I conflitti sociali
HUELGA
Manuel Monereo
1. Si vedeva arrivare. La risposta durissima del governo Aznar e del suo entourage mediatico alla convocazione dello sciopero generale, decisa dai sindacati di classe (Comisiones obreras e Ugt), era stata infatti il preludio di un insieme sistematico di tergiversazioni, di pressioni e di attacchi contro il diritto costituzionale di sciopero, in profondo accordo con la Confindustria, con l’obiettivo di impedire – in modo puro e semplice – che i lavoratori potessero manifestare la propria opposizione alle misure del governo.
Ora, la prima cosa che occorre sottolineare è che lo sciopero generale è stato un vero successo, ben al di là delle menzogne e delle grossolane manipolazioni promosse dal governo Aznar. Basta leggere le cronache dei corrispondenti stranieri e della assai limitata – disgraziatamente – stampa indipendente spagnola e, soprattutto, avere occhi ed orecchie, per riconoscere le grandi dimensioni dello sciopero, la profondità del suo radicamento sociale, così come l’imponenza delle manifestazioni – con centinaia di migliaia di lavoratori nelle strade – realizzate in tutta la Spagna, per poter accusare il governo di Aznar di essere il governo più bugiardo della storia spagnola recente.
Ma cominciamo dall’inizio.
2. Come è ben noto, lo sciopero fu convocato a seguito della decisione unilaterale del governo del Partido popular di mettere in atto tutta una serie di misure sociali e relative al lavoro, che non erano state – come d’abitudine – negoziate preventivamente con i sindacati e che implicavano un attacco assai forte a conquiste storiche e a diritti consolidati del movimento operaio in Spagna. Non è questa la sede per per esporre dettagliatamente tutto il ventaglio di proposte decretate dal governo. Segnalare che queste sono dirette a flessibilizzare ancor più l’uso temporale e spaziale della forza lavoro; a ridurre in modo consistente il costo dei licenziamenti e a continuare nella precarizzazione crescente dei rapporti di lavoro; a togliere protezioni significative ai lavoratori disoccupati e a sopprimere, nei fatti, il diritto al sussidio di disoccupazione per i lavoratori agricoli dell’Andalusia e dell’Estremadura.
Il presidente Aznar aveva fatto della sua politica di accordi con i sindacati uno dei pilastri della sua strategia economica, che non solo garantiva la pace sociale (che è durata più di sei anni), ma è stata presentata dal Pp come una delle caratteristiche, che lo definivano come forza politica centrista, moderata e che, senza alcun dubbio, gli ha dato grandi risultati elettorali.
Per capire il perché di queste misure decretate dal governo Aznar, bisogna avere in conto, almeno, tre dati: a. il peggioramento della situazione economica; b. il ritorno del conflitto sociale; c. il consolidamento del Pp.
Dopo un ciclo economico internazionale molto positivo, nel quale la Spagna è riuscita a integrarsi in modo significativo, con una crescita del suo prodotto lordo superiore di un punto alla media europea, tutte le notizie che ora arrivano all’opinione pubblica e al governo sono negative. Aumenta la disoccupazione, rallenta la crescita, l’inflazione sembra fuori controllo e il deficit esterno, malgrado la stagnazione, continua ad essere preoccupante. A tutto ciò c’è da aggiungere che la borsa è caduta ai livelli del 1998. Le conseguenze di questo mutamento di ciclo possono essere estremamente gravi, intervenendo, in particolar modo, in una fase di applicazione delle politiche di stabilità – che hanno fatto seguito al varo dell’euro – a scapito delle politiche sociali e del lavoro. Basti segnalare, a titolo di esempio, che quasi un terzo della forza lavoro occupata, lavora in condizioni di estrema precarietà e che qualsiasi minaccia di deterioramento dell’economia potrebbe portare milioni di lavoratori, in poco tempo, al licenziamento e alle liste di disoccupazione.
Il governo si è mosso con rapidità, prima di tutto modificando le statistiche dell’inchiesta sulla popolazione attiva, riducendo, per decreto, rispetto all’inchiesta precedente del 3% il numero dei disoccupati. Poi, è venuto l’insieme di misure a cui si è accennato, che sono state la ragione dello sciopero.
Un altro problema che emerge riguarda il ritorno del conflitto sociale. Il governo, in questa parte finale della legislatura, sta applicando ormai il suo vero programma neo-liberista, e questo ha prodotto resistenze, particolarmente notevoli sulla riforma universitaria e della scuola dell’obbligo, ma soprattutto il manifestarsi – sotto molti aspetti imprevisto – di un diffuso e potente movimento anti-globalizzazione, che si è espresso con molta forza durante il semestre della presidenza spagnola della Ue, con grandi mobilitazioni a Barcellona, Valencia e Madrid e che ha promosso un’atmosfera molto favorevole alla convergenza tra diverse culture e ha propiziato nuovi rapporti tra il movimento operaio tradizionale e il ‘movimento dei movimenti’. Ancor più, tutto il processo di preparazione dello sciopero generale è stato caratterizzato da queste convergenze tra gli scioperanti, che preparavano lo sciopero generale del 20 giugno e i militanti anti-globalizzazione, che lavoravano per la loro grande mobilitazione del 22 giugno: e questo, felicemente, ha permesso che si costruisse uno spazio comune di lotta, di speranza e di solidarietà nella città di Siviglia.
