nella fase di spinta potrebbero cadere in Europa, in Canada o nell'America Centrale. Sul prestigioso «Bulletin of the Atomic Scientist» di settembre 2002, Geoffrey Forden denuncia il rischio che l'intercettazione di una testata con un laser potrebbe essere non meno disastrosa, con la differenza che le vittime sarebbero diverse da quelle previste se il missile andasse a bersaglio.
6. Il rischio principale risiede nel pericolosissimo carattere offensivo che assumerà l'intero sistema. Una delle paranoie americane consiste nel timore che la supremazia nello spazio sia destinata a essere compromessa nel prossimo futuro e che questo metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche per il futuro (Joint Vision 2010, SpaceCom 2020) vagheggiano di riconquistare l'egemonia nello spazio – che, secondo queste analisi, sarebbe compromessa – con un «dominio completo» del campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi punto del pianeta in pochi minuti (contro i 20-30 impiegati dai missili balistici). Nell'estate scorsa, nella Conferenza per il disarmo che si trascina stancamente a Ginevra, gli Stati Uniti hanno seccamente rifiutato la proposta avanzata dalla Russia e dalla Cina di discutere un nuovo trattato che limiti la militarizzazione dello spazio.
La `difesa' anti-missili sarà affiancata da tali sistemi d'arma offensivi, con una pericolosissima escalation nella militarizzazione dello spazio. Washington sta studiando un `bombardiere spaziale', cioè un `veicolo sub-orbitale' lanciato da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli attuali bombardieri, capace di distruggere da un'altezza di 60 miglia bersagli dall'altra parte del pianeta in 30 minuti: si tratterebbe di una ulteriore escalation, di un nuovo genere di guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l'uso massiccio di aerei e altri veicoli senza pilota (unmanned), sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche, alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.
Si profilano però altri allarmanti scenari della guerra tecnologica. Gli Usa hanno allo studio addirittura metodi per modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici. Mentre sono già stati collaudati nelle ultime guerre metodi di `cyber war', con i quali disturbare la rete di comando-controllo dell'esercito nemico, azzerare i computer della difesa aerea integrata, inserire messaggi ingannevoli (nella guerra dei Balcani, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati, è forse stata disturbata anche la rete telefonica). Secondo gli esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici, cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli stessi sistemi d'arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un missile Cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e ritorni sulla nave, o l'aereo, che lo ha lanciato), o riprodurre la voce di un presidente o comandante comunicando comandi suicidi alle truppe. Si pensa che 23 paesi possiedano capacità in questo campo e sono stati riportati attacchi di hackers alle reti informatiche di vari paesi, anche se ovviamente non è facile distinguere attacchi isolati da quelli organizzati da paesi nemici.
Il Pentagono, che chiama questo settore Information Warfare, aveva creato un centro e un comando militari, SpaceCom (Air Force Space Command), per gestire le forze di cyber-war, un Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa della rete informatica militare da minacce esterne, sia le azioni offensive. Ma recentemente è stata annunciata l'unificazione dei comandi SpaceCom e StartCom, responsabile delle forze nucleari strategiche, come passo inequivocabile per prepararsi a sferrare l'`attacco preventivo'.
7. La situazione non è certo migliore per quanto riguarda le altre armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche. Queste ultime costituiscono probabilmente il pericolo maggiore: tecniche di ingegneria genetica ormai standardizzate, sviluppate in particolare dalle multinazionali dell'alimentazione per produrre organismi geneticamente modificati, consentono ormai anche a un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente modesto di modificare il codice genetico di microrganismi normalmente ospiti innocui del corpo umano o di piante alimentari, in modo che essi producano tossine letali o nocive (gli Stati Uniti hanno condotto ripetuti attacchi a Cuba, danneggiando l'agricoltura e l'allevamento).
Il disarmo chimico e batteriologico è regolato da due distinte Convenzioni, la cui operatività attuale risulta però assai limitata. La responsabilità di questa situazione risale in larga misura agli Stati Uniti, i quali, mentre accusano i paesi dell'`asse del male' di sviluppare, detenere e progettare di utilizzare questi aggressivi, ostacolano o rifiutano in pratica le verifiche e le ispezioni, per proteggere i segreti industriali delle loro industrie chimiche e batteriologiche.
