La ‘prima potenza civile’
DEBACLE
Isidoro D. Mortellaro
«L’Europa rientrerà, come tornando a casa, nella sua storia e nella sua geografia». È la sera del 31 dicembre 1989 e questo è l’augurio per l’anno e il decennio nuovi che dalla televisione Mitterrand fa ai francesi e agli europei tutti, dall’Atlantico agli Urali. Il presidente profetizza sicuro: «gli anni Novanta saranno quelli della Confederazione europea». Diversamente «si rischia di ritornare all’Europa del 1919».
Che ne è di quell’augurio, di quell’impegno? Non vi ha forse adempiuto l’Unione europea, subentrata alla Cee con tanto di euro e Carta dei diritti? Il quadro in realtà è molto più mosso e affollato. Oggi, all’indomani di quell’11 settembre che ha fatto tappa e onda nel nostro presente, traghettandoci realmente nel secolo nuovo, altri soggetti appaiono tracciare realmente il solco della storia, federare il Vecchio Continente dall’Atlantico agli Urali.
A Mosca, il 24 maggio, assieme a uno storico trattato sugli armamenti, Bush il Giovane e Putin hanno firmato un atto di cooperazione di schietta impostazione liberista: Usa e Russia ora credono nella «disciplina e nelle pratiche del libero mercato» come chiavi del successo, come «i mezzi più efficaci per provvedere al benessere dei cittadini dei due paesi». È una lingua che parla da sé. Ribadisce intanto i ruoli: chi è il maestro e chi l’allievo. Qualche giorno dopo, a Pratica di Mare, si è celebrata l’ennesima mutazione della Nato, provvista ora di protesi allargata allo storico nemico, all’«impero del male» di un tempo. Tra le incongrue quinte di cartapesta allestite da Berlusconi, dietro Bush il Giovane si intravedevano le sagome di chi – dalla Rice a Powell, da Cheney a Wolfowitz – già in quel 1989 si industriava, con Bush il Vecchio, a disegnare e modellare i contorni del mondo nuovo. Di fronte al presidente americano stavano i sopravvissuti o i vincenti di catastrofi e rivolgimenti politici che, tanto in Russia quanto in tutta Europa, hanno bruciato – nel battito di ciglia di un decennio illuminato dai bagliori di tre guerre mondiali – almeno due generazioni di uomini politici.
Forse vale la pena ritornare su alcuni dei momenti di quest’ultimo decennio del Novecento, questo lungo interludio tra il «secolo breve» e il «terzo millennio», per meglio scavare in alcuni passaggi. Soprattutto per provare a chiarire novità e portata dell’unilateralismo a stelle e strisce e delle sfide inedite che l’Europa è chiamata a fronteggiare.
Molti allora e successivamente hanno marcato quel messaggio alla Francia e all’Europa. Vi hanno visto un punto di svolta, ma anche una sorta di rinsavimento di Mitterrand, rispetto allo spaesamento e ai timori provocati dalla caduta del Muro e dall’incubo della Germania unita. Si è a lungo insistito sulla visita che il presidente francese qualche giorno prima, il 20 dicembre, aveva fatto a Berlino Est, novello Re Canuto invano proteso a fermare il moto delle onde, la marcia inarrestabile della storia e della unificazione tedesca. Quasi nessuno ha rammentato che il viaggio nella Ddr in liquidazione è preceduto da un incontro con Bush, il 16 dicembre, alle Antille. In realtà Mitterrand, in tutte le sedi e con grande coerenza, provava a resistere al rullo compressore americano. Infatti, mentre l’Europa e il mondo risuonano ancora del crollo del Muro, Bush I e il suo Segretario di Stato, James Baker III, avevano immediatamente, seppur non richiesti, assicurato che gli Usa intendevano restare «una potenza europea» e indicato in un nuovo atlantismo la cornice più adatta a contenere e controllare in Europa la dissoluzione del bipolarismo. Mitterrand, echeggiando le suggestioni gorbacioviane sulla ‘casa comune’, aveva invece puntato tutto sulla Cee. La additava a motore di una riaggregazione confederale da conseguire all’interno dell’architettura complessiva dell’Ocse, di una nuova Helsinki in cui provare a contenere il protagonismo di Usa e Urss, grazie anche all’intangibilità dei confini sancita da quei patti. E a questa strada sembrerà arridere il successo. Ad aprile 1990, Mitterrand e Kohl chiederanno agli altri leader europei di prodursi in un colpo di reni: alla conferenza intergovernativa sull’unione monetaria si affianchi un altro consesso costituente, in cui occuparsi di difesa e sicurezza, dell’unità politica di una nuova Europa. Ci si incammina per la strada che porterà a Maastricht.
