numero  30  luglio-agosto 2002 Sommario

La politica economica

CON E OLTRE KEYNES
Riccardo Bellofiore  

1. Credo abbia ragione Emiliano Brancaccio nell’articolo che precede. Non si può non polemizzare con l’inerzia concettuale e politica che spinge Sergio Cofferati – proprio nel bel mezzo di una (in qualche misura imposta) ripresa di un conflitto sociale radicale – a riconfermare una linea disastrosa di politica economica. Una linea fatta di adesione all’Unione monetaria così come è stata costruita sulla base del Trattato di Maastricht; di supposto ‘rigore’ nella politica di bilancio, sanzionato nel Patto di stabilità; di pie speranze in uno sviluppo tutto lasciato alla capacità di saper saltare sul treno dell’economia della conoscenza. Se la destra ha vinto, nonostante il centro-sinistra si fosse candidato a ceto politico di governo di una modernizzazione a un tempo efficiente e garante della pace sociale, è anche perché quella terna ha dato ciò che non poteva non dare. Da principio, sull’onda di condizioni internazionali e interne favorevoli, una riduzione dell’inflazione, dei tassi d’interesse, del debito pubblico: non una ripresa della crescita. Più vicino a noi – entrata in crisi la ‘locomotiva’ statunitense, inesistente un’alternativa europea, in rotta ovunque il centro-sinistra – è rimasta solo l’onda lunga della spinta stagnazionistica: cui la destra, ovunque, ha reagito, al di là delle proclamazioni verbali, attraverso l’arma dello Stato. Da usare, magari ricorrendo ai vecchi strumenti del blocco militare-industriale, della politica anticiclica, della detassazione degli alti redditi, dell’assalto al sistema bancario, e così via. O da svendere per far cassa.
Credo però abbia anche ragione Lucio Magri quando nell’editoriale di due numeri fa ammonisce dal non cadere di nuovo nell’equivoco di un keynesismo molto «di maniera e semplificato», dove più salari e spese sociali si traducono in più domanda, e quindi in più sviluppo e più occupazione. E non ha ragione soltanto, o principalmente, perché viviamo oggi quello strano incubo dove Tremonti o Berlusconi sembrano più keynesiani di Visco o Cofferati, che in verità non lo sono probabilmente mai stati. La ragione è anche che la ripresa di quegli aspetti del keynesismo che non si riducano al keynesismo criminale, in Italia così tristemente noto – i due punti che efficacemente Brancaccio sottolinea: una politica monetaria di bassi tassi d’interesse (nominali e reali) che tendenzialmente li azzeri, e che comunque collochi stabilmente il tasso d’interesse medio sui titoli pubblici a un livello non superiore al tasso di crescita del Pil rendendo ‘sostenibile’ la dinamica del debito pubblico; e, conseguentemente, una riapertura di spazi per una politica fiscale espansiva –, è necessaria ma non è sufficiente.
Insomma, a me pare si debba tenere presente che una politica economica della sinistra non possa aver senso che a una doppia condizione, solo apparentemente contraddittoria: quella di cogliere, contro il senso comune accademico e politico, che i ‘nessi causali’ keynesiani sono a tutt’oggi ancora in vigore; e quella di non accontentarsi di riprodurre l’esperienza di un keynesismo più o meno corretto, i cui tempi gloriosi sono alle nostre spalle.
2. Una giustificazione compiuta di questo giudizio non può evidentemente essere proposta nelle righe che seguono. Mi proverò ciò non di meno a indicare alcuni elementi che spingono in questa direzione. Prima però vale la pena di sgombrare il campo da alcune visioni – diciamo così, ‘volgari’ – dell’esaurimento del keynesismo.
