Crisi economica e intervento pubblico
FINE DI UN TABÙ
Riccardo Bellofiore
1.Un anno vissuto pericolosamente, quello che abbiamo alle spalle. Sul terreno sociale e politico, senz'altro, ma anche su quello dell'economia: nazionale e internazionale. Alla ripresa, dopo l'estate, il governo Berlusconi ha iniziato a marciare spedito. E, sempre a settembre del 2001, l'attacco terroristico alle Torri gemelle e al Pentagono ha sancito una svolta sul piano delle dinamiche mondiali, e fatto precipitare una crisi già in corso. Un anno dopo, eccoci di nuovo costretti a fare il bilancio di una economia mondiale la cui timida ripresa d'inizio anno è scivolata nel precipizio di una seconda recessione a ridosso della prima, di cui non si vede l'uscita, e di cui si teme anzi l'incancrenimento. L'economia italiana quella crisi non soltanto la patisce più delle altre, ma è di fronte allo spettro della scomparsa degli ultimi bastioni di grande impresa, rimasti dopo quasi quarant'anni di abbandono di ogni linea di politica industriale che mirasse, non dico al completamento di una matrice settoriale completa, ma almeno a garantire una collocazione non marginale nella divisione internazionale del lavoro per il tramite di una qualche autonomia tecnologica e commerciale.
Una situazione del genere impone di far fare un salto alla discussione, di portarla più in profondità. Alcuni contributi recenti, a me pare, e tra questi alcuni comparsi nel numero di ottobre della «rivista del manifesto», aiutano in questa direzione: per i loro meriti (su cui forzatamente dovrò essere veloce, visto lo spazio), e sui loro limiti (su cui mi concentrerò, visto lo scopo di queste note). Va da sé che, oltre a scusarmi per l'inevitabile sommarietà delle mie osservazioni, quelle che seguono vanno intese come anticipazioni di un discorso che intendo sviluppare nei fascicoli che seguiranno.
2. Un primo punto da mettere in chiaro riguarda la natura della crisi presente. Ha sicuramente ragione Roberto Tesi (Congiuntura o struttura?). La crisi ha preso di sorpresa quasi tutti, la speranza di una rapida ripresa era illusoria, le difficoltà dell'economia hanno natura strutturale e non congiunturale. Ma allora il quesito da porsi diventa: come mai tra questi quasi tutti si è arruolata buona parte dei commentatori della sinistra anche alternativa, critica o antagonistica che la si voglia chiamare? Come mai le sirene della `nuova economia' e della `globalizzazione' come nuovo orizzonte, magari orrendo ma stabile della crescita, hanno sedotto così tanto, sì che il riconoscimento della crisi c'è ma è fenomelogico e `dopo il colpo', non prima. A conferma, che so, si prendano le note di Christian Marazzi o di Benedetto Vecchi sul «manifesto» quotidiano: semmai, da questo punto di vista, a una intellligente intervista di Ida Dominijanni a Toni Negri va riconosciuto il merito, che meno hanno molti suoi epigoni, di riconoscere di essere stato spiazzato dai fatti, almeno su questo piano del discorso.
E però non era in verità molto difficile rendersi conto di quanto questo modello di sviluppo capitalistico fosse insostenibile, e prevederne la crisi imminente e i suoi caratteri: per questo chi scrive ha potuto sostenerlo a più riprese su queste colonne sin dai primi numeri. Non ci voleva molto per anticipare come il miracolo statunitense non apriva a una nuova fase tecnologica e a un nuovo capitalismo stabilizzato, capace di autoriprodursi senza un rinnovato intervento statuale e senza specifiche innovazioni istituzionali. Non ci voleva molto a individuare le contraddizioni che facevano presagire un più o meno imminente sgonfiamento della borsa, il sopravvenire di una stagnazione degli investimenti, le nuvole crescenti che si addensavano sul fronte dei consumi – e per segnalare che il crescente buco commerciale americano e il pericolo di una possibile inversione dei flussi di capitale sottoponeva l'economia mondiale al rischio di una roulette russa. Non una prospettiva da Grande crollo finale: piuttosto, la minaccia concreta di un prolungato periodo di stagnazione. E così, infatti, è stato.
