Sull’ultimo libro di Joseph Stiglitz
RIPULIRE IL ‘SERRAGLIO’
Rossana Rossanda
«La globalizzazione non funziona. Non funziona per i poveri del mondo. Non funziona per l’ambiente. Non funziona per la stabilità dell’economia. Ha gestito la transizione dal comunismo all’economia di mercato in modo così folle da portare a una crescita esponenziale della povertà e al crollo del reddito». E infatti «le burocrazie internazionali, simboli senza volto dell’ordine economico mondiale, vengono attaccate dovunque. [...] I loro vertici, già smorti, sono teatro di accanite battaglie di strada e di gigantesche manifestazioni». Dal 1999 a Seattle a oggi «sono cresciuti sia il movimento sia la collera». Si sapeva da tempo che «qualcosa andava orribilmente male» ma «prima che esplodessero le manifestazioni, non c’era speranza di mutare le regole, né di influenzare le organizzazioni internazionali che le scrivono». C’è stato qualche eccesso, qualche invocazione di barriere protezioniste? Resta il fatto che «sono i sindacalisti, gli studenti, gli ecologisti, semplici cittadini, che marciando per le strade di Seattle, Praga, Washington e Genova, hanno messo all’ordine del giorno del mondo sviluppato l’imperativo: riformare la globalizzazione».
Sembrano parole di un no-global. Sono invece l’incipit dell’ultimo libro di Joseph E. Stiglitz 1. Premio Nobel per l’economia, studioso di economia matematica astratta e di quella applicata in alcuni problemi del settore pubblico, nello sviluppo e nelle politiche monetarie, Stiglitz è il primo del «serraglio», come «Le Monde» definisce la cerchia delle istituzioni internazionali, a parlare. Perché ne ha fatto parte: nel 1993 è stato chiamato al Cea, il Council of Economic Advisors di Clinton alla Casa Bianca e poi, dal 1997 al 2000, alla vicepresidenza della Banca Mondiale. Si è trovato in un osservatorio d’eccezione, in sedi decisionali di eccezione e in un periodo eccezionale («affascinante»), come l’ultimo decennio del secolo. A differenza di molti suoi colleghi, questa esperienza lo ha confermato nell’opinione che la linea imposta da Reagan, che ha trasformato il Fmi ed è stata portata avanti nella Banca Mondiale dalla tremenda Ann Kruger, è disastrosa. Idem quella della più recente Wto. È questo che dà al suo libro urgenza e furore.
Ha toccato con le sue mani la fatica, la povertà e il dolore del mondo provocati dalla ‘ideologia’ delle grandi istituzioni internazionali, che concedono prestiti soltanto a condizione che i paesi richiedenti liberalizzino di colpo, privatizzino di colpo, si fissino sull’inflazione, garantiscano i crediti, sbaraccando ogni loro equilibrio. Indifferenti alla quantità di uomini che è investita dai loro patti leonini fra vita o sopravvivenza, benessere o povertà, salute o malattia, realizzazione o azzeramento. Non basta: predicano senza vergogna che stringere la cinghia e soffrire fa bene, è la condizione per crescere nel libero mercato. Bersaglio principale di Stiglitz è il Fondo Monetario, che eroga i crediti ai vari paesi dei quali giudica la solvibilità, facendosi «magari per convinzione e non solo per mera venalità», giudice e parte. Ma gli si collocano a fianco la Banca Mondiale e la Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Insieme, e sia pur con diverse responsabilità, hanno nell’ultimo decennio aumentato la miseria dei molti e l’arricchimento dei pochi, e destabilizzato l’economia mondiale, in preda a una crisi dopo l’altra.
Prova? Il disastro della Russia, che ne ha seguito le direttive, privatizzando tutte le sue risorse prima di aver costruito i meccanismi di controllo, almeno un sistema bancario e uno fiscale, ed è ora un immenso territorio di razzia ed esportazione di capitali. Prova opposta? La Cina, che al Fmi non ha badato, e ha introdotto l’economia di mercato con un sistema di controlli tenuto saldamente in mano dal governo comunista e dalle comunità locali, con il risultato d’una crescita imponente e continua. Stiglitz non giudica i regimi, gli importa in questa sede vedere se c’è o non c’è una sfera politica in grado di mettere le briglie agli ‘spiriti animali’ del mercato. In questi due casi si trattava di gestire una difficile transizione – ma che dire dei paesi asiatici che già avevano una buona crescita e spesso i bilanci in avanzo, e ai quali il Fmi ha imposto liberalizzazione dei capitali, priorità antinflattive e costituzione di riserve a garanzia del rimborso dei crediti con lo strumento del taglio della spesa pubblica, provocando miserie e tracolli? Stiglitz descrive minutamente i casi della Tailandia e dell’Indonesia, nonché la zuffa tra i consiglieri del presidente Clinton e il Tesoro degli Stati Uniti sulla Corea del Sud. In genere Stiglitz denuncia la stupidità di applicare all’Asia, che non aveva il flusso dei fondi pubblici caratteristico delle economie americane, lo stesso dimagrimento drastico imposto ai bilanci dell’America Latina. «Non c’è da stupirsi se i contadini dell’Indonesia o del Marocco, vedendo che sono state le condizioni del Fmi ad alzare il prezzo dei combustibili e degli alimenti, lo considerino un flagello aggiuntivo. Non c’è da stupirsi se ai tagli imposti alla spesa della sanità ha corrisposto una crescita dell’Aids, e l’obbligo di far pagare la scuola esclude dall’istruzione le bambine che ci stavano arrivando.[…] È la priorità data a chi ha rispetto a chi non ha, agli interessi commerciali rispetto a quelli d’una crescita della democrazia, alla riduzione dell’ambiente e dei diritti del lavoro a ostacoli da aggirare».
