Discussione su capitalismo e socialismo
PIRELLI PADRE E FIGLIO
Aldo Tortorella
La discussione sulla scelta tra capitalismo e socialismo è fuori moda, anzi è considerata dalla gran parte della sinistra un puro non senso o, peggio, un pericoloso diversivo, dopo tante drammatiche sconfitte. Urgono le politiche, non le chiacchiere sui massimi sistemi. Il lessico si fa confuso, capitalismo e mercato sembrano la stessa cosa, democrazia e guerra sinonimi. Tutti sono riformisti. Ma è sconveniente la domanda: riformisti per fare che cosa e per andare dove?
Eppure, questa discussione di cinquanta anni fa su capitalismo e socialismo in una corrispondenza tra padre e figlio – di idee alla fine opposte – a me pare attualissima. E non solo per l’eccezionalità della situazione umana: il padre è Alberto Pirelli, uno dei massimi imprenditori – uno dei massimi capitalisti – del ’900 italiano, il figlio è l’erede designato, Giovanni, che rifiuterà il ruolo cui è destinato e abbraccerà gli ideali socialisti1.
L’attualità di questo dialogo – ricostruito a cura della figlia e sorella Elena Pirelli Brambilla anche attraverso misurati accenni al contesto storico e familiare – deriva non solo dalle qualità dei testi ma dalla permanente urgenza delle domande che esso ci pone. Il confronto è sinceramente e durevolmente affettuoso, ma non perciò meno lacerante e drammatico, se a questi aggettivi si toglie ogni enfasi retorica e ogni tono sopra le righe. L’affetto non elimina la profondità del conflitto. Esso riguarda il significato del ‘realismo’ nell’agire pratico, il rapporto tra idealità e concretezza, il fondamento etico di economia e politica, la funzione della borghesia illuminata e quella del movimento di ispirazione socialista e, cioè, molto di quello che, credo, non dovrebbe cessare di preoccuparci.
Su ognuna di quelle questioni, Giovanni Pirelli era venuto trasformando radicalmente, rispetto ai convincimenti ereditati, la propria visione del mondo, sino a porre in discussione – e alla fine a sconvolgere – il corso della propria esistenza. A rendere conto di questa vicenda interiore era già comparsa, più di dieci ani fa, la raccolta – curata da Nicola Tranfaglia – di lettere ai familiari prima e durante la seconda guerra mondiale, fino al settembre 1943. Questo nuovo volume ripubblica qualche brano di quelle lettere, accompagnandole con le risposte del padre, e va oltre la guerra fino agli anni sessanta del secolo passato.
Diventa così più chiaro in quale complesso rapporto col padre – potente e amato – viene maturando la coscienza del figlio, posto di fronte alla tragedia della guerra inizialmente vissuta, in sintonia con il fascismo, come un nobile dovere patriottico. Giovanni vorrà essere e sarà dapprima al fronte (in Francia, in Albania, nel Montenegro) e già qui inizia una crisi. Quando, poi, sarà destinato, per l’influenza paterna, ad incarichi di seconda linea, ai turbamenti iniziali s’aggiunge il disagio e la sofferenza morale del sentirsi privilegiato, rispetto a chi rimaneva al fronte o vi andava. Inviato a un compito quasi diplomatico a Berlino, chiede e ottiene – in aperta discussione con il padre – di andare in Russia, ma qui lo assegneranno ad un comando finché non viene la disfatta e a migliaia muoiono di freddo e di fame «uomini e muli alla stessa maniera»2 in una ritirata senza speranza.
I dubbi iniziali sul prezzo umano della guerra diventarono pian piano orrore fino al desiderio di «morte nel sacrifizio»3. Dapprima era stata la conoscenza delle sofferenze di uomini «strappati alle loro case e alle loro famiglie» e «gettati in situazioni disperate», poi era venuto il disgusto «per le rappresaglie, per l’uccidere senza pietà chi pur combatte per una sua fede santa per lui anche se opposta alla nostra»4. (Giovanni si riferiva alla repressione della lotta partigiana nel Montenegro, dopo la ingloriosa campagna di Grecia). «I problemi morali – scrive – sono troppo grandi per l’animo…». Egli sa che le giustificazioni giuridiche e ‘persino religiose’ non mancano per le più brutali azioni di guerra: «ma non sono che fragili difese dietro alle quali l’animo cerca invano di acquietarsi»5.
