numero  31  settembre 2002 Sommario

La sinistra europea

TRA PASSIONE E REALISMO
Mario Tronti  

Credo che sia venuto il momento di un discorso schematico. Nel senso di semplificatorio. Siamo caduti, tutti, vittime della complessità. Che c’è, e sistemicamente ci governa. Ma iscriversi passivamente in essa non è una buona risposta. Ci fa subalterni al solido ordine esistente, con le sue regole, le sue compatibilità, ma anche pulsioni, anche istinti, una storia che si è fatta natura: questi sono gli spiriti animali borghesi, che niente affatto domati, perché nemmeno riconosciuti dai vari centro-sinistra europei, tornano adesso correttamente a esprimersi in maggioranze democratiche. La gabbia d’acciaio, che tutt’attorno ci imprigiona, ha fatto come il tavolo-merce di Marx, si è messa spontaneamente a danzare, con tutti i suoi grilli per la testa, flessibile quanto basta per le sue movenze nevrotiche, liberalizzata quanto è sufficiente ai suoi comportamenti isterici. Questo è il capitalismo della globalizzazione: il più efficace dispendio di umanità a fini disumani che mai sia stato inventato. Tutto all’insegna dell’ideologia di un pluralismo complessificato, comprato e venduto al mercato come garanzia di libertà.
La privatizzazione universale in atto è la vera forma politica che assume il processo: una politica antipubblica, un paradosso che la società moderna, il rapporto sociale moderno, aveva in corpo fin dalla nascita e che adesso troviamo interamente dispiegato al suo livello più normale, quello mondiale. Solo il movimento operaio, nessun altro soggetto storico, aveva contrastato questo ‘sviluppo’. I modi diversi di questo contrasto, compresi quelli che apparentemente lo negavano, vanno ancora riconosciuti. Il fatto che siano caduti tutti insieme ha creato un vuoto storico forse incolmabile. A questo punto, dobbiamo abbassare le nostre pretese? È probabile: anche se il realismo dice di sì, ma la passione dice di no. E stiamo, qui e ora, proprio stretti tra passione e realismo. Non è una condizione nuova. È una condizione critica, che si muove a sua volta tra il sempre eguale che ritorna e il sempre diverso che ristagna. Non è un gioco di parole. È una modalità di realtà, quella politico-sociale contemporanea, fatta contemporaneamente di accelerazione e di immobilismo. Tutto vorticosamente cambia, tutto rimane impietosamente così com’è.
Questa è la premessa. Dobbiamo scendere alcuni gradini per assumere la concretezza necessaria alla semplificazione, non alla riduzione, del complesso. Ci vuole per questo un passaggio di mediazione. È corretto, ed è indispensabile, come ha fatto «la rivista» nel fascicolo precedente, collocare l’attuale questione sociale e il panorama politico presente nella dimensione Europa. Il mercato unico, la moneta unica, la produzione unica, cioè il capitalismo sovranazionale europeo, è un’opportunità storica per il movimento dei lavoratori di ripensare le proprie forme di lotta e di organizzazione a questo livello, per andare a praticare qualcosa che era iscritta fin dalle origini nella sua teoria costitutiva. Chi ricorda più quanto l’internazionalismo operaio sia stato a lungo l’alternativa civilizzatrice al nazionalismo borghese? C’è voluta l’età delle guerre del Novecento prima, e poi la vittoria sul campo della pax americana, per abbattere questo quadro. Anche il livello mondo, la cosiddetta globalizzazione capitalistica, potrebbe rappresentare questa opportunità. Ma qui il terreno si complica. La forza necessaria per il contrasto, non si vede, e non si vede perché non c’è. Questo è il problema. I movimenti no-global, o new global, fanno intravedere il bisogno di una mobilitazione, ma non realizzano quel bisogno nella forma organizzata, cosciente e permanente, che sola potrebbe impensierire i padroni del pianeta. I movimenti servono a questo, a farti cogliere lo stato nascente di una contraddizione di sistema, poi su questo devi costruire una potenza collettiva di lotta, capace di colpire i punti di potenziale crisi del meccanismo di dominio. Adesso, passata la sbornia ottantanovista – fra strapotere americano nel mondo, inesistenza politica dell’Europa, generosa inefficacia dei movimenti, assenza assoluta di organizzazione delle sinistre – si capisce di quanto si sia indebolita ogni istanza di contestazione dell’ordine mondiale presente con il crollo di una pur distorta presenza politico-militare contrapposta. Lo so che è un discorso ‘sgradevole’ per le due orecchie, una liberale l’altra democratica, di ogni persona di buon senso, ma il passaggio dalla vecchia Urss alla nuova Russia, si è configurato alla fine come un actus tragicus, per il pensiero e per la pratica di qualcosa di anticapitalistico. Se da lì fosse nato lo spirito di una moderna critica del capitalismo-mondo, sarebbe stata veramente una rivoluzione, ne è nata una resa senza condizioni alla legge del dio-mercato, ed è stata veramente una restaurazione.
