numero  30  luglio-agosto 2002 Sommario

Problemi di autunno

LA CGIL DOPO COFFERATI
Loris Campetti  

La Cgil che scenderà in campo dopo la pausa estiva sarà più forte o più debole di un anno fa? Sarà più isolata, nel nuovo contesto politico e sindacale che ha accompagnato l’accordo separato con cui si avvia la cancellazione, con la manomissione dell’Articolo 18, dello Statuto dei lavoratori e più in generale del sistema di diritti e di relazioni industriali e sociali che ha segnato l’intero dopoguerra, mezzo secolo di storia italiana? Neppure un indovino può credibilmente rispondere a questa domanda: la partita è apertissima, ogni giudizio sarebbe parziale, ogni previsione avventata.
Non è una partita soltanto italiana, in tutt’Europa sono sotto attacco gli stessi simboli e gli stessi diritti: il 20 giugno, mentre la Lombardia e la Campania si fermano per uno sciopero generale indetto dalla sola Cgil, tutta la Spagna è paralizzata dalla protesta sindacale contro il decretazo del governo Aznar, che fa cadere la mannaia sulla testa delle fasce più deboli del mondo del lavoro e sugli esclusi; anche in Grecia lo sciopero è generale, in difesa del sistema pensionistico che il governo socialista vuole peggiorare; in Germania è in pieno svolgimento, per la prima volta da decenni, uno sciopero dei lavoratori meno organizzati e più esposti all’arbitrio, alla flessibilità selvaggia, al dumping sociale: gli edili; persino nella Gran Bretagna di Blair si sciopera in mille municipi, contro il progressivo rinsecchimento del Welfare State e i programmi di privatizzazione (gli inglesi non hanno un Colosseo da vendere, l’industria dell’automobile e gran parte della produzione merceologica sono già state vendute, dunque devono accontentarsi di vendere la metropolitana di Londra e altri servizi sociali e collettivi).
Proviamo comunque a immaginare come la Cgil si presenterà in campo a settembre, in uno scenario internazionale omogeneo e socialmente e sindacalmente mosso, ma politicamente esangue. Intanto, essendo cambiato l’allenatore, la squadra in campo sarà diversa da quella che ha giocato la partita del 23 marzo e le partite successive, dal 16 aprile alla fine di giugno. Sergio Cofferati lascia un’organizzazione totalmente diversa da quella che aveva trovato all’inizio del suo mandato, o anche solo prima della seconda vittoria di Berlusconi, dei fatti di Genova e dell’irruzione sulla scena dei social forum, dell’11 settembre e della ‘guerra duratura’. Diversa per le straordinarie responsabilità che ricadono sulla Cgil, per la percezione che di essa ha una fetta importante della società civile non rappresentata sul versante della politica, per l’irruzione al suo interno di decine di migliaia di giovani precari, irregolari del lavoro, che nella Cgil vedono una possibile casa comune dove, insieme agli ex garantiti, trovino alloggio persino gli ultimi della terra, disoccupati e migranti senza diritti. Le Camere del lavoro, in molte città del Nord, sono state aperte al territorio, ai suoi soggetti, alle sue contraddizioni. Sicuramente ha contato molto nel processo di trasformazione della Cgil la forte radicalizzazione – e personalizzazione – della battaglia di Cofferati sull’Articolo 18 e sull’inscindibilità dei diritti delle persone, dei lavoratori, dei cittadini. «Gigante buono pensaci tu», recitava uno striscione portato in uno dei cortei del 23 marzo da un gruppo di ‘cittadini’ del ceto medio in cerca di leader, ma anche di una strada, di una speranza, di un progetto comune che dalle forme tradizionali della politica e della rappresentanza non arrivano più.
La Cgil, da sempre invaso in cui versano le loro acque torrenti provenienti da geografie e storie differenti, ha subìto nel corso dell’ultimo anno un processo di radicalizzazione a cui la Fiom ha portato un contributo determinante. Addirittura, è nella Fiom che la Confederazione sperimenta la possibilità di rompere antiche prassi consolidate, per difendere identità e prospettive, a costo, vale a dire, di infrangere il tabù dell’unità per sperimentare scioperi, piattaforme e pratiche sindacali da sola, senza le altre sigle sindacali che, al contrario, sempre più smottano verso collocazioni diverse, compatibili con le pretese dei padroni e del governo. Questo avviene sia nel rinnovo del contratto di categoria, non firmato dalla Fiom, sia in vertenze importanti come quella alla Fiat. Ancora: per capire ‘l’apertura’ della Fiom ai nuovi movimenti, per spiegare l’adesione del sindacato metalmeccanico della Cgil alle giornate di Genova, ai social forum, persino alle manifestazioni contro la guerra (le guerre), senza ridurre tutto al ruolo pur centrale di un altro leader riconosciuto, Claudio Sabattini, bisogna guardare ai mutamenti profondi nell’organizzazione del lavoro e nelle figure sociali operaie.
