Discussione con Raniero La Valle
PACIFISMO: IL NODO DEL POLITICO
Rossana Rossanda
Perché il movimento per la pace è intermittente e pesa poco sulle decisioni dei governi? Perché non ha colto – scrive nel numero scorso della rivista del manifesto Raniero La Valle – la nuova natura della guerra. Essa non è più uno scontro fra Stati, per un obiettivo, tempo e luogo limitati, al quale il pacifismo ha in passato opposto una soluzione non violenta; è diventata guerra illimitata contro un nemico illimitato – il terrorismo internazionale e i paesi del ‘male’ –, così insidioso e oscuro che va perseguito dovunque ve ne siano dei germi. Questa guerra è funzionale a un Occidente che, rimasto solo a decidere delle sorti del mondo dopo la caduta del muro di Berlino, e cosciente che non si può estendere all’intero pianeta il suo modello di vita, ha deciso di tenerne fuori la maggior parte dei popoli. A questo serve la guerra, che non è più mezzo per risolvere con la forza un conflitto, è fine per il quale si producono conflitti. È sinonimo di esclusione, ed è appunto contro l’esclusione, dovunque si manifesti, da quella del Sud del mondo a quella delle donne, che il movimento della pace si deve battere.
È una tesi interessante, tanto che la diserzione dei paesi ricchi dall’ultimo vertice della Fao, concluso poco fa con un nulla di fatto, sembra confermarla. Tuttavia mi permetto di discuterne conclusioni e percorso.
Parto da un dato empirico; per la prima volta tutti gli Stati e grandissima parte dell’opinione, a Est e a Ovest, hanno consentito a questa guerra al ‘terrorismo internazionale’. Enfatizzato, scrive La Valle, da «consistenti messaggi promozionali ad uso dell’opinione pubblica occidentale», ma va esaminato perché – assieme a quel che è avvenuto e alle minacce di Al Qaeda o chi per essa – questi messaggi sono passati, tanto da dar luogo alla prima alleanza mondiale, cui partecipano tutte le ex o attuali grandi potenze, dell’Ovest come dell’Est. Non c’è mai stata convergenza così vasta come per la guerra all’Afghanistan, identificata ora nei talebani ora in Al Qaeda ora in tutti e due. E anche chi non sottoscrive l’allargamento del nemico ai ‘paesi del male’, quelli che secondo il presidente degli Usa Bush proteggerebbero il terrorismo, e recalcitra a un’azione contro di essi, non si pronuncia all’Onu e tanto meno al Consiglio di sicurezza (penso ad esempio alla Francia e alla Russia).
Anche il senso comune è disorientato da questo nemico, che non è più uno Stato né un esercito, dal quale non c’è da temere una invasione e contro il quale non occorre una mobilitazione generale, come nelle grandi guerre europee. La delocalizzazione e la incorporeità geografica e giuridica del ‘nemico’ fanno sì che questa sia percepita come una ‘mezza guerra’, nella quale le perdite sono imprevedibili, probabilmente soprattutto civili, ma in nessun caso tali da configurare una sconfitta e tanto meno un annientamento. Di più, esse sono dissimmetriche, opponendo l’assieme imponente delle forze militari del pianeta a una rete nemica clandestina e, dove si crede di individuarla come in Afghanistan, un’azione soprattutto ‘celeste’, secondo la definizione di Ingrao, da parte di irraggiungibili e potenti aerei contro popolazioni a terra. Questo dato – che ha portato a termine il famoso ius publicum europeum, comprese le sue vacillazioni della seconda metà del secolo – ha tolto al pacifismo l’argomento non da poco che ormai la guerra era un macello per chiunque vi partecipasse, dunque feroce e sostanzialmente inutile. Insomma la sana paura che era anche alla base della protesta pacifista di massa.
Non solo. Diversamente, mi pare, da quel che afferma La Valle, questa alleanza mondiale appare ‘giusta’, così giusta da configurare più che una guerra vera e propria, una sorta di ‘operazione di polizia internazionale’. Termine che sembra singolarmente adeguato a un ‘nemico occulto’, ma già era aleggiato nel secolo scorso. La maggior parte dell’opinione democratica occidentale ha considerato ‘giusti’ gli interventi contro l’Iraq e contro la Jugoslavia, soggetti niente affatto occulti, ma Stati in piena regola, con relativa terra e rappresentanza: e anche allora si è parlato di ‘operazioni di polizia internazionale’, punitive di qualcuno non ‘nemico’ quanto ‘criminale’. Era ‘giusto’ invadere l’Iraq, sia perché aveva invaso il Kuwait – classica azione che provoca l’intervento degli alleati del paese offeso –; ma perché Saddam Hussein era un tiranno simile a Hitler e la sua stessa esistenza e ideologia minacciava Israele; tuttavia ‘Tempesta nel deserto’ ha restaurato il Kuwait ma ha lasciato il tiranno dov’era.