La più corrente fino a un paio d’anni fa, a destra come a sinistra, era quella che applaudiva all’emergere di una ‘nuova economia’ che grazie al congiungersi della globalizzazione (libertà pressoché illimitata di muovere i flussi di capitale a breve, e liberoscambismo), delle tecnologie dell’informazione, della flessibilità del lavoro, e della crisi dello Stato-nazione, dichiarava la fine del ciclo e con esso l’improponibilità del keynesismo. Non ci sarebbe granché da commentare, visto che la realtà stessa ha smentito tutti gli anelli del ragionamento. La globalizzazione finanziaria ha centralizzato come non mai il capitale, passando da una crisi all’altra. Il liberoscambismo è il protezionismo dei paesi di vecchia industrializzazione, innanzitutto quello egemone. L’informatica spiega solo in parte la prosperità dell’economia americana nella seconda metà degli anni novanta, almeno altrettanto dovuta a politiche economiche attive, da quella monetaria a quella del cambio, da quella industriale a quella dell’istruzione. La crisi del nuovo modello all’inizio del terzo millennio ha sfatato anche l’ultimo mito, con il ritorno alla grande della politica della spesa pubblica.
D’altra parte, nella stessa fase di caduta dell’economia mondiale è ancora circolata la posizione che vede l’affondamento della crescita mondiale come un semplice e transitorio appannarsi di una dinamica tuttora positiva: che grazie al taglio delle scorte, a licenziamenti massicci ma di breve durata, a un più intenso sfruttamento della manodopera, sarebbe agevolmente in via di superamento. Altra illusione durata lo spazio di un mattino, abbandonata anche da chi le aveva originariamente dato credito. Piuttosto, quello che pare profilarsi all’orizzonte non è il superamento del ciclo, semmai il ritorno del ciclo pre-keynesiano. Come fa intuire Brancaccio, dietro fatti come quelli della Enron non ci sono puramente e semplicemente problemi di trasparenza o di gestione corretta, ma il venire a termine di una espansione drogata da sovrainvestimenti e indebitamento ‘facile’ delle imprese, che si reggeva sul laccio delle scarpe di aspettative ottimistiche, a loro volta sorrette ‘politicamente’ dal banchiere centrale globale Greenspan. Senza, sfortunatamente, il traino di una domanda, mondiale o pubblica, che la giustificasse nel lungo termine. E che la tirasse fuori dalle sabbie mobili della fragilità che periodicamente esplode non appena, per qualsiasi ragione, i profitti attesi crescenti cessano di materializzarsi, l’insicurezza dilaga, il credito si contrae. Se c’è una situazione in cui Keynes può tornare di attualità, si deve dire, è questa: non per il ripetersi di una Grande Crisi, ma per il rischio di una Grande Stagnazione. Qualcosa a cui il capitalismo di guerra dei nostri tempi non è ancora sfuggito del tutto.
3. Vi è chi contesta le possibilità di un keynesismo su scala ‘europea’. Il ragionamento che precede e l’argomentazione di Brancaccio fanno già intuire quanto l’assenza di una capacità dell’Unione di attivare una crescita fondata sulla domanda interna, invece che sul modello ‘germanico’ di esportazioni nette, sia un problema non soltanto per sé ma per l’intero quadro economico mondiale. Lungi dal mostrare l’obsolescenza del principio della domanda effettiva, la presenza di un contesto globale in cui le economie nazionali e regionali sono immerse ha finito con il riconfermarne l’attualità: le difficoltà attuali derivano proprio dall’impossibilità di generalizzare il modello trainato dalle esportazioni dell’Unione europea o del Giappone. E a chi afferma che la teoria keynesiana raffigurerebbe una economia chiusa, non si può non replicare che l’economia mondiale tutto è, in effetti, meno che una economia aperta...
E però, tra le molte argomentazioni scettiche alcune sono da tenere in seria considerazione. Non certo quelle già contestate all’inizio di questo scritto, di chi si ostina a credere in una visione ‘monetarista’ che delega alla Banca centrale europea quale unico obiettivo la lotta all’inflazione (che poi si concretizza in terrore dell’aumento dei salari), una ossessione che – è vero – Duisenberg realizza con l’adeguato pragmatismo, ma che gli impedisce una inversione di rotta nella politica monetaria che infranga davvero la tirannia dei mercati finanziari. E nemmeno quelle di chi propone ancora oggi una versione ammodernata di quella ‘visione del Tesoro’ stigmatizzata da Keynes, e purtroppo così nelle corde di chi proviene dalla vecchia cultura economica terzinternazionalista (anche se si è bagnato i panni nel fiume della cultura liberaldemocratica), secondo la quale i disavanzi pubblici sarebbero per loro natura improduttivi sempre e comunque, sottraendo risorse al settore privato la cui dinamica autonoma sarebbe garante di efficienza e sviluppo, o impossibile da orientare altrimenti.
