numero  30  luglio-agosto 2002 Sommario

Gli imprenditori di razzismo

COME SI COSTRUISCE L’INTOLLERANZA
Enrico Pugliese  

L’assassinio del leader xenofobo olandese Fortuyn e le reazioni che ne sono seguite, non solo quelle elettorali, pongono diversi ordini di problemi riguardanti gli immigrati e l’Europa. Fra l’altro il fatto che il delitto sia avvenuto in Olanda e abbia avuto come vittima un razzista non corrispondente allo stereotipo classico merita qualche riflessione aggiuntiva. Si ricorderà, infatti, che l’Olanda è stata spesso presa ad esempio di politiche progressiste di inserimento degli immigrati: politiche a carattere multietnico e multiculturale.
Cominciamo proprio da questo aspetto cioè dalla specificità del ‘modello olandese’ in generale e per la politica di immigrazione. Per modello olandese si è inteso nello scorso decennio un tipo di accordo in chiave neocorporativa che aveva richiesto un forte impegno sia dello Stato che dei sindacati (e dello stesso padronato) con l’obiettivo di ridurre drasticamente la disoccupazione. Alla moderazione del sindacato – sia sul piano salariale sia sul piano delle pressioni sul sistema di Welfare per assistenza ai disoccupati – aveva corrisposto un impegno reale e effettivamente onorato da parte dello Stato nel garantire sul piano del mercato del lavoro soluzioni capaci di estendere la base occupazionale. E ciò è avvenuto attraverso la creazione di posti di lavoro spesso a part-time ma non esterni al sistema delle garanzie. I lavoratori avevano accettato anche forme di declassamento, ad esempio da insegnanti a impiegati comunali di basso livello, ma l’obiettivo principale della riduzione della disoccupazione di massa era stato felicemente raggiunto. Va ancora ribadito che il lavoro a part-time così diffuso in Olanda e così strettamente legato al modello olandese non va in linea di massima confuso con l’esplosione del lavoro atipico, caratterizzato da estrema precarietà e insicurezza così diffuso in molti paesi d’Europa, l’Italia in primis.
Ma evidentemente c’era qualcosa che non andava. E questo qualcosa riguarda proprio l’incapacità dei sistemi neocorporativi di trovare soluzioni accettabili per gli strati più marginali e più deboli della società tra i quali si collocano in primo luogo gli immigrati. È vero infatti che tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 la disoccupazione in Olanda si è ridotta drasticamente, ma la sua composizione ha mantenuto e accentuato quelle caratteristiche di discriminazione sociale che già da tempo si potevano individuare. Il fenomeno, infatti, è ora particolarmente elevato tra i giovani immigrati della seconda generazione e tra le minoranze etniche. Insomma il modello ha funzionato solo fino a un certo punto, lasciando fuori una quota significativa della popolazione, in particolare appunti gli immigrati.
A questo problema non è stata dedicata l’importanza che merita. Eppure i segni di una grave crisi collegata adesso al problema, erano già stati individuati da qualcuno. Per esempio, il sociologo americano John Mollenkopf – in un articolo sul «Nederland Journal of Sociology» che aveva suscitato un certo scalpore – aveva, proprio a partire dall’Olanda, sostenuto la superiorità del sistema americano di assimilazione (questo è il termine usato da Mollenkopf) degli immigrati rispetto a quello europeo. La tesi era certamente un po’ troppo forte: partendo dai dati sulla disoccupazione, questo autore mostrava il grado di svantaggio dei giovani immigrati in Europa rispetto agli immigrati in America, deducendone così una sostanziale incapacità europea a favorire un proficuo inserimento degli immigrati.
Ora, da un lato non si può ritenere legittimo quale indicatore di integrazione o assimilazione il solo tasso di disoccupazione e perciò la tesi, oltre che esagerata era anche non dimostrata. Dall’altro lato evidentemente dei punti di forza nell’articolo c’erano e consistevano proprio nell’aver individuato la contraddizione tra una sbandierata politica di accoglienza a carattere multiculturale e una condizione strutturale di grave svantaggio degli immigrati. Inoltre la stessa questione della multiculturalità era stata messa in Olanda sotto accusa e non certo da esponenti o tendenze di destra. L’antropologa Philomena Essed nel suo libro Comprendere il razzismo quotidiano (Understanding Everyday Racism) aveva messo in guardia rispetto ai rischi di ‘etnicizzazione’ dei conflitti sociali e di classe, vale a dire sulla tendenza a spostare sul piano della cultura, dei valori e dei costumi della gente, tensioni e discriminazioni che hanno ben altra origine. In una intervista di una decina di anni fa al «manifesto», Philomena Essed aveva sostenuto quanto segue: «La mia critica al multiculturalismo parte da un approccio completamente diverso: penso che se non si mettono in discussione le norme e i valori fondamentali della società esistente non sarà possibile accettare concezioni alternative […] Del resto, c’è anche il rischio che il discorso sul multiculturalismo rimanga appunto fermo al livello delle parole. Se prendiamo l’esempio del mercato del lavoro olandese […] benché si faccia un gran parlare di norme antidiscriminatorie, le domande di lavoro vengono analizzate da olandesi sulla base dei loro valori […] L’altro problema del multiculturalismo è legato al fatto per cui sembra che le più importanti categorizzazioni nella società si basino sulla cultura».