Più tardi la guerra alla Jugoslavia ha diffuso la tesi, anch’essa affiorata nel secolo, della ‘guerra umanitaria’, che – dismettendo il principio che una guerra civile riguarda lo Stato dove si effettua – dichiarava il dovere di intervenire in un conflitto interno a uno Stato, ex federato, il cui governo appariva ‘criminale’.
Guerra del Golfo, guerra balcanica e guerra all’Afghanistan hanno disorientato l’opinione democratica: e come poteva questo non pesare sulla spinta pacifista? Al di là di un rifiuto etico della carica distruttiva della guerra, e in mancanza d’una costituzionalità internazionale effettiva, anche i cittadini si sono divisi sul giudizio politico, fattuale, di quel che avveniva e sul come mettervi fine. Era ammissibile che l’Iraq invadesse il Kuwait? Era ammissibile frenarlo con la guerra? Quella volta l’Onu disse di ‘sì’, il movimento per la pace disse ‘no’ ma senza esprimersi sul merito. E più tardi, era ammissibile che la Serbia attaccasse Slovenia e Croazia, che avevano fatto secessione, e imponesse in Kosovo teoria e pratica della pulizia etnica? Ma non era in questa stessa ottica, che si iscrivevano – al fondo – gli accordi di Dayton, promossi dalla comunità internazionale? E come far cessare la crudele guerra interna che seguì e poi la guerra e il bombardamento della Jugoslavia?
Quanto al ‘terrorismo internazionale’, come predicare una soluzione negoziata con un nemico che non solo non è uno Stato né un’etnia ma è occulto? I casi sono due. O si schiaccia il serpente e la sua nidiata, alla Bush, o si tenta di bonificare il territorio dove esso nidifica, cioè le sue radici dirette o indirette. Bin Laden, sempre che ne sia il leader, dichiara da alcuni anni la sua contesa con la monarchia saudita per i legami con gli Stati Uniti, la presenza di alcune basi americane nel paese dei luoghi santi e si fa forte della guerra di Israele contro i palestinesi. Anche l’appoggio che riceve in quel che chiamiamo ‘fondamentalismo islamico’ ha radici nazionaliste, storiche e sociali, oltre che religiose.
Ma in Occidente sembra generale la convinzione, non contestata dai movimenti per la pace, che prima il terrorismo va battuto, poi si può eventualmente andare alle radici, perché nessuna di esse lo giustifica. Basti vedere come oggi ci si schieri nel conflitto Israele-Palestina, e confrontarlo con l’opinione che circondava la prima Intifada.
In realtà il movimento per la pace non sembra in grado di esprimere una netta condanna alla ‘guerra illimitata’ perché è ‘guerra al terrorismo’. Quando dice – tutti diciamo – «siamo contro la guerra e contro il terrorismo», diciamo qualcosa di assolutamente ragionevole sul piano morale, di assolutamente indefinito sul piano politico – perché è questa guerra che combatte il terrorismo. Se dicessimo che «no, il terrorismo così non si combatte ma si alimenta», per cui bisogna fermare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il nostro governo e gran parte della opposizione, scegliendo l’altra strada, è tutta la politica occidentale nel Medio Oriente che chiameremmo a rendere conto, affrontando un giudizio politico e ravvicinato. Che è il punto dal quale, osserva La Valle, il pacifismo si tiene lontano.
È proprio l’idea che questa guerra sia inevitabile, oltre che esterna (il ‘terrorismo internazionale’ può colpire dovunque ma non annientare come le guerre del Novecento) a far riflettere sul ragionamento di La Valle. Egli ha ragione sul fatto che oggi è esplicitamente rotta quella «indivisibilità» del mondo che era stata proclamata dalla Carta delle Nazioni Unite, mettendo fine alle tesi occidentali sulla ‘guerra giusta’ (per restaurare un diritto, perlopiù territoriale, violato), che – egli scrive – sarebbe caduta «alla prova della seconda guerra mondiale e della Shoah».
