Verso il Forum sociale europeo
DOVE ARRIVERA’ PORTO ALEGRE?
Bernard Cassen
Nel 2001 il primo Forum sociale mondiale (Fsm) aveva volutamente scelto di far coincidere le sue date con quelle di Davos. Avendo dato buoni frutti, la procedura è stata seguita anche nel 2002 e lo sarà nel Forum del 2003, che inizierà lo stesso giorno, il 23 gennaio. Ma è interessante notare che in nessuna delle riunioni di preparazione del Consiglio internazionale alle quali ho partecipato da oltre un anno a questa parte, si sia prestata la benché minima attenzione a questa contemporaneità di date e all’interesse che ancora suscita. È più per comodità, se non per abitudine, e allo scopo di disporre di un punto di riferimento fisso in un’agenda fitta di riunioni, che lasciamo al World Economic Forum (Wef) il compito di fissare le date Forum sociale.
Questa relativa indifferenza dimostra che il Fsm può ormai fare a meno dell’impulso di Davos, che questo Forum ha una sua peculiarità e non ha più bisogno di confrontarsi una volta l’anno con gli autoproclamati signori del mondo. Tutto lascia credere che dovrà essere proprio il Wef, se sopravviverà alla crisi di legittimità che lo minaccia – varrebbe la pena di verificare quanti manager americani oggi al centro degli scandali o già dietro le sbarre hanno partecipato alle sue sessioni – a dover fare i conti con Porto Alegre e non il contrario. La radicale novità del Fsm, infatti, sta nell’essere passati, senza rotture, da una cultura del ‘no’ a una cultura del ‘sì’, implicita nella parola d’ordine ‘Un altro mondo è possibile’. È per questo, per elaborare delle alternative, che si sono delineati i contorni di una coalizione mondiale che raggruppa movimenti sociali dalle logiche non sempre convergenti– come i sindacati e le associazioni 1 – oppure strutture come le chiese o, ancora, associazioni di piccole e medie imprese o rappresentanti nazionali o locali eletti a suffragio universale sulla base di procedure particolari.
Fin dai suoi primi testi e soprattutto a partire da documento fondamentale rappresentato dalla sua Carta dei principi, il Fsm si considera uno spazio e un processo e non un’entità. Fin da Porto Alegre I (gennaio 2001) si è voluto organizzare un luogo di scambio, di dialogo, di elaborazione di proposte, di progettazione di strategie di azione e di costituzione di coalizioni di tutti gli attori sociali che rifiutano la globalizzazione liberista; e questo rifiuto rappresenta la condizione essenziale per la partecipazione alle sue attività. Ma ognuna di queste procedure impegna solo le organizzazioni che vi sono coinvolte, e non l’insieme di quelle presenti al Forum.
Il Fsm, perciò, non prende posizioni ufficiali in quanto tale, non esiste un ‘comunicato finale’ delle sue riunioni; vi sono solo diversi testi adottati durante il Fsm, ma non dei testi del Fsm, a parte quelli che fissano queste stesse regole del gioco. Ciò non vale solo per il Fsm, ma anche per tutte le sue articolazioni continentali e tematiche, e per la sua struttura di gestione rappresentata dal Consiglio internazionale. Tra i suoi membri vi sono raramente divergenze sulle politiche da condurre in questo o quel settore, ma questa unanimità, quando c’è, non porta a una posizione ufficiale del Consiglio.
Il Forum è anche un processo che, all’indomani di Porto Alegre I, ha acquisito una sua dinamica specifica, riproducendosi in altri continenti e in altri paesi fuori dal Brasile e stimolando ovunque la mobilitazione e la convergenza di diverse forze sociali.
Questo statuto particolare del Fsm non sempre è stato capito dagli osservatori, in particolare dai giornalisti, né da alcuni degli stessi protagonisti. Per i primi era difficile ammettere che un Forum potesse concludersi senza proposte e dichiarazioni ufficiali; da ciò la loro tendenza ad affermare che siamo incapaci di ‘concretizzare’, che ci sottraiamo al rapporto con la realtà. Sarebbe bastato tuttavia assistere a qualcuno dei 400 seminari del Fsm 2001 e dei circa 750 del Fsm 2002 per notare il gran numero di proposte presentate.