Tutto ciò ha poco senso. Non vi è molto dubbio che la lotta in Europa contro, la disoccupazione di massa passa anche attraverso una politica di espansione della domanda aggregata, e che ciò avrebbe effetti positivi anche sull’intero quadro macroeconomico internazionale. È altrettanto palese che nella nuova situazione, che genericamente viene definita della ‘globalizzazione neoliberale’, problemi (più politici che di tecnica economica, in verità) a un incremento della spesa pubblica esistono, soprattutto là dove la tassazione ha un livello storicamente elevato. Come è ancora vero che la politica monetaria deve tenere conto della mobilità spesso sfrenata dei capitali. Ma queste difficoltà rimandano alla necessità di inquadrare la necessaria svolta espansiva di politica economica in un insieme di riforme più ampio e radicale. Quali, è presto detto (anche se è complicatissimo da fare). Si tratta di porre di nuovo sul tappeto la questione di una regolazione politica dei movimenti di capitale, e quella di una tassazione del capitale nelle sue varie forme.
Per il primo scopo è utile il timido ma decisivo passo che è l’introduzione di una ‘tassa Tobin’, che mira a scoraggiare la speculazione di breve periodo. Ma non ci si può certo fermare lì: una politica economica della sinistra dovrebbe sapere che lungo questa strada si deve riesumare, all’occorrenza, l’opportunità di controlli amministrativi sui capitali ben più drastici e sostanziali (peraltro ammessi dallo stesso Trattato di Maastricht all’Articolo 59) sino a vere e proprie restrizioni quantitative, cui si deve accoppiare una ferma volontà di impedire che il sistema bancario finanzi richieste di liquidità a fini speculativi. Soltanto lungo questa strada una ripresa di autonomia della politica economica fa uscire dal generico l’insieme di proposte (dalla riduzione d’orario al reddito di cittadinanza, alla difesa e all’allargamento dello Stato sociale) che si sono accumulate disordinatamente in questi anni senza mai porsi il problema di rimuovere quelle strettoie che dall’alto ne impedivano la praticabilità. Al secondo obiettivo – quello di incrementare il gettito fiscale complessivo alleggerendo al contempo quello sul lavoro e l’industria – può contribuire non tanto la stessa tassa Tobin (il cui ricavato è da destinare alla lotta alla povertà su scala planetaria) quanto un insieme di altre misure fiscali, dall’imposizione indiretta sui consumi di lusso, a una possibile tassa una tantum sulla ricchezza, a una tassa uniforme sul rendimento del capitale, a una tassa sulle transazioni finanziarie interne (la c.d. tassa Keynes, da cui prese ispirazione lo stesso Tobin).
Nella misura in cui l’imposizione fiscale si elevasse, ovviamente potrebbe seguirla la spesa pubblica: e, come è noto, una politica di espansione della spesa pubblica in pareggio dà stimoli espansivi al reddito e all’occupazione. Si può dubitare che questa strada sia sufficiente: personalmente credo anzi che una politica di incremento della domanda aggregata, per essere efficace contro la disoccupazione europea, deve avere un impatto iniziale forte e concentrato nel tempo, e deve poi proseguire a un ritmo sostenuto per un numero adeguato di anni. Solo così sarebbe possibile migliorare le aspettative (e, indirettamente, gli stessi investimenti privati) e spingere verso l’alto il tasso di crescita reale (migliorando di rimbalzo la sostenibilità dei bilanci pubblici). Ma ciò richiede evidentemente la riaffermazione della legittimità di bilanci in disavanzo, e del loro finanziamento monetario.
Non si sta qui perorando il disavanzo di bilancio sempre e comunque. Semplicemente, si riprende la posizione – che è peraltro dello stesso Keynes, e che per altri versi ha sostenitori in economisti tutto meno che radicali – secondo cui non soltanto è desiderabile un bilancio in disavanzo quando ci si trova al di sotto del livello di pieno impiego, ma è anche – sempre – sensato scorporare il bilancio in conto capitale da quello corrente (essendo perfettamente conforme ai criteri di una sana gestione finanziaria che il primo sia in rosso anche con risorse produttive pienamente utilizzate), come è ragionevole tener conto degli effetti positivi dell’inflazione nel ridurre gli oneri finanziari a carico dello Stato. Una politica espansiva in disavanzo, duratura e convincente, finirebbe con l’abbassare non soltanto la disoccupazione involontaria ma anche quella strutturale. In altre parole, finirebbe con il portare o riportare sul mercato del lavoro fasce che ne sono attualmente escluse, e mostrerebbe come anche molte zone di cosiddetta ‘piena occupazione’ non lo sono affatto. E ciò non potrebbe che avere effetti positivi sullo stesso bilancio pubblico.