Mentre in Italia l’attacco al multiculturalismo viene da forze sociali e culturali conservatrici e comunque non illuminate – pensiamo da una parte al nazionalismo neofascista ma non solo o al localismo etnico intollerante della Lega, ma anche a rigide chiusure di intellettuali che lanciano anatemi contro le culture altre e i loro portatori – il lavoro della Essed, per converso, denunciava i rischi dell’ideologia multiculturalista partendo da motivi opposti: dall’esigenza di difesa degli immigrati e delle minoranze.
La questione del multiculturalismo – criticato dunque da destra e da sinistra – porta ad allargare il discorso su che cosa pensano su questi temi gli intellettuali e i ceti colti in Europa. Il quadro che ne esce è piuttosto preoccupante. Naturalmente le voci effettivamente colte e progressiste esistono e godono di un’indubbia positiva risonanza: penso soprattutto ai grandi contributi dei francesi e degli inglesi che si sono espressi su questo tema da Svetan Todorof, Etienne Balibar, Pierre-André Taguieff in Francia, a John Rex, Robin Cohen, Danielle Joly in Inghilterra, solo per nominarne alcuni. Ma ciò che impressiona è una strisciante reazione da parte di altre significative forze intellettuali che, invece, con molto minore competenza, ma non scarsa arroganza, si esprimono sugli stesso argomenti con orientamenti sostanzialmente anti-immigrati ed effettivamente xenofobici.
Ce ne eravamo occupati, insieme ad alcuni compagni, tempo addietro, quando l’immigrazione in Italia stava cominciando a diventare un fenomeno di massa, e avevamo attribuito alcune prese di posizione sostanzialmente a un elemento di provincialismo italiano. Giuliano Campioni e Giuseppe Faso in un contributo intitolato L’intolleranza dei colti (1) avevano affrontato la questione del razzismo e della xenofobia nei ceti intellettuali mostrando alcune profonde ingenuità nonché l’ignoranza di acquisizioni ormai consolidate nella letteratura internazionale. Il loro articolo ormai antico, conteneva un ricco florilegio di affermazioni di giornalisti, professori e maîtres à penser italiani, che esprimevano le loro convinzioni in materia. Temo che il rosario potrebbe allungarsi notevolmente grazie ad acquisizioni recenti.
Avevamo attribuito, all’epoca, il fiorire di espressioni di tipo xenofobico sostanzialmente alla modesta esperienza italiana in materia di immigrazione e di rapporti multietnici. Ma purtroppo, di recente, ho sviluppato il convincimento che il fenomeno sia diffuso anche in paesi che, contrariamente all’Italia, hanno un’esperienza ben più consolidata. In altri termini, le espressioni contrarie agli immigrati e alla loro cultura – o, più precisamente, a quello che si ritiene sia la loro cultura – sono diffuse in tutta Europa, e non solo tra gli intellettuali organicamente conservatori. Ma su questo torneremo più in avanti.
Torniamo invece al caso del leader assassinato e del suo movimento per sottolinearne alcuni paradossi, che sono tali solo all’apparenza. Theodor Adorno nella Personalità autoritaria aveva descritto la personalità fascista a tutto tondo. Aveva costruito anche uno strumento analitico (la famosa scala f: f da fascismo) che permetteva di individuare la personalità autoritaria, cioè quel tipo di persona che sarebbe stata prontamente disposta ad abbracciare una politica e un’ideologia fascista per i suoi contenuti antisemiti, razzisti, falsamente moralisti e repressivi. Lo strumento costruito da Adorno e dai suoi collaboratori funzionava molto bene. Le correlazioni tra le varie dimensioni dell’autoritarismo – come espresse nelle risposte ai diversi punti del questionario – erano elevatissime: se uno pensava male degli ebrei, era anche contrario per principio alla politica, ai neri, alle donne, agli omosessuali e ai comunisti. La stretta relazione tra questi convincimenti – spiegava Adorno – non poteva essere trovata a livello logico: non c’è nesso logico tra la convinzione relativa all’inaffidabilità morale e sessuale delle donne e a quella secondo cui i politici tendono a complottare contro la gente. Essa andava cercata a livello psicologico, cioè nelle dinamiche psicologiche delle persone che avevano subito una socializzazione autoritaria e repressiva. Un meccanismo di frustrazione e aggressione era alla base della personalità autoritaria e della sua aggressività nei confronti del gruppo e esterno: gli ebrei, i neri, ora diremmo gli immigrati.