Il professore non considera la linea del Fmi come un errore transitorio ma come una conseguenza obbligata della sua struttura. Chi dirige le organizzazioni internazionali, che dovrebbero prendersi cura soprattutto dei paesi poveri e in via di sviluppo? I paesi più industrializzati, che ne nominano le dirigenze, scegliendole a porte chiuse nella comunità finanziaria e a prescindere da qualsiasi competenza in tema di sottosviluppo. Per tacito accordo alla testa del Fmi va un europeo (tanto gli Stati Uniti restano l’azionista di maggioranza, il solo con diritto di veto) e un americano a quella della Banca Mondiale. E con chi si consultano costoro? Il Fmi parla con i ministri delle finanze dei paesi richiedenti, la Banca Mondiale con i governatori delle banche centrali, la Wto con i ministri del commercio, «ciascuno dei quali è legato nel suo paese a un ambiente ben preciso»: i ministri del commercio riflettono il mondo degli affari e quindi resistono a togliere le barriere e tendono a conservare tutte le sovvenzioni strappate ai propri governi, e non importa se ai cittadini comuni aumentano i prezzi al consumo e il carico fiscale. Quanto ai ministri del Tesoro e ai governatori delle Banche centrali è tutto un va e vieni fra la comunità finanziaria dalla quale provengono e l’istituzione internazionale. Esempio: Robert Rubin, segretario al Tesoro degli Usa nell’essenziale del decennio in questione, è venuto al Fmi dalla più grande banca d’affari, la Golden Sachs, e uscendone, è andato alla più grossa banca commerciale, la Citibank. Il numero due del Fmi degli stessi anni, Stanley Fischer – il numero uno era Michel Camdessus, oggi presidente onorario della Banca di Francia – è passato direttamente dal Fmi alla Citigroup. «È naturale che questa gente veda il mondo con gli occhi della comunità finanziaria».
E il paese che chiede prestiti non può obiettare alle loro condizioni senza il rischio di vederseli rifiutati. E quanti paesi in difficoltà se lo possono permettere? Una pubblica sconfessione del Fondo Monetario provoca il fuggi fuggi degli investitori. Per un leader come l’etiopico Museveni – che ha difeso con le unghie e con i denti la politica del suo paese, al cui sistema bancario (che tutto intero è un po’ inferiore a quello di Bethesda, Maryland, alla periferia di Washington) il Fmi voleva imporre l’apertura dei mercati finanziari alla concorrenza occidentale e la frammentazione delle banche per «garantire la concorrenza» – ce ne sono dieci altri che firmano senza fiatare, salvo dolersene in privato. Il Fmi va al di là delle sue funzioni (le politiche macroeconomiche), si comporta come un Dio in terra, perdipiù prepotente e ignorante. Non ascolta nessuno, neanche la Banca centrale (che Stiglitz difende come più prudente) se non a prezzo di risse spaventose e in quanto il presidente degli Stati Uniti sia disposto a decidere in suo favore. Con malizia, il nostro professore cita una fotografia nella quale il piccolo Camdessus, braccia conserte in posa napoleonica, si erge sul presidente indonesiano che a testa bassa sottoscrive un programma rovinoso. Michel Camdessus replica inviperito sul «Nouvel Observateur» del 12 ottobre che la fotografia è stata presa senza permesso, Stanley Fischer è una persona specchiata, e non si vedono «file di paesi malati in coda per entrare nella clinica del dottor Stiglitz». È che il professor Stiglitz non sta più fra gli enti erogatori di prestiti.
