Il dibattito sulla guerra in Usa
LA SOLITUDINE DEI PACIFISTI
Joseph A. Buttigieg
George W. Bush è deciso a muovere guerra all'Iraq, anche se talvolta chiosa che la guerra è solo `l'ultima risorsa' e che un attacco all'Iraq `non è inevitabile'. Queste fugaci affermazioni vengono colte al volo da politici e giornalisti negli Usa e in tutto il mondo per provare che il conflitto può ancora essere evitato. Così, per esempio, dopo il discorso estremamente bellicoso di Bush l'8 ottobre a Cincinnati, «Le Monde» riportava che la guerra all'Iraq non era più inevitabile e «La Repubblica» mostrava di credere che Bush sembrasse propenso ad alcune concessioni agli alleati europei. Il ministro degli esteri giordano, Marwan Muasher, ha potuto scorgere nel discorso di Bush qualche segnale di «una possibilità che le manovre diplomatiche allontanino il pericolo di una tale guerra». E tutto questo ottimismo è giustificato da appena un paio di frasi lasciate cadere qua e là durante un lungo discorso di mezz'ora. A un certo punto Bush ha detto, quasi fosse un inciso: «Spero che non sarà necessaria un'azione militare, ma potrebbe esserlo». Ha poi dichiarato che la risoluzione da far approvare al Congresso (in quel momento ancora in sospeso), che lo autorizza all'uso della forza, «non significa che l'azione militare sia imminente o inevitabile». Attribuire un peso a queste parole – soprattutto se accompagnate, come lo sono sempre, da sprezzanti descrizioni del regime iracheno come una forza demoniaca, pronta a scatenare orrori inimmaginabili sul mondo civilizzato – è poco più che un pio desiderio.
Chiunque abbia ascoltato con attenzione le parole di Bush e della sua Amministrazione negli ultimi nove mesi e osservato attentamente la scena politica americana avrà certamente capito la cieca e ferma determinazione, nonché l'abilità politica, con cui l'Amministrazione persegue l'obiettivo di distruggere il regime di Saddam Hussein e imporre la propria volontà sull'Iraq. Il discorso di Cincinnati rappresenta infatti una prova certa che Bush è pronto a qualsiasi mossa diplomatica, politica e retorica per scatenare questa guerra. Il presidente ha affermato, tra l'altro, che l'Iraq starebbe lavorando in stretta collaborazione con Al Qaeda, quando in realtà si può al massimo dimostrare che c'è forse stato un tentativo di approccio tra i due. Bush ha poi evocato visioni angosciose di «veicoli aerei iracheni senza pilota» che sorvolerebbero gli Usa per spargere sostanze chimiche e batteri mortali.
È difficile credere che il presidente di un paese potente come gli Stati Uniti arrivi a tanto per terrorizzare i suoi cittadini, prospettando scenari da film di fantascienza. D'altra parte, la sua iperbole retorica e le sue tattiche terroristiche non sono più sconcertanti del modo in cui ha manipolato la psiche collettiva americana traumatizzata dall'11 settembre, per distogliere l'attenzione dal fatto che la `guerra al terrore' non ha ancora prodotto nessun risultato significativo e indurre la popolazione a cercare la catarsi nell'eliminazione di Saddam Hussein.
Tutto questo non è più allarmante della repressione del dissenso, della restrizione delle libertà civili e del generale impoverimento della democrazia che l'amministrazione Bush sta portando avanti attraverso la promozione di un rozzo patriottismo, incarnato nell'appello «l'America [deve avere] una sola voce». I discorsi di Bush non sono animati da nessun onesto desiderio di guidare il paese verso un consenso, e ancora meno sono intesi a sollevare discussione e dibattito. Piuttosto, Bush e i suoi sostenitori sono impegnati in un implacabile esercizio demagogico che riduce l'attuale crisi a una rigida scelta tra bene e male, accusando chiunque metta in discussione la sua dottrina dell'attacco preventivo di favorire l'appeasement. Ed è riuscito tragicamente nel suo intento: il Congresso ha votato concedendogli l'autorità per l'uso della forza militare; e sia alla Camera dei rappresentanti che al Senato la risoluzione è stata approvata con margini eccezionalmente ampi.