In Russia, poi, davanti alla spaventosa tragedia, sempre più Giovanni cerca di risalire dalle conseguenze alle cause. La guerra è diventata oramai per lui «una tragica follia». Agli interrogativi – che a più riprese si era venuto ponendo – fornisce una prima risposta: «tutta la organizzazione umana… è tarata da tali squilibri» che essi, esasperandosi, non possono che sfociare nella guerra «fatalità ineluttabile dell’umanità»6. Compare, dunque, la consapevolezza che vi sono delle cause, gli ‘squilibri’, ma il corso della storia è ancora considerato ‘fatale’, ‘ineluttabile’, sottratto alle scelte, alla volontà umana.
Poco prima della resa italiana dell’8 settembre 1943 Giovanni dichiara chiuso quello che egli chiama il «funerale del passato»: le «illusioni d’adolescente», gli «ideali della mia vita di soldato», tutto ciò che «mi pareva saldissimo… si è disciolto nella realtà dei fatti». Si confessa totalmente disorientato. Ma aggiunge: «Buono o gramo che sia il seme, per gli eventi di guerra e per gli eventi sociali, è seme di nuova messe»7.
Il padre vede sin dall’inizio il sorgere di sentimenti e di punti di vista, che possono portare il figlio lontano dal progetto di vita cui la sua appartenenza sociale lo destinerebbe. Ma non li contrasta con rozzezza di argomentazione. Alberto Pirelli era stato uomo politicamente influente nel regime liberale, lo era nel regime fascista e lo sarà nell’Italia repubblicana senza mai accettare incarichi di governo (in sessanta anni, dal 1904 al 1964, porterà la Pirelli, come si sa, ad essere uno dei maggiori gruppi mondiali nel proprio settore). Ma, pur avendo dimestichezza con il potere, in queste lettere al figlio soldato non esalterà mai quella guerra e non interverrà mai per difendere chi la conduce. Al contrario, si dimostrerà pienamente consapevole e partecipe delle preoccupazioni morali e delle sofferenze del figlio, comprese quelle che derivano dal desiderio paterno di cercare di tenerlo lontano dai pericoli più gravi. Il padre esorta il figlio, dunque, a controllare anche le più nobili passioni, a comprendere la relatività del reale, a compiere lo sforzo di essere «uomo del proprio tempo».
Il consiglio fondamentale è di non assolutizzare i giudizi, di non perdere il contatto con la realtà. Pur nella finezza dell’argomentazione, il riferimento è all’affermazione di sé, naturale in un uomo di grande successo e di grande potere. La tendenza alla ‘meditazione’ e all’ ‘astrazione’ non va certo respinta, ma se la si assume come impegno esistenziale, «se non si è degli assi in primo grado si fa la fine di Icaro»8. Il motto – dice – avrebbe da essere quello del pastore scozzese «guardo in alto per la direzione e in basso per la sicurezza del mio cammino», intendendo questo come un consiglio per arrivare a un «equilibrio tra idealità e praticità»9. Le brutture della guerra, dunque, fanno parte delle brutture del mondo: condannarle è giusto, ma senza contraddire il proprio dovere patriottico e i doveri che derivano dalla posizione che si occupa nella società.
