numero  30  luglio-agosto 2002 Sommario

Appunti sulla deriva a destra

GUARDIANI E CAGNOLINI
Alessandro Dal Lago  

1.Mi è capitato di discutere spesso, anche in previsione del recente Vertice di Siviglia, del significato politico della Bossi-Fini. Si tratta di una legge razzista, di un colpo di coda della Lega, di un pegno pagato da Forza Italia alla xenofobia latente del proprio elettorato, di un ulteriore sfruttamento politico dell’insicurezza dilagante, e così via? La risposta è ovviamente affermativa, ma del tutto insufficiente. Non c’è osservatore competente che non sottolinei l’incapacità del provvedimento di raggiungere gli obiettivi dichiarati dal legislatore, e in particolare di bloccare l’afflusso di nuovi migranti irregolari. Ciò che si prefigura non è la chiusura delle frontiere, ma la clandestinizzazione di centinaia di migliaia di stranieri e la loro assoluta subordinazione nel mercato del lavoro informale e nella piramide sociale. Lungi dall’emersione dell’informale, la legge persegue lo sprofondamento del lavoro straniero nell’invisibilità delle sopraffazioni di tutti i giorni. Sul lavoratore stagionale, sull’ambulante, sul metalmeccanico e sul tessile, sul muratore e sul panettiere, sulla collaboratrice domestica e sulla prostituta pende infatti l’intimazione dello Stato, volta per volta impugnata da imprenditori, padroni di casa, questori, prefetti o poliziotti di pattuglia: «Accetta quello che sei e quanto ti danno o, in ogni momento e a nostra discrezione, sarai incarcerato e/o espulso».
Se quanto precede suonasse sbrigativo, invito a considerare la sostanza delle obiezioni che alcuni leader del centro-sinistra (da Livia Turco all’ormai mitologico Rutelli) hanno sollevato contro la legge: «Noi sì che riuscivamo a bloccare i clandestini!». E così via. Si profila in questo caso non uno scontro tra xenofobia e ragionevolezza, tra durezza e umanitarismo, magari multiculturale, ma tra controllo dispotico del lavoro ‘in pelle nera’ (come avrebbe detto Marx), o di qualsiasi altro colore o ceppo non europeo, e pietosa pretesa ulivista di ‘gestire’ ragionevolmente i flussi migratori. Per il resto, non si vedono grandi differenze tra le culture politiche che hanno partorito la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, se non per la maggiore durezza delle sanzioni. I Cpt (Centri di permanenza temporanea) li hanno inventati i due ministri di centro-sinistra e la nuova legge raddoppia il soggiorno massimo; le navi da guerra affondavano le carrette albanesi sotto Prodi e la nuova legge trasforma la ‘fatalità’ in una strategia; con il centro-sinistra non si parlava di diritto di asilo e ora lo si nega; i ricongiungimenti famigliari prima erano difficili e ora sono drasticamente e formalmente ridotti. Se c’è una vera novità è nel ‘contratto di immigrazione’, una norma che formalizza uno stato di cose da lungo tempo in vigore: la ricattabilità di qualsiasi lavoratore straniero da parte del suo datore di lavoro. Diciamo che la favola dell’emersione del lavoro nero dei migranti è oggi allegramente e ufficialmente abbandonata.
Ho premesso queste brevi considerazioni comparative sulle politiche migratorie in Italia, perché permettono di aggiustare il tiro sulla definizione di ciò che è destra in Europa. Per cominciare, spostiamoci da Lampedusa a Siviglia. Sulla linea dura contro i clandestini convergono tutti: il ‘laburista’ Blair, oggetto di una esilarante contesa amorosa tra il parente povero invitato a cena (Rutelli) e quello ignorato (Fassino), l’arcigno Aznar e il ridanciano Berlusconi, il ‘socialista’ Schröder, con il suo spiegazzato ministro degli esteri guerrafondaio Fischer, e infine il rilassato Chirac. Quest’ultimo, che ricorda De Gaulle solo per la statura fisica, si è ricordato di colpo che la Francia ha troppi interessi in Africa per infliggere sanzioni ai paesi di emigrazione. Sanzioni che perfino la stampa americana ha giudicato ignobili, visto che colpirebbero i paesi più poveri della terra. Ma è del tutto evidente che si trattava solo di una boutade. Francia e Inghilterra non hanno un vero problema di clandestini. La Germania non ha alcuna intenzione di consentire l’afflusso di lavoratori dell’Est e quindi bloccherà a tempo indeterminato l’allargamento dell’Ue. Spagna, Italia e anche Grecia pattugliano da anni le acque internazionali del Mediterraneo per conto di tutti gli altri e affondano o fanno affondare le carrette degli scafisti quando fa loro comodo. Solo l’Ulivo e la nostra grande stampa indipendente credono che a Siviglia si sia parlato sul serio di queste cose.
