numero  30  luglio-agosto 2002 Sommario

Sinistra alternativa

VIAGGIO IN UNA GALASSIA
Luciana Castellina  

Chissà se a Hartwell House, «il castello-albergo immerso nel verde del Buckinghamshire» (e certo Tony Blair deve aver ottenuto, in cambio pubblicità, un buono sconto sui due milioni a notte della tariffa normale) si sia seriamente discusso del più drammatico dei fenomeni che ormai coinvolge, chi più chi meno, l’intera sinistra europea: il fatto che gli strati più popolari, i più poveri ma ben al di là dei marginali, e inoltre una larghissima parte di giovani, non partecipa più al processo politico. Non vota, non segue le campagne elettorali, i suoi non sono candidati. Peter Mandelson, nel suo ultimo libro, vi accenna, in effetti, riferendosi al Partito laburista, e dice di essere preoccupato perché l’ansia di conquistare i ceti medi ha fatto perdere di vista l’esistenza dei lavoratori. Ma i suoi timori non devono aver pesato troppo, vista l’arrogante sicurezza con cui i leader europei e americani sono usciti dall’esclusivo seminario.
In realtà, come da sempre negli Stati Uniti, anche in Europa la politica è ormai diventata affare non più di lor signori, ma certo di un ceto preciso: i manager del privato per la destra, i funzionari statali e gli insegnanti per la sinistra. (Da un’analisi condotta recentemente in Francia fra le migliaia di candidati delle ultime tornate elettorali il popolo risulta introvabile: nel Partito socialista la categoria operai-impiegati è presente per l’1%, per il 5 nei Verdi, per il 21 nel Partito comunista, ma a ben guardare si tratta quasi sempre di impiegati). Nell’inchiesta non vengono analizzati i partiti più piccoli, ma il fenomeno viene confermato anche lì. L’IPSOS dice del resto, dal canto suo, che al primo turno si sono astenuti il 49% degli operai e il 56 degli elettori al di sotto dei 35 anni.
Il fenomeno è ormai impressionante e non risparmia nessuno, nemmeno i partiti della c.d. estrema sinistra, sia quelli di ispirazione verde-rossa, sia quelli legati alla tradizione proletaria. Anche loro ammettono di non riuscire più a intercettare l’interesse dei ceti popolari, anche loro sono colpiti da questa dilagante astenia democratica che ha un preciso segno di classe e generazionale. E così il grosso della protesta contro i governi socialdemocratici o di centro-sinistra prende la via del populismo di destra quando la trova o, quasi sempre, quella dell’astensione. E questo anche quando, come è il caso di alcuni paesi, si registri un revival dell’impegno politico dei giovani, che spesso animano movimenti consistenti e combattivi, che però solo in rari casi (in piccola parte in quello di Rifondazione comunista in Italia) si riferiscono, ma in misura minimale, ai partiti che pure sono loro più affini.
Il problema viene comunque vissuto in modi diversi in ciascuno dei 15 paesi dell’Unione, che – e certo non solo per la sinistra estrema – resta un insieme quanto mai variopinto. Sebbene le differenze siano forti fra i partiti del gruppo socialista al Parlamento europeo, all’interno del «GUE-sinistra rossoverde nordica» – come recita il lunghissimo nome del gruppo parlamentare che raccoglie i vecchi partiti comunisti così come quelli variamente rifondati, più i parenti trockisti – i dissensi sono anche più paralizzanti soprattutto per via dell’atteggiamento nei confronti dell’Unione europea, che, invece, con gli anni si è avvicinato in chi ha governato. Faticosamente Rifondazione comunista e la spagnola Izquerda Unida stanno cercando di mettere assieme i pro-europei, contando sul Synaspismos 1 greco (non fermissimo nel suo europeismo, come tutta la sinistra del paese), sulla PDS (Partei des demokratischen sozialismus) tedesca (che è però molto tedesco-centrica), sul Partito comunista francese (che è pur sempre francese e come tale assai cauto nel cedere anche solo un centimetro di sovranità nazionale).
Questi partiti puntano a un soggetto europeo unitario, peraltro ormai indispensabile per partecipare alle future competizioni elettorali dell’Unione. Che gli altri si aggiungano ci sono poche speranze – osserva però Gennaro Migliore, responsabile internazionale di Rifondazione, che cerca con pazienza, assieme al deputato europeo spagnolo Salvator Jové, di tessere le maglie della nuova rete. Che comunque ha già una proiezione di tipo culturale – la rete Trasform (inserita anche nel contesto del Forum mondiale) – cui aderiscono le fondazioni, i centri, le riviste culturali di alcuni paesi: la tedesca «Sozialismus», che aggrega anche una fetta di sinistra del Partito socialdemocratico e del potente sindacato tedesco dei metalmeccanici, l’IG-Metall; la fondazione Rosa Luxemburg, nata ortodossa nella Repubblica Democratica Tedesca ma oggi molto vitale; la spagnola Fondazione di ricerche marxiste, l’italiana Punto rosso, ecc.