Ma a maggio 1990 gli Usa si aggiudicano una partita decisiva. Al Vertice Nato di Londra riescono a riallineare tutti gli europei nella prefigurazione del nuovo atlantismo. Mitterrand finisce in un angolo, vittima paradossale di una sopravvalutazione della manovra politica in cui si era creduto superiore. All’unanimità si indica nella Nato la struttura di sicurezza capace di garantire, a un tempo, gli sviluppi di un’Europa arricchita dalla Germania unita e una prima apertura ai vecchi nemici del Patto di Varsavia, invitati a stabilire normali relazioni diplomatiche in vista di collaborazioni future. Si inizia a praticare una geometria variabile capace d’arricchirsi in futuro di inedite declinazioni istituzionali, patti e partnerships, fino alla costituzione ultima del «Nato Russia Council».
Grazie al patto di ferro e convenienza stretto tra Kohl e Bush I, la Nato l’ha spuntata. Ha saputo presentarsi come l’orizzonte più elastico e pronto per garantire alla Germania una scorciatoia per l’unificazione e agli occidentali uno sperimentato ombrello di sicurezza: occorre contenere un socio così corpacciuto, ma anche provvedersi di ripari e mezzi di intervento rispetto ai cupi brontolii e scossoni che promanano dall’impero sovietico in dissoluzione e dai Balcani. La spinta definitiva verrà ad agosto dal ‘provvidenziale’ colpo di testa, nel ricco deserto del Kuwait, di un alleato a lungo sostenuto e foraggiato dagli Usa, in copiosissima segretezza. Nella guerra mondiale contro Saddam Hussein la Nato verrà esaltata dagli Usa come estrinsecazione dell’unità dell’Occidente e delle sue capacità di intervento nel mondo, a vindice ripristino – su delega Onu – della legalità internazionale. Per i costituenti europei quel nuovo capitolo si risolverà nella flebile costituzione della nuova Unione politica, caratterizzata da silente, occidentalistico allineamento al nuovo ordine mondiale e da qualche indecorosa giravolta sui temi della sicurezza e della difesa europee: basti ricordare il siluramento delle proposte franco-tedesche di esercito europeo ad opera dell’intesa anglo-italiana di schietto pronunciamento atlantico.
L’esplosione balcanica mostrerà di quali e quante ambiguità si carichi l’inedito federalismo che ora celebra i suoi fasti in Europa. L’Unione europea si rivelerà un potentissimo polo d’attrazione e legittimazione per alcune statualità e soggettività dell’ex federazione jugoslava, ma un debolissimo soggetto regolatore, sia dei propri egoismi nazionali sia delle pulsioni suicide che tornano a dilaniare i Balcani. La nascita dell’una si rispecchierà distorta nella dissoluzione dell’altra, ma soprattutto nell’incapacità di evitare i capitoli più bui, quali Sarajevo e Srebrenica. Dal definitivo impantanamento in Bosnia l’Europa sarà estratta dalla Nato e dagli Usa che avranno poi via facile a dettare le regole della pax europea con la guerra umanitaria nei cieli di Serbia. Ne nascerà una nuova Nato, cornice strategica ed elastica dell’Ue, del suo allargamento come delle evoluzioni della sua Pesc, della sua politica estera e di sicurezza. Per la terza volta in un secolo gli Usa potranno vantarsi come catalizzatori di pace e mutamento in Europa.