Ma il caso del razzista olandese presenta un grado di complessità superiore. La sua ideologia era più complessa di quella di un semplice fascista. E non perché era omosessuale. Com’è noto, anche nelle squadracce naziste di Ernst Röhm l’omosessualità era dominante. La questione è il quadro ideologico e di valori complessivo nel quale egli si muoveva e sul quale investiva, anche per valorizzare sul piano politico la sua omosessualità. Insomma è interessante confrontare l’aggregato di contenuti ideologici che Adorno aveva sedimentato nella personalità autoritaria (ed espresso appunto dalla scala f) e quello del fascista olandese. Intendiamoci: contrariamente a quanto è stato scritto, con poche eccezioni, sulla stampa italiana, molte cose sono identiche. Pensiamo all’atteggiamento nei confronti delle donne. Ne ha parlato in un intervista a «il Manifesto» Rosi Braidotti, che ha sottolineato l’orientamento e l’ideologia maschilista di Fortuyn, popolare tra i maschi ricchi e viziati di Amsterdam. E in questo mi pare che tra il razzista olandese e l’Imam con il quale egli se la prendeva durante la campagna anti-immigrati per le dichiarazioni contro i gay, gli orientamenti non fossero molto dissimili.
Pensiamo poi, per tornare alla personalità autoritaria, alla questione dei drogati: la soluzione della morte per overdose che egli proponeva è tipica delle tendenze punitive di quel tipo di persone. E in generale l’idea di tolleranza zero nei confronti dei ‘diversamente diversi’ (e rimando ancora all’intervista di Rosi Braidotti) ben si inserisce nel quadro dell’ideologia propria della personalità autoritaria.
Eppure nei giorni immediatamente successivi all’assassinio di Fortuyn sulla stampa italiana è avvenuta una sorta di rivalutazione del personaggio – anzi della sua linea politica e ideologica – davvero stupefacente. Il punto di partenza è stato l’accento posto sulle differenze con Le Pen e con la critica e l’autocritica per averlo definito in passato come l’Haider olandese. E difatti le differenze ci sono: i razzismi, i fascismi non sono mai uguali. Dio, patria e famiglia, che vanno benissimo per Haider, per il moderno fascismo dell’Austria cattolico-rurale (quella così ben descritta nel film Canicola), non corrispondono al fascismo post-moderno olandese. Il primo infatti si fonda su valori e stili di vita tradizionali, incompatibili non solo con la dichiarata omosessualità, ma con tutto il contorno kitch, esibizionista e classista, del partito xenofobo. I pimpeople – come sono definiti dalla stampa americana – costituiscono una corte dei miracoli molto articolata, ma certamente diversa dagli staff di Heider o di Le Pen.
Da quello che si può capire i pimpeople sono liberisti, cioè filopadronali in materia economica e (in questo non dissimili dalla ideologia della personalità autoritaria), liberali su alcuni (e non su altri) diritti individuali e civili e, infine, xenofobi in materia di immigrazione e diritti di cittadinanza. Occuparsi di costoro non avrebbe molto senso se non fosse che le caratteristiche e i valori del loro movimento, i risultati politici e il forte successo di quest’ultimo, e soprattutto le interpretazioni che ne danno forze politiche e intellettuali distanti, almeno in teoria, dalla loro ideologia, hanno una valenza e una portata europea. Sia che si tratti di un gay skinhead con cagnolino e valletto, sia che si tratti di un ex torturatore delle guerre coloniali, si tratti del borghese conservatore alpino dall’aria rassicurante, o dell’italiano xenofobo e antimeridionalista dall’aria minacciosa, l’Europa ormai è piena di imprenditori politici del razzismo.
In Italia, come è noto, c’è né più di uno, ma i messaggi nei confronti degli immigrati sono essenzialmente simili, varia solo il grado di grossolanità. E ciò avviene non solo tra i movimenti dei diversi paesi ma anche all’interno di uno stesso movimento fra le sue varie anime ed esponenti, anche se a volte con un articolato gioco delle parti. Anche da noi c’è stato chi proponeva di vestire gli immigrati come leprotti per poi sparargli o di prendere le impronte dei piedi, ma poi i saggi leader nazionali hanno spiegato che si tratta di lottare contro la criminalità, impedire la clandestinità e magari operare anche contro il lavoro nero e per il diritto al lavoro dei giovani disoccupati italiani.
Le tematiche agitate dal movimento razzista olandese erano e sono più complesse. La loro violenta e aggressiva xenofobia trova nelle parole dei leader più capaci – come era appunto Fortuyn – espressioni piuttosto sofisticate ma certamente argomentate in modo non convenzionale, cioè lontane dall’armamentario rozzo del razzismo di bassa lega. In una intervista rilasciata per il «Wall Street Journal» proprio alla vigilia dell’assassinio, Fortuyn spiegava, tra l’altro, la sua concezione dell’Islam e delle ragioni per opporvisi. Dopo essersi definito come il Samuel Huntington (quello dello scontro tra civiltà) olandese, Fortuyn affermava quanto segue: «In questo momento il più grande scontro è tra la cultura islamica – intendo cultura non intendo religione – e modernità. La cultura islamica è chiaramente imperialista. La modernità deve essere difesa dalla invasione islamica». Ciò perché: «Ce ne sono troppi di loro, e non si integrano. Voi potete vedere marocchini e turchi di quarta generazione che rifiutano di integrarsi. Noi dobbiamo dirgli: siete benvenuti come nostri ospiti ma dovete rispettare questo paese come casa nostra». Niente razzismo esplicito, niente impronte dei piedi: i luoghi comuni di Fortuyn non sono quelli della destra leghista italiana o neofascista di Le Pen. Al contrario a me sembrano i luoghi comuni propri di una certa sinistra o di un certo ambiente intellettuale italiano. Pensiamo al libro di Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei (Rizzoli, 2002), oltre che ai suoi molteplici articoli sul «Corriere della Sera».