Questa posizione metodica (fortemente influenzata dallo storicismo crociano, che era allora la cultura delle classi colte) non regge – però – di fronte alla rivelazione che sono da respingere proprio i valori di fondo che hanno ispirato il fascismo, il nazionalsocialismo, la guerra d’aggressione. Al termine della guerra l’evoluzione di Giovanni è compiuta: ha passato mesi a discutere con alcuni degli amici più cari, ha partecipato alla Resistenza, e in quel tempo «ha cominciato – come apertamente dirà al padre – a collegare certi miei modi di sentire con il nome di comunismo»10. Per ordine degli alleati, la Pirelli, come altre aziende, è commissariata, Alberto è arrestato per disposizione del nuovo prefetto di Milano Riccardo Lombardi – socialista —, che ne disporrà la scarcerazione dopo cinque mesi.
Quando torna libero, il padre riprende il suo dialogo con il figlio e dalle avvertenze di metodo si passa al confronto di merito sulle questioni di fondo politiche e sociali. Certo, scrive Alberto, «anch’io ho sempre sentito il disagio spirituale delle contraddizioni nelle quali operiamo e viviamo». L’evidenza mostra la relatività dei giudizi e dei valori: tuttavia esiste «una morale in ogni epoca e in ogni ambiente». Il ‘possedere’ non è una colpa quando «non è dovuto allo sfruttamento di altri ma anzi è il premio ad una attività che ha creato un maggior benessere per altri». E continua: «Colpa certa è l’arricchimento disonesto. Criticabile quello speculativo. Colpevolissimo il mal uso. Forza riequilibratrice e indispensabile le imposte». Le ‘ideologie sociali’ che il figlio manifesta non sono da respingere, semmai è da temere la loro assolutizzazione. «L’evoluzione si chiama riformismo, si chiama democrazia progressiva»11. E acclude – penso per avvalorare le sue opinioni – un articolo de «l’Unità» (ma non si sa quale). Va detto che la espressione ‘democrazia progressiva’ è, in quel tempo, la parola d’ordine lanciata da Togliatti, la cui linea – come si sa – si appella al gradualismo, alle idee di riforma, scarta ogni ipotesi e tentazione di ‘fare come la Russia’.
La misurata e aperta saggezza del padre, però, non ha più niente da dire a chi – come Giovanni – è stato sconvolto dalla infinita angoscia di una guerra mostruosa, che lo ha portato a ritenere che tutto «è sbagliato e falso, incominciando dai valori comunemente considerati inattaccabili». L’alternativa che gli si è posta, dunque, è quella estrema: «esigere lo sconvolgimento di tutto il sistema o aspirare all’annientamento del tutto». Ecco l’incontro con la parola ‘comunismo’ e cioè, per lui, la ricerca «di un assunto morale»12. Ed ecco il rimprovero che rivolge al padre: quello di avere fatto credere a lui figlio che andassero sostenute le ragioni del fascismo pur dopo averne scoperto gli errori costitutivi13. Ma ringrazia per la formazione critica che gli è stata impartita, ringrazia la madre di avere insegnato a lui (e alle sorelle) la cognizione del dolore e della sofferenza degli ultimi.
La rottura di principio è completa. Giovanni scriverà: «aspiro a sovvertire un sistema di cui avrei dovuto essere invece un caposaldo»14. Abbandonerà l’azienda paterna, s’impegnerà per la causa della pace e della liberazione dei paesi ex-coloniali, parteciperà alle lotte sociali e politiche, mantenendo tuttavia aperto un dialogo intellettuale con il padre. Lascerà, oltre ad una vasta produzione letteraria, un’opera che fa epoca: quella che raccoglie in due volumi le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea, curati con Pietro Malvezzi: un testo che rimane un monumento all’umanità. Si colloca fino alla fine, come dice: «nell’ambito della famiglia marxista… con indipendenza di giudizio (unica ragione, direi, per la quale resto in un partito inefficiente invece di saltare il fosso ed entrare nel Partito Comunista»)15. Il padre rispetterà queste scelte, pur mantenendo con garbata misura il suo dissenso: quando, nel ’56, vengono rivelati i crimini di Stalin e viene soffocata la rivoluzione ungherese, in una lettera in cui ribadisce le sue convinzioni c’è solo una frase, per di più tra parentesi: «non commento i fatti recenti, pur tanto illuminanti»16. Ma, con pari misurata fermezza Giovanni ribadisce una scelta e un indirizzo: «… il mio socialismo è il mio modo stesso di esistere come persona pensante: una concezione del mondo, della storia, dunque, una morale, un dato permanente anche se necessariamente passibile di ripensamenti, di elaborazioni, di verifica»17.
