Comincia il post-neoliberismo?
L'ORA DI LULA
Emir Sader
Cuba 1959, Cile 1970, Nicaragua 1979. Queste date vengono subito in mente – soprattutto all'estero – quando si cerca di spiegare la vittoria di Lula e la sua ascesa, come leader di estrazione operaia, alla testa del Partido dos Trabalhadores (Pt). Ma nessuna di queste date serve in realtà a spiegare il vero significato dell'elezione di Lula alla presidenza del Brasile, nel 2002. Non tanto per le particolarità del Brasile – le distanze che separavano Cuba dal Cile erano enormi – e neanche per le strade attraverso cui è arrivato il trionfo della sinistra: fra la via insurrezionale di Cuba e Nicaragua da un lato e la via elettorale del Cile dall'altro, le distanze non erano minori.
Le differenze principali vengono dalla diversità delle fasi storiche in cui questi eventi si sono realizzati e dalle situazioni chiaramente distinte vissute dall'America Latina. La rivoluzione cubana si sviluppò in piena `guerra fredda', e anzi nel suo periodo più cruento, come una rottura brusca di zone di influenza rigorosamente delimitate, in un ambito fino ad allora strettamente rispettato, che aveva consentito l'intervento degli Stati uniti in Guatemala, cinque anni prima (nel 1954), senza alcun accenno di reazione internazionale. Nonostante questo episodio, anche il trionfo della rivoluzione cubana si verificò nel quadro dell'espansione del cosiddetto `campo socialista': da meno di un decennio l'Urss era uscita politicamente rafforzata dalla seconda guerra mondiale, era divenuta una potenza atomica, i paesi dell'Est europeo erano stati inclusi in questo campo, e dieci anni prima dell'entrata di Fidel Castro e dei suoi compagni all'Avana la rivoluzione aveva trionfato in Cina. Il clima di `destalinizzazione' appariva come un `rinnovamento democratico' dell'Urss e faceva da contrappunto – ed eventuale antidoto – agli interventi militari in Ungheria, Polonia e Germania Orientale.
Nella stessa America Latina, malgrado la `sorpresa' dell'irruzione rivoluzionaria nei Caraibi, cresceva il clima di effervescenza: la rivoluzione boliviana del '52, i governi progressisti in Guatemala, iniziati nel '44 e interrotti dal golpe filo-Usa del '54, le agitazioni contro le dittature militari di Trujillo nella Repubblica Dominicana e nel Nicaragua di Somoza. Nell'America del Sud la caduta di Vargas e di Perón avevano chiuso un ciclo nazionalista e, specialmente in Brasile, si moltiplicavano le mobilitazioni sociali che sarebbero sfociate nel golpe militare del '64. In Colombia e Nicaragua la lotta armata era iniziata ancor prima dell'esito trionfale della rivoluzione cubana.
Per i partiti, i movimenti e i fronti che lottavano per la questione nazionale, o con un programma esplicitamente anticapitalista, il periodo storico del bipolarismo Usa-Urss era, nello stesso tempo, quello della polarizzazione capitalismo-imperialismo/socialismo. La rivoluzione sovietica aveva aperto l'orizzonte del socialismo e della rivoluzione come attualità storiche. La stessa rivoluzione cubana, nata da un movimento antidittatoriale che rapidamente assunse un carattere antimperialista, si trasformò in poco tempo in un regime anticapitalista proprio come risultato delle opzioni storiche dell'epoca.
Lo stesso si può dire del periodo in cui si registrò la vittoria di Allende in Cile (1973), sebbene in un contesto diverso rispetto al resto di un'America Latina avvolta ormai in regimi di terrore dopo la sconfitta della sinistra. Sconfitta della sinistra tradizionale, particolarmente nel caso del governo Goulart in Brasile, appoggiato dal Partito comunista; sconfitta della via insurrezionale, con la morte del Che, in Bolivia nel '67, i rovesci in Venezuela, Perù, Guatemala. Il governo di Allende si ritrovò accerchiato dall'aggressività di una dittatura militare brasiliana al suo apogeo, così come dalle iniziative golpiste che essa ispirava e alimentava in altri paesi della regione – Argentina, Uruguay e lo stesso Cile – come sarebbe emerso in modo chiaro qualche tempo più tardi.