Conviene però soffermarsi in dettaglio sui luoghi comuni razzisti contenuti nelle brevi frasi sopra riportate. Prendiamo, per esempio, l’affermazione secondo cui i turchi e i marocchini di quarta generazione non si vorrebbero integrare. Non bisogna essere grandi sociologi o aver condotto studi specifici in materia per sapere che a non volersi integrare sono spesso proprio quelli della terza o quarta generazione. Basta aver visto qualche film francese, e non solo, sull’argomento. I motivi sono noti e chiari: proprio le discriminazioni e la frustrazione portano per reazione al rifiuto del contesto nel quale si vive e nel quale si è nati senza esserne davvero riconosciuti come cittadini alla pari, o della lingua che si parla come lingua madre, idealizzando per reazione religione e cultura di origine. Ma questa reazione riguarda una parte modesta dell’immigrazione. Sul rifiuto dell’integrazione bisogna sempre veder bene se si tratta di un dato effettivo e non delle proiezioni di un osservatore, giornalista, sociologo o quant’altro, un po’ razzista.
È un po’ difficile volersi integrare alla terza generazione se ci ‘si deve sentire ospite’ (ma per fortuna – rimando ancora a Braidotti – non è stato così in Olanda finora). E questa considerazione razzista di un signore rasato con il cocker spaniel e il valletto è diffusa tra molti italiani streight (etero, direbbero gli italiani), con capelli, senza cane e senza valletto, che magari si credono anche di sinistra L’altro luogo comune riguarda le caratteristiche della cultura islamica. Esso si basa su di un processo di ipersemplificazione: sul dare per scontato l’esistenza di una cultura islamica presumibilmente omogenea, intollerante e omofobica. Nelle dichiarazioni sopra riportate si parla male di questa cultura distinguendola però – non si sa come – dalla religione islamica che invece sarebbe molto migliore e accettabile. Mi è difficile capire su che cosa si basa il distinguo. Credo infatti che ci siano una serie di versioni dell’Islam, cioè una serie di modi di essere e di prevalenze di contenuti nella religione corrispondenti alla varietà di realtà culturali islamiche: realtà culturali con elementi comuni ed elementi di differenziazione. Insomma non riesco a capire dove sta la differenza e la superiorità della ‘religione islamica’, che i razzisti olandesi accettano, rispetto alla ‘cultura islamica’ che invece rifiutano perché sarebbe pericolosa. Si provi a fare lo stesso esercizio con cultura e religione cristiane.
Almeno il nostro Sartori se la prende direttamente con la religione islamica. In ciò affiancato egregiamente dal cardinale Biffi. D’altronde, omofobia per omofobia, misoginia per misoginia, le Urì sempre vergini – leggiadramente disponibili verso i martiri in paradiso – mi sembrano più una ‘cosa della religione’, per così dire, che della cultura. Ma confesso di non sapere se, e dove, il Corano ne parli davvero e quale rilevanza è ad esse attribuita. So solo che in un convegno in Inghilterra, al quale sono stato invitato a tenere una relazione, ho sentito una collega svedese, un po’ scema, produrre un’intera costruzione sulla condizione e i problemi di inserimento, e soprattutto del mancato inserimento, degli immigrati islamici partendo dalla religione e soprattutto dalla storia delle Urì. Ho raccontato questo aneddoto anche per sottolineare, ancora una volta, il modo in cui il pregiudizio si manifesta in settori culturali sempre più ampi, assumendo naturalmente connotazioni diverse, a volte sofisticate e non scevre di qualche paradosso.
Torniamo per un momento alla xenofobia anti-islamica dal movimento razzista di Fortuyn. Secondo costoro il motivo per cui bisogna difendersi dall’invasione degli islamici sta nel carattere intollerante della cultura di questi ultimi, che è in contrasto con i principi tolleranti della cultura olandese e – si può aggiungere – più in generale della cultura occidentale. Senza ricordare necessariamente la notoria tolleranza espressa dai poteri coloniali, basta misurare l’effettivo grado di tolleranza nei confronti degli immigrati e delle manifestazioni anche più blande della loro diversità culturale che abbiamo davanti agli occhi. Il multiculturalismo – cioè il riconoscimento del diritto della gente di non disfarsi del tutto del proprio bagaglio culturale e identitario e dell’esistenza di un confronto tra culture in continua tensione ma anche in rapporto di reciproca influenza – è un’acquisizione intellettuale forte che non vuole sottolineare a tutti i costi le differenze, bensì al contrario prenderne atto e osservarne la continua evoluzione. Esso è un progetto politico portato avanti da forze progressiste anche nell’interesse degli immigrati. Non è ovviamente – come argutamente aveva fatto notare su «il manifesto» Sandro Portelli una decina d’anni addietro – la convinzione politica dominante tra i diversi gruppi di immigrati. In effetti questi ultimi pensano – come è ovvio e normale – a garantirsi il rispetto per il proprio specifico gruppo. Del multiculturalismo non gliene importa nulla: i problemi di cui si occupano sono altri. C’è solo da sperare in prospettiva in un’adesione di questi gruppi alla proposta multiculturale.