Può sembrare paradossale, ma non lo è; il Partido popular e il governo di Aznar hanno consolidato la loro egemonia politica nello Stato e nella società, fino al punto che era abbastanza prevedibile – alle prossime elezioni – una nuova maggioranza assoluta elettorale, o quasi, e che al centro del dibattito politico non c’era altro da scoprire, se non il successore che Aznar avrebbe designato, a seguito della sua volontaria uscita dal governo in questa circostanza.
Per dirlo in altro modo. Il Pp non ha avuto in questi ultimi anni una vera opposizione politica e sociale. Da un lato il Psoe (Partido socialista) vive immerso in una permanente crisi di identità tra la ‘terza via’ di Tony Blair e i vecchi principi della socialdemocrazia. L’ossessione per quello che viene definito centro politico lo ha portato sistematicamente a cercare di togliere voti al Pp, non differenziandosene, e ad essere, in quelle che vengono chiamate «questioni di Stato», subalterno alle sue decisioni politiche, economiche e sociali. Tutto ciò in un contesto, in cui quelle che vengono definite «politiche antiterroriste» stanno servendo, innanzitutto, a limitare diritti e libertà e, in secondo luogo, a forzare il resto delle forze politiche a mettersi, senza fratture, al fianco del governo Aznar, pena il rischio di essere marchiati come «incerti» o «alleati oggettivi» del terrorismo.
Izquierda unida, per suo conto, non ha avuto la forza sufficiente, né la capacità organizzativa per animare da sola, in questo momento, l’opposizione politica e sociale al governo di destra. Si può dire che il partito che ha la forza (il Psoe) non vuole e il partito che vuole (Iu) non può.
Iu ha continuato a difendere in questi anni, come autentica opposizione reale, un progetto che ha combinato la lotta intransigente per le libertà con l’allineamento, nella misura del possibile, alle forze sindacali sulla base della proposta concreta di un modello sociale democratico ed egualitario.
Come si è detto prima, la pace sociale è stata un elemento essenziale dell’egemonia del Pp. Bisogna comprenderlo bene. Non si tratta della soppressione del conflitto sociale per decreto, ma, più concretamente, di annullare le conseguenze del conflitto sociale, vale a dire, di separare sostanzialmente il sociale dal politico. A tutto questo bisogna aggiungere che nell’ultimo periodo si era andata producendo una crescente separazione tra Comisiones obreras e Ugt, che rendeva molto difficile l’unità d’azione tra le due centrali sindacali, e che recentemente era esplosa una crisi grave nel gruppo dirigente delle Comisiones obreras.
Tutto sembra indicare che il governo Aznar avesse creduto che era arrivato il momento per imporre politiche sociali e del lavoro non consensuali, pensando, certamente, che i costi sociali e politici non sarebbero stati in questo contesto molto alti e che i sindacati avrebbero finito con l’accettare, con alcuni ritocchi, le misure del governo o che avrebbero realizzato un’opposizione sociale debole. Non bisogna dimenticare che l’obiettivo reale delle politiche neo-liberiste (Aznar in questo è stato un maestro) è quello di modificare sostanzialmente e durevolmente la società e i rapporti tra economia e politica, trasformando le istituzioni esistenti in modo funzionale alle nuove relazioni tra la società e il mercato.
3. Come si è chiarito prima, lo sciopero generale è stato un successo che né le manipolazioni del governo né le menzogne della Confindustria possono sminuire. I sindacati e la sinistra sociale e politica hanno dimostrato, malgrado le enormi difficoltà, una grande capacità di mobilitazione. Un sostegno sociale apprezzabile e una capacità organizzativa particolarmente significativa, messa al servizio di una causa che, alla fine, una grande parte della cittadinanza ha fatto sua, scontrandosi molto duramente con una struttura dei media, che era collocata quasi unanimemente a favore del governo, e con una situazione in cui la manipolazione delle televisioni pubbliche e private è arrivata a livelli difficilmente superabili.
La prima questione che occorrerebbe spiegare rispetto allo sciopero è che questo è stato molto duro: e i poteri politici ed economici hanno fatto il possibile perché non fosse un successo. Lo sciopero ha dovuto affermarsi impresa per impresa, fabbrica per fabbrica, città per città, attraverso un lavoro molto militante: e la struttura del sindacato ha dovuto realizzare uno sforzo eccezionale per coinvolgervi tutta la rete delle piccole e medie imprese, dei settori (come le grandi strutture commerciali) in cui il lavoro precario è maggioritario e dove il controllo padronale si esercita con molta forza.