Dopo l'11 settembre la crisi borsistica e il crollo degli investimenti, già in atto dalla primavera dell'anno scorso, si sono accelerati per gli effetti sulle aspettative, e le scosse si sono diffuse ovunque, per la sincronizzazione del ciclo, frutto dell'integrazione commerciale e di quella finanziaria. I tagli di Greenspan al tasso d'interesse americano hanno scongiurato in un primo tempo l'avvitamento della crisi, e hanno tenuto su la domanda di consumi (soprattutto nell'immobiliare e nell'automobilistico), mentre inondare i mercati con nuova liquidità ha per lo meno impedito un immediato collasso finanziario dei soggetti indebitati. Ma una risposta esclusivamente `monetaria' non è stata in grado di far ripartire da sola l'economia. Per questo la svolta potenzialmente più significativa del post-11 settembre è stato il ritorno (anche) di una politica fiscale attiva. Non principalmente le minori tasse, mal congegnate per il fine di far ripartire la domanda, tanto di consumi quanto di investimenti. La novità vera è stata la ripresa di una spesa pubblica attiva e l'evidente favore ad una politica di disavanzo pubblico: giustificate l'una e l'altra dalla guerra `infinita' al terrorismo internazionale. Una risposta, certo, inquietante sul piano della democrazia e dell'instabilità geopolitica. Ma una risposta forte, che non è stata semmai portata avanti con la dovuta determinazione se non, appunto, per il suo aspetto politico e militare: e la ragione è senz'altro che renderla coerente richiederebbe, sia pure `da destra', un ridisegno della finanza mondiale – e delle relazioni tra fazioni del capitale – radicale e doloroso per gli equilibri attuali quanto non mai. Soltanto un aggravamento della crisi e la sensazione di essere con le `spalle al muro' può probabilmente infonderle il coraggio per compiere un simile passo alla classe dirigente attuale.
In questo quadro, non stupisce che la tendenza al ristagno si sia riproposta dopo pochi mesi con maggiore virulenza ancora. Le spese per la guerra in Afghanistan non sono state alte a sufficienza da fare davvero da traino per l'economia statunitense, in presenza di bassa domanda interna ed esterna. L'iniziale speranza di una uscita veloce dalla crisi – tenuta dei consumi, rimbalzo delle borse, ciclo delle scorte - ha fatto pensare che fosse possibile un ritorno alla normalità degli anni `80. Ma – proprio perché, come scrive Tesi, gli squilibri erano strutturali, e non sono stati né rimossi né riassorbiti, mentre la cura pubblica è stata troppo blanda – non poteva che andare così. L'investimento non poteva riprendere senza attese positive sui profitti che non ci possono essere di questi tempi, tanto più quando si è di fronte ad una capacità produttiva in eccesso e quando si prevede una caduta dei consumi delle famiglie americane, che non potranno tenere i livelli attuali per molto, con la disoccupazione che si impenna. La svalutazione non ha ancora stimolato a sufficienza le esportazioni. Gli scandali Enron, World.com e simili hanno fatto il resto.
Quasi tutto ciò che scrive Tesi nel suo articolo mi convince. Ma vi vedo, per così dire, una ambiguità e un peccato di omissione. Tesi ci ricorda, con Schumpeter, che crisi profonde punteggiano lo sviluppo normale del capitalismo, come crisi di ristrutturazione che seguono, con regolarità, le bolle borsistiche che hanno accompagnato l'introduzione di nuove combinazioni produttive. Vero. Ma lo seguo sino ad un certo punto. Per un paio di motivi.
Primo: i grandi cicli capitalistici non si succedono `automaticamente', come Schumpeter sapeva peraltro benissimo, e il loro rischio non è semplicemente quello di scivolare in una grande crisi quasi per caso; una grande crisi che però potrebbe anche non esserci. No, io penso proprio che, anche se non avrà più le forme del passato (anzi, proprio per questo), da questa crisi strutturale profonda, e da questa instabilità connaturata alla `nuova economia' e alla forma concreta di `globalizzazione' che abbiamo dinanzi a noi, non si esce se non grazie ad una innovazione che, oltre che economica e finanziaria, è anche politica. Altrimenti, avremmo soltanto qualificato con una più acuta sensibilità ciclica la visione ottimistica di uno sviluppo `naturale' del capitale. Questa innovazione istituzionale e politica è anche innovazione nell'orientamento statuale dell'economia e nel governo della moneta e dei rapporti sociali. Non è questo in fondo anche l'insegnamento di un autore come Minsky? Sta qui il peccato di omissione. Ma allora (e qui sta invece l'ambiguità nel discorso di Tesi, e il secondo motivo di perplessità) non ci si può limitare a ricordare, del tutto corrrettamente, che il bilancio federale Usa è passato in un anno da un attivo di 300 miliardi di dollari a un passivo di 200 miliardi, senza aggiungere subito che tale mutamento è benvenuto nel suo segno e insufficiente nella sua dimensione. Ciò che fa problema è la sua composizione, e dunque il modello di economia e società di cui è al servizio.