Dire – come pure si sente dire a volte da studiosi – che gli immigrati vogliono utilizzare gli spazi offerti dalla tollerante cultura occidentale alle loro intolleranti culture, significa ignorare il cuore del problema. Gli immigrati, come gente, come lavoratori, vogliono innanzitutto poter vivere e lavorare decentemente. Magari poter anche pregare per onorare loro dio, quale che sia il suo nome, e non certo per rispetto della prospettiva multiculturale.
Torniamo ad un’altra affermazione del razzista olandese: gli immigrati devono capire di essere ospiti nella nostra terra. Quante volte l’abbiamo sentita ripetere in ambienti della sinistra? Non ci si rende conto di cosa significhi essere sempre sotto osservazione, sempre sul rischio di sbagliare e soprattutto di trovare qualche giustiziere che ti accusa di aver sbagliato per come vivi, per come mangi, per come cucini, per come ti vesti nella tua quotidianità. Infine temo che non siano pochi nella sinistra italiana coloro i quali sottoscriverebbero la corbelleria seconda la quale «bisogna difendere la modernità dall’invasione islamica». Cosa diavolo vorrà dire ora in Europa dio solo lo sa.
Mi ero sorpreso – come ho detto – dopo l’assassinio del leader razzista per una sorta di beatificazione che ne era stata fatta dalla stampa italiana. Pensavo che si trattasse di pietà e compassione, e forse c’era anche qualcosa di simile. Ma ne dubito: in realtà è diventato evidente che la simpatia di giornalisti e opinionisti derivava dal fatto che su molte cose la pensavano come lui. Avevano scoperto che era meglio di Le Pen e di Haider: era solo preoccupato per il dilagare della cultura islamica omofobica e contraria alla modernità, e alla tolleranza. E poi voleva solo che gli immigrati si rendessero conto di essere degli ospiti, che stessero educatamente a casa altrui. E comunque che si rendessero conto di essere in troppi.
Insomma ho cominciato a sospettare che gli argomenti del razzista toccassero sì le corde del cuore della gente, come correttamente è stato sostenuto da molti, ma soprattutto toccassero le corde di giornalisti e intellettuali. In fondo – abbiamo saputo grazie a prestigiose penne di «Repubblica» – Fortuyn interpretava il malessere, le paure della gente. Anziché osservare come la tracotante ignoranza del sociologo leader del movimento razzista lo facesse parlare a vanvera e come, grazie alla sua verbosità, riuscisse a indirizzare il malessere della gente contro gli immigrati, si è preferito bersi le sue crudeli baggianate e attribuire alla presenza degli immigrati (e, ovviamente, alle politiche troppo permissive) l’origine di questo malessere.
Circa poi gli arnesi dell’armamentario dei pimpeople, si tratta di una forma consolidata di razzismo differenzialista che se la prende con la cultura degli immigrati e non con i loro cromosomi. Si dice che i contenuti della cultura di cui è portatore quell’immigrato sono in contrasto con quelli tolleranti e umanistici della cultura di cui l’Occidente è portatore. Il razzismo differenzialista ormai si esprime a livello di massa. Anche gli antisemiti ragionano allo stesso modo: mica dicono più di credere ai Protocolli di Sion o al fatto che gli ebrei ereditano per via biologica cattiveria e tirchieria. Al contrario gli antisemiti colti – quelli che danno la linea – spiegano che bisogna essere contro la visione mondialista degli ebrei che contrasta con il senso forte della nazione che noi italiani avremmo.
Insomma il razzista può dire che ‘i marocchini puzzano’ o, più furbamente, prendersela con i marocchini per via delle cose orribili dette da qualche prete islamico. Nel primo caso ci si qualifica subito come razzisti. Nel secondo caso si può passare per difensori della tolleranza propria della cultura occidentale e della modernità. Non l’ha detto anche Berlusconi che la superiorità della cultura occidentale rispetto a quella islamica è indubbia?
La cosa che preoccupa di più è la tendenza diffusa nella grande stampa a farsi portavoce della ‘preoccupazione della gente’, ingigantendola e attivandola ulteriormente. Sul tema della sicurezza si è cominciato a inseguire la destra, prendendo naturalmente batoste, senza chiedersi dove stava effettivamente il problema. Si è dato per assunto e scontato che gli immigrati fossero troppi. Si è dato credito a dicerie campate in aria incrementando così la ripresa di xenofobia in Europa e la preoccupazione per la presenza degli immigrati.