Al momento, all'interno degli Stati Uniti, non esiste nessun movimento di opposizione né una voce collettiva dissenziente che abbia un'opportunità concreta di compromettere i piani dell'amministrazione Bush sulla guerra contro l'Iraq. Ciò non significa che la popolazione americana sia ansiosa di fare la guerra, o che non vengano avanzate anche solide argomentazioni contro questa eventualità. A una prima occhiata, i sondaggi sembrano indicare un forte sostegno a favore della guerra; tuttavia l'analisi dei dati rivela un diffuso sentimento di ambivalenza. Ad esempio, secondo i sondaggi di «New York Times» e «CBS News», condotti tra il 3 e il 5 ottobre, il 67% delle persone intervistate era favorevole a un'azione militare Usa contro l'Iraq; contemporaneamente, però, il 63% avrebbe rimandato l'azione militare per dare più tempo alle Nazioni Unite di mandare gli ispettori americani a controllare le armi irachene. Inoltre, il 51% riteneva che il Congresso non si fosse interrogato abbastanza sulla politica di Bush nei confronti dell'Iraq.
Sulle pagine di importanti riviste e quotidiani si pubblicano moltissimi articoli e lettere di dissenso (per tante diverse ragioni) contro la corsa verso la guerra dell'Amministrazione Bush. Molti importanti esperti militari (compresi ex generali superdecorati, tra cui Norman Schwarzkopf, comandante delle forze alleate che sconfissero l'Iraq nel 1991), illustri statisti delle precedenti Amministrazioni, intellettuali molto influenti di tutte le tendenze politiche (tra cui, sorprendentemente, Samuel Huntington, meglio conosciuto per la sua teoria sullo `scontro tra civiltà'), e giornalisti tra i più noti e rispettati, hanno sia espresso pubblicamente serie riserve sui piani di guerra di Bush, sia dichiarato categoricamente di essere contrari a un attacco contro l'Iraq.
Anche diverse personalità religiose, tra cui vescovi cattolici, capi di diverse confessioni protestanti e il Consiglio nazionale delle Chiese, si sono dichiarati contrari all'azione militare. (I gruppi evangelici ultraconservatori, ovviamente, mantengono il loro forte sostegno a Bush, dopo essersi dati tanto da fare due anni fa per mandarlo alla Casa Bianca.) Alcune organizzazioni, lobbies e movimenti progressisti e liberali hanno lavorato per mobilitare l'opposizione popolare in tutto il paese: raccogliendo fondi, pubblicando annunci sui principali quotidiani, incoraggiando i cittadini a scrivere ai propri rappresentanti al Congresso e a organizzare manifestazioni pubbliche in città e località di tutto il paese. Il fine settimana del 5 e 6 ottobre, circa 10.000 persone hanno partecipato ai raduni di New York e San Francisco contro la guerra. E per il 26 ottobre sono attese decine di migliaia di persone alla marcia di Washington, per esprimere il rifiuto categorico dei disegni di guerra preventiva di Bush.
Per quanto incoraggiante possa sembrare, rimane il fatto che tutto questo non indurrà l'Amministrazione Bush a cambiare posizione. Se per caso, come speriamo ardentemente, si riuscisse in qualche modo ad evitare la guerra contro l'Iraq, non sarà certo per l'opposizione interna. Il governo Bush rifiuta e disprezza i suoi critici interni non meno di quelli esterni; si potrebbe dire che è tanto unilateralista sul proprio territorio quanto lo è sulla scena internazionale. È senz'altro di vitale importanza continuare a organizzare e mobilitare movimenti contrari alla guerra più ampi possibile, e farlo con il massimo vigore. È altrettanto importante, però, impegnarsi collettivamente a capire come e perché Bush riesca a rendere impotente il proprio avversario.