3. A questa conclusione mi porta anche la lettura del pezzo, che trovo esemplare per lucidità e consequenzialità analitica e politica, di Levrero e Stirati (La leva del salario). Nel loro riesame della questione salariale quale la ereditiamo in Italia negli anni novanta, e nel loro richiamare i sindacati (ma in fondo anche la sinistra tutta) a riprendere in mano la leva del salario, ogni cosa è al suo posto. È vero: la stagnazione reale delle retribuzioni e la redistribuzione a favore di profitti e rendite sono preoccupanti e vanno ben oltre la comune tendenza europea. È vero: non vi è legame meccanico tra compressione dei salari e accresciuta velocità e qualità dell'accumulazione del capitale. Anzi, una ripresa dei salari nel breve periodo, spingerebbe verso l'alto i consumi e quindi la produzione e l'occupazione, così come le entrate (migliorando la situazione della finanza pubblica), mentre nel lungo periodo costituirebbe uno stimolo al progresso tecnico e ad una dinamica della produttività più veloce. Come è vero che l'unico modo duraturo ed efficace di tutelare la competitività estera delle nostre merci non è quello di bloccare la dinamica delle retribuzioni nominali: è al contrario quello di frenare le cause immediate dell'aumento dei prezzi (tariffe, affitti, assicurazioni, trasporti, ecc., che i salari si limitano a inseguire, con scarso successo) e di mettere in piedi autentiche politiche industriali, energetiche, infrastrutturali.
Qui l'unico dissenso è forse in un verbo: quando Levrero e Stirati scrivono: «se si vuole perseguire una riduzione dei saggi di crescita delle grandezze monetarie al fine di salvaguardare la competitività internazionale, ciò potrebbe essere affidato ad altri strumenti di politica economica». Quel «potrebbe» non andrebbe sostituito con un «dovrebbe», se non con un «deve»? Per una doppia ragione anche qui. Perché è chiaro che, se quelle politiche strutturali non sono messe in vita, la spinta salariale `incompatibile' va rivendicata esplicitamente tra i diritti dei lavoratori. E però anche perché a me sembra ormai palese che non è più sostenibile una posizione `conflittualista' pura, secondo la quale all'assenza di quelle politiche da parte del sistema delle imprese e delle autorità di politica economica si può semplicemente replicare con la resistenza, o limitarsi a dedurne che la responsabilità dell'inadeguatezza economica dell'ambiente economico italiano a reggere le sfide dell'apertura economica all'Europa e della `globalizzazione' sta nei limiti della borghesia e della classe imprenditoriale nostrana. Si ripresenta, insomma, il nodo della proposizione delle linee generali di un `piano economico' senza il quale la critica della politica economica rimane balbuziente.
4. Questo nodo emerge ancora più nitidamente dai dati e dalle considerazioni presentati da Roberto Romano (Investimenti senza sviluppo). La più recente accelerazione degli investimenti lordi e la più spinta integrazione nell'economia internazionale si sono verificate per il tramite di una ulteriore, drammatica, riduzione della dimensione delle imprese italiane, e confermando una preoccupante incapacità del sistema manifatturiero nazionale di tenere il passo al di fuori della ristretta nicchia dei prodotti tradizionali di qualità. Si continua a perdere pezzi in quei pochi rami dove era aperto qualche spiraglio di invenzione-innovazione, o almeno di imitazione-adozione di tecnologie più avanzate. Qui Romano inserisce critiche puntuali, ma ormai consuete, e a ben vedere `neutrali'. La marginalizzazione dell'economia italiana nel quadro europeo e mondiale è legata al carattere familiare del capitalismo nostrano, da cui discende una sua insufficiente capitalizzazione di borsa, pur in una fase come gli anni `90 che ha visto la migrazione dei risparmiatori dalle obbligazioni (e in specie, dai titoli di stato) alle azioni, e la più grande ondata di privatizzazioni mai vista. Insomma: il problema principe starebbe nell'inadeguato governo societario delle imprese (e si potrebbe aggiungere, delle banche), come nella loro mancanza di trasparenza. Caratteri che, come Romano mostra bene, sono coerenti con la specializzazione produttiva scarsamente innnovativa nelle stesse aree forti del paese. Insomma, tutto si tiene nella `corsa verso il basso' del sistema Italia.