Pur in questa situazione, il governo di Allende avrebbe potuto – in teoria – contare sull'Urss e sui paesi dell'Est europeo, appoggio che non arrivò mai a concretizzarsi. La Cina, impegnata nella `diplomazia del ping pong' cui aveva aderito a partire dal '71, non solo non lo sostenne, ma addirittura si oppose al governo di Allende, identificato come un'esperienza `filosovietica'. Cuba appoggiò apertamente il governo cileno, che potè contare anche sulle simpatie del governo militar-nazionalista di Velasco Alvarado in Perù e del governo messicano di Luís Echavarria. In quanto prodotto dell'epoca e della coalizione che l'appoggiava – i partiti comunista e socialista –, il governo di Allende si proponeva una rottura con il capitalismo, a partire dall'espropriazione dei 150 principali monopoli esistenti nell'economia. Ciò configurava una forma di socializzazione o di statalizzazione dei grandi mezzi di produzione.
La vittoria sandinista in Nicaragua rientra in questo periodo storico, anche se iscritta nella dinamica delle vittorie sulla scena internazionale degli anni '70, passate dall'America Latina all'Asia e all'Africa con il trionfo vietnamita e nell'insieme dell'Indocina, l'indipendenza delle ex colonie portoghesi in Africa, la vittoria della rivoluzione iraniana e, ancora nei Caraibi, l'avvento di un regime di sinistra a Granada. La guerriglia era ripresa in Guatemala e si sviluppava in El Salvador, rivelando un quadro differenziato dell'America Centrale rispetto al riflusso dell'America del Sud. L'entrata vittoriosa dei sandinisti a Managua divenne possibile anche perché le battute d'arresto subite dagli Usa sul piano internazionale (l'Indocina) e interno (i movimenti per i diritti civili, contro la guerra e la crisi del Watergate) avevano imposto una pausa, dovuta al momentaneo riflusso delle politiche interventiste nordamericane, durante la presidenza di Jimmy Carter.
Da allora si sono verificati mutamenti radicali nel mondo, tali da modificare profondamente non solo i rapporti di forza interni al quadro storico, ma il senso stesso dell'epoca che ci troviamo a vivere, con riflessi diretti sull'America Latina. Senza entrare nel merito dell'estensione e della profondità dei mutamenti avvenuti nel corso degli ultimi due decenni, basta citare che, con il collasso di quello che era chiamato il `campo socialista', sono scomparsi dall'orizzonte il socialismo e la rivoluzione anticapitalista come attualità storiche, nel senso in cui Lukács, nel suo libro su Lenin, aveva pensato l'`attualità storica' del socialismo a partire dal 1917.
Questo basterebbe per iscrivere le avanzate della sinistra in un contesto diverso da quello in cui, ad esempio, si iscriveva la vittoria cilena – che si proponeva di far parte del movimento storico in marcia verso la costruzione mondiale del socialismo – o del trionfo sandinista, che pretendeva di essere un elemento fondante del movimento dei non allineati e di quello che si chiamava allora il `Terzo Mondo'. E questo perché la fine del `campo socialista' fa parte della nuova fase storica, dominata dall'egemonia unipolare degli Stati Uniti e dalle politiche neoliberiste, con tutte le trasformazioni da essa introdotte nell'economia, nei rapporti sociali, nella politica e nell'ideologia contemporanee.
Fra i cambiamenti più significativi della nuova fase storica si registrarono la quasi scomparsa dei partiti comunisti, la riconversione neoliberista della socialdemocrazia e di molti movimenti nazionalisti della periferia capitalista, fra cui in special modo il peronismo in Argentina e quello del Pri (Partido Revolucionario Institucional) in Messico, nonché l'indebolimento dei movimenti sindacali. Mano a mano che il capitalismo assumeva il neoliberismo come suo progetto egemonico, la sinistra ha dovuto definire il suo campo nella lotta contro il neoliberismo. I movimenti sociali sorti in questo periodo – come il movimento zapatista, il movimento dei Sem Terra, o lo stesso Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e le nuove mobilitazioni di massa iniziate a Seattle – hanno messo a fuoco come loro obiettivo la lotta contro il neoliberismo.
