I conflitti sociali
FINE DELLA CONCERTAZIONE
Giorgio Cremaschi
Il 6 giugno del 2002 il Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha lanciato un severo allarme sulla crisi delle relazioni sindacali nel continente. «Il carattere generalizzato dell’attacco ai diritti, in corso in tutti i paesi dell’Unione – scrive l’Esecutivo – esige una risposta coordinata a livello europeo ... Le relazioni sociali in Europa si stanno deteriorando rapidamente … Diversi governi nei paesi dell’Unione, ma anche in altri paesi europei, attaccano i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori… A sua volta il padronato continua a fare pressioni per la destrutturazione della contrattazione collettiva.»
Con la stessa velocità con la quale le maggioranze di governo dei principali paesi dell’Unione si stanno spostando dal centro-sinistra al centro-destra, entrano in crisi tutti i sistemi di relazioni sindacali nei singoli paesi, così come quello sinora definito a livello comunitario. Non c’è sempre un rapporto di causa-effetto, non sempre sono i governi di centro-destra a scatenare l’attacco. A volte le nuove maggioranze registrano una frattura sociale già in atto. In generale sono le organizzazioni degli imprenditori a rompere il passo, a compiere, come la Confindustria italiana un anno fa a Parma, una radicale revisione delle relazioni sindacali, mettendo in discussione le basi del sistema sociale europeo. Altre volte invece sono gli stessi governi a fare propria l’offensiva liberista. Assai significativo è il caso della Spagna, ove il 20 giugno c’è stato lo sciopero generale contro il governo Aznar. Questo governo era stato presentato anche in Italia, anche dalla Cgil, come un esempio di continuità delle politiche concertative anche nel quadro di maggioranze conservatrici. Si chiedeva a Berlusconi di imparare dal primo ministro spagnolo; invece è successo il contrario. Dopo aver ottenuto, senza conflitti e per diversi anni, la disponibilità sindacale ad accettare la più vasta flessibilizzazione del lavoro di tutto il continente, il governo Aznar ha deciso di rompere comunque la concertazione sociale riducendo le già deboli garanzie e indennità per i disoccupati.
In tutta Europa le maggioranze di centro-destra muovono all’attacco in tre direzioni: sull’immigrazione, sul fisco e sullo Stato sociale, sui diritti del lavoro e sul sistema contrattuale. Il Libro bianco del ministero del Lavoro italiano rappresenta così un punto di vista comune a tutto il blocco sociale e politico conservatore che sta vincendo in Europa.
La Banca centrale europea e la Commissione dell’Unione accentuano, in questo contesto, i temi rigoristici e conservatori del Patto di stabilità. Il presidente della Bce continua a lanciare allarmi sul rischio inflazione da salari, in un continente che ha registrato negli anni novanta la dinamica salariale più bassa di tutta l’Ocse. Duisenberg pensa in primo luogo ai salari tedeschi, ma naturalmente il richiamo viene fatto proprio da tutte le organizzazioni padronali e dai principali governi del continente. La Commissione europea, a sua volta, nonostante i proclami della domenica a favore della difesa dello spazio sociale europeo, si orienta sempre di più in senso liberista. Reiterati sono gli appelli a rivedere i sistemi previdenziali e le tutele nel mercato del lavoro, mentre la crisi economica viene affrontata accentuando il rigorismo nei conti pubblici e la spinta per le privatizzazioni.
L’interpretazione rigida del Patto di stabilità e dell’impegno per il pareggio nel bilancio pubblico, in un quadro di stagnazione produttiva, non può che favorire i più brutali processi di ristrutturazione nel sistema delle imprese. Viene in mente il dibattito a distanza che nell’estate dell’80 ci fu tra la Fiat e l’allora ministro del Tesoro italiano, Nino Andreatta. Il senatore Umberto Agnelli chiedeva margini nella spesa pubblica e nella manovra monetaria, altrimenti la Fiat sarebbe stata costretta a licenziare. Il senatore Andreatta rispose che margini per manovre non ce n’erano più… In un’area ben più vasta pare di assistere allo stesso scenario.
Come reagisce il sindacalismo europeo di fronte alla crisi di tutto il sistema di riferimento costruito nel corso degli ultimi decenni ? Con una ripresa della lotta, che al tempo stesso sottolinea ritardi, passi avanti e contraddizioni crescenti.
Si è detto come la Spagna, dopo l’Italia, sia giunta allo sciopero generale. In Grecia siamo già al secondo sciopero generale (dopo uno sciopero generale dei dipendenti pubblici), in Portogallo, in Francia, crescono o si preparano campagne di mobilitazione sociale contro il liberismo. Le manifestazioni francesi contro Le Pen sono state vissute dal movimento sindacale di quel paese come l’anticipo delle lotte che saranno necessarie nel prossimo autunno.
Se il sindacalismo latino e mediterraneo trova in questi frangenti le risorse per reagire nelle proprie radici culturali, tornando alla mobilitazione, allo sciopero generale, all’agitazione politica e sociale, il sindacalismo di mestiere e di categoria del Nord Europa vede invece accentuarsi le proprie diverse caratteristiche. Se proprio in questo momento i metalmeccanici tedeschi decidono una offensiva salariale per superare la moderazione degli anni novanta; se gli edili tedeschi scioperano per il contratto per la prima volta dal 1945, prevale in tutti i movimenti sindacali del Nord Europa la tendenza all’adattamento moderato alla nuova offensiva. Così è in Gran Bretagna, nonostante importanti iniziative di lotta nella scuola e in alcuni ambiti del servizio pubblico, così è nell’Austria e in tutti paesi scandinavi.