Le fabbriche di merci assomigliano sempre più a cantieri navali, dove l’organizzazione del lavoro viene stravolta dalle terziarizzazioni, prima dei servizi alla produzione e quindi di pezzi crescenti della produzione stessa. Nelle linee di montaggio di automobili, come nella stiva di una nave in costruzione, convivono tute di colore diverso e chi le indossa fa lo stesso lavoro di quando le tute erano tutte uguali, ma con diritti e condizioni diverse, da colore a colore, da sub-padrone a sub-padrone, da lavoratore a lavoratore. Quando i sindacalisti della Fiom di Mirafiori sono andati a Genova a manifestare con i no global non hanno scoperto nulla di nuovo, si sono trovati a sfilare in piazza e a scappare dalle cariche della polizia con gli stessi ragazzi flessibili e precari, in affitto e a termine, che avevano imparato a conoscere alle carrozzerie dello stabilimento torinese della Fiat. Ragazzi per sei mesi pizzaioli e per sei mesi metalmeccanici, che nella Fiom hanno trovato un collettivo di uomini, donne e idee che li fa sentire meno soli, meno merce esposta nel supermercato del lavoro flessibile.
I 148 ‘contrattisti’ che non vengono rinnovati alle carrozzerie di Mirafiori, quando appena un anno fa gli operai tradizionali non bastavano alla Fiat per rispondere alla domanda di automobili, prima piangono poi organizzano i picchetti con le vecchie tute blu e con gli operatori della 5^ Lega. Raccontano la loro giornata di lavoro come un inferno autoritario e senza senso, ma aggiungono: «quello è il nostro lavoro, non siamo kleenex usa e getta». Hanno un rapporto diverso con il lavoro che non è la vita ma solo una piccola parte di essa, con il sindacato che non è un santino ma uno strumento finché è utile. Sono anch’essi no global, ambientalisti, fricchettoni e contraddittori come i coetanei ventenni o al massimo trentenni che studiano, o fanno i ‘pony express’, o i ‘cococo’ o i lavoratori al nero in una fabbrichetta.
La tenuta della Cgil nella battaglia in difesa dell’Articolo 18 – mentre Cisl e Uil ‘tradiscono’ il mandato ricevuto dalle loro basi sociali con lo sciopero generale del 16 aprile, per trasformarsi in attori della cogestione con padroni e governo di un pezzetto di Stato e sponsor della politica economica e sociale del governo (Eugenio Scalfari scrive che si tratta di un «sindacato parastatale, ma tra poco si potrà anche far cadere il para») – ha fatto crescere il consenso dei lavoratori (e dei cittadini) al sindacato di Sergio Cofferati. L’espressione di Guglielmo Epifani sul palco del Circo Massimo, di fronte a tre milioni di persone che ribadiscono e danno consistenza a questo consenso, è l’espressione di colui a cui tremano le vene e i polsi all’idea di ereditare un patrimonio così importante e di difficile gestione, nel perdurare dell’anemia della sinistra politica. Le elezioni delle Rsu nell’ultimo anno testimoniano il feeling tra lavoratori e Cgil e premiano quest’ultima in tutte le realtà in cui si è andati al rinnovo delle rappresentanze: la Cgil aumenta ovunque la sua forza, grazie al rinato protagonismo sindacale, dal pubblico impiego ai metalmeccanici, e grazie alla crisi che si è aperta nei settori più dinamici della Cisl (la Fim in particolare) e persino della Uil, soprattutto nelle aree industriali del Nord. In molti casi, gli scioperi della sola Cgil hanno avuto la stessa adesione degli scioperi unitari.