Degno monumento al catastrofico esordio nel mondo dell’Unione europea è la sua Carta dei diritti. A dispetto del terreno molto avanzato su cui la perdurante vitalità della sua comune tradizione costituzionale riesce ancora a sospingerla – là dove il nuovissimo intreccio di scienza, profitto e potere più si sporge a minacciare libertà ed eguaglianza – essa si scopre orba e muta fuori dei propri confini, sulle questioni della pace e della guerra. In questo tratto, rispetto a Carte e Costituzioni del secondo dopoguerra, si rivela figlia di un’altra epoca e di un altro mondo, abitati ormai dalla guerra, ritornata ferro utile della politica, e dimidiati nell’esercizio di diritti fondamentali.
Su queste ferite non spargono balsamo le realizzazioni e le conquiste dell’Unione in campo interno, nella sempre più stringente unificazione monetaria ed economica. All’‘eppur si muove’, che degnamente postilla l’affermazione dell’euro e il magnetismo dell’allargamento, fa da contrappunto infatti, un epocale, catastrofico sommovimento di costituzioni, formali e reali, assetti politici e classi dirigenti. Sorgono allora interrogativi fondamentali sulle vie e le mete premesse all’integrazione, quando la globalizzazione neoliberista, perso lo smalto dell’epoca d’oro e delle vulgate più corrive, si rivela motore non dell’unificazione del genere umano, ma di fratture e apartheid inediti.
A Maastricht, il fronte europeo della conservazione e moderazione, allargato a un Mitterrand, portatore ormai, secondo Pascal Bruckner, solo di «melanconia democratica», e ad un Delors convertito al potere catalizzatore della moneta, aveva scelto di avviarsi per la via inedita di provvedere l’Europa di una Costituzione di netta ispirazione neoliberista. Compito supremo di legislatori e interpreti diveniva la creazione del mercato unico. In continuità, ma in paradossale ribaltamento dei comandamenti ancora iscritti nelle Costituzioni nazionali di tutta Europa, volti a rimuovere gli ostacoli alla libertà e eguaglianza dei governati, a permettergli l’ascesa a governanti, la politica in Europa si votava adesso alla rimozione d’ogni ostacolo alla creazione del mercato e dell’individuo europei, in verità ridotto a consumatore di merci e servizi su scala sovranazionale e poco tratteggiato come lavoratore o persona o donna. Al livello più alto si confessava che il mercato e l’individuo richiesti dalla competizione globale non esistono in natura, ma sono il frutto, l’artifizio di politiche, chiamate, però, in Europa ad attraversare le conquiste più avanzate, le più robuste armature sociali e istituzionali, derubricate a eurosclerosi, sopravvivenza di privilegi e stratificazioni di un’altra età, ciarpame da abbandonare per affermarsi nella competizione globale.
Conscie della battaglia cui così si dava avvio, le classi dirigenti dell’epoca costituivano quest’Europa in vincolo esterno per ogni realtà nazionale. E per meglio irrobustire tutta la costruzione rinchiudevano poi l’intero sistema nel morso di una nuova potenza sovranazionale, la moneta senza sovrano, l’euro, sciolto d’ogni giuramento comunitario o nazionale se non quello istituzionale della «stabilità dei prezzi» premesso alla missione della Bce.