Chi aveva ragione? Se la posizione di Giovanni Pirelli venisse intesa come l’aspirazione ad un ‘sovvertimento di sistema’ a breve scadenza in Occidente e già in atto in Oriente (l’Urss, la Cina) la sua sconfitta sarebbe totale, e pienamente sbagliata la sua scelta. Ma non era quella la posizione di Giovanni e del Partito socialista cui egli partecipò, come non lo fu dell’insieme del movimento operaio – socialista e comunista – italiano. Il Psi e il Pci, pur aspramente divisi, dal 1956 in poi, sulla valutazione del cosiddetto ‘socialismo reale’, non ripresero mai lo scontro che aveva diviso in antico massimalisti e riformisti. Semmai la discussione fu su quale politica riformistica (o riformatrice) si dovesse adottare. All’interno di questa discussione, la scelta di Giovanni fu per una posizione di sinistra, in cui l’aspirazione al mutamento di sistema valeva innanzitutto come esigenza etica, come bisogno morale: e proprio nelle lettere private – in cui si manifesta fino in fondo l’animo proprio – ve ne è la prova migliore.
Ci si chiede oggi, però se anche questa ispirazione ideale – questa volontà di rifondazione morale – non fosse essa stessa sbagliata. In definitiva, si dice, la vittoria del capitalismo è proprio dovuta al dispiegamento degli ‘spiriti animali’ che lo sorreggono unitamente alle virtù che Amartya Sen ha a lungo illustrato (innanzitutto la fiducia su cui si basa, necessariamente, il mercato). Quel bisogno di una nuova eticità – si aggiunge – se poteva essere spiegabile nel momento in cui la scelta fascista aveva infangato una parte del mondo capitalistico, ha in definitiva mostrato la propria astrattezza, anzi la propria erroneità, dato che non solo non ne è nata alcuna società migliore di quelle capitalistiche, ma ne sono nate di peggiori; e se è vero che il capitalismo si è talora accompagnato al fascismo è anche vero che solo nei sistemi capitalistici si è sviluppata la moderna democrazia. Insomma, anche una vita come quella di Giovanni Pirelli con le sue scelte radicali si dovrebbe iscrivere tra le esperienze da archiviare, come si archiviano le passioni, magari nobili, di un tempo passato.
Ma è veramente così? Il capitalismo ha vinto sul modello sovietico, ma questo non era ‘il socialismo’, come si è pensato – erroneamente – che fosse. E poi: quale capitalismo ha vinto nella realtà delle cose? Alberto Pirelli farebbe anche egli, come il figlio, la figura del sovversivo, in questo mondo e in questa Italia di oggi. Altro che «colpa certa è l’arricchimento disonesto». Altro che «colpevolissimo è il mal uso». Emergono ai nostri giorni, come ha notato Samir Amin nel suo articolo sul «capitalismo senile»18, rappresentanti della borghesia capitalistica (da Bush a Berlusconi) in cui certamente non si manifesta l’antico desiderio di rispettabilità, e anzi, perfettamente al contrario, si esalta il peggio del motto, vecchissimo, secondo il quale ‘il denaro non puzza’. Non puzza ormai, come sappiamo, né quello della mafia, né quello ottenuto con la corruzione dei magistrati, né quello ricevuto dai bancarottieri della Enron eccetera eccetera.