Tutto bene, dunque? Si apre forse un radioso orizzonte per la Cgil e per il movimento sindacale italiano? L’interrogativo è retorico, la risposta non può che essere negativa. Per molte ragioni, esogene ed endogene. Intanto, va detto che la Cgil è cambiata più nella percezione esterna che nella sua struttura organizzativa: c’è un corpaccione burocratico governato da regole eterne, resistente a ogni cambiamento e apertura, che neppure questi mesi vissuti pericolosamente sono riusciti a scuotere. Riti, tradizioni, modi d’essere e d’agire, pigrizie, diffidenza verso ogni pratica diretta della democrazia e verso figure sociali sconosciute, sono macigni difficili da rimuovere. Abbiamo sentito dirigenti importanti della Cgil darsi appuntamento al 9 luglio per festeggiare il primo giorno senza Cofferati, quasi un 25 aprile della burocrazia sindacale, che sogna di tornare a una normalità fatta di consociativismo e sicurezze, moderazione e di un simulacro di unità sindacale. La Cgil silente dei governi dell’Ulivo, la Cgil che a Genova riunisce l’apparato fuori dalle manifestazioni del Genoa social forum, lontano dal conflitto. Se questo corpaccione burocratico riprenderà forza e visibilità, finirà per contrapporsi duramente alle componenti più aperte al nuovo e più radicali, che si battono politicamente e/o via referendum per estendere l’articolo 18 a tutti.
Ma un fatto è certo: sarà difficile ricostruire la normalità, con Cisl e Uil che hanno cambiato il senso di marcia, con un padronato volgare e prepotente che nega la contrattazione e cancella le relazioni sindacali sognando il dominio assoluto sulla forza lavoro, con il governo Berlusconi che vuole cancellare il sindacato per come l’abbiamo conosciuto, con le opposizioni deboli, sterili, divise, che non riescono a battersi contro un processo che loro stesse hanno avviato tra il ’96 e il 2001. Difficile, per la Cgil, tornare alla normalità, mentre in tutt’Europa l’opposizione sociale riprende fiato sotto la grandine delle politiche neoliberiste. Persino la Ces, il più istituzionale dei sindacati, quello europeo, ha un sussulto, si scuote dal torpore e minaccia il primo euro-sciopero della storia dell’Ue.
C’è un’altra difficoltà che la Cgil post-cofferatiana si trova ad affrontare. Nel momento di massima mobilitazione sindacale, persino quando gli scioperi da generali diventano generalizzati coinvolgendo la società civile, scompare il conflitto nei luoghi di lavoro, quello legato alle condizioni materiali di vita e di produzione. C’è lo sciopero politico contro il governo e il padronato, ma non ci sono vertenze di gruppo, d’azienda. I contratti di lavoro non si rinnovano, oppure servono al massimo a recuperare una parte dell’inflazione, niente di più. Non è la prima volta che ci si trova in situazioni di questo tipo, tanto più che la Cgil opera da sola e dentro un ciclo segnato dalla crisi economica. Quando ristagna la domanda, è più difficile fare piattaforme e vincere vertenze. A questa considerazione va aggiunto l’atteggiamento di totale chiusura della Confindustria di Antonio D’Amato.
Prendiamo il caso della Fiat. L’esplosione della più devastante tra le crisi vissute in un secolo di vita dalla multinazionale torinese avviene nel pieno della crisi del mercato dell’automobile, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, praticamente in tutto il mondo. Questa volta non si rischia ‘soltanto’ qualche migliaio di licenziamenti, si rischia la chiusura e/o la vendita dell’intera industria automobilistica italiana e la cancellazione di decine di migliaia di posti di lavoro.
Si ripete lo scenario del contratto dei metalmeccanici, la Fiom resta sola. Sola a combattere la sua battaglia per una soluzione diversa, che rilanci l’industria automobilistica, investendo su una nuova generazione di vetture eco-compatibili e affronti gli esuberi non con la mobilità (i prepensionamenti) ma con i contratti di solidarietà. Da sola rispetto a Fim e Uilm, da sola rispetto alle istituzioni locali (il sindaco diessino di Torino sogna una città terziarizzata e vuole sostituire il volano dell’auto con il volano delle grandi opere), da sola rispetto alle opposizioni politiche che non capiscono il carattere generale – ancora una volta – della vertenza Fiat. La Fiom non può tradire il mandato dei lavoratori, firmando un accordo irricevibile per cogestire la chiusura della più grande industria privata italiana. Fim e Uilm possono. Ma la Fiom qualcosa deve portare a casa. Almeno, conquistare un tavolo di trattativa con la controparte Non vale soltanto per la Fiat. Salario, orario, condizioni di lavoro sono i punti su cui a settembre dovrà ripartire il confronto e lo scontro. Perché non si vive, e non si cresce, soltanto con gli scioperi politici.


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