Dall'anti-imperialismo e anti-capitalismo all'anti-neoliberismo
È in questo quadro che, nel 2002, Lula ha vinto in Brasile. In un paese come il Brasile, con tutte le sue peculiarità. Un paese caratterizzato, lungo il secolo XX, dalla relativa arretratezza della sua struttura sociale e della sua sinistra in rapporto a paesi più o meno comparabili del continente, come l'Argentina o il Messico. La sua economia resta prevalentemente agricola e la sua struttura sociale in maggioranza rurale fino all'inizio della seconda metà del XX secolo. Non presenta nulla di paragonabile ai livelli di urbanizzazione e di scolarizzazione dell'Argentina, né a un movimento popolare come quello che era stato protagonista della rivoluzione messicana e aveva realizzato la riforma agraria. La modernizzazione brasiliana si sviluppa in America Latina in modo più o meno simile a quella della Prussia sotto il regime di Bismarck. Avviata da Getúlio Vargas come risposta alla crisi del 1929 e ai suoi effetti in Brasile, essa conobbe altri due cicli. Il primo, con modalità significative e coerenti con il suo carattere conservatore – analogamente a quella bismarckiana –, sfociò in due regimi dittatoriali: quello di Vargas (1930-1945) e del suo ritorno come presidente eletto, che conservò una forte continuità con il periodo precedente, e quello delle dittature militari fondato sull'ideologia della `sicurezza nazionale', fra il '64 e l'85. L'altro fu il periodo presidenziale successivo al suicidio di Vargas (1954), caratterizzato dal `desenvolvimentismo' di Juscelino Kubistchek.
Il primo periodo legalizzò il sindacalismo, ma in forme totalmente vincolate allo Stato, sul modello della `Carta del Lavoro' 1 di Mussolini, limitando la sua sfera d'azione ai lavoratori urbani delle imprese private e scavando un fossato fra i lavoratori urbani e quelli agricoli, lasciando questi ultimi sotto il pieno dominio del latifondo che, politicamente, faceva parte del blocco di consenso di Vargas. L'industrializzazione assunse così un carattere ambiguo: promosse immigrazione e mobilità sociale con una estensione senza precedenti nella storia brasiliana, portando milioni di lavoratori dalle campagne alle città, dall'informalità del lavoro agricolo al contratto formale di lavoro nell'industria, nelle costruzioni e nel settore dei servizi e, allo stesso tempo, trasformò la struttura produttiva del paese in pochi decenni inserendo il Brasile in uno dei grandi fenomeni storici del secolo XX, l'industrializzazione in paesi periferici del capitalismo.
Tuttavia, in conseguenza del rifiuto opposto alla riforma agraria, della concentrazione della produzione – specie nel ciclo delle dittature militari – verso la sfera del consumo di lusso dentro il paese e nell'esportazione, delle limitazioni imposte ai diritti delle masse lavoratrici, l'espansione economica riprodusse una distribuzione della ricchezza più iniqua che in ogni altro paese. Il Brasile si trasformò in cinque decenni da paese rurale a paese urbano, da economia agricola a economia industriale e di servizi. Divenne la maggior economia dell'America Latina, ma, allo stesso tempo, anche la società più ingiusta del continente.