4. Non credo sia invece completamente convincente la tesi di chi osserva che, ora che l’Europa dell’euro è fatta, si tratta di sfruttare le nuove dimensioni ‘continentali’ per riacquisire quella sovranità sull’economia che la politica ha perso. Sarà scomodo, ma va ricordato che nessuna delle ragioni degli oppositori al percorso di unificazione monetaria come fu disegnato a Maastricht si è rivelata errata. La visione che ancora domina a livello comunitario è quella di economie capitalistiche che si collocano spontaneamente su un sentiero di crescita regolare e ottimo, da cui possono deviare solo temporaneamente per rigidità o ostacoli informativi che perturbano il funzionamento naturale dei mercati. In questo quadro, dove la convergenza nominale produce automaticamente quella reale tra le diverse aree, è del tutto sensato stabilire che la crescita monetaria deve essere controllata a fini anti-inflazionistici, il bilancio dello Stato essere tendenzialmente in pareggio con imposte in riduzione, la politica industriale attiva inesistente. L’unico margine di elasticità rimane il prezzo e l’uso della forza-lavoro: stupisce che molta sinistra se ne lamenti solo ora.
Una diversa visione sottolinea, a ragione, che se esiste una situazione di partenza con divari tra aree interne, la convergenza nominale produrrà un divaricarsi delle condizioni reali, il che richiederebbe politiche articolate non soltanto di spesa in disavanzo, ma anche di creazione selettiva del credito, di innalzamento dei contributi al bilancio dell’Unione, di conseguente redistribuzione interna delle risorse. Non si può, di conseguenza, che ribadire con forza che va messa radicalmente in discussione la filosofia della Banca centrale europea, va fatto saltare il Patto di stabilità, va contestata la ragionevolezza dei parametri di Maastricht. È però illusorio pensare che a breve si costruiscano quello Stato europeo e quel bilancio comunitari che non esistono. Ciò che si potrebbe e dovrebbe fare sono due cose. Da una parte, costruire ‘dal basso’ le condizioni di un conflitto sociale europeo, mettere in piedi lotte sindacali e una contrattazione collettiva sulla nuova scala istituzionale. Dall’altra, ‘dall’alto’ – ma in realtà, si tratta di qualcosa che si può ottenere solo sull’onda di un movimento determinato e coerente nei suoi obiettivi – una espansione multilaterale e di concerto della domanda aggregata, attuata in modo cooperativo da tutti i paesi dell’Unione monetaria europea. Ma anche questo al momento sembra fuori portata.
5. Detto questo, vorrei chiarire in che senso politiche di impianto keynesiano, per lo meno nella loro accezione tradizionale, sono necessarie ma non bastano. Le ragioni sono quattro, e hanno a che vedere: (i) con i limiti che possono incontrare politiche del genere se si esauriscono in uno stimolo indiretto alla domanda privata; (ii) con i vincoli che l’espansione della domanda può patire dal lato dell’offerta; (iii) con la necessità di un forte e inedito indirizzo strutturale della domanda pubblica, che ne qualifichi la composizione; (iv) infine, e di conseguenza, con l’inevitabilità di un forte complemento dal lato delle politiche dell’offerta. Vediamo in breve in che senso.