Ma gli insuccessi sono troppo clamorosi. Stiglitz chiude con una nota di fiducia, che gli viene più dall’impossibilità di portare avanti una linea dal bilancio così negativo, che da una svolta già delineata nel Fmi nella Banca Mondiale e nella Wto. Punta sul fatto che assieme ai loro fallimenti aumenta la protesta. Il capitolo finale del volume propone alcune riforme. Prima di tutto riconoscere il pericolo della liberalizzazione dei capitali, e specie della speculazione che sta nei movimenti a breve; poi smettere di erogare fondi destinati a pagare i creditori invece che far gestire da un’autorità terza le crisi, cercando di conservare le competenze e le forze produttive; terzo migliorare la regolamentazione bancaria invece che imporne dovunque la deregulation; quarto spartire il rischio fra creditori e debitori; quinto migliorare o creare una rete di ammortizzatori sociali. Nulla di straordinario: sono sostanzialmente misure contro la destabilizzazione che segue la liberalizzazione dei capitali, per sua natura imprevedibile, e contro la coincidenza delle istituzioni internazionali con la comunità finanziaria americana e di altri paesi, attraverso una partecipazione democratica, finora negata, di tutti i soggetti in causa e nella trasparenza.
Stiglitz non è un socialista. Neppure prende in esame un rivoluzionamento del modo capitalistico di produzione, ed è difficile fargliene biasimo considerando che non lo auspicano neppure i no-global e che, ammesso che ci sia stato, nel decennio che lo interessa di modo di produzione ‘socialista’ o ‘comunista’ non ce n’era più traccia. Stiglitz è semplicemente un keynesiano: nega che il mercato si regoli da sé, deve essere controllato e regolato da un potere a esso esterno, e in ogni paese in base alle risorse, all’indebitamento, al contesto mondiale ma anche ai bisogni dell’insieme dei cittadini, delle loro aspettative, speranze e tradizioni, che il mercato non vede e soltanto la sfera politica può conoscere ed esprimere nella sua concretezza. Un disegno puramente finanziario a sostegno d’un mercato astratto, che non tenga conto di questo complesso di elementi, produce resistenze e lacerazioni e va sicuramente incontro alla crisi.
Sanno bene di aver avuto bisogno dello Stato i paesi sviluppati nel secolo scorso. Sono le politiche pubbliche che hanno garantito le infrastrutture, hanno finanziato la crescita e gli impieghi, li hanno sovvenzionati (gli Stati Uniti continuano a farlo ad ogni annuncio di crisi), hanno ridotto le lacerazioni con una rete di ammortizzatori. Con che faccia impongono ai paesi in via di sviluppo, più deboli di quanto le attuali grandi potenze fossero allora, di farne a meno? È una colossale ipocrisia. E del resto J. M. Keynes aveva voluto un Fondo Monetario in grado di suggerire a ogni paese come prendere in mano la sua crescita e di fornirgliene accortamente i mezzi. S’è rovesciato, il Fmi, nel suo contrario. E non è che manchino nei paesi di tutto il mondo uomini acculturati quanto il migliore universitario occidentale, e che ne sanno molto di più sul territorio di quanto non sia possibile a un unico centro. L’elenco di questi esperti che Stiglitz ha incontrato come Cea e come Banca Mondiale è lungo intere pagine. Non ci sarebbe nessun vuoto di competenza se il ‘serraglio’ aprisse le porte.
Ci sarebbe una svolta negli indirizzi e nei poteri della globalizzazione. Sul ruolo degli Stati nazionali Stiglitz non interviene in punto di teoria, ma per la constatazione che occorre una sfera politica separata dal mercato, e per la impossibilità d’una governance delle economie mondiali senza una partecipazione dei paesi coinvolti e la messa in atto di meccanismi ‘democratici’ che tolgano alla comunità finanziaria internazionale, e a quella dei singoli Stati, il monopolio delle decisioni. Finché questo non sarà e Fmi, Banca Mondiale, Wto resteranno in mano al sistema finanziario nella sua fase liberista, riprodurranno e allargheranno la natura imperial-imperialistica che avevano le grandi potenze in passato, allargata dalla crisi dei ‘socialismi reali’.
Non è insomma dal meccanismo del capitale che nasceranno i suoi anticorpi. Neanche dalle figure nuove che esso produce. Come nel Foucault della microfisica dei poteri, la conoscenza allargata del contesto viene da uno Stato e dall’insieme di statuti o da ottiche della stessa ampiezza e almeno della stessa rappresentatività. Il meccanismo del capitale e del mercato lasciato a se stesso produce la sua continuità. È la sua cecità che lo sta mettendo in crisi, mentre si alimenta la presa di coscienza dei paesi poveri e dei «semplici cittadini» in quelli ricchi.
È questo che mette all’ordine del giorno la ‘democratizzazione’ degli organismi mondiali. Che questi siano oggi nelle mani degli Stati Uniti e dei loro amici Stiglitz non lo nega, anzi: ma non ne deriva che la situazione è chiusa. È la crisi mondiale che la apre. E per questo esce ora il suo libro, destinato a incontrare anche la collera del ‘socialismo europeo’ innamorato di una modernizzazione che è già penultima.
note:
1 Globalisation and its discontents, W.W.Norton & Company, 2002. La traduzione italiana è in corso di pubblicazione per Einaudi.