Non si può parlare di Europa, tacendo di questo. Perché di Europa bisogna parlare oggi come terreno più proprio di organizzazione delle lotte dentro la globalizzazione capitalistica. Con proiezione fuori, certo, ma a partire realisticamente da qui. Qui c’è la tradizione del movimento operaio, che si è posto il problema, in forme diverse, almeno da metà Ottocento in poi. Non c’è nessuna terza via da cercare, come non c’è nessuna seconda via da abbandonare, c’è una sola e unica via, che bisogna ricomporre oggi con la forza creativa del pensiero, al di là delle divisioni che la storia ha depositato sul terreno, e che rappresentano, esse, le vere rovine di cui va sgombrato il campo, se si vuole ripartire con un agire collettivo capace di colpire bene. La tesi assurda che la socialdemocrazia ha vinto e il comunismo ha perso non sta in piedi: infatti, da quando è nata, ha messo a sedere ogni forma di conflitto politico. La realtà è che, con il crollo del campo comunista, la socialdemocrazia ha perso la sua ragione di esistere e di fatto non è più esistita, tranne che nella chiacchiera dei seminari del Pse. Nel frattempo, non c’è bisogno di numeri e di tabelle, basta vivere normalmente tra le persone che lavorano sotto padrone, per sapere che, con il trionfale ingresso dell’euro nelle nostre tasche, lo status economico dei lavoratori, una volta si diceva il potere d’acquisto, è peggiorato. E la loro presenza politica sull’entusiasmante mercato europeo, semplicemente non esiste. Per questo, i luoghi di lavoro hanno già smesso di essere i non-luoghi che piacciono tanto ai sociologi post-moderni. E sono tornati a funzionare come solido e permanente terreno di conflitti su salari, tempi, diritti, su licenziamenti da respingere e contratti da conquistare. Se il sindacato riprende nel mondo del lavoro il centro della scena, e assolve a una funzione di mobilitazione di massa, ci saranno pure delle ragioni. È su queste ragioni che la sinistra politica deve interrogarsi.
E sono due i versanti del discorso. Uno: nel tempo della centralità dell’impresa, il lavoro è sotto attacco. Il processo di privatizzazione universale trova di fronte a sé come ostacolo l’ultimo residuo di pubblico, cioè di collettivo, cioè di interesse generale, nell’organizzazione dei lavoratori in sindacato, prima di categoria, poi di territorio, poi confederale. È un residuo da eliminare, con una concertazione di governo e padronato da un lato, sindacato dall’altro. Al sindacato si richiede una cogestione amministrativa delle cose e una funzione assistenziale delle persone. Se organizza conflitto, qualunque conflitto, il sindacato, secondo questa opinione, travalica i propri compiti, fa politica, si oppone al cambiamento. La verità è che la contrattazione collettiva, legittimata e garantita dalle lotte, è adesso la dimensione neo-pubblica che fa da argine all’ideologia straripante dell’individualizzazione/privatizzazione del rapporto sociale. Il terreno dei diritti, la difesa delle proprie conquiste, è il terreno non avanzato, e nello stesso tempo obbligato, oggi per i lavoratori dipendenti. Qui c’è la forza e il limite delle lotte attuali. È necessaria una correzione dall’alto, che dia uno slancio propulsivo nuovo, un’apertura, un segnale di scatto in avanti, alle piattaforme di mobilitazione.