Le tendenze oggi prevalenti tra le forze più influenti del sistema capitalistico occidentale vanno in direzione esattamente opposta al sogno dei settori – un tempo non secondari – della borghesia illuminata. Roosvelt non è stato solo dimenticato, ma considerato pericoloso. E Kennedy viene ricordato nel suo paese più come l’amante di Marilyn che come il presidente che tentava la via – realistica o illusoria che fosse – di una ‘nuova frontiera’. In Italia, come si sa, è ancora peggio, dato che si lambiscono forme di potere mafioso. Una involuzione paurosa. Se fu grave responsabilità della borghesia italiana e tedesca negli anni venti e trenta del ’900 l’evocare o l’accettare il fascismo, ciò che viene combinando il gruppo attualmente dirigente degli Stati Uniti – e di tanti altri paesi capitalistici – con la strategia della paura e della guerra permanente non è meno carico di pericolose conseguenze. Ciò riguarda – però – non solo le classi e i ceti dirigenti borghesi, ma anche le forze sociali e politiche che si ritengono di sinistra. Come ci fu da interrogarsi per le precedenti generazioni ispirate da ideali democratici e socialisti sulle loro corresponsabilità nell’affermarsi dei fascismi, così ora c’è da chiedersi se le attuali sinistre occidentali non abbiano alcuna colpa in questo ritorno delle destre, comprese le peggiori.
Si discute molto sugli errori politici che in molti paesi d’Europa hanno favorito le vittorie delle destre. Ma bisogna porre in causa, mi pare, anche qualcosa di più generale, che sta prima di questi errori e li genera. Dovrebbe essere oggi più facile capire che la risposta alla sconfitta storica del movimento comunista non doveva e non poteva coincidere con l’accettazione del sistema così com’è, con il consenso ai valori stabiliti, con il sostegno alle gerarchie sociali esistenti. Il ‘realismo’, l’essere ‘uomini del proprio tempo’ – come diceva anche Pirelli padre – insegna certamente a vivere nel mondo storicamente dato, ma non a pensare che sia pura fantasticheria la critica medesima al già pensato e al già scritto, magari in testi considerati sacri. La sinistra ‘moderata’ (ma anche la moderazione non coincide con il moderatismo) fallisce proprio perché, rinunciando a una cultura superata, non ne ha creata una nuova, neanche come inizio, poiché ha smesso di interpretare, di fronte ad un mondo di così grandi ingiustizie, il bisogno di un nuovo fondamento morale. Un bisogno non a caso ripreso da quella parte della giovane generazione che ha levato la parola d’ordine ‘un altro mondo è possibile’. Chi come Giovanni Pirelli aveva ai suoi tempi, e con i suoi strumenti culturali, acutamente avvertito questa necessità perseguendola anche con la propria scelta di vita, indicò una strada che, credo, sia quella giusta. Colpevolmente, Giovanni Pirelli è stato contraddetto dal suo stesso partito e dimenticato da tutta la sinistra vecchia e nuova. Ma proprio di una aggiornata critica ai fondamenti del sistema e di una ferma volontà di rifacimento delle premesse di principio c’è oggi più bisogno che mai di fronte alle prove ardue che ci stanno dinnanzi. La lezione di chi si è battuto su questa strada, come Giovanni Pirelli, è più attuale che mai.
note:
1 Alberto e Givanni Pirelli, Legami e conflitti (lettere 1931-1965), a cura di Elena Brambilla Pirelli, Rosellina Archinto Editore 2002.
2 Ivi, lettera del marzo 1946.
3 Ibidem.
4 Ivi, lettera dell’agosto 1941.
5 Ibidem.
6 Ivi, lettera del dicembre 1942.
7 Ivi, lettera del 28 agosto 1943.
8 Ivi, lettera dell’agosto 1941.
9 Ibidem.
10 Ivi, lettera del marzo 1946.
11 Ivi, lettera del settembre 1945.
12 Ivi, lettera del marzo 1946.
13 Ibidem.
14 Ivi, lettera del marzo 1947.
15 Ivi, lettera dell’estate 1949.
16 Ivi, lettera del 1956.
17 Ivi, lettera del novembre 1960.
18 «la rivista del manifesto», n° 32, settembre 2002.