Per quel che riguarda le componenti private della domanda effettiva, si sa che la mera riduzione dei tassi di interesse si trasmette con molta incertezza e variabilità agli investimenti privati. Né vi è ragione di questi tempi di essere ottimisti su una particolare vivacità degli ‘spiriti animali’ degli imprenditori, tanto più in una fase in cui vi è eccesso di capacità produttiva. Gli alleggerimenti di imposte alla Bush o alla Berlusconi hanno un effetto limitato, e comunque disegualitario, sui consumi privati. Certamente, sarebbe opportuna una detassazione dei redditi bassi, che favorisca più elevati consumi delle fasce svantaggiate della popolazione, pur scontando che i consumi privati hanno un relativamente alto contenuto di importazioni (ma questo avrebbe minor peso se riferito alla dimensione europea). Ci si può chiedere, peraltro, se un più alto benessere non sarebbe meglio garantito da quella fornitura di beni e servizi in natura che può e deve essere fornita per il tramite diretto dell’operatore pubblico. Ci vuol poco, infatti, a rendersi conto che la mera disponibilità di un reddito monetario più sostanzioso – che può anche derivare da aumenti del salario monetario o dall’erogazione di un reddito universale di esistenza – si traduce in maggiore e migliore reddito reale soltanto in conseguenza delle scelte di chi determina la composizione della produzione, e può essere vanificata se queste scelte vanno in altra direzione.
Vale la pena allora di spostarsi sul lato dell’offerta. Qui può rivelarsi reale un vincolo a politiche keynesiane. Non quello, suicidamene talora avallato dalle componenti moderate della sinistra, che sembrano paventare ancora che politiche espansive si possano tradurre in tensioni sul mercato del lavoro e in una spirale salari-prezzi, qualcosa che non sembra proprio all’ordine del giorno. Piuttosto, a fare problema è quella micidiale e spiacevole caratteristica delle politiche neoliberiste di autoconfermarsi: nella misura in cui deprimono dapprima il saggio di crescita effettivo e gli investimenti; ma quindi anche, e di conseguenza, la crescita potenziale. Non vi è qui, a ben vedere, la base di una critica ‘da destra’ al keynesismo. Vi è, al contrario, la conferma della desiderabilità di una politica che abbia il coraggio – al limite, al prezzo di una moderata inflazione, come osserva Brancaccio – di spingere l’acceleratore della crescita mobilitando risorse che altrimenti o verrebbero dilapidate o semplicemente non vedrebbero mai la luce. Vi è però anche da cogliere un segnale: che le politiche consuete di stampo keynesiano vanno superate da ‘sinistra’, intervenendo direttamente nella definizione strutturale di quella spesa pubblica che è la via più sicura di espansione del reddito e dell’occupazione.
Le incertezze legate alle componenti private della domanda sono in effetti altrettanti punti a favore di una espansione delle componenti pubbliche, sia sul versante dei consumi che sul versante degli investimenti. Una saggia politica di consumi pubblici può ridurre i costi diretti e indiretti che gravano sul sistema produttivo, e ridurre in futuro la pressione salariale quando mai (fortunatamente) si riattivasse. Il punto centrale di una politica espansiva della domanda sta però in primo luogo nella politica di investimenti pubblici, che aumentano nel lungo termine la produttività. Il contenuto di tali investimenti è noto da tempo, ma non per questo ha perso di valore. Si va dall’investimento in infrastrutture alla ristrutturazione delle aree urbane, dalla politica delle telecomunicazioni e dei trasporti alla riconversione ecologica, dalla spesa per la salute alla politica per l’agricoltura, da un rilancio di una scuola che formi allo spirito critico all’investimento in ‘formazione’. E così via.
Non si tratterebbe soltanto di interventi ‘centralizzati’. Per esempio, buona parte dei cosiddetti ‘lavori di cura’ – dai servizi alla persona, alla protezione dell’ambiente, all’assistenza sociale, alle occupazioni legate al settore culturale –, che da alcuni sono visti come una possibile area in cui indirizzare nuove attività, rientrerebbero a pieno titolo in questa proposta come impieghi messi in moto da una spesa pubblica articolata, organizzata e controllata ‘localmente’: purché questi nuovi posti di lavoro non siano intesi come una spugna per la disoccupazione, ma al contrario costruiti come occasione di creazione di nuovo lavoro qualificato. Di una politica di investimenti pubblici fanno anche parte, a pieno titolo, da un lato, la presentazione di schemi per l’occupazione diretta da parte dell’amministrazione pubblica di particolari sezioni delle forze di lavoro; e, dall’altro lato, la promozione della ‘ricerca e sviluppo’ e una politica industriale ‘selettiva’. Se adeguatamente calibrati, gli investimenti pubblici, oltre che in grandi infrastrutture e in politiche di sostituzione delle importazioni – i primi, soprattutto, hanno un più alto contenuto di importazione, e più facilmente possono dar luogo a fenomeni di corruzione – possono prendere la forma anche di interventi su scala ridotta e a maggiore intensità di lavoro.