La Convenzione sulle armi chimiche, del 1997, è stata ratificata da 120 paesi, ma gli Stati Uniti si trovano in stato di violazione, poiché non hanno emanato la legislazione applicativa e il regolamento per le ispezioni; di conseguenza anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche. Difficilmente potrà essere rispettata la data del 2012 stabilita per l'eliminazione di questi aggressivi. Gli Stati Uniti dovrebbero aver distrutto circa un quarto (7000 tonnellate) del loro arsenale, mentre alla Russia mancano i fondi necessari per distruggere le 40.000 tonnellate del proprio arsenale (stoccato in 7 siti, cui gli esperti stranieri hanno accesso): recentemente Mosca ha addirittura minacciato di uscire dalla Convenzione sulle armi chimiche se non le verrà concessa una dilazione dei termini che questa prevede per l'eliminazione del proprio arsenale 11. Abbiamo ricordato che è molto probabile che Washington abbia fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo. Con l'arroganza imperiale che ormai li contraddistingue nei confronti di quasi tutti gli strumenti del diritto internazionale, poi, nell'aprile scorso hanno preteso il licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da direttore generale dell'Organizzazione per la proibizione della armi chimiche, a causa delle sue iniziative non concordate con Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l'Iraq ad aderire all'Organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina al suo posto del diplomatico argentino Pfirter, evidentemente più controllabile.
Ancora più grave è la situazione per la Convenzione sulle armi batteriologiche, che risale al 1972 e bandisce lo sviluppo, lo stoccaggio e la produzione di aggressivi batteriologici: sebbene sia stata ratificata da 144 paesi (comprese tutte le principali potenze militari), essa non contiene nessun meccanismo per le verifiche. Ma qui l'arroganza di Washington ha toccato uno dei punti più grotteschi. Mentre mostra i muscoli e inflessibilità per le verifiche in territorio iracheno, un anno fa ha seccamente rifiutato l'accordo faticosamente raggiunto a Ginevra dopo sette anni di trattative per arrivare a una bozza di Protocollo per le ispezioni, poiché «metterebbe a rischio la sicurezza nazionale e informazioni confidenziali», impegnandosi a ritornare al tavolo delle trattative con nuove proposte: l'appuntamento era fissato per novembre 2002, ma l'Amministrazione Bush ha comunicato ai suoi alleati che intende rinviare ulteriormente le discussioni fino alla prossima scadenza di revisione nel 2006 12. Recentemente è stata rivelata l'esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio segreto in cui, utilizzando le scoperte di ingegneria genetica, si producono agenti biologici letali: il pretesto è di effettuare simulazioni per ridurre la minaccia di questi agenti, ma è evidente che la loro produzione viola comunque la Convenzione del 1972. Del resto, anche la vicenda delle lettere all'antrace dopo l'11 settembre ha condotto ad una pista americana. L'arsenale russo di aggressivi batteriologici rimane invece l'area ancora più segreta: vi sono ancora tre centri di ricerca militari in cui gli osservatori stranieri non hanno mai messo piede; il governo sostiene di avere distrutto l'intero arsenale, ma i militari sospettano che esistano ancora consistenti colture.
La situazione è effettivamente gravissima e allarmante: la minaccia sembra addirittura superiore a quella che il mondo conobbe durante la crisi dei missili a Cuba, della quale cade ora l'anniversario. Ma la responsabilità del pericolo attuale ricade quasi interamente sulla iperpotenza imperiale che, a differenza del 1962, non trova una adeguata opposizione ai suoi piani egemonici: di fronte a questo rischio enorme, gravissima è la responsabilità degli altri governi, che rimangono subalterni o complici. Soprattutto colpisce la miopia dei governi dell'Unione europea, i quali non riescono neppure ad assumere una posizione chiara per arrestare la politica criminale di Sharon. Perfino Enrico Mattei aveva capito che verso i paesi arabi occorre una politica autonoma: per questo fu assassinato.