Ora, dove sta qui la difficoltà? Non potrei essere più d'accordo con Romano quando si esprime per «un intervento pubblico non mirato [aggiungerei: esclusivamente] sulle variabili macroeconomiche, ma piuttosto prefigurando selettivi interventi microeconomici». Sicuramente, il fatto di aver spostato recentemente il fuoco da una discussione che si avvitava su reddito di esistenza, riduzione di orario di lavoro a parità di salario, terzo settore a una che vede invece al centro politiche economiche espansive coordinate su scala europea, revisione del Patto di stabilità, contrattazione salariale è un passo avanti decisivo, oltre che necessario. È però insufficiente. Decisivo e necessario, perché costituisce la premessa indispensabile di una politica di sviluppo, che a sua volta è il presupposto obbligato di più eque politiche redistributive sul reddito e sul tempo di lavoro. Insufficiente, perché non rimuove i vincoli strutturali e non affronta la questione decisiva del modo con cui orientare la – e intervenire sulla – composizione della produzione. Diciamocela tutta: in che misura una lettura del genere `discrimina' a sufficienza? Come la lettura della crisi di Tesi rischia di tradursi in un semplice arricchimento delle inadeguate interpretazioni troppo correnti a sinistra, in tutta la sinistra, così il suggerimento di Romano è in fondo condivisibile da un arco ampio, troppo ampio, di posizioni in contrasto tra loro sul `che fare?'. Che so. Da quelle che vedono in una più ampia liberalizzazione dei mercati accoppiata alla tutela della concorrenza la via reale per ammodernare, e magari riregolare, il sistema delle banche, i mercati finanziari, il sistema delle imprese, aprendo ad un salto dimensionale. A quelle che vedono in fondi pensione legati al sindacato la strada da intraprendere per condizionare efficacemente le strategie di accumulazione del capitale, per renderle socialmente ed economicamente più accettabili e ridurne la natura speculativa e di breve termine. A quelle di chi pensa invece che sia maturo il tempo di una ridefinizione dell'intervento diretto dello Stato in economia (in dialettica necessaria con istanze di movimento). In questo senso, l'analisi di Romano, pur corretta, si ferma forse troppo presto, ed è `neutrale'.
L'esperienza di quest'anno mostra senz'altro la povertà tecnica del centrodestra. Sbaglierebbe però chi si fermasse qui, e si accontentasse di una troppo facile convergenza delle opposizioni. Sotto l'ombrello protettivo di un approfondirsi della crisi economica generale, cui facilmente attribuire anche le difficoltà del bilancio pubblico e di pezzi significativi del nostro apparato industriale, è più facile portare avanti la precarizzazione del lavoro e lo smantellamento dello stato sociale. Non ci può limitare a contrastare questa azione di governo, o magari chiedere più intervento pubblico, senza tentare uno sforzo programmmatico più preciso e deciso.