Il ritardo economico e sociale si è ripercosso sul ritardo nella formazione delle organizzazioni sociali e politiche della sinistra brasiliana. La nascita dei Partiti comunista e socialista in Brasile risale più o meno agli stessi anni degli altri paesi del continente, sotto il forte influsso della vittoria bolscevica. Tuttavia il quadro sociale in cui sorsero è molto più rudimentale dal punto di vista della costituzione di classe e perfino del sentimento nazionale. Negli anni venti del secolo scorso il paese era ancora un'economia primaria d'esportazione di tipo classico, il pensiero sociale critico muoveva i primi passi, la vita intellettuale era solo agli inizi se confrontata col Messico e con l'Argentina. Tutto ciò si manifesta anche nella debolezza dei sindacati e nell'assenza di forme di organizzazione dei lavoratori delle campagne, dove si concentrava la più grande parte della forza lavoro. Per poter misurare il ritardo relativo nella formazione delle classi sociali, bisogna ricordare che solo nel 1888 – due decenni prima della rivoluzione messicana e tre decenni prima della riforma universitaria di Córdoba e della rivoluzione bolscevica – nel paese termina formalmente la schiavitù. Quando in Argentina ci fu la riforma universitaria, in Brasile si stava fondando la prima università. Il Brasile vedrà la sua prima centrale sindacale solo negli anni ottanta del secolo scorso, dopo le dittature militari degli anni sessanta e settanta. Per la prima elezione presidenziale minimamente rappresentativa si dovrà aspettare quasi la metà del secolo XX (nel 1945). Ma la durata della legittimità costituzionale fu breve: meno di vent'anni, fino al 1964. Al suo ritorno, nel 1985, il Brasile avrà un presidente civile, José Sarney (1985-1990), eletto con votazione di secondo grado da un Congresso emanazione della dittatura, con rappresentanti scelti dal regime militare fra i suoi quadri; un altro presidente civile che finirà sotto impeachment per corruzione – Fernando Collor de Mello (1990-1992) – e con un vice presidente chiamato a concludere il mandato: Itamar Franco (1992-1994); e un presidente eletto – Fernando Henrique Cardoso – che impose la sua rielezione grazie a una modifica della Costituzione ottenuta con metodi incontestabilmente illegittimi. A conti fatti, il Brasile può annoverare solo un presidente civile – Juscelino Kubistchek (1955-1960) – eletto col voto diretto della popolazione, che passa regolarmente la presidenza al suo successore – in questo caso un esponente dell'opposizione, il populista di destra Jânio Quadros, che si dimetterà sette mesi dopo il suo insediamento (1961).
Una vita democratica così discontinua si combina – non per caso – con un capitalismo che riproduce come nessun altro al mondo la concentrazione del reddito e del patrimonio, con una borghesia abituata a non correre rischi elettorali. Quando il processo politico sfugge al suo controllo – nel 1961, con la rinuncia del candidato da essa appoggiato e la nomina del suo successore di centro-sinistra (João Goulart) – invocherà, tre anni dopo, la dittatura militare che sarebbe durata per due decenni. Quando nell'89, nelle prime elezioni dirette per la presidenza della repubblica in trent'anni, intravide la possibilità di vittoria del candidato di sinistra – Lula –, si gettò nelle braccia di un avventuriero – Fernando Collor – che finì per essere deposto tre anni più tardi.
La sinistra brasiliana, a sua volta, è figlia diretta dello sviluppo diseguale e concordato del capitalismo brasiliano. Si basa sul forte sviluppo industriale promosso dalla dittatura militare, che si avvaleva del fatto di essersi impadronita del potere mentre ancora si sentivano gli effetti del lungo ciclo espansivo del capitalismo internazionale. Ma questo stesso processo ampliò e rinnovò la classe lavoratrice brasiliana. Fu dal sindacalismo di base dell'industria dell'auto localizzata nella periferia della sua maggior metropoli – San Paolo – che nacque il nucleo originale del Pt, e lo stesso Lula si formò come leader sindacale sfidando la dittatura militare. La sinistra ha trovato la base della sua forza anche sulla mancata realizzazione della riforma agraria in un paese che è il secondo maggior produttore di cereali del mondo e presenta una brutale concentrazione della proprietà rurale e livelli allarmanti di fame e di miseria. Facendo leva sul carattere esplosivo della questione agraria del Brasile – erede diretta dello schiavismo – la sinistra ha potuto contare sul sostegno del principale movimento contadino della sua storia: i Sem Terra (Mst). L'altro pilastro della sinistra è una intellettualità critica dalla grandi capacità creative, che ha prodotto un pensiero sociale in grado di gettare le basi di un'interpretazione alternativa della storia e della cultura brasiliane, in cui si distinguono, fra gli altri, Caio Prado Jr., Celso Furtado, Florestan Fernandes, Darcy Ribeiro, Antonio Candido, Sergio Buarque de Holanda. Infine la sinistra può contare su una schiera di tecnici e scienziati formati nella ricerca sociale che è cresciuta con lo sviluppo industriale e universitario del paese.