Discutiamo di questo. Può contribuire un’operazione culturale, che riconverta il tema dei diritti nel tema della libertà, o che comunque riconnetta i due terreni in una sola battaglia di civiltà. Il senso da dare alla parola, al concetto, di libertà è il discrimine vero che distingue i campi del falso bipolarismo odierno: se sia più libero il lavoratore flessibile, subalterno alle leggi di mercato, in balìa delle congiunture economiche, insicuro nel presente, incerto per il futuro, oppure il lavoratore organizzato, forte nella solidarietà della propria parte, consapevole che il livello di garanzie acquisite non gli è stato concesso ma se l’è conquistato, capace per questo, dotato per questo delle possibilità di guardare oltre se stesso, ritrovando se stesso nella persona del compagno di lavoro. Questa la libertas maior, vissuta nella solidarietà operaia. Oggi la scelta non è tra libertà e non libertà, e nemmeno tra libertà formale e libertà sostanziale, ma tra libertà selvaggia e libertà civile. Non società degli individui, o dei cittadini, ma società di donne e di uomini interiormente in grado di praticare il pensiero della libertà.
L’altro versante del discorso: la rappresentanza politica del multiverso dei lavori, da tradurre in quell’universo lavorativo, visibile, riconoscibile, mobilitante, riferimento simbolico per l’intera società, e – per dirla con un’espressione che accosta un sostantivo di moda con un aggettivo vetero – vera e propria potenziale governance alternativa. Qui c’è il buco nero della sinistra europea, invisibile, irriconoscibile, ordinante invece che mobilitante, incapace di rappresentazione, debolisticamente organizzata, inutilmente governativa. Ma su questo versante, tutto è stato detto, in negativo. D’altra parte, non è che si può riprendere, come niente fosse accaduto, l’heri dicebamus sulla forma-partito, e dintorni. Quando la socialdemocrazia parla di neue Mittel e il laburismo di ‘terza via’, il modello classico europeo è di fatto già archiviato. Riproporlo qui da noi, come si è tentato di fare, tra l’altro malamente, negli ultimi anni, è qualcosa che non parla a chi dovrebbe parlare, vecchi e nuovi lavoratori, pianeta giovani, arcipelago donne. Dobbiamo piuttosto lucidamente calcolare quanto di buona America è necessario a questo punto introdurre, con un atto di volontà culturale, nel nostro orizzonte di comportamento. Ambedue i livelli, quello di movimento e quello di organizzazione, chiedono oggi un’apertura mentale, un abbandono degli schemi, un’attenzione alla differenza, una pratica di immaginazione, che non sta in quello che c’è già stato, ma in quello che può esserci di invenzione delle nuove forme. La cosa più pericolosa oggi è l’antipolitica del ceto politico. La critica di massa alla politica nasce da qui. E da qui innesca i meccanismi perversi del leaderismo, del populismo, della sfera pubblica come mero spettacolo e degli affari privati come vita vera. La cosa più urgente non è abolire ma qualificare il professionismo politico. Il male etico sta nella cattiva vocazione alla politica. E il danno pratico sta nella improvvisazione della professione. Se la sinistra, a partire da sé, cominciasse a rimediare a questi mali e a questi danni, darebbe quel contributo decisivo alla storia presente, che la farebbe riconoscere come ciò che salva nel momento del maggiore pericolo.