Quanto ad alcuni dei protagonisti, si capisce che sia difficile resistere alla tentazione di sfruttare il carattere emblematico che ha rapidamente assunto ‘Porto Alegre’ per sostenere rivendicazioni che fino a quel momento non avevano ricevuto molta pubblicità. Ma, come abbiamo visto, l’obiettivo di non trasformare il Fsm in un’entità deliberante è stato fermamente mantenuto dal comitato brasiliano, e ribadito dal Consiglio internazionale. Il semplice buon senso fa capire che è questa la sola garanzia del suo allargamento permanente, in particolare a sindacati o a grandi associazioni particolarmente restii ad affiancarsi a movimenti di cui essi contestano a volte la rappresentatività e l’‘attivismo’.
Il ‘processo’ del Fsm, poiché questa è la parola più adatta, mi sembra costituire una articolazione di valore storico sotto un duplice punto di vista:
- in primo luogo attraverso l’elaborazione progressiva, a livello mondiale, di un corpus sempre più largamente condiviso dagli attori sociali (con le precauzioni di metodo cui accennavo in precedenza) di analisi e di proposte in contrasto con le politiche liberiste: una sorta di ‘Porto Alegre Consensus’ che si contrappone al ‘Washington Consensus’;
- in secondo luogo attraverso la multipolarità geografica delle sue forze e dei suoi attori, che ha nella scelta come portabandiera di una città del Brasile, quindi del Sud, la sua traduzione simbolica.
L’affermazione fondamentale di Porto Alegre, secondo la quale ‘un altro mondo è possibile’ significa rifiutare il carattere irreversibile, inevitabile e, per così dire, ‘felice’ della globalizzazione liberista, come scriveva (e per quanto possa sembrare incredibile, come pensa ancora!) Alain Minc 2. È in ogni caso quello che, per venti anni, ci avevano ripetuto gli apologeti del liberismo: giornalisti economici, editorialisti, saggisti di ogni genere, istituzioni multilaterali e governative. Avevano però dimenticato di dirci che questa globalizzazione liberista e le sue varie versioni, in particolare quella europea, erano un ingranaggio che loro stessi avevano prodotto!
In Europa questo trucco è stato più volte tentato. Elie Cohen, economista molto in vista e molto ascoltato dai ministri socialisti e da Lionel Jospin, ha spiegato senza batter ciglio che «il vincolo europeo è una risorsa nel gioco politico nazionale. Alcune riforme in sé auspicabili, ma oggetto di forti obiezioni politico-sindacali interne, sono state di fatto introdotte in nome del benefico vincolo esterno. Ls struttura complessiva delle politiche di mercato rappresenta il vincolo che si sono dati i paesi membri dell’Unione europea e in particolare le nazioni latine (Francia, Spagna e Italia) per riformare le loro politiche in settori protetti, in cui il sindacalismo rimaneva forte e il consenso politico impediva di fatto i cambiamenti principali» 3.
Jacques Delors diceva la stessa cosa quando, per riprendere il titolo di uno dei suoi libri, parlava della necessità di fare la Francia attraverso l’Europa. Alain Touraine è stato ancora più esplicito: «In Francia la parola liberismo era impronunciabile, così se ne è trovata un’altra, Europa» 4. È significativo che esponenti o simpatizzanti della socialdemocrazia (eviteremo di dire ‘di sinistra’ per non rovinare la loro immagine) non abbiano esitato a spiegare così cinicamente il meccanismo di espropriazione dei cittadini da parte dei governanti. Per questi ultimi passare ‘dall’alto’, attraverso l’Ue, mediante la creazione di un vincolo, di una «servitù volontaria» – per dirla con La Boétie – che poi essi trasferiscono nelle loro nazioni, equivale a una legittimazione e a un’assoluzione: chi oserebbe mettersi contro ‘l’Europa’?