Le denunce contro Bush e le condanne dell'arroganza americana servono a uno scopo valido e lodevole: se non altro, sono espressioni di fedeltà verso gli ideali di giustizia e pace, e manifestano il ripudio del principio che la ragione sia del più forte. Eppure, per questa via nessuno riesce capire fino in fondo la vera natura dell'Amministrazione Bush, e le pericolose strategie politiche che consentono a questo governo di ignorare con relativa tranquillità tutte le forze progressiste, che minacciano di ostacolare i suoi grandi progetti di un nuovo ordine mondiale. Né si riesce a spiegare come tanto facilmente le forze politiche progressiste siano state rese impotenti. Più di ogni altra cosa è necessaria una lucida analisi della situazione attuale, che aiuti a capire meglio come affrontare in modo efficace un potente establishment politico (che inoltre dispone del comando di una potenza militare senza precedenti), che sta trascinando il mondo intero sull'orlo del caos. Un'analisi di questo tipo potrebbe porre i fondamenti di un nuovo pensiero.
Ci sono tutte le ragioni per credere che le politiche di Bush produrranno più dissenso, che le sue azioni susciteranno un clima di emergenza; ma niente di tutto ciò porterà necessariamente a una effettiva opposizione per un cambiamento significativo. L'urgenza e la passione, se non sono ben canalizzate, possono esasperare la crisi piuttosto che risolverla. Per questo è necessario uno sforzo collettivo per sviluppare linee di pensiero chiare e realistiche su come uscire dall'impasse, in cui si ritrovano la sinistra e le forze progressiste in generale.
Per ovvie ragioni, i movimenti, le organizzazioni e i gruppi contrari alle politiche di Bush dentro gli Usa operano nell'ambito di una cultura politica e di una struttura di potere abbastanza singolari, le cui condizioni non sono paragonabili a quelle di nessun altro paese al mondo.
Tuttavia, alcune considerazioni di Lucio Magri sulla sinistra italiana ed europea (si veda il numero di ottobre di questa rivista) sono applicabili alla situazione americana. I movimenti progressisti sono stati finora incapaci di articolare «un progetto riformatore complessivo e ambizioso e assicurargli un contesto duraturo». Negli Usa come in Europa, «i movimenti sono comunicanti ma non convergenti, il loro radicamento diffuso, la loro capacità di azione quotidiana restano limitati». E le parole di Magri sulla «sinistra alternativa» in Europa descrivono bene il movimento progressista negli Usa, che in particolare «resta minoritario, frammentato, autoreferenziale». Il problema principale per le forze progressiste americane è ancora che, a differenza dell'Europa, esse hanno pochissime possibilità di influenzare le politiche nazionali e internazionali del paese se non attraverso le limitate pressioni che riescono a esercitare sul partito dei Democratici.
Ma il più delle volte il Partito democratico è stato fonte di delusioni e frustrazioni. Quelle stesse che si sono manifestate nel modo più lampante alle ultime presidenziali: gli elettori favorevoli a Ralph Nader condividevano l'opinione che il partito repubblicano e quello democratico fossero diventati di fatto la stessa cosa; e molti progressisti credevano onestamente che se il loro voto per Nader avesse impedito la vittoria elettorale dei democratici non avrebbe fatto alcun danno. Non sappiamo se in definitiva il movimento di Nader sia stato responsabile dell'insuccesso di Gore e, perciò, della vittoria di Bush; ma ormai è abbastanza chiaro che l'elezione di Bush ha avuto conseguenze terribili, che si sarebbero potute evitare se oggi ci fosse stato un Democratico alla Casa Bianca.
Nel frattempo, però, con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, il 5 novembre, e con la guerra all'orizzonte, come possiamo evitare il senso di frustrazione? Come si possono perdonare i leader del Partito democratico per essersi arresi a Bush? I Democratici sono stati manovrati dagli abili strateghi politici del presidente, questo è vero: credevano di perdere voti, di essere stigmatizzati come antipatriottici per essersi opposti alla crociata di Bush contro Saddam Hussein. Credevano di poter accantonare velocemente la questione della guerra e puntare così su una campagna elettorale incentrata sull'economia. Dopo tutto, quasi tutti i sondaggi dimostravano che la stragrande maggioranza degli elettori è molto più preoccupata dello stato dell'economia che dei rischi di una guerra; che poi, in ogni caso, verrebbe combattuta dall'altra parte del globo. Resta da capire se il loro atteggiamento remissivo sul tema della guerra sia stato saggio da un punto di vista pratico.