La caduta della dittatura fu seguita da un periodo politico decisivo per la configurazione attuale della storia brasiliana: il contraddittorio decennio degli ottanta. Per quanto riguarda l'economia esso fu definito `il decennio perduto'– in realtà si trattò dell'inizio di vari decenni di bassa crescita, dell'esaurimento della spinta economica della fase precedente e non solo di dieci anni eccezionalmente negativi – nondimeno questi anni fecero registrare per la prima volta nella storia del Brasile un forte processo di costruzione di una sinistra indipendente con grande base di massa. In quegli anni furono fondati, fra gli altri, il Partido dos Trabalhadores (Pt), la Central Única dos Trabalhadores (Cut), il Movimento dos Sem Terra (Mst). Il forte impulso anti-neoliberista di quel decennio, in cui va compresa anche la `Costituzione di cittadinanza' (come la battezzò il presidente dell'Assemblea costituente, Ulysses Guimarães, per mettere in rilievo il suo carattere di affermazione dei diritti), sfociò – meno di dieci anni dopo la fondazione del Pt e solo a quattro anni dalla fine della dittatura militare – nella quasi-elezione di Lula a presidente del Brasile, nell'89, dopo un tiratissimo ballottaggio contro Collor de Mello,
La forza accumulata in quei dieci anni fu sufficiente per rendere insostenibile il governo di Collor de Mello, colpendolo nel suo punto più debole: il tradizionale carattere `proprietario' delle élites politiche brasiliane, in questo caso rappresentate da un giovane politico formatosi nei partiti della dittatura, proveniente dal Nordest del paese, la regione più fortemente marcata da quei tratti di arretratezza politica. Le denunce di corruzione finirono per rovesciare Collor de Mello; e a lui succedette Fernando Henrique Cardoso, la propaggine brasiliana della conversione neoliberista della socialdemocrazia.
Il fallimento del tardo neoliberismo di Cardoso ha costituito il grande vantaggio con cui Lula si è presentato alle elezioni del 2002. La sinistra brasiliana, espressa nel suo partito più forte e rappresentativo – il Pt –, era nata con una proposta programmatica generale di `socialismo democratico' senza per questo identificarsi con la socialdemocrazia – e col suo progetto di `democratizzazione del capitalismo' –, ma cercando di differenziarsi dal modello sovietico. Questo progetto, pur non essendosi mai precisato in termini politici o programmatici, riflette una volontà generale di rottura con il capitalismo.
In breve tempo il Pt, sorto dai movimenti sociali di resistenza alla dittatura e dalla denuncia del carattere conservatore della transizione alla democrazia, si è conquistato uno spazio nelle istituzioni attraverso la partecipazione sistematica alle tornate elettorali, l'elezione di deputati, poi di sindaci e anche di governatori di alcuni stati. Il fallimento prematuro del processo di democratizzazione conservatrice ha precocemente proiettato il Pt verso il cuore della lotta per l'egemonia. Il suo progetto di radicalizzazione della nuova democrazia con l'approfondimento dei suoi contenuti sociali, mediante il quale voleva rafforzare i diritti dei lavoratori e di altri settori sociali sfavoriti, ha fatto proprie pratiche di governo basate sui bilanci partecipativi – a partire dall'esperienza pionieristica di Porto Alegre – e sul rigore morale nell'amministrazione pubblica.
Questa piattaforma non è stata sufficiente a resistere alla valanga rappresentata dalla versione brasiliana del `Consenso di Washington' – il Piano Real del governo Cardoso per la stabilizzazione monetaria – con le sue promesse di ingresso nella modernità attraverso le riforme fiscali. Così Cardoso è stato eletto al primo turno nelle elezioni presidenziali del '94 e rieletto nel '98 – allo stesso modo in cui furono rieletti Menem e Fujimori – riuscendo a nascondere che il suo modello economico stava esaurendosi e che il Brasile si trovava sull'orlo della bancarotta economica. Realtà che venne regolarmente alla luce un mese dopo le elezioni di quattro anni fa, portando alla crisi brasiliana del gennaio '91 e alla necessità di un nuovo prestito dell'Fmi e, contemporaneamente, della svalutazione della moneta.