Ciò che vale per gli europei vale anche per i paesi del Sud: sono i loro governanti che negoziano con il Fmi o con la Banca mondiale le ‘condizioni’ che dovranno – controvoglia, assicurano – imporre con le buone o con le cattive ai loro popoli. Sono pochissimi coloro che rifiutano questo ricatto del prestito o del ‘piano di salvataggio’. Se alcuni accettano di buon grado, perché personalmente legati al capitale straniero, molti altri hanno margini di manovra molto limitati, e ciò vale come attenuante. In ogni caso la terapia d’urto o le ‘misure di risanamento’ sono presentate come di origine esterna, provenienti dai ‘piani alti’ di Washington, allo scopo di inibire ogni forma di resistenza.
Gli oppositori della globalizzazione liberista hanno imparato dai loro avversari la necessità di ‘passare dall’alto’: dal nazionale all’internazionale, per poi tornare al nazionale. Nei grandi incontri, da Seattle a Siviglia, passando per Genova e Barcellona, si sono infatti ritrovati l’uno accanto all’altro manifestanti di molte nazionalità, ognuno portatore di rivendicazioni specifiche del proprio paese e della propria attività professionale, ma che si inserivano tutte in un quadro globale. Tutti cominciano a comprendere che le contestazioni e l’elaborazione di proposte alternative devono essere elaborate a livello internazionale, poiché le politiche nazionali sono sovradeterminate da orientamenti decisi su scala internazionale. E queste proposte – questa è la grande differenza rispetto alla globalizzazione liberista, puro prodotto del Nord – devono integrare tanto le aspirazioni del Nord quanto quelle del Sud. Questa è stata la principale funzione del Forum sociale mondiale di Porto Alegre.
I padroni delle grandi multinazionali, banchieri e dirigenti politici dispongono di numerose occasioni di incontrarsi in modo informale nel corso dell’anno, come a Davos o nelle sue varianti locali, nel quadro della Commissione trilaterale, della Tavola rotonda degli industriali europei, del Transatlantic Business Dialogue, del World Business Council for Sustainable Development (che ha occupato indebitamente il recente vertice di Johannesburg) o nei numerosi convegni organizzati dalle fondazioni americane ed europee. Nell’atmosfera ovattata di queste conclavi si fa il punto sulla situazione della globalizzazione, sui pericoli che vi incombono, sulle forze della contestazione e sui modi per contrastarla. Essi non hanno bisogno di emanare comunicati: l’informazione e le strategie costantemente aggiornate circolano direttamente, tanto più che in questi direttorii del mondo si intrecciano molti legami personali.
Noi non abbiamo nulla di simile. Certamente i sindacati, attraverso le loro strutture internazionali, le innumerevoli campagne, le reti associative, confessionali, universitarie, umanitarie e così via, hanno occasione di ritrovarsi periodicamente, ma l’esperienza dimostra che, in termini di azioni concertate, i risultati prodotti da queste riunioni settoriali sono scarsi. Proprio perché settoriali. Quello che mancava era uno spazio in cui il maggior numero di attori sociali, di solito privi di mezzi e spesso geograficamente isolati, potesse incontrarsi, scambiare e articolare le proprie lotte.
Porto Alegre è uno spazio che risponde esattamente a questa definizione. Uno spazio in cui si possono gradualmente elaborare consensi e in cui si può fare l’inventario degli accordi e delle divergenze sulle questioni ancora aperte (come l’articolazione fra commercio internazionale e norme sociali e ambientali) tra movimenti di ogni genere. La logica è la stessa di quella utilizzata dai liberisti: arrivare prima di tutto a una base largamente condivisa di proposte dotate della legittimità conferita dal ‘marchio’ di un luogo emblematico: Porto Alegre. In seguito portare movimenti, campagne, sindacati e rappresentanti a cercare, paese per paese e in funzione dei rapporti di forza nazionali, di tradurre in azioni concrete queste prime alternative globali.