Per quanto possa apparire paradossale, il centrodestra sul terreno della `società' (e qui intendo, ovviamente, anche tutto quello che riguarda il mercato del lavoro e il welfare) è per l'introduzione di `più mercato', ma sul terreno dell'economia gli va benissimo `più Stato', purché sia uno Stato di cui servirsi. Il centrosinistra invece, se sul terreno della `società' intende difendere qualche vestigia del welfare e ritiene che la ricchezza prodotta dalla `nuova economia' vada redistribuita anche con criteri che prescindano dal ruolo produttivo dei soggetti, sul terreno del mercato vuole decisamente `più' concorrenza, `più' libera concorrenza. In Italia, con la sua tradizione di capitalismo familiare grande e piccolo, e con la sua borsa asfittica, se tutto ciò si realizzasse, costituirebbe sicuramente una vera e propria rivoluzione. L'idea che il mercato sia un puro `mezzo', che funziona meglio tanto più è libero, che regola innanzi tutto i capitalisti, e che produce risorse che possono così essere redistribuite politicamente, è una vecchia idea. Dignitosa, ma discutibile, e per mio conto la reputo decisamente sbagliata – teoricamente e politicamente. E però una cosa va detta: questa idea è fallita, durante gli anni `90, quando quell'idea ha avuto la sua possibilità di realizzazione con i governi dell'Ulivo, e non può essere riproposta. Non che Romano lo faccia, sia chiaro. Il punto è un altro: la sua analisi è perfettamente compatibile con chi ci prova a dare nuova linfa a quell'idea e a quella linea. Ed è un arco che va dal `vecchio' ulivismo a parte del `nuovo' fronte, che si sta aggregando dietro Cofferati. È, per mio conto, un vicolo cieco. Allora: dove andare?
5. A sostegno di quanto sostenuto sinora, avanzo tre riferimenti alla situazione concreta del paese e alle vicende più recenti del conflitto sociale e politico italiano: uno relativo al ruolo dell'articolazione territoriale per un discorso di politica economica, in particolare sul terreno della politica industriale e della politica del credito; il secondo in merito al caso della Fiat, il terzo all'attacco al sindacato sull'Art. 18.
Per quel che riguarda il primo punto, è noto che da tempo l'economia italiana si divide in tre grandi aggregazioni territoriali. Al Sud si concentra la quota più vistosa ed evidente della disoccupazione e si sperimenta una industrializzazione ancora povera, dove l'occupazione è poco garantita. Nel vecchio Nord-Ovest industrializzato sono andate scomparendo quasi per intero i resti della grande impresa. Nel Centro-Nord-Est, ma ormai in larga parte dello stesso Nord-Ovest, dominano le piccole e medie imprese, le cui dimensioni sono decisamente inferiori a quelle normali nel cuore manifatturiero dell'Europa dell'euro, e la cui industria leggera ha contenuti tecnologici ancora relativamente modesti. Nel nuovo gioco competitivo a scala continentale e planetario anche questo comparto economico-territoriale è ormai a rischio; più in generale, mantenendosi ovunque il carattere familiare della grande come della piccola impresa, è venuta dissolvendosi la proprietà pubblica ed è aumentata notevolmente l'acquisizione da parte di concorrenti esteri. Un salto qualitativo tramite la modernizzazione dei mercati finanziari, tentato negli anni '90, è fallito. Visto l'estendersi di un rischio sistemico – esploso nell'ultimo biennio a causa delle forme della globalizzazione finanziaria e dell'attuale collasso della nuova economia, proprio quando l'unificazione monetaria accresceva i vincoli e contribuiva a smantellare le possibilità di un indirizzo dei processi da parte della politica economica `nazionale' – non è detto che l'ultima circostanza sia univocamente un male, di questi tempi.
In tutto ciò pesa la metamorfosi nell'ultimo decennio del sistema bancario, frammentato non meno del sistema delle imprese. La razionalizzazione e concentrazione recente hanno dato vita a una costellazione articolata su tre assi. Nel Mezzogiorno, istituti di credito oberati da crediti spesso inesigibili. Nella cosiddetta Terza Italia, l'eredità di una galassia di banche ordinarie prevalentemente di piccola dimensione e radicate pressoché esclusivamente nel mercato locale. In generale, l'emergere di gruppi bancari grandi su scala interna, ma non abbastanza su scala europea. E anche qui, in analogia a quanto è avvenuto per il sistema delle imprese, il ruolo crescente di banche straniere, che sfruttano la liberalizzazione finanziaria nell'Unione economica europea per accedere direttamente o indirettamente al risparmio italiano, mentre si impossessano delle leve essenziali del finanziamento delle attività produttive. Improbabile che un quadro del genere possa vedere realizzarsi il sogno di parte del centro-sinistra di riregolamentare attraverso una maggiore liberalizzazione dei mercati. A suo modo più realistica, anche se foriera di ulteriore degrado del paese, la pratica della destra di ripoliticizzare il sistema creditizio (ancorandolo alla dimensione locale) e di ridefinire un sistema di assistenzialismo.