Tutto questo si intreccia con la generale svolta a destra che l’intero continente sta vivendo. C’è un pericoloso intreccio tra paure dell’opinione pubblica e iniziative dei governi su questo tema, che si rincorrono e si rafforzano a vicenda. La legislazione migratoria sta peggiorando in tutti i paesi. In Italia la Bossi-Fini, con tutte le sue inutili e inefficienti crudeltà, integrerà e sostituirà la Turco-Napolitano, già fin troppo severa per le pratiche di repressione. E in Spagna … son già mille e tre: il governo Aznar ha provveduto a sostituire la buona (e ovviamente insufficiente) Ley Orgánica de Estranjeria ormai vigente da qualche anno – che aveva stabilito buone coordinate per i processi di accoglienza degli immigrati – con una nuova legge molto più restrittiva e non certo più efficace. La Germania, che era stata tanto benevola in passato nei confronti dei richiedenti asilo, ha finanche introdotto modifiche costituzionali allo scopo di limitare l’accesso degli immigrati richiedenti asilo e non. In Francia, a parte una serie di atti legislativi volti a limitare accesso a residenza e cittadinanza, i sans-papier sono rimasti in buona parte tali.
Nel clima elettorale dei mesi scorsi – si è detto – destra e sinistra non si sono sapute distinguere sulla tematica della immigrazione e della sicurezza. A me non sembra affatto vero. La destra si è ben distinta portando avanti la sua linea usuale e imponendola nei paesi dove governa e in quelli dove non governa. La sinistra, invece, o è stata sulla difensiva o ha semplicemente copiato la destra, tentando a volta di scavalcarla, come nella trovata rutelliana sulle impronte digitali e la fermezza nel bloccare le navi con i poveri disgraziati. Insomma è la sinistra che copia e non si distingue.
Le uscite di Rutelli si sono caratterizzate per brutalità, ma anche altri leader italiani – e, se per questo, stranieri – hanno sposato la causa della durezza e della severità, immaginando che sia quello che gli elettori vogliono. Certo, la gente non si indigna per proposte repressive e insultanti quando riguardano gli altri. La verità è che – in mancanza di idee originali – sta andando avanti in Europa una colossale opera di diseducazione politica nella sinistra accompagnata da una sorta di mea culpa per essere stati troppo permissivi: non si capisce poi nei confronti di che cosa.
Si ipotizzano periferie invivibili per colpa degli immigrati, che forse trovano un po’ di solidarietà proprio nelle periferie. Certamente, per quel poco che ho potuto osservare, nel Mezzogiorno gli immigrati la solidarietà la trovano in primo luogo e soprattutto nei contesti rurali, nei paesi. Pensiamo alla Puglia, piena di clandestini e di ‘albanesi incalliti’. Tutti dovrebbero lamentarsi per la presenza dei clandestini. Eppure non lo fanno. Tutti dovrebbero essere terrorizzati per la criminalità immigrata. E non se parla. Si dirà che però votano a destra. Ma non è certo per quello, almeno in Puglia.
La verità è che dagli immigrati siamo tutti un po’ infastiditi. In generale perché l’altro, il diverso, infastidisce sempre. Un po’ perché qualche volta ci troviamo di fronte a situazioni irritanti. Se c’è un sindacalista islamico un po’ bigotto che non può fare un assemblea di venerdì perché deve andare in moschea, mi irrito anch’io. Ma non vedo alcuna invasione islamica per questo. E sono contento che ci siano dei sindacalisti immigrati, sia pure islamici, per gli immigrati. Ripeto: ne preferirei uno laico, ma è meglio di niente E ancora: le donne arabe coperte dalla testa ai piedi in questa stagione e con questo caldo mi fanno pena e rabbia. Ma non mi pare che facciano male a nessuno.
E poi, vai con i capitoli ‘criminalità’ e ‘invasione’. Non è stato solo Rutelli, anche se è quello più duro su questo tema, a lamentare che il governo Berlusconi non riesca a essere sufficientemente ‘efficace’ e severo con i clandestini e non blocca a sufficienza le navi cariche di migranti. Ed è davvero incredibile questa leggenda metropolitana – sempre più ossessionante – secondo la quale ora non vediamo più servizi televisivi sugli sbarchi di massa di immigrati per via di una sorta di blackout: perché non fa più comodo a Berlusconi mostrare quelle immagini. Devo dire che quelle immagini le vedevo (e le vedo) sulle reti pubbliche e mi sembrava che prima l’enfasi fosse eccessiva. Se, per merito di Fini, Bossi e Berlusconi, l’enfasi si è ridotta, c’è solo da ringraziarli. Ma l’intera tesi è poco attendibile, anche perché in clima di approvazione di nuove leggi anti-immigrati, il governo avrebbe un grande interesse a far vedere che ci sono i tentativi di invasione. Insomma, la sinistra sgrida la destra perché è troppo poco allarmista. Davvero roba da matti!
Doppiamente roba da matti, perché non si tratta solo di questo. Questo tipo di atteggiamento, questa voglia di allinearsi con gli umori della destra, non è una specialità italiana. La scoperta di essere stati troppo permissivi non è solo una tragica trovata nostrana. La sinistra si sta comportando così in tutta Europa: si inseguono presunti umori della gente e si finisce per determinarli. Questa secondo me è la situazione.