C’è questo scenario inedito, che vede il contrasto tra una sinistra elitaria e una destra populista. Anche a me è capitato di scrivere: i salotti sono di sinistra, le periferie di destra. Polemicamente è così. Empiricamente, per fortuna, non proprio. Questo è quello che si vede. La divisione di classe si esprime adesso anche nel fatto che sono pochi quelli con la possibilità di tribuna, mentre molti sono i senza parola. Certo, il 23 marzo è stato un modo per prendersela quella parola, un modo tradizionale, ma non tanto, perché lì si è aggregato del mondo del lavoro, vecchio e nuovo, quello che c’era fondamentalmente da aggregare. E che la riappropriazione di una presenza politica di massa assuma ora la forma di una mobilitazione sindacale, dice dov’è, e dove bisogna andare a cogliere, il cuore dello scontro. Il contrasto è, sì, sul valore del lavoro, ma non dimentichiamo che qui si esprime ancora e sempre una permanente misura capitalistica; la novità è che si mette in gioco il valore del lavoratore, portatore di una misura sociale umana, di carattere consapevolmente generale. Nella figura del lavoratore, sotto l’attuale attacco capitalistico, dobbiamo sapere che precipitano ormai tutte le contraddizioni dell’individuo moderno. Si riapre la guerra sul suo destino: se deve restare atomo neutro egocentrato sullo spirito animale del suo interesse privato e dunque schiavo di massa, o se deve salire a persona pubblica differente, libera nella società ma libera anche dalla società, quando questa si struttura come meccanismo omologante, e dunque donne e uomini capaci di sovrana autonomia, perché dotati di interiore ricchezza. La libertà comunista non è passata invano, tragicamente, per le strade di questo mondo. La farsa delle libertà borghesi ne ricarica, giorno dopo giorno, di nuovo, il bisogno.
Abbassiamo di nuovo i toni. In realtà, stiamo semplificando, non complessificando i problemi. Queste sono regole elementari. Dovrebbero costituire la grammatica della sinistra. Sembrano idee bislacche, solo perché questa sinistra, svolta di qua, svolta di là, alla fine ha perso la strada. Io penso che oggi, per uscire da una stretta che indubbiamente c’è, bisognerebbe mettere in campo una qualità particolare di coraggio. È opinione corrente e vincente che la sinistra debba uscire da sé, andare oltre i propri confini, espandersi, accogliere, reinventarsi. Non è un’opinione banale. Misurata col metro della cattura democratica del consenso di opinione, è l’unica strategia plausibile. Il problema è che giudicare, e affrontare, l’organizzazione sistemica della società capitalistica, con quest’unico metro, non solo non è teoricamente corretto, ma è risultato praticamente del tutto inefficace. In nessun punto si è messo in crisi e in tutti punti si è stabilizzato e rafforzato il meccanismo di dominio padronale sull’economia e lo stato di subalternità del lavoro nella società. Alle prove storiche classiche si sono aggiunte adesso le prove politiche empiriche. A quando un bilancio serio delle esperienze dei governi di centro-sinistra e di sinistra-centro della recente Europa ‘socialista’?
