numero  31  settembre 2002 Sommario

Per rompere l’assedio

DIFFICILE CONFRONTO TRA I PALESTINESI
Michele Giorgio  

I mesi di luglio e agosto hanno visto sviluppi di rilievo nel conflitto israelo-palestinese. Il primo è l’ulteriore consolidamento dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele con la conseguente ‘benedizione’ da parte della Casa Bianca, e del più ‘moderato’ Dipartimento di Stato, della rioccupazione permanente delle aree autonome palestinesi in Cisgiordania (accompagnata da pesanti incursioni di reparti corazzati anche nella Striscia di Gaza). L’altra novità è costituita dalla progressiva accettazione da parte dell’Autorità nazionale palestinese delle condizioni imposte da Israele in tema di sicurezza e affermate con forza nel discorso sul Medio Oriente pronunciato a giugno dal presidente americano George W. Bush. Infine va registrata l’apertura di un confronto tra le forze politiche palestinesi sulla strategia per raggiungere l’indipendenza, segnato da differenze, piuttosto profonde, tra le organizzazioni laiche e nazionaliste e i movimenti islamici Hamas e Jihad.
Affermare che Ariel Sharon ha vinto la sua battaglia non è azzardato. Una vittoria ampia anche se non ancora completa. Che è andata ben oltre l’isolamento del presidente palestinese Yasser Arafat. Forte del pieno sostegno del segretario alla difesa Donald Rumsfeld e del vice presidente Dick Cheney, il premier israeliano è riuscito a convincere un’Amministrazione americana, ossessionata dopo l’11 settembre dalla ‘lotta al terrorismo’, e ora pronta a scatenare un nuovo attacco devastante contro l’Iraq, che l’intero movimento di liberazione palestinese, sia nelle sue ali più radicali che in quelle più moderate e persino filo-Usa, non è altro che una delle molteplici forme del ‘complotto internazionale islamico’, ordito da al-Qaeda di Osama bin Laden per destabilizzare la ‘superiore’ civiltà occidentale e le sue democrazie. Arafat sta a Israele come bin Laden agli Usa, ha spiegato Sharon. I diritti dei palestinesi (riconosciuti anche dagli Stati Uniti) alla libertà e all’indipendenza in una porzione minima (22% della Palestina storica) della loro terra sono stati descritti da Sharon come la copertura di un progetto volto esclusivamente ad abbattere Israele, alleato di ferro degli Usa e perennemente impegnato nel ‘combattere ogni forma di terrorismo’. Vinte le esitazioni di Bush, sconfitti i dubbi del Segretario di stato Colin Powell, la strategia di Sharon ha potuto raggiungere il punto massimo di successo. L’uomo che ancora oggi porta impresso il marchio di ‘criminale di guerra’ per la strage di Sabra e Shatila (1982) – della quale fu dichiarato responsabile indiretto anche da una commissione d’inchiesta israeliana – è diventato la punta di lancia della ‘guerra duratura’ (e ora ‘preventiva’) di George Bush contro il ‘terrorismo’ e il campione fondamentale degli interessi americani e occidentali in Medio Oriente (e non solo).
A consolidare il progetto di Sharon ha contribuito anche la totale adesione alla politica del governo da parte del Partito laburista israeliano che, guidato dal ministro della difesa Ben Eliezer, ha realizzato di fatto un’alleanza ideologica con il Likud (le correnti di sinistra del partito ora pensano a una scissione per costituire un partito socialdemocratico). D’altra parte, la strategia di attacchi armati del movimento islamico Hamas, scatenando un’ondata di attentati suicidi che ha provocato dozzine di morti tra i civili israeliani, ha contribuito in modo decisivo alla formazione di un clima internazionale favorevole alla devastante campagna militare israeliana che si è conclusa, a giugno, con la riconquista delle città e di tutti i territori autonomi palestinesi in Cisgiordania (a eccezione di Gerico).
Centinaia di palestinesi (in gran parte civili) uccisi, aperte violazioni dei diritti umani, demolizioni di case, migliaia di arresti, coprifuoco totali e restrizioni persino ai movimenti dei mezzi di soccorso, sono stati giudicati a Washington e nelle capitali europee una necessaria manifestazione di quel ‘diritto a difendersi’ di Israele con cui ogni volta Bush che ha giustificato le iniziative più brutali di Sharon. Il presidente Arafat – del quale Bush, perfettamente in linea con Sharon, ha chiesto la rimozione e la sostituzione con una ‘leadership nuova e democratica’ – si trova nel mirino di un progetto che, attraverso l’attacco alla sua persona, indebolisce di fronte alla comunità internazionale i diritti dei palestinesi, anche quelli sanciti da numerose risoluzioni dell’Onu. «I nostri servizi segreti ci dicono che la posizione di Arafat si indebolisce ogni giorno di più – ha scritto l’analista Ben Kaspit il 31 maggio sul quotidiano israeliano «Maariv«. – La terra trema sotto i suoi piedi. I servizi di intellingence paragonano la fase in corso a una bottiglia di spumante. Si deve agitarla in continuazione fino a quando il tappo salta da solo in aria. Arafat è quel tappo e la bottiglia oggi è agitata da Israele, dagli Usa, dall’Europa e persino dall’Arabia Saudita e dall’Egitto».