D’altro canto, il settore pubblico dovrebbe prendere l’iniziativa in tutte quelle aree dove si fa sentire l’esigenza di un mutamento radicale delle condizioni strutturali che definiscono lo stato tecnologico e la collocazione internazionale del nostro paese. Interventi che, per loro natura sono di scala significativa, possono essere anche ad alta intensità di capitale, e certamente mobilitano lavoro di alta specializzazione. Comportano un impegno significativo di mobilitazione delle risorse, si distendono su un orizzonte di tempo dilatato, garantiscono una redditività differita. Qualcosa da cui lo stesso grande imprenditore privato rifugge anche in quei capitalismi dove ha dato miglior prova di sé di quanto non sia avvenuto nel caso italiano, e che è congenitamente estraneo al piccolo imprenditore, tanto più se è costretto o vuole restare tale come da noi. L’esempio di una ricerca e di un investimento che contribuiscano alla riconversione ecologica del nostro apparato produttivo, realizzando un mutamento della qualità e delle fonti dell’approvvigionamento energetico (cui ha già fatto riferimento Brancaccio) è uno dei molti possibili, ed avrebbe immediate ed evidenti conseguenze sul piano dell’inserimento dell’Italia nel Mediterraneo, costituendo peraltro un esempio concreto di ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud del mondo. Qualcosa che non è riducibile a mero incremento della spesa, visto che l’impegno pubblico sarebbe qui sostanziale sia dal lato della domanda che dal lato del disegno e della implementazione dell’attività produttiva, e richiederebbe a monte una forte scelta politica nella individuazione e nella selezione degli obiettivi.
L’ingrediente strutturale di questo insieme di politiche può essere visto da diverse angolazioni. Innanzitutto, e più immediatamente, per l’accento che viene posto sulla composizione della domanda, come anche per il fatto che la manovra della spesa sarebbe congegnata in modo da dar luogo a maggiore produttività e minori costi futuri così da ridurre, strada facendo, le barriere dal lato dell’offerta, e da migliorare indirettamente la qualità e il ritmo dell’accumulazione di capitale. Ma in secondo luogo perché la politica macroeconomica deve trovare un complemento in politiche dell’industria, del sistema bancario, e del lavoro, articolate settorialmente.
A fianco del, e complementare al, sostegno qualificato alla domanda deve iniziarsi a intravedere una sorta di vero e proprio piano del lavoro. Parte essenziale di una politica per l’occupazione è una politica industriale ‘dall’alto’ che punti su tecnologie avanzate, che renda completa la matrice produttiva del paese, che tuteli la natura nazionale dei settori chiave: senza avere paura ai nostri giorni, nel declino della grande impresa privata ‘familiare’, di rivalutare se del caso il ruolo della presenza pubblica nell’industria e dello stesso Stato produttore. Certo, credere oggi nelle capacità propulsive autonome dell’industria privata e nella sua capacità di garantire, lasciata a se stessa, salto tecnologico e competitività, è più che un’ingenuità, è un crimine. Qui l’effetto positivo sull’occupazione del cambio di indirizzo suggerito sarebbe indiretto: i posti di lavoro non crescerebbero necessariamente all’interno delle grandi imprese o nelle imprese a tecnologia avanzata, ma la riqualificazione del settore manifatturiero si tradurrebbe in un miglioramento della qualità e quantità del lavoro nell’intero sistema, della sua efficienza nel lungo periodo. L’altro complemento di una politica macroeconomica è l’intervento di indirizzo e controllo sul sistema bancario: un mezzo indiretto ma potente della stessa politica industriale.
