Crescita zero
CONGIUNTURA O STRUTTURA?
Roberto Tesi
Molti istituti di ricerca sono pronti a metterci la mano sul fuoco, scommettendo che «la ripresa prenderà vigore nella prima metà del prossimo anno». La stessa scommessa, però, l’avevano già fatta a fine 2000, a fine 2001 e nella primavera di quest’anno, quando l’impennata del Pil statunitense, nel primo trimestre, aveva fatto credere che la recovery fosse già avviata. Quel dato statunitense, però, si è rivelato effimero. Una successiva revisione del Dipartimento del commercio non solo ne ha ridotto la dimensione, ma ci ha fatto anche sapere che la crisi del 2001 era stata molto più profonda di quanto in precedenza era stato comunicato. In pratica per tre trimestri consecutivi (i primi nove mesi dell’anno) la crescita dell’economia Usa era stata ‘sottozero’ e solo negli ultimi tre mesi del 2001 il Prodotto lordo statunitense aveva registrato un piccolo rimbalzo, che ha assunto dimensioni più consistenti nei primi tre mesi del 2002 (grazie soprattutto al ciclo delle scorte), per poi ridimensionarsi subito, nel secondo trimestre. E oggi la situazione appare in una fase di stallo. L’economia statunitense non è precipitata in una nuova recessione, ma la situazione è delicata.
«La crescita è modesta e squilibrata», è scritto nel Beige book presentato dalla Fed l’11 settembre. Il giorno seguente, nel corso di una audizione di fronte ai rappresentanti della Camera, Alan Greenspan ha lasciato tutti di stucco affermando: «se dovessi rifare ora le previsioni sulla crescita dell’economia per il 2002-2003 sarebbero sicuramente più basse di quelle fatte in passato». E, lo stesso giorno, da Francoforte il presidente della Banca centrale europea, Wim Duisenberg, riferendosi alla situazione della Ue, ha sostenuto che la crescita è fragile, modesta. Tanto da aver fatto comprendere che la Bce sarebbe pronta a ridurre i tassi per cercare di favorire la ripresa. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Fondo monetario internazionale: a fine settembre a Washington ha presentato le nuove previsioni (al ribasso) dell’economia mondiale, ma nel frattempo – in un rapporto sulla «stabilità finanziaria globale» – ha sostenuto che «la crescita prosegue a un passo più ridotto di quanto ci si aspettasse».
Fino a pochi mesi fa, molti erano convinti che la recessione del 2001 fosse stata breve e poco violenta; ma soprattutto ritenevano che la ripresa sarebbe stata rapida e il tasso di crescita si sarebbe presto attestato sui livelli ante-crisi. Dopo la revisione dei dati Usa, sono nati molti dubbi sulla fondatezza di questa analisi. E all’orizzonte stanno comparendo nuovi rischi: in particolare quello di una crisi finanziaria, che potrebbe coinvolgere il settore bancario-assicurativo.
Quello che appare chiaro è che la fase recessiva è stata veloce e profonda. Il complesso dei paesi industrializzati – secondo i dati del Fondo monetario internazionale – ha visto precipitare, tra il 2000 e il 2001, il tasso di crescita del Pil dal 3,8% allo 0,8%. Nei soli Stati Uniti (il cui Pil pesa per quasi il 22% sul Prodotto lordo mondiale) il tasso di crescita è sceso dall’oltre 4% del quadriennio 1997-2000 allo 0,3% nel 2001. Per quest’anno le previsioni indicavano una risalita del Pil statunitense al 2%, ma le affermazioni di Greenspan e l’andamento dei principali indicatori macro-economici lasciano intendere che la crescita sarà decisamente più bassa. E sarà trainata esclusivamente dalla spesa per consumi privati e dalla spesa pubblica (soprattutto militare), alla quale nel suo intervento del 12 settembre Greenspan ha dato un secco ‘altolà’, ammonendo i deputati a non far esplodere il deficit di bilancio, perché una spesa fuori controllo, come ha insegnato l’esperienza del passato, potrebbe obbligare la Fed a una politica monetaria restrittiva e in particolare a un forte aumento dei tassi di interesse.