La bocciatura da parte di più di tre quarti dell'elettorato nel primo turno del 6 ottobre scorso ha rivelato il fallimento del progetto di governo di Cardoso: il suo candidato, e suo trentennale compagno di partito, l'ex ministro della Pianificazione e della salute José Serra, non è andato oltre il 23% dei voti. La coalizione governativa si è spaccata, più come effetto del fallimento e dell'impopolarità del governo che per i metodi autoritari – che pure hanno pesato – con cui è stata imposta la candidatura di Serra. Egli rappresenta la ripresa di un modello di sviluppo che tenta – sulla falsariga della fallita `terza via' dell'argentino Fernando de la Rúa – di rendere compatibile il modello Fmi delle riforme fiscali con lo sviluppo economico, ancorandolo alla grande borghesia paulista. Ma ciò facendo, si è ineluttabilmente alienato il partito che rappresenta in sostanza l'oligarchia agraria del Nordest – il Partido da Frente Liberal – che si è diviso e ha preso le distanze dal candidato del governo.
Queste sono le condizioni che hanno spianato la strada a Lula. Egli ha puntato su una via di uscita dal neoliberismo fondata sull'alleanza del capitale produttivo contro quello speculativo. Questo orientamento spiega le sue scelte: un grande imprenditore tessile, senatore per il secondo maggiore stato dell'Unione (Minas Gerais), come candidato alla vice presidenza e un programma di rilancio economico centrato sul taglio dei tassi di interesse per incentivare il credito agli investimenti e ai consumi, nella prospettiva, di stampo keynesiano classico, di innescare una spirale virtuosa dell'economia. Il rilancio della crescita dovrebbe rendere possibile promuovere la ripresa del mercato interno dei consumi di massa, una redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento delle piccole industrie, l'estensione della riforma agraria e con essa della produzione di alimenti per il mercato nazionale, la riforma tributaria per incentivare la produzione e le esportazioni. Cercando di evitare una fuga ancor più accentuata di capitali, Lula si è impegnato a onorare gli accordi in vigore e si è pronunciato a favore del nuovo prestito d'agosto del Fmi, nonostante abbia criticato i limiti imposti al deficit di bilancio.
Un post-neoliberismo alla brasiliana?
Che cosa significa quindi, o può significare, l'elezione di Lula alla presidenza del Brasile? Si tratta del primo tentativo concreto di rottura con il neoliberismo, nonostante il programma di Lula delinei un'uscita graduale dalla logica neoliberista prevalente nel paese ormai da più di un decennio. Ma in che condizioni Lula, il Pt e il Brasile si troveranno per portare avanti il post-neoliberismo?
Possono contare, in primo luogo, su una sinistra che ha una forza – sul piano sociale, politico, istituzionale e culturale – accumulata nei decenni precedenti quale nessun altro paese può vantare. Possono contare inoltre su un'economia meno debilitata di quella di altri paesi del continente – come l'Argentina e il Messico –, meno de-nazionalizzata, con maggiori capacità di resistenza sia nella produzione per il mercato interno sia nella competitività internazionale. Possono contare anche sulla crisi di legittimità del neoliberismo sul piano internazionale e sull'esaurimento delle sue politiche, di cui la crisi argentina è la manifestazione più acuta. Infine hanno dallo loro parte l'ansia di cambiamento chiarissimamente espressa dal popolo brasiliano e le analoghe attese presenti nell'opinione pubblica internazionale.
Il governo Lula dovrà tuttavia anche confrontarsi, da subito, con un'eredità drammatica sul piano economico, finanziario e sociale. Il livello di finanziarizzazione dell'economia brasiliana richiede risposte economiche immediate e restringe fortemente i margini di manovra. Oggi come oggi, nessun tipo di rottura con l'Fmi è immediatamente possibile e saranno necessari duri negoziati sul debito, specialmente con le banche Morgan e City Bank che sono le principali detentrici dei titoli del debito latino-americano.
