Elezioni in Svezia
UN WELFARE CHE VINCE
Aldo Garzia
C’è un ‘caso svedese’ che si conferma nel voto dello scorso 15 settembre. Mentre i socialdemocratici, le coalizioni progressiste, le sinistre d’Europa e finanche scandinave sono in affanno (le destre sono, infatti, al governo a Oslo e a Copenaghen), a Stoccolma brilla la stella del welfare più invidiato del mondo. Non si può parlare di ‘risultato a sorpresa’, tenendo conto della lunga tradizione di governo della socialdemocrazia svedese. Ma certo di un esito che può avviare una controtendenza nel resto d’Europa.
I socialdemocratici di Göran Persson, segretario del partito dal 1996 e premier dal 1998, restano la prima forza politica del paese, recuperando i voti che avevano perso a sinistra quattro anni fa (39,9 per cento dei consensi invece del 36,4 per cento). La coalizione di governo uscente – socialisti, Verdi e Partito della sinistra – ha i numeri per tornare a guidare la Svezia (questa volta si potrebbe superare il monocolore socialdemocratico, sostenuto da benevoli astensioni). I Verdi hanno confermato il quorum e i voti di quattro anni fa (4,5 per cento). Il Partito della sinistra perde quasi 4 punti rispetto al 1998 e si assesta all’8,3 per cento. Socialdemocratici e Partito della sinistra insieme hanno bisogno di un solo seggio in più per avere la maggioranza assoluta in parlamento. Non si è ripetuto il risultato delle elezioni amministrative del 1998, quando la destra conquistò a sorpresa il municipio di Stoccolma (con le elezioni del 2002 la capitale torna ad essere governata dalle sinistre).
Non è bastato per operare il ricambio di governo l’exploit del Partito liberale di Lars Leijonborg, che aveva rinviato all’indomani del voto la scelta dei partner di governo, mantenendosi equidistante tra destra e sinistra, scegliendo così il populismo che va di moda nel vecchio continente. Pur triplicando i voti, i liberali non sono il primo partito del fronte moderato. I tantissimi indecisi, calcolati fino al 30 per cento – è stata questa la novità di una campagna elettorale svoltasi in tono minore e quasi tutta in televisione –, hanno finito per scegliere la continuità a discapito di poco credibili alternanze. A destra c’è stata solo la ridistribuzione di voti a favore dei liberali, con la forte flessione del Partito moderato di Bo Lundgren, che raccoglie il peggior risultato elettorale degli ultimi trent’anni (-7,8 per cento rispetto al 1998). Altro dato significativo è il calo dei votanti: solo il 78 per cento, rispetto alla tradizione che superava abbondantemente l’80 per cento.
Non è un risultato scontato, quello delle elezioni in Svezia. Anche in questo paese, dal territorio sterminato e abitato solo da 9 milioni di persone, sono arrivati tutti i problemi della globalizzazione. In primo luogo, quelli dell’immigrazione che procede a ritmi regolari, riguarda il 10 per cento della popolazione e porta con sé sia le affascinanti problematiche della società multiculturale sia quelle dell’integrazione e della sicurezza (dall’Est, dopo il crollo del Muro di Berlino, si sono insediate in Svezia le mafie russe e dei Balcani). Poi ci sono i problemi dello scricchiolio del modello economico più riuscito di new economy (insieme alla Finlandia), che con fatica aveva riconvertito a partire dagli anni novanta l’economia del legno, dell’acciaio, degli elettrodomestici, delle automobili Volvo e Saab in quella dei servizi e di Internet (la Ericsson dei telefonini, dei sistemi di comunicazione ad alta precisione e della ‘banda larga’ ha dovuto trovare un accordo con la giapponese Sony, che non ha scongiurato l’annuncio di migliaia di licenziamenti, seppure diluiti nei prossimi quattro anni).
Infine, c’è il tema dell’ingresso nella moneta unica europea, su cui si registra il più significativo cambiamento d’umore degli svedesi, tradizionalmente scettici nei confronti dell’Europa politica. Di fronte alle difficoltà della corona (la moneta locale), la destra ha sposato l’idea dell’accettazione dell’euro, mentre Verdi e Partito della sinistra continuano a rivendicare una priorità scandinava nei confronti dell’accelerazione dei processi di unità politica dell’Europa. Persson, tenendo conto delle posizioni dei suoi alleati da cui si è tuttavia differenziato, non ha forzato i toni sulle problematiche europee limitandosi ad annunciare un referendum per il marzo 2003 proprio sull’accettazione della moneta unica europea.