note:
1 Leggine ora la traduzione italiana integrale in «Liberazione», 13 ottobre 2002.
2 Che dietro il progetto nucleare di Saddam – bloccato nell'81 dal bombardamento israeliano di Tamouz e poi definitvamente disintegrato durante la prima Guerra del golfo – vi fosse, insieme a quello fondamentale della Francia, il ruolo degli Stati Uniti è confermato dal fatto che, appena dieci mesi prima dello scatenamento di Desert Storm, all'aeroporto di Londra furono intercettati 41 detonatori nucleari di costruzione statunitense destinati a Saddam. Ma sul ruolo di Washington nella proliferazione nucleare è d'obbligo rinviare a un saggio di eccezionale interesse di Dominique Lorentz, Affaires Nucléaires (Paris, Les Arènes, 2001), che riscrive la storia dell'ultimo mezzo secolo in tema di proliferazione nucleare (cfr. anche due recensioni sul fascicolo di ottobre 2002 di «Guerre e Pace», e sul fascicolo di maggio-agosto di «Giano»). Documenti ufficiali dell'Onu e il Comprehensive Test Ban Treaty riconoscono esplicitamente che ben 44 paesi «dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico» («Le Monde», 15.10.99; almeno i 35 paesi riportati in corsivo hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria, Argentina, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Colombia, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, India, Indonesia, Iran, Israele, Italia, Messico, Norvegia, Olanda, Pakistan, Peru, Polonia, Repubblica del Congo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Vietnam).
3 Dopo che per decenni ci è stato detto che le risorse petrolifere saranno sufficienti per decenni o secoli, risulta invece ormai chiaro che nel giro di pochi anni si raggiungerà il picco nel ritmo di estrazione del petrolio e del gas naturale, cui seguirà una progressiva e inarrestabile contrazione (ciò è dovuto al fatto che ben prima che un pozzo si esaurisca si raggiunge un limite al quale per estrarre il petrolio occorre più energia di quanta non ne contenga); mentre la domanda di petrolio continua a lievitare. V. ad es. A. Di Fazio, in Aa. Vv., Contro le Nuove Guerre (a cura di M. Zucchetti), Odradek, 2000; e Ritt Goldstein, «il manifesto», 10.10.2002.
4 Vale la pena di ricordare che Washington non ha mai rinunciato all'opzione del first use dell'arma nucleare: qualche anno fa ridicolizzò la timida proposta del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di rivederla («International Herald Tribune», 24.11.1998).
5 Lo ha sostenuto Wouter Basson, l'eminenza grigia che stava dietro il programma di guerra chimica del governo dell'apartheid sudafricano, in una testimonianza all'Alta Corte di Pretoria sulla distruzione di questo arsenale, sostenendo che i filmati sulla resa delle truppe irachene mostravano chiaramente nell'espressione dei soldati gli effetti di tali aggressivi («India Times», 28.7.2001: ). Altri indizi dell'uso di aggressivi chimici vennero portati già subito dopo la fine della guerra.
6 Cfr. M.T. Klare, Supemazia militare permanente, «la rivista del manifesto», settembre 2002, p. 49-52.
7 È il progetto che si concluse con la costruzione delle bombe atomiche sganciate il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 su Nagasaki.
8 Si veda il saggio citato in nota 2.
9 John M. Donnely, «Defence Week», 2.4.2001.
10 M. Selinger, «Aerospace Daily», 14.6.2001.
11 «Moscow Times», 8.10.200202, p.4.
12 Peter Slevin, U.S. abandons Germ Warfare Accord, «Washington Post», 19.9.2002.
Angelo Baracca (baracca@fi.infn.it) insegna al Dipartimento di Fisica dell'Università di Firenze.Questo articolo rielabora e aggiorna uno scritto dello stesso autore apparso, con il titolo Torna l'incubo nucleare,nel fascicolo di ottobre di «Guerre e Pace»
(http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/default.htm).