Pochi candidati democratici – come Paul Wellstone del Minnesota, che corre per la rielezione al Senato – hanno mantenuto un'opposizione inflessibile ai piani di guerra di Bush e hanno ancora una buona posizione per vincere. Le vittorie elettorali però non possono essere considerate come fini in sé. L'atteggiamento della leadership dei Democratici è stata, per non dire altro, immorale e ha contribuito in gran parte al decadimento della democrazia negli Usa. E tuttavia, le cose non potrebbero addirittura peggiorare, se il prossimo 5 novembre gli elementi progressisti del paese decidessero di togliere il voto ai candidati democratici?
In realtà, non tutti i democratici si sono comportati in modo riprovevole. Il senatore Robert Byrd del West Virginia ha parlato appassionatamente, rimproverando i suoi colleghi di avere anche solo preso in considerazione la risoluzione che autorizzava l'uso della forza militare. Anche altri hanno parlato, con saggezza e moderazione. Come ad esempio Ted Kennedy, le cui osservazioni appaiono, alla luce dei fatti, lungimiranti. Il 3 ottobre, pronunciandosi davanti al Senato contro la risoluzione, il senatore Kennedy ha chiesto: «Che diciamo della Corea del Nord? Potrebbe avere armi nucleari». Adesso sappiamo che la Corea del Nord è certamente più vicina dell'Iraq a produrre congegni nucleari e che, con tutta probabilità, anche l'altro membro dell'`asse del male', l'Iran, non ne è poi tanto lontano. Non solo, la Corea del Nord ha persino dimostrato nel 1998, in un test missilistico eseguito nello spazio giapponese, che, al contrario dell'Iraq, possiede già i mezzi per un attacco nucleare. (Infatti il Pakistan, oggi fondamentale alleato degli Usa, ha avuto i missili per il suo arsenale nucleare proprio dalla Corea del Nord.) Sappiamo anche che l'Amministrazione è stata in possesso, per un intero periodo, di solide prove che la Corea del Nord stesse violando i termini del Trattato firmato con l'Amministrazione Clinton nel 1994. Eppure Bush, nella sua incessante invettiva contro l'intenzione di Saddam Hussein di costruire armi nucleari e di renderle disponibili ai terroristi, ha evitato di portare l'attenzione sull'avanzato programma di Kim Jong II per produrre `armi di distruzione di massa', nonostante ci siano migliaia di soldati Usa stanziati praticamente alle porte di Pyongyang.
Cosa ancora più grave, adesso sappiamo che l'ammissione di responsabilità da parte della Corea del Nord fu comunicata a Bush mentre il Congresso stava ancora deliberando sulla risoluzione che lo autorizzava a un'azione contro l'Iraq. Ma Bush trasmise l'informazione solo dopo aver ottenuto il voto favorevole con ampia maggioranza di Camera e Senato. Certo, non era necessario sapere che la Corea del Nord stesse a buon punto nella produzione di armi nucleari per capire quanto la dottrina della guerra preventiva di Bush fosse distruttiva e potenzialmente catastrofica. E comunque, che tipo di democrazia c'è negli Stati Uniti, dove le decisioni e le scelte politiche che costeranno migliaia di vite, distruggeranno la pace globale e potrebbero far precipitare il mondo nel caos, vengono votate senza la piena conoscenza di fatti d'importanza vitale?
La risoluzione che Bush aveva presentato al Congresso di fatto non fu mai discussa: fu adottata in fretta e furia; e l'esito del voto era intuibile sin dall'inizio. Il Partito democratico era così ansioso di apparire patriottico, che non ha neanche aspettato che si celebrassero le elezioni di novembre per aprire un vero dibattito su una questione così importante. Se avesse aspettato un mese, avrebbe almeno dato un'opportunità agli elettori di far conoscere la loro linea. Invece ha dato a Bush il potere potenzialmente illimitato di iniziare la propria guerra. La democrazia americana ne è risultata estremamente impoverita. Altri paesi e altre popolazioni potrebbero finire per pagare un prezzo ancora più alto.