Secondo elemento positivo, anche se ancora in embrione, di Porto Alegre: questo processo di convergenza mondiale non riguarda solo le rivendicazioni, ma anche il modo di esprimerle. Quella che definisco l’Internazionale liberista (Banca mondiale, Fmi, Ocse, Wto e così via), con la sua presidenza (il dipartimento del Tesoro americano), con i suoi corrispondenti regionali (Commissione europea, banche regionali) e con le sue sezioni nazionali (ogni ministero delle Finanze e, al suo interno, la direzione del Tesoro) applica ovunque le stesse politiche e utilizza, per descriverle, lo stesso vocabolario: aggiustamento strutturale, ‘riforme’ (dei regimi pensionistici, del settore pubblico, del codice del lavoro, della previdenza, ecc.), ‘indipendenza’ delle banche centrali, liberalizzazione, privatizzazioni, ‘libertà’ di circolazione dei capitali, dell’investimento e del commercio, modernità, competitività, concorrenza, ‘piani di salvataggio’ (dell’Fmi), creazione (o distruzione) di valore, ‘corporate governance’, ‘buon governo’, vincolo estero, flessibilità, mobilità della manodopera e così via. Questo lessico unico esprime i molteplici aspetti della globalizzazione liberista.
Di fronte a questa mistificazione si sta facendo strada una ‘controlinguaggio’, che presenta però un aspetto paradossale: siamo tutti d’accordo nel considerare il sistema di oppressione attuale, che si autodefinisce ‘globalizzazione’, come quello della ‘globalizzazione liberista’, dove il termine ‘liberista’ a fa tutta la differenza (in inglese neoliberal globalization, in spagnolo globalización neoliberal); tuttavia non abbiamo parole per definirci in termini positivi, a testimonianza della nostra difficoltà a passare dal ‘no’ al ‘sì’. Siamo sostenitori di una ‘globalizzazione solidale’, oppure dovremmo, come chiede l’indiano Jay Sen, membro del Consiglio internazionale, sostituire l’aggettivo ‘sociale’ che qualifica il Forum con ‘civile’?
In ogni caso, non appena utilizziamo i termini dell’altro schieramento, ci ritroviamo sul suo terreno, riproduciamo il suo modo di porre i problemi e quindi le ‘soluzioni’ che inevitabilmente ne derivano. L’egemonia politica ed economica ha come vettore obbligato l’egemonia terminologica. Da ciò deriva la necessità di dotarci di un nostro vocabolario e di nostre definizioni. A partire dal 2003, Porto Alegre diventerà una commissione terminologica planetaria (e ovviamente poliglotta) della globalizzazione liberista e creerà gli strumenti linguistici per combatterla.
Terzo elemento positivo, complementare al precedente: la progressiva convergenza delle parole si accompagna alla sempre più grande diversificazione geografica, linguistica e culturale del Forum. Nel corso della prima sessione del 2001, il Fsm era stato mondiale solo in parte. I suoi due poli di partenza erano stati il Brasile e la Francia, con una rapida estensione all’America latina (a causa della posizione geografica di Porto Alegre) e all’Europa meridionale. In compenso vi era stata una scarsa partecipazione degli africani, degli europei del Nord e dell’Est, degli asiatici e dei nordamericani. Tuttavia un buon equilibrio fra i continenti era stato raggiunto nella scelta degli interventi alle conferenze. Per i paesi del Sud, l’assenza si spiegava con la lontananza e con la mancanza di mezzi finanziari. Ma perché si erano visti così pochi nordamericani, che non avevano questi problemi e che invece avevano svolto un ruolo di punta nelle precedenti mobilitazioni antiliberiste? Penso che la risposta sia stata data da Peter Marcuse, professore della Columbia University, durante i suoi interventi alle prime due edizioni del Forum: «È un semplice riflesso del provincialismo americano. Si tratta di uno scenario consueto: se non si svolge negli Stati Uniti, se non è in inglese, se non è organizzato da gruppi americani, non sarà certo importante e ancora meno potrà rappresentare una prosecuzione di Seattle» 5.
Paradossalmente, ritengo che la scarsa presenza dei movimenti americani nel 2001 sia stata una delle chiavi del successo del Fsm e per questo motivo non ne sono affatto dispiaciuto. Se fossero giunti numerosi (cosa che, molto pragmaticamente, hanno fatto l’anno successivo) la loro forza e la loro esperienza avrebbe spostato verso il Nord, soprattutto verso l’America del Nord, un’iniziativa che si vuole multipolare. Una volta costituita e consolidata una configurazione Europa-America latina, che poi si è estesa all’Africa e all’Asia, i nostri colleghi americani hanno avuto tutto il loro spazio, che del resto non occupano ancora pienamente.