Credo che la sinistra debba invece rientrare in sé, rioccupare il proprio territorio, stanziarsi, sentirsi, ritrovarsi. Non è una indicazione di chiusura, settaria. Al contrario. È la prospettiva veramente, perché qualitativamente, espansiva. Anche, tra l’altro, dal punto di vista quantitativo, per il successo delle coalizioni elettorali. Si è verificato infatti questo: la sinistra, che si fa essa stessa centro-sinistra, perde il consenso di quel pezzo di sinistra che vuole rimanere solo sinistra, quanto basta per mancare, soprattutto nella trappola maggioritaria, proprio l’obiettivo della maggioranza parlamentare. Non si capisce che, per logica naturale delle cose, l’opinione moderata si aggrega meglio a destra che a sinistra. E finché si continuerà a chiamare moderato quello che sta fuori della sinistra e che essa deve inseguire, la sinistra sarà condannata a una lunga lenta deriva. Fuori della sinistra, e vicino ad essa, c’è un mondo: culture, sensibilità, interessi, stili di vita, bisogni, professioni, e scelte etiche, dimensioni religiose, vocazioni di servizio e di aiuto umanitario. Per come si sono messe le cose, forse o senza forse, tutto questo è destinato a raccogliere la parte più consistente del consenso alla forma-coalizione. Ma si tratta di una galassia di diversità che non può fare a meno del riferimento al nucleo più omogeneo di una sinistra vera e propria. Non solo per l’efficacia di un’alternativa alle pulsioni di un centro che guarda a destra, non tanto per il carattere becero del centro-destra italiano, e nemmeno alla fine per fare il pieno dei voti necessari. La ragione è più profonda. Abbiamo detto che questa non è un’area moderata. Che cos’è allora? È un campo democratico-progressista: che può, esso, a pieno titolo dirsi riformista. Mentre la sinistra del futuro non ha bisogno di tornare a definirsi così: perché non è più questo il suo problema. Il di più che chiede la sinistra – non la riforma ma la critica del capitalismo dopo il socialismo – aderisce a un pezzo qualitativamente consistente di società, che certamente non è maggioritario, ma altrettanto certamente è decisivo. Nessun corpo del riformismo può fare a meno oggi di questo supplemento d’anima. Uno schieramento democratico-progressista è obbligato oggi a sentire il suo proprio bisogno di sinistra: e questo nei contenuti, nelle idee, nei valori, nelle pratiche. Ecco perché l’ultima cosa che dovrebbe fare la sinistra è annegarsi nel mare democratico-progressista. Non servirebbe a se stessa, perché sparirebbe come presenza, lasciando senza voce pubblica quel pezzo di società, con tutte le conseguenze possibili. Non servirebbe allo schieramento più largo, perché, potato non di un ramo ma di un pezzo di tronco, ogni albero, sia esso ulivo o quercia, fatalmente si secca.

§

C’è uno strato di discorso, che sta al di sotto di questo. Se ne può accennare, con l’avvertenza che esso merita una riflessione e una discussione. Tutti capiscono che c’è stato un sommovimento strutturale dentro il modo di produzione capitalistico, e di qui poi dappertutto, nel dopo epoca taylorista-fordista-keynesiana. Tutti sentono che – come conseguenza o come causa, lasciamo adesso da parte il problema – c’è stato un passaggio di crisi nella composizione della soggettività alternativa. Dico capiscono e sentono, perché mentre sul primo punto c’è un livello di consapevolezza analitica che ci permette di sapere più o meno come sono andate le cose, sul secondo punto grande è la confusione sotto il cielo. Il discorso si è sviato, si è inutilmente inabissato, per riemergere a increspare la sola superficie, tra morte del Soggetto, indebolimento dell’Essere, disagio della civiltà, microfisica del potere, agire comunicativo, e quant’altro. È vero che qui si è creato uno spazio vuoto, e l’unico evento che, aggressivamente e quindi intelligentemente, ha occupato territorio è stata la rivoluzione femminile. Sono accadute indubbiamente molte cose. E non c’è una cosa che ha mosso tutte le altre. Questa sarebbe una concezione caricaturale: non una semplificazione ma una soppressione della complessità. Però c’è un fatto che ha contato più di altri e che nello stesso tempo è stato notato meno di altri. Lo dico così: un passaggio dalla centralità politica alla marginalità politica del lavoro operaio. Il processo di globalizzazione capitalistica non decentra, centralizza. Tende a ricondurre all’uno, sempre, il plurale e il differente, che pure ci sono e si fanno sentire. Il pensiero unico è figlio del modello unico, di rapporto sociale, di sistema politico, di essere umano. Non è vero che la sua vocazione è ad escludere. Al contrario: è ad includere, e contemporaneamente a tenere a margine. Attenzione: marginalità non è la stessa cosa che emarginazione. Non c’è nulla di sottosviluppo, di subalterno, di impoverimento, nemmeno relativo. Si vuole che si stia da parte, ma nello stesso tempo si collabori alla gestione del tutto. Nella ricchezza, ma solo per consumarla. Nella polis, ma senza potere. Nella comunicazione, cioè nella chiacchiera universale, ma privi di parola che dia voce a quella condizione particolare. In questo reparto-confino sono oggi collocati tutti gli operai, l’unico soggetto moderno che ha civilizzato la storia del capitalismo e l’unica classe dirigente alternativa che ha minacciato di affossarlo. Qui sta l’evento simbolico che ha marginalizzato il mondo del lavoro. Lo spostamento di spazio politico che ha oscurato questa forza storica definisce molti altri spostamenti di senso che oscurano il presente. E la crisi di soggettività, ovvero il quasi crollo della politica, ha nel suo fondo questa nascosta radice.