Su questa via, è chiaro, si rimetterebbe al centro della discussione e dell’azione della sinistra una esigenza di programmazione in senso forte. Non come qualcosa che debba seguire – in un ‘secondo tempo’ che è tanto logico quanto temporale – la produzione di un sovrappiù: che quest’ultimo risulti dalle virtù spontanee di un mercato non intralciato dalla politica, o dal traino della domanda effettiva, non cambia molto alla logica ‘sequenziale’ della politica economica che così si definisce, se poi una politica keynesiana non si prolunga in un cambiamento strutturale radicale. Come qualcosa, invece, dove la definizione dei contenuti della spesa si integrerebbe naturalmente con la capacità di determinare da subito, anche e soprattutto dal lato delle decisioni, il cosa e come produrre, dentro quale orizzonte tecnologico e produttivo. Non una programmazione che pretenda di sanare ex post i fallimenti del mercato, magari lasciando così com’è la produzione di valore e plusvalore, ma che si arrischi a costruire in avanti un modello alternativo di economia e società, sul fondamento di una messa in discussione ‘pratica’, dal lato del sociale, dell’ordine presente delle cose.
6. È soltanto dentro questo quadro più ampio – che va oltre la pura e semplice identificazione del keynesismo con una politica di allargamento generico della domanda aggregata o con una politica permissiva rispetto agli aumenti salariali o alla estensione della spesa sociale, e che ha il coraggio di riproporre la sfida sul terreno dell’orientamento politico dei contenuti della spesa e della produzione – che una politica economica della sinistra prende senso nel medio termine.
Ci si può, se si vuole, chiedere in che misura una visione del genere sia davvero in contrasto con il più ‘autentico’ messaggio keynesiano, o all’opposto in che misura tutto ciò non sarebbe altro che una politica economica ‘del capitale’. Per mio conto, sono convinto che Keynes non avrebbe avuto molto a che ridire nei confronti di una impostazione che sottolineasse come i contenuti della spesa vadano il più possibile valutati con un’occhio attento alla loro utilità sociale, e – che so? – che vada preferita la costruzione di case, scuole, ospedali, industrie, rispetto all’estensione dell’apparato militare o al puro spreco, anche se l’uno e l’altro possono pur avere effetti positivi sull’occupazione. Come sono anche persuaso che del capitalismo esistono molte varianti, e che dentro il capitalismo sia (stato) talora possibile conquistare con il conflitto modi più civili di consumo e convivenza (aumenti del salario reale, riduzione dell’orario di lavoro, beni e servizi forniti in natura dallo Stato), e che questo non sempre, e non necessariamente, confligga con la forma capitalistica di produzione e società.
Credo, insomma, che il capitalismo non sia riducibile al liberoscambismo, come anche che il comando politico sull’economia non sia immediatamente rottura con il capitalismo. Dovremmo tutti, penso, uscire dalle dicotomie un po’ affrettate e manichee. Se una politica non ‘compatibilista’ su terreno distributivo e che però abbia nel medesimo tempo il coraggio di mettere i piedi nel piatto nella definizione delle decisioni strutturali, alla fine, contro le intenzioni, finisse con il produrre migliori modi di vita dentro il capitalismo, beh, non me ne avrei a male. Non ho mai creduto nella tesi dell’immiserimento assoluto del proletariato neanche ai tempi della ‘globalizzazione neoliberale’; né che, se quella tesi fosse vera, avremmo trovato una scorciatoia per il comunismo.
Il nodo è un altro, questo: che è alieno tanto dalla filosofia economica come da quella sociale di Keynes un mondo in cui il lavoro salariato, o eterodiretto, non sia soggetto passivo – anche se paradossalmente sono state proprio le politiche keynesiane a consentire la più potente critica radicale all’ordine capitalistico. E che se mai si riproponessero le condizioni favorevoli (e a ciò mira il discorso sulla politica economica, che precede), proprio quella domanda di liberazione dalle condizioni di passività del lavoro salariato, insopportabile al fondo – o meglio: incomprensibile – ai keynesiani più o meno radicali, vada rimessa in campo. Ma questi sono dibattiti che si possono forse lasciare ai momenti e ai luoghi dove discutere delle prospettive politiche dei nostri nipoti. D’altronde, nel breve periodo, una politica economica alternativa lungo le linee di cui si è discettato non sembra forse un discorso di utopia?
È però una utopia a cui la sinistra, tanto politica quanto sociale, dovrebbe prestare più attenzione: perché è, al fondo, più radicale di molta della musica che gira intorno al movimento dei movimenti.


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