Vale la pena di ricordare che – nell’anno fiscale chiuso il 30 settembre 2001 – il bilancio statale statunitense registrava un attivo di oltre 300 miliardi di dollari; nel bilancio che sarà chiuso il 30 settembre di quest’anno quasi sicuramente (visto il trend a tutto giugno) presenterà un passivo di quasi 200 miliardi di dollari. Colpa del rallentamento dell’economia, ma anche dell’avvio della riforma fiscale di Bush (che privilegia soprattutto gli alti redditi) e dell’impennata della spesa pubblica, conseguente sia alla recessione (molti Stati, ad esempio, hanno allungato i tempi nei quali i senza lavoro percepiscono il sussidio di disoccupazione) che alla impennata delle spese per la sicurezza (la parte del leone la fanno le spese militari) conseguenti all’attacco alle twin towers.
L’attivo di bilancio e la riduzione del debito pubblico erano stati uno degli obiettivi dell’amministrazione Clinton che, almeno sul fronte dei conti pubblici, cercava di bilanciare l’enorme indebitamento delle famiglie, delle imprese, del sistema paese che da anni viaggiava con un deficit commerciale superiore ai 400 miliardi di dollari l’anno. In pratica per anni, negli Usa, solo lo Stato ha risparmiato. Tutti gli altri soggetti economici hanno alimentato la domanda (e la crescita) con l’indebitamento, attraverso un meccanismo di ‘creazione del credito’, fondato sul presupposto che nel futuro tutto sarebbe andato altrettanto bene. L’enorme indebitamento, tuttavia, non poneva problemi al dollaro, ma addirittura lo rafforzava perché, grazie al tasso di crescita dell’economia Usa, superiore a quello degli altri paesi industrializzati, alla potenza imperiale e alla garanzia di conti pubblici in attivo, affluivano nel paese enormi capitali dall’estero, che alimentavano la crescita economica, anche e soprattutto attraverso il circuito finanziario. Il resto del mondo taceva, anzi era felice dei deficit statunitensi: l’enorme ‘buco’ della bilancia commerciale, favorito anche da una eccessiva sopravvalutazione del biglietto verde, rendeva, infatti, più facile piazzare merci negli States, che con il loro ruolo di locomotiva hanno consentito un aggiustamento dei conti, meno traumatico, alle economie europee.
La recessione del 2001 (iniziata a metà del 2000, quando i tassi di crescita hanno cominciato a declinare) è stata letta come una ‘banale’ crisi congiunturale, una normale crisi ‘di crescita’. Non a caso, quasi tutti i commentatori, non disinteressatamente, hanno interpretato il rallentamento come conseguenza di fattori esterni al sistema economico. Ad esempio, l’improvviso rialzo del prezzo del petrolio, deciso dall’Opec all’inizio del 2000. E più recentemente sono state chiamate in causa le conseguenze economiche degli attacchi dell’11 settembre o anche il disordine finanziario di alcuni paesi latinoamericani, i cui dissesti avrebbero frenato la capacità di spesa dei risparmiatori dei paesi industrializzati (lo ha detto Tremonti in un convegno della Confindustria). Per alcuni paesi, invece, per spiegare il rallentamento della crescita sono state messe sotto accusa le rigidità del sistema, l’interruzione delle politiche di privatizzazione, l’eccessiva copertura del welfare state, l’avidità del fisco che frena l’iniziativa privata. In un contesto globalizzato, probabilmente alcune di queste rigidità hanno frenato. L’impressione è che – però – si tratti di spiegazioni molto parziali.
Una lettura più attenta di quanto è avvenuto – e sta avvenendo – non può essere solo congiunturale. Forse è il momento di dare un’occhiata più nel lungo periodo, per capire se la recessione in atto non abbia cause strutturali e vedere di anticipare ciò che potrebbe accadere in un prossimo futuro.