Il vecchio operaista ribadisce la tesi, non smentita, che gli operai hanno combattuto, minacciato il capitale nel cuore del rapporto di produzione, ma sa che non è più questa la condizione odierna. E non perché non c’è più la classe operaia, o perché non c’è più il rapporto di produzione. Non c’è più semplicemente il ‘cuore’ del rapporto di produzione: quel cuore vivo, pulsante e pensante che era il concetto concreto di fabbrica. L’archeologia industriale non porta con sé un’archeologia operaia. Semmai il lavoro operaio chiede il seguito di una sua fenomenologia. E comunque al posto di quel cuore c’è oggi un marchingegno artificiale, un by-pass per ogni punto di crisi, che permette allo sfruttamento del lavoro di continuare capitalisticamente a circolare. Pomposamente la chiamano produzione immateriale, società della conoscenza, qualcuno addirittura, facendo torto ai Grundrisse, general intellect. La realtà è che ci troviamo a vivere dentro un corpo di società umanamente malato, che, per sopravvivere, ha bisogno di strumenti sempre più sofisticati per le cure della sua inarrestabile decadenza fisica. Le istituzioni economico-finanziarie sovranazionali – il governo mondiale che già c’è – servono a questo. La dittatura democratica della tecnica e la lanterna magica della parola innovazione non riescono a nascondere il fatto che questo post-moderno è nient’altro che il vecchio mondo, che merita di morire.
Rimane il dato di fatto, di cui bisogna prendere atto: che il lavoro operaio, direttamente produttivo, figura di rappresentazione del lavoro dipendente, in queste condizioni, risulta politicamente marginale. Prendere atto, interpretando. Una forza sociale, che da centrale diventa marginale, viene a costituire un residuo, un’eccedenza, una differenza, una parzialità non assimilabile al tutto. Non è un processo spontaneo. Ci vuole una forma politica. Spero che l’obiezione non sia quella di come votano gli operai. Primo: perché dall’intenzione di voto non può scaturire un giudizio di valore, visto il carattere di superficialità, di umoralità, di occasionalità, di manipolazione, di privatezza, che sempre più assume l’esercizio di questo diritto. Secondo: proprio la dispersione del voto operaio mostra che manca un chiaro, deciso, visibile, riconoscibile, punto di riferimento per la posizione politica di questa parte di società. Naturalmente, non si esaurisce qui il complesso ‘che fare’ di oggi. Ci sono più contraddizioni in cielo e in terra borghesi di quante ne possa pensare una filosofia politica di parte. Ma ritengo essenziale, per la salute dello schieramento alternativo il più vasto possibile, che ci si ponga il compito di dare rappresentazione politica, qualitativamente più che quantitativamente forte, dell’attuale marginalità del lavoro. Poi, si sa che il lettore intelligente legge anche quello che non c’è scritto. Le soluzioni di organizzazione, che conseguono a questo discorso, le metta ognuno per suo conto.


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