Torniamo sulla questione dell’invasione. Uno dei principali cunei attraverso cui entrerebbero le masse dei diseredati nel nostro paese sarebbe la richiesta di asilo. In passato qualche paese europeo (ad esempio la Germania) ha largheggiato su questo campo, ma i bei tempi sono passati. Attualmente i freni si sono ristretti da tutte le parti. I dati recenti sulla situazione dell’asilo politico mostrano una chiara riduzione degli arrivi, oltre che dell’accoglimento delle richieste. Rupert Colville, portavoce del commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, sdrammatizza la situazione, denunciando al contempo l’uso allarmistico che si è fatto della questione dei rifugiati. Secondo Colville nel 1992 ben 675.000 persone hanno presentato domanda di asilo nei paesi dell’Unione Europea, mentre il numero dei richiedenti asilo nel 1966 era pari a sole 233.000, mantenendosi stabilmente negli anni successivi su questi livelli modesti (ovviamente con una eccezione nell’anno della guerra per il Kosovo quando ci fu un’impennata di circa 150.000 unità). Tra l’altro non va dimenticato che una parte dei rifugiati di origine balcanica sono già ritornati al loro paese. È inoltre importante precisare che i dati forniti non riguardano ‘i rifugiati’, bensì i richiedenti asilo: quelli che aspirano allo status di rifugiato. E in Europa questi raramente superano il 10% dei richiedenti asilo. Insomma, così come gli ingressi regolari, anche gli ingressi dei richiedenti asilo, non sono poi così tanti, e tuttavia la preoccupazione nei loro confronti è sempre più forte e attivamente aizzata da movimenti anti-immigrati e da esponenti della destra politica.
È noto che tra coloro che presentano domanda di asilo si infila la gente più varia. Ma, come dice Colville, «se non tutti quelli che provengono dall’Afghanistan o dall’Iraq hanno diritto allo stato di rifugiato, è comunque assolutamente ingiusto dare l’etichetta di truffaldino a qualunque cittadino di questi paesi che chieda asilo». Ciononostante, in un paese come l’Italia, che ha poche persone che richiedono asilo (e pochissime, ovviamente, che lo ottengono), la retorica sui clandestini falsi-rifugiati impazza, senza che di sinistra ci sia alcun tentativo di chiarimento.
Certo, le paure della gente, quelle che determinano le svolte a destra a livello elettorale, non si evitano con i chiarimenti. Ma basarsi su dati reali e affrontare le questioni con cognizione di causa è comunque doveroso.
La questione della invasione si salda poi con quella della criminalità. E l’anello di congiunzione è rappresentato ovviamente dall’immigrazione clandestina. Le iniziative di fine giugno dei ministri degli Esteri e degli Interni dei paesi dell’Unione europea per fortuna hanno fatto emergere una serie di contraddizioni tra diversi che non sarebbero decifrabili partendo da categorie di destra e sinistra e aventi a che fare più con problemi di geopolitica, come si dice ora, oltre che di provincialismo. La petite grandeur italienne dei tempi di Craxi e di Martelli è andata da un pezzo a farsi benedire. Si può litigare senza problemi con Tunisia e Marocco, mortificarli e imporre loro ‘inique sanzioni’ insieme alla Perfida Albione (mo ce vo’) di Blair, che notoriamente non ha grandi interessi maghrebini e in generale ha una tendenza alla linea dura. Qualche problema la Francia invece ce l’ha. E non è solo Jospin a frenare sulle sanzioni, ma lo stesso Chirac, come abbiamo letto di recente sui giornali. Solo chi è senza passato (tranne che per i recenti massacri di Genova) e con scarso futuro su tematiche della globalizzazione, come il nostro ministro Scajola, pensa di poter arruolare un esercito di ascari pronti a bloccare le fughe dai porti dei paesi provenienza dell’immigrazione. Mi chiedo come la metteranno con i curdi che scappano dalla Turchia.
Vorrei concludere riassumendo la tesi di fondo di questo mio articolo e fornendo qualche ulteriore pezzo di documentazione. Penso che sia diffusa tra la gente una certa apprensività e una qualche paura, in parte (assai piccola, in vero) giustificata. Su questa apprensività si fonda l’opera degli imprenditori politici del razzismo, che attivano la paura, la ingigantiscono con informazioni false e tendenziose e producono argomenti per confermarla, e in generale per giustificare la xenofobia.
La propaganda del partito razzista olandese, con gli esempi che abbiamo riportato prima, è ben rappresentativa di questo tipo di operazione. I contenuti di questa propaganda, anche se basati su dati non reali e se ricchi di orientamenti punitivi, cominciano poi a vivere di vita propria. Rimbalzano da un’area politica a un’altra e si consolidano. Tutti si ricordano della necessità di difendere i valori tolleranti dell’Occidente e si uniscono alla crociata anti-islamica, che in concreto si riduce al negare il diritto a vivere a lavorare in pace del povero marocchino o turco in Olanda e del povero marocchino o rumeno in Italia (anche se quest’ultimo con l’Islam non centra nulla). I paletti in difesa di una civiltà tollerante o della modernità (che nessuno sta mettendo in pericolo) vengono piantati da tutti: prima dalla destra poi dalla sinistra (moderata). Nell’uno come nell’altro caso ci si dichiara interpreti del pensiero della gente (nuova grande categoria politica): del peggior pensiero della gente. Mentre in realtà ci si fa interpreti della propria xenofobia e si usano argomenti basati sulla propria ignoranza.