Il Fsm sta sviluppando una ‘cultura’ al tempo stesso specifica ed evolutiva, con il progressivo ‘decentramento’ dei suoi siti fuori da Porto Alegre, in America latina, in Africa, in Europa e in Asia. Questa cultura è costituzionalmente refrattaria a qualunque egemonia. È significativo che l’inglese non sia stato considerato come l’unica lingua di lavoro. A Porto Alegre, a causa della forte presenza latinoamericana, la lingua comune è lo spagnolo. Dal punto di vista culturale è una grande novità che un incontro internazionale di questa portata non si svolga in inglese! La situazione si è riprodotta durante le primi riunioni del Consiglio internazionale, in cui si è avvertito che la quasi totalità dei non ispanofoni di nascita parlava o comprendeva lo spagnolo. Praticamente solo alcuni delegati italiani si sono espressi in inglese.
Durante la riunione di Dakar del Consiglio, la lingua francese ha assunto un’importanza pari allo spagnolo, comunque molto superiore all’inglese, che ha ripreso forza a Bangkok, poiché rappresenta (quasi) l’unica lingua comune per la maggior parte dei paesi dell’Asia orientale e meridionale. Il multilinguismo è un elemento costitutivo della dinamica del Forum, cosa che ci obbligherà ben presto a superare il quadro delle sue quattro lingue ufficiali (inglese, spagnolo, francese e portoghese) per aprirsi in un primo momento almeno all’arabo. Ma, oltre alle lingue, è anche la nostra cultura del dibattito che dobbiamo imparare a diversificare, e l’‘asiatizzazione’ del Fsm (previsto in India, paese così poco conosciuto, nel 2004) ce lo imporrà.
La nostra capacità di trovare una cultura di dibattito comune diventerà vitale per l’avvenire di questa ‘forza viva’ rappresentata oggi dal Fsm. Non sarà necessario molto lavoro perché questo Forum diventi un’istituzione, certo non come le altre, ma alla quale il liberismo dovrà rassegnarsi. Ne sarà invece necessario molto perché si trasformi in movimento mondiale in grado di creare le condizioni di una nuova ‘grande trasformazione’, per riprendere il titolo di un famoso libro di Karl Polanyi. Il futuro è aperto, gli ingredienti sono presenti, le volontà esistono per pensare «un altro mondo» possibile o, come preferisce il subcomandante Marcos, «altri mondi possibili». Penso del resto che sarà quest’ultima formulazione a imporsi nei prossimi anni, proprio per tradurre la pluralità delle risposte da dare alla globalizzazione liberista.
* Presidente di Attac France, membro del Consiglio internazionale del Forum sociale mondiale
note:
1 Uso di rado, cioè solo nei contesti in cui è giustificato, la sigla, molto di moda, di Ong, che significa ‘organizzazione non governativa’. Una Ong è un’associazione ufficialmente riconosciuta da un’organizzazione intergovernativa (Onu, Consiglio d’Europa, ecc.). Tutte le Ong sono associazioni, ma solo un numero molto piccolo di associazioni realizza le condizioni, o ha effettuato le procedure, per essere una Ong. In generale si tratta di grandi strutture, dotate di numerose sedi permanenti (come Médecins sans frontières od Oxfam) che somigliano più a strutture di ‘lobbying’ – che hanno scopo di ottenere finanziamenti che permettano lo sviluppo delle loro iniziative – che a movimenti civili.
2 Questa formula indimenticabile, La mondialisation heureuse, è il titolo di un suo libro pubblicato da Plon, Paris 1997.
3 Elie Cohen, La tentation hexagonale, Fayard, Paris 1996.
4 Alain Touraine, Le marché, l’Etat et l’acteur social, «Cultures en mouvement», n. 17, maggio 1999.
a Abbiamo tradotto liberal – termine sempre usato nel testo di Cassen – con liberista perché c’è sembrato che questa parola rappresenti più compiutamente in italiano la tendenza a cui si fa riferimento (NdRM).
5 Citato da Naomi Klein, A Fête for the End of the End of History, «The Nation», 19 marzo 2001.