Sostenendo sino in fondo i progetti di Sharon, gli Usa hanno chiuso qualsiasi via d’uscita ad Arafat. Nel suo discorso di giugno Bush non solo ha parlato di «nuova leadership» e di «Stato palestinese entro tre anni» (ma solo alla condizione che i palestinesi eleggano nuovi dirigenti e rispettino sino in fondo tutte le condizioni poste da Israele), ma ha anche cancellato dall’agenda politica la conferenza internazionale sostenuta dal Segretario di Stato Colin Powell e ignorato il piano di pace proposto dal principe ereditario saudita Abdallah, che prevedeva un ampio e definitivo riconoscimento dello Stato ebraico da parte del mondo arabo, in cambio del ritiro di Israele dai territori palestinesi e siriani occupati nel 1967. A metà agosto il Segretario alla Difesa Rumsfeld ha completato l’opera, sconfessando trentacinque anni di politica mediorientale americana in Medio Oriente, e negato l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est parlando di «cosiddetti territori occupati».
Per Sharon è stato un successo totale, cui si è aggiunto il silenzio americano (ed europeo) sulla costruzione di nuove strade e case (957 soltanto nell’area della ‘grande Gerusalemme’) per i coloni ebrei che occupano terre dei palestinesi («Non c’e’ differenza tra Netzarim [una piccolissima colonia ebraica a Gaza (NdA)] e Tel Aviv», ha dichiarato il premier israeliano) e i nuovi accordi militari con gli Usa (a ferragosto Sharon ha persino sollecitato Bush ad accelerare i tempi di un attacco militare all’Iraq). Uno dei rapporti più recenti pubblicati dal centro israeliano per i diritti umani «Betselem» descrive bene la situazione attuale: «Israele ha creato un regime di separazione e discriminazione nei Territori occupati. Un regime che permette ai coloni ebrei di far riferimento al sistema giuridico israeliano e sottopone i palestinesi alle leggi dell’occupazione militare. La Corte Suprema israeliana ha garantito la copertura giuridica delle azioni del governo e si è sistematicamente rifiutata di intervenire di fronte al danno fatto ai palestinesi.
Distrutta quasi completamente dall’offensiva ‘Muraglia di difesa’, delegittimata da Israele e dagli Usa, l’Anp di Arafat ha navigato in acque tempestose con il solo obiettivo di trovare una scialuppa per non annegare. Il presidente palestinese ha dovuto fare i conti con le ‘riforme interne’ richieste ad alta voce dagli Stati Uniti. Si tratta di riforme concepite strumentalmente da americani e israeliani per costringerlo a uscire di scena, e non per rispondere alla necessità di dare una svolta a una gestione politica sino ad oggi autoritaria, inefficiente e alimentata da un ben rodato sistema di corruzione. Un rinnovamento che i principali esponenti della società civile palestinese e dei movimenti per la democrazia chiedevano da anni e che mai avevano trovato sostegni a Washington o nelle capitali europee. Anche durante i governi di centro-sinistra, dopo gli accordi di Oslo (1993), Tel Aviv si è guardata bene dall’aprire bocca sulla gestione amministrativa e politica dell’Anp (molto apprezzata peraltro da numerosi uomini d’affari israeliani) e si è preoccupata soltanto che i servizi di sicurezza palestinesi facessero il massimo per arrestare e tenere in prigione (anche senza processo e accuse precise) i militanti della organizzazioni islamiche e nazionaliste contrarie agli accordi con Israele. Al contrario di ciò che afferma in pubblico, Sharon non ha alcun interesse per un processo di rinnovamento della istituzioni palestinesi. La sua richiesta di ‘cambiamento’ è volta unicamente a favorire l’uscita di scena di Arafat e la creazione di una leadership palestinese più manovrabile. «L’Anp farebbe bene a dissolversi, per non offrire pretesti a Sharon e per costringere Israele a prendersi la piena responsabilità della popolazione civile che ora vive sotto occupazione militare – ha suggerito la storica portavoce palestinese Hanan Ashrawi –. Dovrebbe farlo per dare inizio a una fase di costruzione di nostre istituzioni realmente moderne e democratiche».
Isolato, umiliato, privo di un reale sostegno arabo, Arafat, in giugno, ha effettuato un rimpasto di governo cercando di inserire nel nuovo esecutivo ministri più graditi all’Amministrazione Usa (come il ministro delle Finanze Al-Fayyad, che è un ex funzionario del Fondo monetario internazionale). Ha anche annunciato nuove elezioni politiche e presidenziali in Cisgiordania e Gaza (le prime dal 1996) per il prossimo gennaio. Non ha sciolto tuttavia il nodo di una sua ricandidatura, costringendo gli americani ora a frenare dopo aver battuto per settimane sull’«urgenza di elezioni» nei Territori autonomi. La rielezione di Arafat, attualmente scontata, sarebbe uno schiaffo per i disegni di Stati Uniti e Israele.
In questo momento Arafat affida il suo residuo ruolo al piano di sicurezza firmato da Israele e Anp il 18 agosto, che prevede un ritiro israeliano graduale dalle zone autonome di Gaza e da Betlemme e il contemporaneo intervento dei servizi di sicurezza palestinesi sui gruppi armati dell’Intifada. Un piano respinto dai gruppi Hamas e Jihad che non sono mai stati tanto forti e popolari come in questo momento e che, proclamando il diritto all’autodifesa dall’occupante, rifiutano di mettere fine agli attentati. Ma il dibattito nella società palestinese è aperto e le riunioni di metà agosto del ‘Comitato per la supervisione dell’Intifada’ – del quale fanno parte dodici formazioni politiche – hanno affrontato temi quali la leadership, la democrazia, la strategia per raggiungere l’indipendenza, insieme al nodo della lotta armata, che invece è stato privilegiato dai media. Un dibattito che è una sfida all’autorità di Arafat ma soprattutto a Sharon, che sa di aver di fronte un popolo non piegato né avvilito che continua strenuamente a credere nella realizzazione piena dei suoi diritti.


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