Altro tema sul quale si è concentrata la vigilia elettorale era quello delle tasse: le amate e odiate moms, che – se assicurano pubblici servizi efficienti da parte dello Stato sociale – costituiscono anche il sistema di pressione fiscale che livella i redditi salariali all’ingiù, frenando flessibilità e mobilità del lavoro, decantate negli altri paesi europei (in Svezia, ad esempio, scarseggiano i medici perché una professione ben remunerata altrove qui deve fare i conti con il sistema interamente pubblico della salute). Con lo sconcerto dei commentatori politici abituati a quanto avviene nel resto d’Europa, dai sondaggi pre-elettorali si è scoperto che gli svedesi non intendono rinunciare alla qualità dei servizi sociali e sono disposti a continuare a pagare tasse che sfiorano il 55 per cento del loro salario lordo, assieme alle altre che compaiono finanche sugli scontrini dei ristoranti, dei negozi e dei grandi magazzini. Il welfare made in Stoccolma – accompagnato da quasi settant’anni di governi a guida socialdemocratica, interrotti solo per brevi periodi – si è dimostrato così radicato nella vita collettiva e nelle relazioni sociali, da saper respingere il liberismo che pure ha fatto breccia in Norvegia, Danimarca e Olanda con i risultati delle recenti elezioni, che hanno visto vincere la destra.
Ma neppure per Persson l’avvenire si presenta colorato di rosa. I Verdi e il Partito della sinistra vogliono entrare nel governo con propri ministri, non ripetendo l’esperienza di un leale appoggio esterno al monocolore socialista, che il premier uscente è intenzionato a riproporre anche per la prossima legislatura. Questa eventualità è stata finora scartata da Persson, che ora dovrà aprire la trattativa con i suoi alleati anche perché, durante la campagna elettorale, i socialdemocratici avevano fatto balenare l’ipotesi dell’alleanza di governo con le forze di centro. Poi c’è il problema della politica estera della Svezia, paese dalle centinaia di associazioni impegnate sul fronte internazionale. Negli ultimi anni si è appannata la tradizione neutralista e da ‘terza forza’ nello scacchiere mondiale ereditata da Tage Erlander, Olof Palme e dai loro predecessori. Questo paese, che non fa parte della Nato, che ruppe le relazioni diplomatiche con Washington ai tempi della guerra del Vietnam e che fu critico spietato del ‘socialismo reale’ di marca sovietica, soffre di una sorta di complesso di minorità nei confronti del mondo ad una potenza sola, che ha sostituito l’antico bipolarismo. Dalle guerre nell’ex Jugoslavia in poi, fino agli attuali venti di guerra nei confronti dell’Iraq, Stoccolma non è più il crocevia della diplomazia internazionale in cerca di mediazioni e soluzioni di pace. Eppoi, per finire, c’è la spesa pubblica da tenere sotto controllo, accanto alla disoccupazione che resta al 10 per cento e alla crisi della new economy.
Proprio su economia e lavoro, Persson pensa di poter contare ancora sull’aiuto del sindacato socialdemocratico delle Trade Union (Lo) e sugli alti livelli di sindacalizzazione (l’80 per cento della forza lavoro) per adottare misure concordate di mobilità e ristrutturazione. All’idea di un welfare riformato da esportare come avveniva in passato, i socialdemocratici svedesi hanno preferito nell’ultimo decennio l’idea del ‘socialismo in un paese solo’. Per ora, i fatti hanno dato loro ragione, nonostante la globalizzazione dell’economia. Un ex ministro della pubblica istruzione e delle finanze, rassicurante, senza guizzi e inventiva come Persson è il premier che garantisce la linea della continuità, senza eccessive fratture col passato. Di qui le sue dichiarazioni dopo la vittoria elettorale: «Abbiamo modernizzato la Svezia senza abbandonare i valori tradizionali socialdemocratici». Pur con le sue specificità irripetibili, il ‘caso svedese’ resta esperienza d’avanguardia da studiare.
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IL VOTO SVEDESE
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1998
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2002
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Partito socialdemocratico
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36,4% (131)
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39,9% (144)
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(Socialdemokraterna)
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Partito moderato
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22,9% (82)
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15,1% (54)
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(Moderaterna)
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Partito della sinistra
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12,0% (43)
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8,3% (30)
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(Vänsterpartiet)
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Partito democristiano
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11,8% (42)
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9,1% (33)
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(Kristdemokraterna)
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Partito di centro
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5,1% (18)
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6,2% (23)
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(Centerpartiet)
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Partito liberale
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4,7% (17)
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13,3% (48)
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(Folkpartiet)
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Partito ambientalista-Verdi
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4,5% (16)
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4,5% (17)
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(Miljöpartiet de Gröna)
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(tra parentesi i seggi di ciascun partito nel Rikstag, il parlamento
monocamerale della Svezia, che ha 349 deputati)
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