Si può dire che la nuova offensiva liberista provochi nel movimento sindacale europeo due divaricazioni. Quella tra sindacati con forte identità confederale e con marcata connotazione politica, più disponibili allo scontro generale, da un lato, e le organizzazioni sindacali organizzate sul modello delle ‘associazioni di interesse’, dall’altro. Ma anche quest’ultimo modello si divide. Tra quello anglosassone, di tipo aziendalista, nel quale dominano il moderatismo e la collaborazione con l’impresa, e quello tedesco, di categoria industriale, il quale ha invece aperto una fase di conflitto rivendicativo.
Così in Germania, a Francoforte, è stata stilata una pubblica dichiarazione di tutti i sindacati metalmeccanici europei che contesta la moderazione salariale dell’ultimo decennio, la giudica assolutamente inefficace dal punto di vista dei risultati occupazionali e per queste ragioni propone una nuova «strategia salariale offensiva». La Dichiarazione di Francoforte è stata sottoscritta da tutti i sindacati metalmeccanici europei, compresi quelli di Cisl e Uil, che hanno praticato e praticano una linea contrattuale ben diversa dai principi in essa contenuti E tuttavia la Dichiarazione costituisce comunque un rilevante segnale politico.
In sintesi, nel sistema sindacale europeo si vanno definendo articolazioni sempre più nette attorno a due polarità: da un lato il sindacalismo politico latino e mediterraneo, dall’altro il sindacalismo industriale tedesco. Queste due polarità attraggono, da una parte, la mobilitazione politica e sociale contro il liberismo e quindi anche i movimenti no global, dall’altra parte la spinta redistributiva che cresce in settori rilevanti del mondo del lavoro. Queste due polarità non agiscono assieme in alcun paese tranne che in Italia. Solo da noi infatti, abbiamo assistito al contemporaneo emergere di un grande movimento di lotta sociale per i diritti attorno alla Cgil e di una mobilitazione contrattuale sul salario attorno alla Fiom, dopo l’accordo separato. Negli altri paesi europei si sente solo l’influenza dell’una o dell’altra delle due polarità. Come si è detto, vi sono paesi ove queste polarità agiscono in negativo, sottolineando l’assenza di mobilitazione sociale, comunque caratterizzata. È questo in particolare il caso della Gran Bretagna da un lato e della Danimarca e dell’Austria dall’altro. In questi ultimi paesi la svolta politica che ha portato al governo maggioranze di centro-destra comprendenti formazioni populiste e xenofobe, non ha sinora trovato risposte visibili da parte del movimento sindacale.
Il riemergere della tradizione latina dello sciopero generale e di quella tedesca del contrattualismo radicale mette in crisi tutti gli equilibri del sistema sindacale europeo e della stessa Ces. Questa organizzazione, che in realtà non è un vero sindacato, ma semplicemente un coordinamento di sindacati nazionali, mostra così tutti i suoi limiti politici e culturali. Alla crisi delle relazioni sociali nel continente si risponde con l’inerzia degli appelli per la salvaguardia di una concertazione in crisi ovunque, persino nella sede comunitaria. Il liberismo contrattuale intanto arriva fino alle sedi ufficiali dell’Unione. Recentemente, la sede comunitaria ha predisposto un Avviso comune sul lavoro interinale che è frutto di un accordo separato che ha visto esclusa la Ces e importanti associazioni imprenditoriali, secondo la moda italiana che gli accordi si fanno tra chi ci sta. Anche in quella sede entra in crisi il modello rappresentativo fin qui utilizzato che era alla base della concertazione comunitaria.
È difficile quindi sostenere che l’Europa di oggi possa automaticamente costituire un antidoto alle politiche liberiste e di rottura sindacale del governo Berlusconi. È altresì arduo affermare che i temi politici del Vertice di Lisbona – nel quale si è sostenuta la centralità della formazione professionale e della qualità del lavoro – possano essere poco più che una copertura propagandistica di politiche liberiste di destrutturazione del mercato del lavoro. La realtà, purtroppo, è che Berlusconi è molto più omogeneo alle spinte prevalenti oggi in Europa di quanto non lo sia Cofferati. E questo ha dei riflessi altrettanto evidenti sul movimento sindacale che, in tutto il continente è di fronte allo stesso bivio: scegliere, come fanno da noi Cisl e Uil, un nuovo adattamento corporativo e subalterno al liberismo, oppure costruire una nuova piattaforma contrattuale e di lotta. Il sistema sindacale e concertativo degli anni novanta, retto sulla moderazione salariale e sulle maggioranze di centro-sinistra, è finito e non ha nessuna possibilità concreta di essere riproposto in tempi ragionevoli. Il sindacato europeo è dunque di fronte allo stesso bivio nel quale si trova tutta la sinistra. Scegliere la via di Blair o ridiventare fino in fondo se stessi; una terza via non c’è.
Intanto, il successo clamoroso del primo sciopero europeo dei controllori di volo, proclamato contro una delle tante direttive liberiste della Commissione europea – che questa volta colpisce l’organizzazione del lavoro e la sicurezza dei voli – ci offre un’indicazione e uno squarcio positivo sul futuro.