Forse il passaggio va articolato. Che la guerra possa non esser giusta viene pensato prima della sua iscrizione in forma giuridica (Carl Schmitt direbbe, con qualche degnazione, «come sentimento politico e morale»), quando si struttura una critica del potere nello Stato moderno: soltanto allora anche la guerra può essere veduta come interesse del sovrano e non come interesse comune; alla stessa stregua del monopolio statale della violenza, essa è sottoposta a una critica, che peraltro lo Stato definisce illecita, o condanna come diserzione, ribellione e financo guerra civile. La prima discussione di massa della ‘guerra ’ viene con la sinistra, specie nel Novecento e non senza morti e feriti: la sinistra si spacca sui crediti di guerra. E se da allora il pacifismo prenderà tutt’altra dimensione è un fatto che esso – pur cercando di svincolarsene in nome d’un superiore principio morale – resterà segnato dalla sua natura di opposizione sociale al potere.
E però in un quadro contraddittorio. Nel 1917 il primo Stato operaio nasce dal rifiuto di fatto e di principio della guerra. Ma si sente minacciato dalle potenze esterne già nella prima guerra civile. Negli anni ‘30 il Terzo Reich si propone come ordine mondiale, anche come barriera al bolscevismo – e questo limita la critica occidentale alla Germania nazista (assieme a un certo sentimento di colpa per Versailles). Fra le due guerre, il diritto internazionale sulla guerra, e perfino sull’aggressione, è caotico – su questo le pagine di Carl Schmitt sono decisive. Gli Stati Uniti oscillano fra isolamento e interessi da difendere in tutto il mondo. La Lega delle nazioni non difenderà l’Etiopia, e tanto meno la Repubblica spagnola. L’accordo Briand-Kellogg del 1928, che dichiara illegittima ogni guerra, non è mai applicato. Sicché non dico l’Anschluss ma neanche l’occupazione dei Sudeti è in grado di mettere un alt alla Germania, si va a Monaco e occorrerà che il Terzo Reich invada la Polonia perché gli si dichiari guerra, come occorrerà che il Giappone bombardi Pearl Harbour, perché vi entrino gli Stati Uniti.
Insomma il diritto si vorrebbe, per quanto confuso, al di sopra dei rapporti materiali di forza, ma questi lo soffocano.
Quel che mi importa qui è che la guerra del 1939 è considerata ‘giusta’. E non soltanto perché è di difesa da un Asse che invade ben dieci altri paesi, ma perché andrà definendo il Terzo Reich non come uno Stato nemico ma come una banda delittuosa, e i suoi dirigenti non come combattenti sconfitti, ma criminali da sottoporre a una Corte internazionale a Norimberga e a processi specifici nei singoli paesi danneggiati, Germania inclusa. E, si badi, l’Olocausto, le cui vere dimensioni appaiono nel processo e nel primo dopoguerra, non è il solo né il primo capo d’accusa, che è individuato bensì nel disegno espansivo che avrebbe mosso fin dall’inizio il regime nazista.
Le fonti di diritto erano così incerte che, se non erro, la Gran Bretagna aveva esitato a portare i capi nazisti alla sbarra, preferendo che si procedesse a esecuzioni sommarie come atti terminali del conflitto. È il processo – e quel che ne emerge – a determinare internazionalmente la percezione dell’enormità del nazismo, e non solo per i crimini di guerra commessi. Ed è perché la causa dei giusti ha vinto e il nazismo viene condannato dal mondo e non potrà più essere, che le Nazioni Unite si strutturano e con la loro Carta proclamano, con ben altra solennità del Patto di Parigi del 1928, l’illiceità della guerra come soluzione di qualsiasi conflitto. Ma quella al nazismo è tanto percepita come ‘giusta’ che il tentativo, a Monaco, di rinviarla è ormai evocato come estrema codardia delle democrazie, per non parlare del Patto russo-tedesco.
Resta la domanda: che poteva e doveva esser fatto dagli altri Stati ‘prima’? E quanto prima? Nel 1922? Nel 1932? Finché il nazismo non attaccava fuori dei suoi confini? Se un intervento militare è in ogni caso intollerabile, se nel 1939 la guerra non si doveva fare, come si doveva fare? E oggi? Alla domanda: chi decide che un regime è intollerabilmente ‘contro l’umanità’ si può rispondere, sia pur debolmente: decidono le Nazioni Unite, e già questo implica un giudizio che tendiamo a sospendere su che cosa sia diventata l’Onu. Se decidono che al tale va fatta guerra, come per l’Iraq, si consente? Un movimento per la pace non può, mi sembra, non porsi esplicitamente questi interrogativi.