Per fortuna è proprio dalla gente che si può avere un po’ di tolleranza in più. Le idee giuste vengono dalle masse diceva il presidente Mao, buonanima. Ma le masse sono bizzarre nel loro esprimere idee. E questo per fortuna a volte fa sballare i sondaggi. Poi le idee sono una cosa, i comportamenti un’altra. In generale su temi scottanti come razzismo e xenofobia l’espressione delle idee (la verbalizzazione degli atteggiamenti) va filtrata attraverso l’appartenenza di classe. Detto in soldoni, un proletario può dire sugli immigrati cose peggiori di quelle che dice Rutelli, essere d’accordo su misure ancora più drastiche delle impronte dei piedi e poi nella vita quotidiana esprimere concreata solidarietà. By the way, i proletari – se non sbaglio – sono quelli che vivono nei paesi e nelle periferie dove tanta paura starebbero facendo gli immigrati.
E valga il vero, anzi il sondaggio. I dati dell’Eurobarometro sugli orientamenti xenofobici della gente non risultano in linea con ciò che ci si potrebbe aspettare, Rispetto alla rilevazione del 1997 i dati della nuova indagine del 2000 non mostrano un peggioramento. Questo non significa molto, dati i limiti delle indagini sulle opinioni, ma certo non rileva l’esistenza di una marea montante di razzismo. La marea monta tra i colti (si fa per dire) e gli opinionisti.
Per quel che riguarda gli atteggiamenti della popolazione, gli autori dell’indagine dell’Eurobarometro si esprimono così: «Nel periodo 1997/2000 gli atteggiamenti dei cittadini europei nei confronti dei gruppi minoritari sono cambiati in maniera contraddittoria: a. da una parte molti cittadini della Ue si sono dichiarati a favore di politiche volte a migliorare i rapporti tra le maggioranze e le minoranze, con un incremento della disponibilità nei confronti di politiche volte a favorire i processi di integrazione; b. d’altra parte, la maggioranza degli europei ha espresso preoccupazione nei confronti delle minoranze perché temono che esse possano minacciare la pace sociale ed il benessere… Una piccola, ma rilevante, minoranza degli europei si ritiene personalmente disturbata dalla presenza di queste minoranze. Comunque, il numero delle persone che ritengono che gli immigrati arricchiscano la vita culturale di un paese è aumentato dal 33 al 48%».
Insomma un gran guazzabuglio, come peraltro poteva ben prevedersi: la gente un po’ è preoccupata, un po’ è irritata e un po’ è solidale. Lo scioglimento di questa contraddizione sta nel tipo di politiche sociali che verranno messe in atto, nonché dal titolo di pratiche educative (e diseducative) portate avanti da opinionisti, intellettuali, giornalisti e leader politici.
Ma vediamo chi sono quelli che hanno un atteggiamento più positivo, o più negativo, nei confronti degli immigrati e delle minoranze. Gli autori della ricerca scrivono: «Il livello di scolarizzazione elevato si associa con un atteggiamento positivo nei confronti delle minoranze; la discendenza o l’esistenza di relazioni familiari con minoranze e immigrati è in generale associata a un orientamento positivo; l’esperienza della disoccupazione è in generale associata con orientamenti negativi nei confronti degli immigrati e delle minoranze». E in altra parte dell’indagine si dimostra che in generale, a prescindere dagli immigrati, la gente è preoccupata per la disoccupazione, per la perdita di benessere sociale e per una caduta degli standard scolastici. Insomma la gente sta male e si lamenta.
È ovvio che i disoccupati se la prendano un po’ di più con gli immigrati. E ciò sia perché a volte c’è un’effettiva competizione sul mercato del lavoro, sia perché, quando stanno davvero male, i disoccupati se la prendono con tutti (compresi se stessi), come è dimostrato in maniera sistematica e univoca dalla tradizione di studi sulla disoccupazione che ha almeno tre quarti di secolo di vita.
Rispetto poi al fatto che i più istruiti abbiano orientamenti positivi, richiamo quanto ho appena detto sulla diversa verbalizzazione dei propri sentimenti da parte di signori e di gente del popolo. Gli orientamenti razzisti e xenofobici non sono socialmente accettabili se espressi in forma brutale e plateale.
L’invenzione recente di molti imprenditori politici del razzismo è quella di erigersi a difensori di valori di tolleranza, a garanti delle condizioni di standard minimi di vivibilità. Aumenta il numero di coloro i quali si credono (o dicono di credersi) interpreti del pensiero della gente, mentre non fanno altro che diffondere luoghi comuni e produrre immagini distorte, influenzando così il pensiero della gente contro gli immigrati. L’attenzione selettiva si salda con la incapacità di produrre proposte efficaci. L’esito è che in mancanza di idee si predica la tolleranza zero, naturalmente in nome dei nostri valori di tolleranza.


note:
1  In: AA. VV., Razzisti e solidali. L’immigrazione e le radici sociali dell’intolleranza, a cura di E. Pugliese, Ediesse Roma 1993 [con Giuseppe Faso].


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