Forse vale la pena scomodare lo Schumpeter della Teoria dello sviluppo economico (scritta nella sua prima edizione novanta anni fa), che contestò l’assunto che le fluttuazioni fossero dovute a fattori puramente contingenti, esterni al sistema economico. Schumpeter, riprendendo i classici (anche Marx) messi da parte, dimostrò che le fluttuazioni economiche, invece, non sono accidentali, ma rappresentano il modo di sviluppo normale del capitale. Un punto centrale nell’analisi Joseph Schumpeter lo dedicava agli imprenditori. Soprattutto agli ‘innovatori’. Senza semplificare o banalizzare, Schumpeter descrisse quello che è sotto gli occhi di tutti: che la crescita economica non è un percorso lineare, ma procede a strappi. Pensiamo all’arrivo delle macchine a vapore, al ruolo dei canali nel trasporto, al ruolo delle ferrovie, a quello dell’elettricità e dei telefoni, a quello dell’automobile come bene di consumo di massa. E poi gli elettrodomestici e la chimica. Infine più di 20 anni fa (anche se in pochi se ne erano accorti) era decollata l’era informatica, in tutte le sue accezioni.
Ogni nuova invenzione e innovazione porta una fase di crescita tumultuosa, che però rallenta e si annulla, anzi diventa negativa, se non arriva altra innovazione. Quasi sicuramente noi stiamo vivendo questa fase. Il contesto è quello di una sovrapproduzione alimentata dal circuito finanziario, da un eccesso di capacità produttiva per prodotti non più innovativi. Questo vale per le automobili, gli elettrodomestici, i nuovi prodotti informatici – e via dicendo –, che registrano solo piccoli progressi e nulla più. E il tutto è aggravato da una distribuzione del reddito che non riesce a far emergere una domanda di consumi, anche se le sollecitazioni pubblicitarie stimolano ed esasperano i ‘bisogni’.
Negli ultimi anni a livello globale abbiamo assistito a una intensificazione degli investimenti in settori che venivano presentati come ‘nuove frontiere’: e cioè in grado di garantire ‘ritorni’ stratosferici. Basti pensare a tutto il mondo delle Tlc, all’eccesso di cavi in fibre ottiche stesi in tutti i continenti, che possono sopportare traffici 1.000 volte superiori agli attuali. Il tutto è stato finanziato attraverso le borse o il credito. E questi movimenti (siamo di fronte alla grande illusione contemporanea, ma tante altre ve ne sono state in passato) hanno sempre rastrellato risorse e prodotto la ‘bolla speculativa’, a cominciare dalla South sea bubble, la bolla dei Mari del sud, esplosa nel 1720 quando la Compagnia del Mare del sud rilevò il debito del governo britannico, dando in cambio ai creditori proprie azioni. Oggi, invece, la bolla è esplosa. Infatti, quando è stato evidente che i profitti rimanevano sulla carta e si è compreso che non si potevano pagare società a prezzi 200-300 volte superiori ai profitti, la bolla ha cominciato a sgonfiarsi.
E la borsa, che aveva contribuito a sostenere gli investimenti e i consumi si è trasformata da elemento propulsivo in elemento frenante. Infatti, concluso un ciclo caratterizzato da enormi investimenti, altri non ne venivano messi in cantiere, mentre quelli realizzati non offrivano più alcun rendimento. Non è un caso che anche grandi banche d’affari (come ad esempio Mediobanca) ‘osano’ affermare che negli ultimi due anni in Italia si è distrutto capitale.
Di più. La grande accumulazione è stata realizzata attraverso diseconomie, scaricando troppo spesso sull’ambiente i costi della produzione e non ricercando soluzioni alternative. A 28 anni dal primo shock petrolifero la situazione del settore energetico non è cambiata di molto. Soprattutto per quanto riguarda gli Usa che, dopo aver investito per tutti gli anni settanta su tecnologie energy saving, hanno smesso di interessarsi del problema. Che non è solo un problema di inquinamento e di esaurimento delle risorse, ma di costi dell’energia tradizionale. Che gli Usa possono ‘permettersi’, ma molti altri paesi no. E non è casuale che i problemi di debito di paesi che ci ostiniamo a chiamare «in via di sviluppo» siano esplosi proprio a partire dagli anni settanta. Mentre la mancanza di fonti alternative rinnovabili (oggi va di moda parlare dell’idrogeno) è un freno alla ripresa dello sviluppo. Potrebbe essere questa l’innovazione in grado di far ripartire (non congiunturalmente, ma per un lungo periodo) la crescita, senza bisogno di guerre per impadronirsi delle riserve petrolifere o puntare a una lievitazione delle quotazioni del petrolio, per rendere economicamente sfruttabili i giacimenti dell’Alaska, superando tutte le obiezioni ambientaliste.