In un estremo empito di sincerità, Guido Carli avrebbe confessato retrospettivamente, menandone vanto, di aver operato attivamente – assieme a una esigua minoranza italiana ma in buona compagnia europea – per produrre dalle stanze della costituente europea l’epocale ribaltamento di prospettiva contenuto nei Trattati di Maastricht. Mira e tiro, come sempre, ben dritti sulla Costituzione italiana, colpevolmente estranea e attardata, per la sua caratura catto-comunista, rispetto alle evoluzioni del mondo e del mercato moderni. Per una volta però, quell’orgogliosa ma disarmante confessione – giunta fino all’invettiva contro una classe politica colpevolmente ignara del cappio in cui a Maastricht andava ad infilare il collo – peccava di provincialismo: imputava a tara e ritardo italiani una socialità costruita invece come tratto unificante della civiltà europea e di un’intera epoca. Quel cappio si rivelava perciò ben più largo, rispetto alla tumultuosa vicenda italiana, e corrosivo. Non solo d’un passato glorioso, ma anche d’un possibile futuro. Ne era in una qualche misura conscio sia pure tra ambiguità e timidezze il cosiddetto Libro Bianco di Delors, che pure poneva l’avvento di una società in rete e di un nuovo Welfare al centro di una azione pubblica sovranazionale di infrastrutturazione. Per alcuni aspetti anticipava le analisi che hanno poi dissezionato la cosiddetta new economy e hanno mostrato come al suo centro non vi sia stata solo la rivoluzione digitale o quella finanziaria ma quell’epocale mutazione costituita dal dominio della comunicazione, dalla transizione della società occidentale in una società di servizi: e perciò, da un lato, l’esplosione della fabbrica nella disarticolazione delle sue varie funzioni e nei reticoli dell’outsourcing e, dall’altro, la messa a risorsa degli immensi mutamenti strutturali costituiti dalla rivoluzione femminile e dall’allungamento della vita media, dall’invecchiamento del Nord del mondo, come anche da un rapporto più maturo e responsabile con la natura e l’ambiente. In Europa storicamente gran parte di questo universo è stato raggruppato sotto l’etichetta onnicomprensiva di Welfare. Dimidiandolo programmaticamente, assieme al lavoro, l’Europa non solo si liberava dai propri ancoraggi costituzionali e popolari, non solo si azzittiva in uno dei tratti della propria civiltà più facilmente traducibili in sviluppi universalistici, in colloquio e legami con altre civiltà e aree del mondo, ma segava la possibile radice di un altro sviluppo. L’esperienza americana, a consuntivo dell’era clintoniana, avrebbe rivelato che, sia pure tra le abissali diseguaglianze e fratture di una mercantilizzazione esasperata, proprio i cosiddetti servizi avanzati ad aziende e persone avrebbero garantito, pur nell’apertura costante all’immigrazione, i risultati più larghi e permanenti nella crescita dell’occupazione.
I referendum di Danimarca e Francia si sarebbero incaricati di rivelare, quasi in presa diretta, quale terremoto il passaggio di Maastricht comportasse per l’Europa. Inizia allora la moria politica di una classe dirigente che tutta assieme, con la firma su quei trattati, aveva messo la propria testa nel cappio e affidato un sistema sociale e istituzionale al rullo compressore di privatizzazione e sussidiarietà neoliberista. Prenderanno a cadere tutti e rovinosamente, mentre inizieranno la loro rovinosa opera di corrosione termiti che diverranno tratti permanenti del panorama politico europeo: xenofobia e razzismo rampanti, egoismi fiscali e ‘sciovinismo da benessere’, rivendicazioni di piccole patrie e percorsi differenziali. Una nuova, ribollente destra si porrà da allora in tutta Europa a strattonare la lenta ma univoca mutazione del centro interclassista in un composito fronte conservatore, spesso disposto a forzature ed estremismi populistici nei momenti di più acuta deriva egoistica e securitaria. A sinistra la dissoluzione dell’industrialismo fordista è anche dissoluzione della democrazia di massa e dei suoi istituti. Vi si resiste con maggiore o minore successo secondo la corrività con cui si concorre a celebrare il mutamento in corso o si prova a prefigurare un mutamento di rotta per l’Europa, come passo concreto e ravvicinato per uno sviluppo altro dei processi di globalizzazione: «dal volto umano», come dice Clinton vincendo di fortuna il confronto con Bush padre.
A metà degli anni ’90 la sinistra, sull’onda clintoniana, vince anche in Europa, promettendo un’integrazione non più solo di mercato. Alla prova, però, l’impatto con la nuova architettura istituzionale comunitaria e le sue regole sarà drammatico. Lontana storicamente e culturalmente dall’europeismo, la sinistra tutta lo sposa senza farlo proprio. Ne finisce conquistata soprattutto nei momenti di crisi più acuta e agli appuntamenti più decisivi: nel timore d’esser causa dell’arresto, quando non del rinculo comunitario, deciderà di andare comunque avanti, anche a patto di sposare modelli sociali regressivi o di amputare ulteriormente il residuo spazio riformistico in nuove gabbie istituzionali o nuove regolamentazioni liberistiche. Su altri versanti, l’estraneità storica all’europeismo peserà anche sulla sinistra che più investirà sulla pratica dei controvertici globali e sul movimento emerso a Seattle. La proclamazione della crisi di legittimità delle oligarchie globali acquartierate nel G7 e nella Wto e la nascita di un nucleo di idee regolative alternative al neoliberismo dominante non si cimenteranno nell’approfondimento di un’agenda più specifica europea, nella rivisitazione dell’europeismo.