E del resto è stata ben formale la «indivisibilità» del mondo dichiarata dall’Onu, se la guerra è messa al bando, mentre si apre uno scontro di dimensioni mai viste, quasi a dar ragione a Nolte che il conflitto fra capitalismo e socialismo sarebbe rimasto sotto traccia dal 1917 al 1945 per la necessità dell’alleanza contro Hitler (carta che giocherà fino all’ultimo parte dell’establishment tedesco). Certo, dopo il 1945 le due grandi potenze simbolo dell’uno e dell’altro sistema disarmano gli antichi avversari, ma si armano di mezzi mai prima esistiti, le sempre più distruttive armi atomiche.
In quella fase il pacifismo cresce da tutte e due le parti: quando un’arma esiste finisce sempre con l’essere usata. E invece le atomiche non saranno usate; e la guerra fredda non è mai diventata calda, perché ha funzionato il deterrente determinato dal fatto che le due superpotenze erano equilibrate in armamento nucleare: il primo che lo avesse usato avrebbe subìto la reazione immediata avversaria. Le testate americane non furono rese operative per Berlino, rischiarono di esserlo nei giorni di Cuba del 1962, quando Krusciëv piazzò sconsideratamente nell’isola missili che avrebbe dovuto ritirare, non lo furono nel Vietnam. Quelle russe, che io sappia, non furono sul punto di esser attivate mai. Non solo; ma l’indice di bellicosità sembrò calare anche fra i contendenti minori in quanto parte di uno dei due campi, quando non esplicitamente neutrali (Bandung).
Non era uno schema auspicabile, e alla fine è stato fra gli elementi distruttivi del blocco socialista. Ma sta di fatto che guerra guerreggiata non ci fu. Forse ancora a questo pensava Balducci quando parlò per il Golfo di guerra impossibile.
Il mondo è stato «indivisibile» in modo assai obliquo fino al 1989. Gorbaciov ne interpreta l’indivisibilità nella proposta – sicuramente nello spirito della Carta dell’Onu – della «casa comune». Che cosa non funzionava nel suo progetto? La cancellazione del niente affatto dialogico rapporto fra Stati portanti di due sistemi, uno dei quali s’era detto esplicitamente incompatibile con l’altro. E in verità lo erano, incompatibili, anche se da parte sovietica si propose, senza essere creduti, una competizione pacifica, mentre Reagan definì l’Urss «l’impero del male» (tentazione ricorrente negli States). Gorbaciov perdette tutte le sue scommesse, perché – nello stesso tempo in cui l’Urss cessava di essere e rappresentarsi come una superpotenza – cessava anche di essere socialista, ed egli stesso veniva travolto nel marasma interno maturato fin dal breznevismo e aggravato dalla corsa agli armamenti. Con il 1989 il mondo (che pareva) unificato si disfa all’Est e si compatta all’Ovest sotto l’egemonia del modello americano.
Da quel momento le guerre ripartono. Ci sarebbe stata la Guerra del Golfo in presenza di una Unione Sovietica ancora forte? Non penso, probabilmente Saddam non avrebbe invaso il Kuwait e – se sì – si sarebbe dovuto ritirare. Lo stesso per la guerra jugoslava: un’Unione Sovietica ancora forte avrebbe condizionato ogni processo nei Balcani, che non a caso parte nel 1992, Milosevic incluso. Diverso è l’attacco terroristico alle due Torri, che pur nella Guerra del Golfo ha una radice, ma non diversa è l’ampiezza della reazione: il Congresso degli Stati Uniti che dà al presidente i poteri di guerra illimitata nel tempo e nello spazio: e l’Onu ratifica.
E sarà una guerra del tutto nuova, non fosse – direbbe Schmitt – che per la sua despazialità, la sua natura globale e il venir meno di ogni diritto internazionale. La concentrazione della forza militare in una sola potenza non lascia spazio che all’attentato destabilizzante, preludendo, se ha ragione Wallerstein, a futuri riarmamenti e conflitti, probabilmente con l’Asia.
È un quadro troppo fosco? Temo di no. Pace e indivisibilità del pianeta sono ricacciati nell’utopia dall’essere il sistema vincente per sua natura espansivo, destinato ad abbattere non solo sul piano militare le resistenze che incontra in forme politiche, culturali e di produzione rispetto ad esso arcaiche. È se mai da riflettere perché abbia subito bisogno di agire militarmente, perché la sua forza pervasiva, il suo modello, teorizzato non solo dal recente lavoro di Negri e Hardt, non basti.