Lo sciopero è stato anche più difficile, questo bisogna dirlo autocriticamente, perché questi anni di pace sociale (l’ultimo sciopero generale risale al 1994) hanno intorpidito eccessivamente una parte della struttura e lo stesso movimento sindacale; mentre il suo prestigio nei confronti dei lavoratori è andato diminuendo progressivamente.
In secondo luogo, si è trattato di uno sciopero operaio in senso forte. Sono stati gli operai dell’industria, delle costruzioni e dei trasporti quelli che hanno costituito il nucleo centrale dello sciopero. I dipendenti dello Stato nella sanità e nella scuola, non senza difficoltà, lo hanno sostenuto; e a questo bisogna aggiungere, come si è già detto, il carattere di sollecitazione e di spinta che, in tutto questo processo, ha avuto il movimento anti-globalizzazione, specialmente per la sua influenza ideale nei ceti medi più radicalizzati, che nell’ultimo periodo si erano andati staccando dai sindacati e dai partiti della sinistra. Mentre, se facciamo eccezione per l’Andalusia e l’Estremadura, si può dire che i ceti medi tradizionali hanno mostrato un allineamento abbastanza esplicito con il potere, così come una parte fondamentale dei funzionari pubblici.
In terzo luogo, questo sciopero evidenzia – e favorirà – una crescita della mobilitazione sociale e una disponibilità politica nuova. Da un lato perché mette la politica, i desideri e le aspirazioni collettive al centro del dibattito. Dall’altro, perché apre un’agenda nuova nella società, che ha al centro il lavoro – la sua quantità e la sua qualità – e il modello sociale, inteso come un diritto fondamentale che i poteri pubblici hanno il dovere e l’obbligo di assicurare.
Questa agenda politica e sociale così precisa e chiara è uno strumento prezioso per annodare ampie alleanze politiche e complesse alleanze sociali, nelle quali la questione giovanile e quella di genere possono trovare formule di autonomia e occasioni di aggregazione sociale molto importanti. È anche un buon contesto per collegare questione sociale e problemi dell’immigrazione attorno a un’idea del lavoro, che lo consideri degno di una protezione sociale piena.
In quarto luogo, lo sciopero – e non può essere diversamente – finirà con l’avere conseguenze politiche significative. Il Pp difficilmente potrà mantenere la sua maschera di forza centrista se continuerà a scontrarsi con i lavoratori e i loro sindacati: la sua tentazione, molto forte in questo sciopero, di isolare il movimento operaio organizzato dalla struttura complessa della nostra società e, specialmente, dal suo estremamente contraddittorio mercato del lavoro, può tentare di riproporsi in futuro cercando di produrre una frattura sociale tra quelli che hanno un impiego fisso e diritti certi e il resto; e può cercare di articolarsi, facendo leva su un altro nodo, che ha un ruolo importante nella creazione del consenso: vale a dire il problema dell’immigrazione. A cui si potrebbe aggiungere l’attacco alle Regioni «che vivono di sussidi e sono improduttive».
In tutto ciò, il ruolo che si troverà a giocare il Partito socialista sarà importante. La strategia del Pp di renderlo responsabile dello sciopero generale vuole presentarlo ai settori intermedi, a quello che viene definito centro, come una sinistra radicalizzata, sapendo che questo finirà con il turbare non tanto questi settori sociali ma la fragile direzione del Psoe, per spingerla così a collocarsi sul terreno che più interessa al Pp – quello della conferma della scelta di competere davanti ai poteri forti nel tentativo di dimostrare che entrambi saprebbero gestire i loro interessi –, facendo, in questo modo, sì che il Psoe continui a cercare di conquistare uno spazio al centro a furia di moderazione politica e programmatica, dimenticandosi dei settori operai e popolari, che stanno sopportando il peso degli altissimi costi sociali del modello neo-liberista.
Per Izquierda unida si apre una nuova fase. La sua battaglia solitaria, durante questi ultimi anni, in difesa di un modello sociale alternativo e per sollecitare il conflitto sociale, ha trovato alleati molto significativi tanto nei nuovi movimenti che nel movimento operaio tradizionale. Con modestia e con coraggio proveremo a svolgere il ruolo che ci corrisponde: fare da ponte tra le diverse culture dell’arcipelago della sinistra, cercando di tradurre la lotta sociale in una piattaforma politica, incentrata sul problema della pace, sulla lotta contro il neoliberismo e le sue conseguenze sociali e politiche; e scommettendo apertamente sulla nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra di trasformazione in Europa.
Manuel Monereo è membro della Presidenza federale di Izquierda unida