E di che si è parlato allora? A parte la sanatoria sulle infrazioni dei vincoli di bilancio – il vero piatto forte del summit europeo – il tema è stato semplicemente l’accordo più o meno esplicito su come definire gli immigrati: in una parola, come carne da lavoro senza diritti. Oggi in Europa vivono meno di venti milioni di stranieri provenienti dai paesi poveri (il 3,5% della popolazione residente nell’Ue). Tutta la grancassa sui clandestini era un messaggio rivolto a questa gente e ai loro confratelli potenziali. A entrambi, perché oggi sappiamo come le migrazioni non hanno un carattere di trasferimento stabile (come avveniva nel caso di irlandesi, polacchi e italiani che abbandonavano l’Europa per le Americhe) ma si configurano come circolari e intermittenti. Dall’Europa si va e si viene, in Europa si circola e ci si insedia, ma anche si vive per periodi diversi. Tutto ciò che ne consegue – impronte digitali e controllo militare delle coste, espulsioni e centri di detenzione, contratti di lavoro temporaneo e grancasse sulla sicurezza delle frontiere e dei cittadini – ha senso non in vista di un blocco dei migranti, che continueranno ad arrivare, ma della loro identificazione come migranti e quindi come lavoratori senza diritti. «Ma si rende conto – mi ha detto qualche settimana fa un agente di polizia giudiziaria durante un corso di formazione rivolto a operatori della giustizia – che alcuni di questi clandestini forniscono anche dieci nomi diversi al magistrato che li interroga?». «E lei che cosa farebbe al loro posto – ho ribattuto io – visto che di fatto fino a ieri, e da domani per legge, la sola mancanza di un permesso di soggiorno comporta la detenzione?». L’agente mi è sembrato colpito, ma si trattava di persona visibilmente democratica, capace di mettersi, almeno nella fantasia, nei panni degli altri.
2. Che c’entra tutto questo con la ‘nuova destra’? Beh, io penso che il problema politico dell’Europa non abbia oggi a che fare con l’emergere della nuova destra, ma esattamente con la decrepitezza della ‘sinistra’ moderata o, se si vuole, del nuovo centro. Ma andiamo con ordine. Senza voler generalizzare, e tenendo conto che sulla nostra recente storia pesa quella enorme eccezione costituente che è il nazionalsocialismo, la fortuna più o meno effimera di movimenti iper-nazionalisti e xenofobi è una costante della storia europea. Dall’antisemitismo di Lüger nella Vienna del primo Novecento al putsch di Monaco, dall’eversione ultra-montanista della Francia degli anni ’30 a Poujade e ai nazisti inglesi, dall’Uomo Qualunque ad Almirante, la paura (degli ebrei, dei comunisti, del cosmopolitismo, del laicismo e anche del liberalismo politico) ha sempre prodotto movimenti capaci di aggregare per qualche tempo consensi diffusi intorno a leader occasionali, spesso definiti dall’essere dei declassati: nobili emarginati, giornalisti più o meno falliti, politicanti locali, riciclati di movimenti totalitari, demagoghi capaci di annusare il vento. Tutta gente capace di attirare le mille anime della paura e perciò utilizzata, finché era sulla cresta dell’onda, dagli schieramenti politici legittimi, ma tenuta sostanzialmente ai margini del sistema. Le Pen, che probabilmente è uscito di scena dopo le ultime elezioni presidenziali in Francia, è forse l’epitome di questo fascismo che non muore ma non vince, almeno nel secondo dopoguerra.