Ma nel breve periodo cosa accadrà? La situazione non è affatto semplice e la ripresa non appare dietro l’angolo. Anzi i rischi di un peggioramento della situazione economica (e sociale) sono molti. Anche in Italia, dove il governo seguita a «dare i numeri». Poco più di un anno fa, Tremonti e i suoi avevano previsto per quest’anno una crescita del Pil del 3,1%; poco più di due mesi fa, con l’ultimo Dpef, la crescita è stata ridimensionata all’1,3%, dopo che per mesi il governo quasi ogni giorno aveva confermato le sue previsioni, soprattutto sul fronte dei conti pubblici. A fine settembre 2002 (troppo tardi per tenerne conto in questo articolo) sapremo dalla Relazione revisionale e programmatica se il governo rivedrà ulteriormente al ribasso la crescita del Pil per il 2002. Altri lo hanno già fatto. Non solo il Nens, il Centro studi creato dagli ex ministri Bersani e Visco, ma anche la Confindustria che, d’accordo con i due Ds, ha previsto per il 2002 una crescita del Pil di appena lo 0,6%. Ma anche quest’ultima percentuale potrebbe rivelarsi eccessiva: sottende, infatti, che nel terzo e quarto trimestre dell’anno il prodotto lordo italiano registri una crescita congiunturale dello 0,5%. Che, visti gli ultimi dati Istat su produzione, ordinativi, export, consumi delle famiglie, immatricolazioni di auto, non appare affatto certa.
Una mancata ripresa negli ultimi mesi dell’anno avrà pesanti ripercussioni sul 2003. Se non ci sarà effetto trascinamento, anche il prossimo anno il Pil marcerà a velocità ridotta, con conseguenze pesanti sui conti pubblici e sulla vita di milioni di persone.
Il quadro non appare positivo neppure negli altri paesi industrializzati: la ripresa è veramente lenta. E più che di ripresa sarebbe meglio parlare di ‘rimbalzo’, molto legato al ciclo delle scorte. Dappertutto, inoltre, la disoccupazione ha ripreso a crescere. E minore occupazione significa minori consumi, cioè minore domanda, minori entrate fiscali, maggiori spese per sussidi di disoccupazione o altri ammortizzatori sociali.
C’è, infine, un ultimo rischio appena accennato nell’ultimo Rapporto del Fondo monetario internazionale, che abbiamo già citato. Il rischio è che le perdite di borsa facciano crollare i valori patrimoniali di chi detiene quelle azioni in portafoglio. È un rischio enorme per banche e compagnie di assicurazione. Che, in Giappone, ha già prodotto il declassamento del rating delle 5 maggiori compagnie di assicurazione, a causa di minusvalenze su titoli in portafoglio pari a 12 miliardi di euro, nell’ultimo anno fiscale che si è chiuso a marzo. Le quotazioni al ribasso delle azioni, inoltre, stanno mettendo a rischio la pensione di milioni di lavoratori, che soprattutto nei paesi anglosassoni hanno costruito il loro futuro puntando sui fondi pensioni.
Se la ripresa non avverrà in tempi brevi, inoltre, molte imprese rischiano di saltare. O quantomeno di non essere più in grado di onorare i debiti contratti con le banche durante la grande ‘bolla’. E questo destabilizzerebbe l’intero sistema creditizio. Una situazione che ricorda molto da vicino quella del 1929 e non solo per il great crash, che sconvolse le borse.