Il caso Fiat. Le cause delle difficoltà della casa automobilistica torinese sono ben note. Una innovazione tecnologica, e quindi una sostituzione dei modelli, più lenta di quella dei concorrenti. Scorte troppo elevate. Oneri finanziari eccessivi. Qualche modello sbagliato: tanto all'estero (Palio) quanto all'interno (incapacità di coprire le gamme alte). Redditività in calo. Si conoscono pure i limiti della strategia di internazionalizzazione del Lingotto orientata esclusivamente verso i paesi emergenti (Brasile, Argentina, Turchia, Polonia, India, Cina): molti dei quali, contrariamente alle attese dei più, hanno visto falcidiata invece che accelerata la crescita dalla `globalizzazione'. Cosicché è venuta a cadere, con la quota di occupazione degli stabilimenti italiani sul totale, anche la quota delle immatricolazioni sul mercato nazionale, senza che si fosse in grado di coprire il buco con un recupero sugli altri mercati. E ciò proprio in un momento in cui il mercato in Italia era più sostenuto che altrove: le ripetute politiche di incentivi hanno, infatti, favorito la concorrenza, vista la permanente specializzazione sui segmenti bassi e a minore valore aggiunto. Un fallimento tutto e solo della dirigenza Fiat: fallimento che questa volta non soltanto, come sempre, si scarica sulla condizione occupazionale e materiale dei suoi operai, ma prelude a una svendita all'estero di quella che era di fatto l'ultima grande impresa italiana. Anche in questo caso, è difficile che il mantra del centro-sinistra, che insiste a invocare l'avvento di una classe imprenditoriale degna di questo nome, valga a risollevare le sorti. Più facile che l'ulteriore finanziarizzazione della ditta degli Agnelli li sposti, nella misura in cui i loro interessi resteranno italiani, nel campo degli alleati stabili di Berlusconi.
Veniamo all'accordo del governo con Cisl e Uil sulla sospensione `temporanea' e `sperimentale' dell'applicazione dell'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si dice, da parte dei sostenitori dell'accordo, che ora le imprese potranno crescere al di là della fatidica soglia dei 15 addetti, visto che la `flessibilità in uscita' – in volgare, la possibilità di licenziare a piacimento – è garantita nella difficile transizione a dimensioni più ampie. Si potrebbe per questa via iniziare a porre rimedio allo strutturale `nanismo' dell'apparato industriale italiano, stimolare uno sviluppo più veloce e più stabile, garantire maggiori entrate fiscali, magari domani concedere più alti salari e stabilità dell'impiego: non però in forza di artificiali `lacci e lacciuoli' imposti dall'alto all'economia, ma grazie all'andamento spontaneo del sistema. Si oppone, e con ragione, che le ragioni della dimensione microscopica della gran parte dell'industria italiana sono ben altre, e affondano nello sviluppo degli anni '60 e '70. Che ricerche empiriche dimostrano l'elevata mobilità e flessibilità del lavoro proprio nelle aree dove più elevata è l'occupazione, più sicure le garanzie, più forte il sindacato. Che, ancora, dopo la metà degli anni `90 l'occupazione complessiva aveva ripreso a crescere, dapprima in forme precarie e a tempo determinato, ma ultimamente con assunzioni a tempo indeterminato: sicché non è chiaro quale fosse il vincolo all'espansione del lavoro dipendente se non una ridotta dinamica della domanda, magari legata al carattere sperequato della distribuzione del reddito e al peso crescente delle rendite e dei profitti (cui non corrisponde, con tutta evidenza, una traduzione in investimenti). Che, infine, l'esperienza recente del capitalismo, ovunque, ha dissolto le illusioni sulle capacità autopropulsive di un libero mercato lasciato a se stesso.