Completamente diverso è il caso di personaggi come Bossi, Berlusconi, Fini, Haider o Fortuyn. Qui siamo di fronte a casi non solo difficilmente riconducibili al modello del capo-popolo tradizionale di estrema destra, ma soprattutto compatibili con l’attuale ordinamento politico occidentale che, per comodità, chiameremo liberal-autoritario. Al di là dell’eterogeneità della loro provenienza e della loro carriera, questi personaggi hanno molto in comune. In primo luogo, si tratta di liberali o presunti tali, sia perché ideologicamente legati alla vulgata liberale, sia perché scarsamente interessati a violare l’ordinamento formalmente democratico. Con tutto quello che possiamo dire e pensare dell’imprenditore di Arcore, è fuori discussione che egli intenda violare la Costituzione o proclamare qualche stato d’eccezione. Non ne ha bisogno, sia perché domina già i canali del consenso, sia perché l’attuale controllo delle procedure legislative gli consente di mettere al riparo il suo impero dai rischi futuri. Considerazioni analoghe valgono per Fini e per Bossi, esponenti di movimenti di minoranza relativa, e anche per Haider o il partito di Fortuyn. L’integrazione politico-affaristica dell’Europa e dell’Occidente non può tollerare schegge impazzite. Ed ecco allora che, ad onta delle loro inclinazioni più o meno demagogiche, il Gauleiter carinziano, il Napoleone della Fininvest e tutti gli altri non possono che confluire nel grande movimento europeo e mondiale di governo formalmente democratico del capitalismo contemporaneo. Ciò che spiega perché nessuno oggi, sulle due sponde dell’Atlantico, considera più Berlusconi un’anomalia, è preoccupato di Haider o dei razzisti olandesi (come di quelli danesi).
In secondo luogo, nessuno è oggi esplicitamente antisemita. O meglio, anche se qualcuno lo è sotto sotto o ha tollerato nel proprio movimento slogan antisemiti (basterebbe andare a rileggere il materiale propagandistico della Lega), se lo tiene per sé e si allinea al sentimento ben più diffuso, popolare e oggi ‘politicamente corretto’ del razzismo anti-arabo, anti-immigrati e anti-islamico. In questo campo Bossi, Haider e il fu Fortuyn giocano la parte di quelli che dicono esplicitamente ciò che tutti pensano, che qualche cosiddetto intellettuale argomenta tra o sopra le righe (Huntington, Fallaci, Sartori, il raffinato e adelphiano Naipaul) e che solo qualche volta i leader (come l’impagabile Berlusconi) si fanno scappare. D’altronde, dopo l’11 settembre questa è la linea dell’intero Occidente in materia di rapporti con gran parte del cosiddetto Terzo Mondo. Prendiamo, ad esempio, il conflitto tra Stato israeliano e palestinesi. Fino a qualche anno fa, le simpatie per i due campi erano ampiamente trasversali negli schieramenti politici europei e in particolare in Italia. Oggi, in base allo schema secondo cui chi non è con Bush e Sharon è con Bin Laden, tutta la destra è pro-israeliana, come gran parte della sinistra. Ne consegue che la nuova destra in Italia e in Europa ha ben altri bersagli polemici del vecchio antisemitismo. Questo magari sopravvive nel cuore di qualche estremista di destra o militante della Lega o di An. Ma se oggi Fini è ben accetto a Tel Aviv, si capisce come la novità della destra consiste esattamente nell’aver gettato a mare (o per lo meno riposto in soffitta, in attesa magari di qualche uso futuro) il vecchio armamentario ideologico.
In terzo luogo, ciò che la nuova destra ha in comune, nonostante l’apparente eterogeneità delle ‘culture’ politiche, è la feroce difesa del profitto come valore supremo.
Non facciamoci ingannare dal camaleontismo politico o culturale di questi nuovi leader. Bossi era per Mani Pulite e oggi invia il suo armigero Castelli contro le Procure. Fini ha messo a tacere i suoi estremisti, da quando ha scoperto i vantaggi della pubblica amministrazione. L’identità della Lega è stata padana, lombarda, nordica, celtica, europea e anche filo-serba. Ma, al pari di An, la Lega è sempre rimasta fedele alla sua base sociale, anche immaginaria: il commerciante, l’artigiano, l’imprenditore, gente che ama la legge e l’ordine ma non disdegna l’evasione fiscale. La nuova destra ama visceralmente il mercato e non solo nell’astratto formalismo degli economisti. Lo ama nella concretezza del padrone di casa che vessa l’inquilino, del negoziante che ricarica all’eccesso i prezzi, dell’imprenditore che paga in nero, dell’esportatore di capitali che è bene accetto se rimpatria le mazzette, del costruttore che se ne frega del pizzo, se può scaricarne i costi sul pubblico, e così via. Ed ecco perché tutte le favole che furono coltivate un tempo sul conflitto tra impresa e rendita, tra capitale produttivo e finanziario, e così via si sono dissolte nella maschera di Berlusconi, che ha vinto perché ha sintetizzato le mille anime della destra d’oggi. Imprenditore di successo, palazzinaro, pluri-inquisito, padrone dei media, privatizzatore del pubblico, super-cattolico e perbenista, capace di rappresentare – finché dura – le pulsioni dei milioni di cloni che ne vorrebbero ripetere le gesta. Se ci pensiamo – e se mettiamo tra parentesi il cattolicesimo, sostituendo il petrolio alla TV – una copia carbone di G.W. Bush, il capo più o meno scarico dell’Impero.