Emblematico della trappola in cui la sinistra europea va a chiudersi è il confronto che le varie componenti del Partito del socialismo europeo tengono a Malmö, alla vigilia del Consiglio di Amsterdam chiamato a emendare i trattati europei sui capitoli decisivi del lavoro e del patto di stabilità. Jospin, fresco da pochi giorni di vittoria e di nomina a primo ministro, chiede una pausa di riflessione e un ripensamento su quelle scelte, denunciando che non si sta andando «nella giusta direzione allo stadio attuale della Conferenza intergovernativa». Sarà lasciato solo in quella denuncia e costretto così a firmare il nuovo trattato. La sinistra europea rinuncia a rappresentare allora il tumulto che scuote l’Europa e il lavoro. A farne le spese sarà di lì a poco Oskar Lafontaine, ultimo ad aver osato guardare negli occhi la Gorgone della moneta unica e tentato di erigere un contraltare di governo economico ai poteri assoluti della Bce.
Da allora la deriva è divenuta inarrestabile. Di fatto, rispetto all’ormai consunta presa d’atto, per dirla con Heinrich August Winkler, che non «esiste più biglietto di ritorno verso il vecchio partito operaio, come verso lo Stato o la moneta nazionali», non si riesce più a proporre altro orizzonte generale di quello più o meno edulcorato contrabbandato come «terza via». L’allineamento nella Nato e nella guerra umanitaria contro la Serbia ha poi apportato colpi decisivi, recidendo radici ultime di autonomia culturale e politica come anche rapporti con vaste aree dell’opinione democratica. Se ne avverte oggi tutto il danno, quando la guerra infinita al terrorismo proclamata in risposta all’11 settembre diviene, con i rivelatori picchi di vendita toccati dalle bestemmie della Fallaci, guerra di civiltà e mobilitazione costante dell’opinione pubblica, eccitazione d’ogni fondamentalismo, voglia di gerarchia e differenziazione, di muri e fortezze.
Documenti rivelatori dello stato di prostrazione complessivo della sinistra europea sono due recenti prese di posizione censite, per comodità e brevità di informazione dal dibattito italiano più recente. Sulle colonne di «Italianieuropei» 1, Giulio Sapelli si chiede retoricamente se non sia il caso di mutar campo d’applicazione e forma allo storico interrogativo che Werner Sombart agli inizi del Novecento pose alla scienza sociale e al pensiero politico, chiedendosi il perché, dell’eccezione americana, sull’assenza cioè del socialismo in quel paese. Sapelli invita a interrogarsi sull’Europa divenuta eccezione nel mondo tetragono ormai a simili arditezze sociali. La sua risposta è nella individuazione delle «impervie vie del nuovo riformismo, cosmopolita, destatualizzato, neomutualistico, portatore di una nuova concezione della libertà e della responsabilità verso se stessi e la società, egualitario e competitivo [...] un riformismo dei doveri prima che dei diritti». Toni più spicci ha adoperato Peter Mandelson, consigliere di Tony Blair, traducendo sul «Times» 2, in termini analoghi a quella di Sapelli, il succo del recente seminario sulla terza via: «siamo tutti thatcheriani».
Nel mirino è ora direttamente l’Internazionale socialista, residuo da rottamare in un generale, transatlantico lavacro democratico. Né va leggero Giuliano Amato, strenuo difensore delle ragioni di esistenza del G7-G8 3. Per lui non valgono né le colorite invettive del movimento dei movimenti, né i pacati ammonimenti di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, che ha parlato di G1, ovvero di una schiacciante egemonia americana. Né gli è valsa l’esperienza complessiva compiuta in Italia tra il G7 di Napoli, vissuto forse con enfasi eccessiva ma comunque come riscatto e rinascita di una città, e la folle avventura di Genova. Tra i due eventi c’è un salto epocale su cui Amato glissa, così come glissa sull’impedimento che proprio la persistenza di incongrue rappresentanze nazionali ai tavoli delle istituzioni internazionali – dal Consiglio di Sicurezza al Fmi – ancora esercita a una piena assunzione di responsabilità dell’Europa e a una incisiva riforma di questo tessuto istituzionale. Eppure come vice presidente della Convenzione europea incaricata di avanzare una proposta di riordino costituzionale dell’Ue, Amato dovrebbe esser sensibile a questi temi, ai quali tra l’altro ormai la destra e i paesi forti d’Europa si avvicinano con le loro proposte sulla nuova presidenza dell’Unione.