D'altra parte, inutile nascondersi che la linea governativa di attacco a tutto campo al lavoro ha una qualche sua plausibilità presso l'opinione pubblica e lo stesso mondo del lavoro, frutto dell'eredità avvelenata della precedente esperienza di governo del centro-sinistra. L'entrata nell'Europa dell'euro, tanto più in queste condizioni, significa che la relativa arretratezza dell'Italia rispetto a Germania e Francia lascia come unico margine di manovra la compressione del salario e la pressione sull'uso della forza-lavoro. In effetti, la consueta valvola di sfogo della svalutazione della lira è scomparsa, la politica monetaria è ovunque poco espansiva, il Patto di stabilità lascia pochi margini a aumenti di spesa pubblica (tanto più che dove delle possibilità si aprono, il governo le impiega per la detassazione). Insomma, la scelta di attacco al lavoro – che oggi prende la forma dell'accordo sull'art. 18, ma domani potrebbe prendere quella della generalizzazione di fatto e per tutti dei contratti a termine – è il segno di una scelta di adattarsi alla condizione di paese il cui sviluppo è trainato da altri: magari in qualche caso specializzandosi in settori di nicchia e di qualità, ma senza nessuna possibilità di sviluppo autonomo.
Anche qui, insomma, tutto si tiene. Dove sta la pericolosità ultima del modello proposto dalle deleghe del governo Berlusconi? Sta in ciò: che la delega sulla `riforma' del mercato del lavoro va legata logicamente alla delega sulla `riforma' delle pensioni, e al possibile utilizzo più o meno forzoso degli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto al fine di far decollare in Italia i fondi pensione. È evidente che il discorso ideologico che verrà portato avanti è questo. È vero, il reddito da lavoro e lo stesso impiego saranno sempre più variabili e incerti. Però le `famiglie', se potranno perdere dal lato dei redditi e della condizione di lavoro, potranno d'altro canto guadagnare dal lato della rendita finanziaria e dell'investimento di capitale. Ciò che sta avvenendo sui mercati di borsa mondiali, con la caduta dei titoli, e vicende come quelle della Enron o della World.com, sono evidentemente un accidente irrilevante rispetto a questo possibile happy end. Anche se qualcuno potrebbe dubitare della saggezza di affidare il proprio futuro a un casino capitalism.
Quello che più conta – purtroppo – è che proprio la crisi economica e sociale, benché gestita alla giornata da un governo almeno all'apparenza pasticcione, favorisce l'introduzione di riforme `strutturali' di questo tipo, tali da ridefinire alla radice la composizione di classe oltre che la struttura produttiva e finanziaria. E per quanto, nel breve termine, le azioni del governo facilitino l'aggregazione di una opposizione, essa rimane a tutt'oggi schiava in tutte le sue componenti di illusioni del passato: da D'Alema a Cofferati, e oltre. C'è bisogno di ben maggiore chiarezza, oltre che sugli errori del passato (senza il cui riconoscimento non si va da nessuna parte) tanto sull'analisi della crisi odierna quanto nella definizione di una politica economica alternativa.
6. Cosa ci dicono questi tre esempi, innestati nel discorso più generale che si andava facendo? Mostrano come – se la strada di una crescita dimensionale e qualitativa dell'industria italiana, e la difesa di un patrimonio tecnologico e operaio che ha ormai un secolo, non possono essere lasciati alla sola forza del `libero mercato', e neanche ad una rapida stabilizzazione del mercato finanziario o ad una rinnovata fiducia in un management che ha fallito: dunque, alla sola trasparenza o al solo intervento sulle regole del governo societario delle imprese – il puro e semplice `ritorno dello Stato' è insufficiente di per sé, viste le nuove realtà che si sono andate costruendo nell'economia italiana, e visto il bisogno di una ristrutturazione di lungo termine nella struttura produttiva. Tanto un ruolo diverso della borsa quanto una differente specializzazione produttiva non preludono ma conseguono a una politica economica la quale, sia sul terreno del sistema finanziario sia su quello dell'orientamento qualitativo dall'alto, configuri un impegno diretto dell'operatore pubblico.
Conosciamo, peraltro, i `fallimenti' del vecchio interventismo. È senz'altro giustificato, in una situazione di emergenza quale l'attuale, non aver paura di riesumare vecchie e apparentemente squalificate parole d'ordine come quella di nazionalizzazione, nel momento in cui la gestione privata ha dato così tragica prova di sé. Ciò va fatto, però, avendo ben chiara la sfida che abbiamo davanti. Quella di una definizione unitaria di un progetto di politica economica complessivo e coerente, attento alla dimensione macroeconomica come a quella strutturale, dentro un più largo orizzonte che è ormai quello europeo. Siamo solo ai primi passi, e il tempo incalza.