Ma si tratta, come dice La Valle, di un modello di esclusione? Non credo. Al contrario è inclusivo. Si propone non di dividere ma di unificare il pianeta nel suo sistema di produzione e di scambi, solo rimasto in campo.
E tanto basta. L’esclusione non è un’opzione politica o morale, è il meccanismo intrinseco del capitale e del suo scambio, tant’è che viene riprodotta anche nelle parti affluenti del mondo. Prevale, infatti, il teorema che la disuguaglianza è motore della crescita, il meccanismo che alimenta, distruggendo e innovando, la libertà di impresa, la circolazione dei capitali e delle merci: ed è il dominio del mercato, al di là dei confini dei poteri degli Stati nazionali, le cui regolamentazioni di difesa e di riequilibrio sono percepiti come protezionismi, ‘lacci e lacciuoli’ da abbattere, consentendo al primato delle istituzioni internazionali preposte a garantire, appunto, la competitività. Non è, lo ripeto, un modello di esclusione che gli Usa o l’Occidente si propongono ma quel tipo di funzionamento produttivo e distributivo, cui corrispondono gerarchie e priorità sociali, e quindi una progressiva riduzione dei diritti che non siano quelli dell’impresa.
A questo modello è intrinseca la disuguaglianza di sviluppo, anche se le opportunità sembrano pari, mentre abbatte le forme produttive, le gerarchie sociali e le culture arcaiche, che erano diversamente escludenti e prescrittive, come nel caso delle donne, o delle etnie. Insomma non è il clash che gli Usa si propongono, né una divisione ‘politica’ del pianeta, ma un mondo unico regolato dalla equazione disuguaglianza eguale competitività.
Questa è l’ideologia della maggior parte degli Stati, inclusi Russia e Cina, e della sinistra. In Europa non vi hanno aderito i centro-sinistra, scegliendo di governare sul modello monetarista della Bce, del trattato di Maastricht e del patto di convergenza? (Oggi stiamo raccogliendo anche in Francia gli esiti di questo suicidio). E come negare che la maggior parte delle genti confusamente vi aspirino, dopo che il 1989 ha segnato più che un attacco distruttivo al modello socialista la sua implosione, e con essa – non analizzata – la caduta dell’idea di un modello alternativo possibile? La frana dell’Urss ha (non obbligatoriamente) trascinato con sé le mediazioni keynesiane in Europa e le vie nazionali progressiste nei paesi terzi.
E, infatti, le resistenze più evidenti che si oppongono al liberismo non vengono da sinistra ma da destra, come l’Europa dimostra, alimentate da masse colpite e confuse. E come definire se non indice di conflitti interni al sistema, sommati ad arcaismi ideologici, gli attentati di matrice islamica?
Insomma, impossibile eludere i nodi politici irrisolti che ci rimanda il Novecento e dai quali il movimento per la pace e in genere i movimenti distolgono lo sguardo. Anzi rifuggono dal porsele. È illecito pensare che la maggior parte di essi ritenga che il modello capitalistico è il solo possibile, che è vero che in esso il comando passa all’economia, ma che si tratta di mettergli alcune regole e farvi accedere prima o poi tutti i paesi in modo più ‘equo’? E che questa tesi si coniughi al più con l’apprezzamento di arcaicità più gradevoli, come piacciono a Latouche – insomma che gli scenari sono due, uno premoderno più ‘umano’ della modernità (o postmodernità), uno moderno (o postmoderno) un po’ meno signorile della premodernità?
Sarebbero, sono, comunque due forme di potere – potere su qualcuno, esclusione di qualcuno. La guerra ne è una forma. I ‘conflitti’ sono conflitti di potere. Non vi si può opporre soltanto un grande principio. Per questo non persuade la proposta di La Valle che il movimento per la pace diventi un movimento contro le forme molteplici dell’esclusione. Che la nuova guerra ne sia strumento non ci salva dal fare i conti con le forze in campo nel ‘politico’. Quello dal quale il movimento per la pace ha cercato sempre di sottrarsi, per salvare la sua ‘innocenza’ dalle beghe dei partiti. Ma lo scontro sull’assetto del mondo è stata una bega fra i partiti? A volte l’innocenza è fuga: a forza di essere al di sopra delle parti succede che anche chi ha deciso la guerra sia accolto alle marce della pace.