3. Questa destra ha vinto in tutta Europa, e temo che vincerà per molto tempo, perché il suo apparente avversario, la sinistra moderata, non esiste più – o meglio si limita ad aleggiare come un ectoplasma negli emicicli parlamentari. Quanto più si cerca di rivitalizzarla, con effimeri girotondi o mobilitazioni professorali, tanto più se ne esalta l’impalpabilità. Come il rude Diomede, che non teme la dea e ne viola le tenere carni facendola fuggire in lacrime, così la nuova destra sfotte il centro-sinistra, unendo il danno alla beffa. Dare del comunista a Rutelli, un uomo che si identifica con Pezzotta almeno quanto questi crede in Maroni, un uomo che davvero vuole la linea dura con i migranti, che vorrebbe, lui sì, sedere con Blair in qualche G8 e non fare solo la parte del parente povero – questo dà la misura di quanto il padrone d’Italia tenga in conto l’opposizione di sua maestà.
Ma c’è poco da ridere, e non solo nel bel paese. Di qua e di là dalle Alpi, due sinistre afflitte si stanno chiedendo perché le hanno mandate a casa e non sanno trovare una risposta – proprio come i tifosi di Francia, Italia, Spagna, Inghilterra e Portogallo non sanno capacitarsi che la Corea sia andata più avanti di loro ai mondiali (è la globalizzazione, baby). Beh, la riposta, per quanto riguarda la politica, non è difficile. Se i vostri elettori non vi hanno votato o se ne sono andati al mare, cari Rutelli, Fassino, D’Alema, Jospin, ecc., è perché non vi hanno creduto più, hanno smesso di sopportare che una politica di destra – nella scuola, nel lavoro, nelle questioni sociali, nelle relazioni internazionali – fosse spacciata con parole di sinistra. Si sono stufati di voi (succede dappertutto e succederà in Germania, temo) perché hanno scoperto che alla vostra faccia feroce con immigrati e derelitti corrisponde una totale acquiescenza nei confronti dei poteri economici e militari transnazionali. Non vi perdonano la guerra nel Kosovo, il disinteresse per la povertà di tutti gli altri, il corteggiamento untuoso del movimento anti G8 quando porta in piazza centinaia di migliaia di persone e, insieme, l’inclinazione a manganellarlo quando si avvicina troppo ai padroni della terra. E soprattutto non vi perdona la vostra adesione ragionevole, razionale, zuccherata, ma pur sempre sostanziale, alle ragioni del profitto, da qualunque parte provenga.
E allora, per rimanere in Italia, non ha molto senso pensare di cavarsela dando del fascista a Berlusconi. Certo, tutta la televisione è inguardabile (anche se questo non è necessariamente un male). Certo, la magistratura è sotto attacco, il sindacato diviso, la società involgarita fino a un punto che nemmeno Craxi si sarebbe augurato. Ma è la società che si addice al capitalismo nella sua ultima trasformazione, non la degenerazione della democrazia. Su questa società la cosiddetta sinistra moderata non ha avuto nulla di nuovo da dire da almeno dieci anni. Gli slogan dell’asse Bush-Blair-Berlusconi – informatica, impresa, inglese, globalizzazione, lotta contro il male, ecc. ecc. – sono gli stessi che ritroviamo nel pensiero di Amato, nelle strategie di Fassino, nei belati di Rutelli. La sinistra moderata italiana è la versione casereccia e un po’ buonista di una destra globalizzata omogenea e consensuale, al di là del folclore locale. Ed è ecco perché il centro-sinistra non vince o, se tornerà a vincere, la cosa sarà del tutto indifferente.


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