Il governo di Lula avrà un primo anno molto difficile, vista la situazione che riceve in eredità. Quindi è presumibile che non potrà fare affidamento per molto tempo sulla luna di miele che certamente seguirà immediatamente alla sua vittoria del 27 ottobre. Dovrà contrastare le tendenze recessive attraverso incentivi alla piccola e media industria, al mercato interno dei consumi popolari, all'espansione della produzione alimentare, per potere avanzare sul piano sociale e della riforma agraria già fin dall'inizio del suo mandato. La caduta dei tassi di interesse, su cui punta Lula, si scontrerà al principio con la fuga di capitali e con le difficoltà della bilancia dei pagamenti, che richiedono la continuità di quel flusso di risorse finanziarie finora attratte dai tassi reali di interesse più alti del mondo imposti dal governo Cardoso. La politica valutaria sarà una partita difficile e incerta fra la conservazione della stabilità – eminentemente recessiva, nel contesto attuale – e la ripresa dello sviluppo e l'espansione delle politiche sociali promesse da Lula.
In ogni caso, l'effetto simbolico della sua elezione, di per sé solo, rappresenta un fatto senza precedenti nella politica brasiliana e fa intravedere la possibilità dell'inizio nel paese, e forse in America Latina, di un'era post-neoliberista. Per la sua estrazione sociale, per la sua carriera politica, per le caratteristiche del suo partito e dei movimenti che l'appoggiano, l'elezione di Lula può costituire un momento importante al pari di quelli evocati all'inizio di questo articolo, pur se con ambizioni meno radicali di trasformazione.
Questo valore risiede, in primo luogo, nel fatto che viviamo ancora in una fase storica molto sfavorevole alla sinistra sia nel continente sia, più in generale, sul piano internazionale. Ci sono segnali di recupero dei movimenti sociali e civili di resistenza; ci sono articolazioni importanti come il Forum Sociale Mondiale, ma quello di Lula sarà il primo governo che incarnerà un progetto di uscita dal neoliberismo in modo conseguente sia sul piano interno che internazionale. (La politica economica di Hugo Chávez in Venezuela non può essere definita anti-neoliberista, per quanto le sue prese di posizione e le sue simpatie politiche lo siano inequivocabilmente.) Sarà un passo in avanti, nuovo, in un quadro ancora molto negativo, e quindi la novità avrà una risonanza ancora maggiore perché in contrasto con gli ultimi due decenni di egemonia quasi assoluta del neoliberismo. In secondo luogo l'esperimento Lula è importante perché questa novità riguarda un paese con un peso internazionale maggiore di Cuba o del Cile o del Nicaragua e in un contesto in cui quel ruolo internazionale – per esempio rispetto all'Accordo di Libero Commercio delle Americhe (Alca) e alla stessa crisi argentina – può essere fatto valere. E infine, perché la ripresa delle mobilitazioni internazionali contro il neoliberismo e la sua crisi di legittimità creano un'esigenza di leadership a cui Lula può rispondere, se riuscirà a sviluppare una politica internazionale attiva, creativa e diversificata, potendo contare a suo favore sull'assenza, in paesi di un certo peso, di leader che si oppongano all'egemonia neoliberista.
Da qualche tempo si discute sulla possibilità del post-neoliberismo e si vive la contraddizione tra la forza delle trasformazioni regressive prodotte dal neoliberismo e i suoi effetti sociali negativi. Lula può inaugurare il post-neoliberismo e una nuova tappa storica della sinistra in America latina e nel contesto internazionale, superando la crisi di identità di un paese mitizzato per la sua musica e per lo sport e allo stesso tempo demonizzato per la sua crudeltà sociale. Il Brasile non sarà mai più lo stesso dopo il governo Lula. Tale è il peso della sua vittoria per il paese. Il modo in cui il Brasile si muoverà con alla testa un presidente emigrante nordestino, operaio metallurgico, leader sindacale e dirigente di sinistra è, per la sinistra, la maggiore prova di questi ultimi decenni e la prima grande sfida del nuovo secolo.
note:
1 Emanata nel 1927 dal Gran Consiglio del fascismo per dare fondamento allo Stato corporativo (NdRM).
Emir Sader è coordinatore del Laboratorio di Politiche pubbliche all'università statale di Rio de Janeiro
e membro del Consiglio internazionale del Forum sociale mondiale.
(Traduzione di Maurizio Matteuzzi)