Turbolenze e strettoie, intanto, rischiano di aumentare a livelli fino a poco tempo fa impensabili. Colpevolmente cancellata da quasi tutti i giornali italiani ed europei, si è svolta il 6 giugno a Bruxelles una riunione dei ministri della Difesa. Il suo momento culminante è stato un discorso del capo del Pentagono Donald Rumsfeld sugli ultimi sviluppi della guerra infinita e sulla ricaduta che essi avranno sulla Nato. A illustrazione dei mutamenti complessivi intervenuti nel quadro strategico internazionale con gli ultimi accordi con la Russia, quanto allo sdoganamento dello scudo spaziale e al delinking dell’armamento atomico americano, non più legato al vincolo della parità strategica con l’arsenale un tempo vantato dall’Urss e ora posto in obbligato, parziale disarmo, egli si è intrattenuto sulla portata della nuova dottrina di «guerra preventiva» annunciata da Bush a West Point. Anche la Nato, ha detto Rumsfeld, dovrà esser capace di «azioni preventive», anche la Nato deve saper «andare all’offensiva», «strappare l’iniziativa a terroristi e a Stati terroristici». Ormai non è più possibile distinguere tra «difensivo ed offensivo». Di qui il bisogno di una ulteriore revisione della dottrina strategica Nato e un irrobustimento complessivo della capacità di intervento, non per colmare il gap esistente tra americani ed europei, ma per contenerlo e permettere comunque agli europei una capacità logistica e di intervento non completamente dipendente da quella statunitense. A sede di questa complessiva opera di ammodernamento è stato indicato il prossimo vertice di Praga che a novembre dovrebbe procedere a un ulteriore allargamento dell’organizzazione a Est. Anche in Europa si dovrà spendere di più per la difesa e per la Nato. La parziale e provvisoria disponibilità di bilancio conquistata a Siviglia rischia di essere ben presto opzionata.
Gli Usa non hanno abbandonato la Nato. Si sono mossi con maggiore libertà in zone in cui l’ attuale organizzazione atlantica, con le sue asimmetrie e i suoi gap, si sarebbe rivelata solo un impaccio logistico e una complicazione politica: si pensi solo alle tante nuove basi militari installate verso le aree ribollenti dell’Asia. Sanno che l’utopia di una Europa prima potenza civile della storia ha potuto prosperare e crescere fino a che le condizioni di sicurezza complessiva sono state assicurate, in particolare durante la guerra fredda, dall’ombrello atomico americano. Così come sanno che quelle condizioni sono ben operanti oggi e possono ben sopportare la costruzione di una identità di sicurezza e difesa europea edificata come pilastro di una Nato più larga, capace di intervenire sempre più nel mondo a soqquadro.
L’utopia di un’Europa potenza civile potrebbe però alimentare in forme diverse sogni e progetti di un’altra sinistra europea, una sinistra che non voglia acquattarsi in un Occidente sospettoso del mondo. Ma bisognerebbe allora cambiar strada, tornare a parlare lingue che sembrano dimenticate o imparare i nuovi esperanto che percorrono il mondo. Ma non sembra ci sia molta voglia d’uscire dai fragili gusci in cui ci si è illusi per troppo tempo d’aver trovato scampo e salvezza.
note:
1 Sulla crisi della rappresentanza socialista del lavoro, in «Italianieuropei», n. 2, 2002.
2 Il 10 giugno scorso, con il titolo Ther’s Plenty of Life in the New Third Way yet.
3 Democrazia e potere nel mondo globalizzato, in «la Repubblica, 15 giugno 2002, versione abbreviata di Ha ancora senso il G8? Potere e democrazia globale, «Aspenia», 17, 2002, pp. 9-25.