Ad assistere dopo tanti anni ad una riunione del GUE, certo, si rimane interdetti: nel pieno delle elezioni francesi, nessuno osa toccare l’argomento alla riunione del gruppo a Strasburgo. Ciò che divide è infatti anche – e qui sta anzi la questione più di sostanza – il problema del rapporto con la sinistra di governo, che, sia pure in forme diverse, si pone, o meglio si è posto (visto che al governo di sinistre ne sono rimaste ben poche) quasi ovunque. Nel GUE ci sono forze che si sono schierate in collocazioni diversissime, e talora opposte. Per prendere solo il caso francese: il PCF, al governo coi socialisti, la Ligue communiste révolutionnaire di Alain Krivine e Lutte Ouvière di Arlette Laguiller non si fanno scrupolo di parlare di tradimento.
E così il solo punto all’ordine del giorno su cui il dibattito si scalda è sulla proposta del presidente dell’Assemblea di ripristinare la giornata di venerdì nelle settimane di sessione che si tengono a Strasburgo e sulla futura legge elettorale per il Parlamento europeo. Persino su questi dettagli emergono nitidamente le diverse anime della sinistra della sinistra: sulla prima questione Krivine interviene per dire ironicamente di aver ricevuto sul tema due lettere assolutamente identiche, prima dal ministro di sinistra, poi da quello di destra: ambedue sul dovere dei francesi di prolungare la sessione che si svolge in Francia, ogni voto contrario andando alla fine in favore delle sessioni di Bruxelles, dunque risultando antifrancese. Da buon trockista lui annuncia che voterà per il Belgio. Sul secondo problema gli scandinavi dicono che a loro interessa soprattutto l’aspetto ‘parentale’ della questione, se, cioè, saranno o meno introdotte le supplenze per i deputati, sì da consentire congedi a chi ha figli piccoli. Su ognuno dei punti si deciderà, su proposta dell’iperorotodosso KKE (Kommunistiko Komma Ellados), il Partito comunista greco, che è meglio astenersi. Così accade per cose ben più importanti, poiché molti, i nordici in particolare, non vogliono che l’Unione decida nulla. La sinistra, insomma, fa fatica a coniugarsi al plurale, anche quando i partiti sono molto simili.
Il giorno successivo, tuttavia, tutti quanti si ritrovano nell’aula del gruppo perché il GUE-sinistra verde nordica presenta a un discreto numero di colleghi verdi e socialisti l’agghiacciante documentario (e il documentarista irlandese che l’ha girato fra mille rischi) sull’eccidio di 5000 prigionieri talebani, sepolti alla meglio in una fossa comune, perpetrato da afghani e americani. Sulle questioni internazionali – e non è poco – c’è infatti una posizione unitaria che, da quando i Verdi hanno subito un radicale mutamento genetico, costituisce il solo caposaldo pacifista europeo. (E come conseguenza, una giovanissima deputata verde tedesca, Ilka Schröder, ha lasciato il suo gruppo ed è entrata nel GUE, anche se ha subito dichiarato che secondo lei la PDS si avvia a ripercorrere la stessa strada del suo ex partito.) È comunque un fatto che nonostante tutte le differenze, politiche e etnico-culturali, ovunque in Europa c’è ormai una sinistra estrema, che talvolta cresce e talvolta arretra (e quasi sempre quando ci si trova di fronte al dilemma del voto utile), ma che è ormai un dato costante del panorama politico. È un dato importante, che non può esser misurato con le percentuali dei voti ottenuti, in alcuni paesi peraltro niente affatto irrilevanti, Quasi ovunque essi sono infatti indispensabili alla formazione di maggioranze di governo, e comunque rispondono a domande, sia pure provenienti da elettorati di nicchia, a cui altri non sanno o non vogliono rispondere.
Tracciare una mappa esaustiva di questa sinistra non è facile. Non solo perché all’interno stesso di queste piccole formazioni si moltiplicano le tendenze ma anche perché i cataloghi tradizionali spesso non valgono più: generalmente non è più extraparlamentare, né ex comunista (perché ha subito innovazioni tali da rendere indecifrabile la vecchia matrice), né si può definire estrema perché spesso è assai assennata, e nemmeno nuova perché ha ormai i capelli bianchi visto che, se la data di nascita non è anteriore, è nata nel ’68, tutt’al più nell’89. Quanto a dirla alternativa e/o anticapitalista, se si sta alle parole va bene, ma se si sta ai comportamenti reali, e ai programmi, non si va oltre il radicalismo rivendicativo. E comunque, per parlarne, occorrerebbe compiere verifiche in loco e dunque visitare 15 paesi. A grandi tratti (aperti, naturalmente, a tutte le rettifiche, e a ulteriori contributi), ecco quel che se ne può dire, dopo aver conversato con alcuni dei loro dirigenti.
Francia Cominciamo dalla Francia, dove alle presidenziali i tre partiti trockisti, i soli estranei alla maggioranza di governo, avevano sfondato la barriera del 10% – risultato senza precedenti – per poi tornare rapidamente più o meno ai livelli di sempre: la Ligue communiste all’1,3 (328.620 voti), Lutte ouvrière all’1,1 (303.288 voti). Krivine tuttavia minimizza, e non solo perché esulta per aver battuto – la prima volta nella storia – la rivale Arlette (e ha buone ragioni di esser contento: che il suo partito fosse superato dal primitivo rivale della famiglia trockista era oggettivamente un’ingiustizia). «Il primo turno delle presidenziali in Francia registra sempre la proporzionale delle idee, è un voto libero – dice – Poi prevale il voto utile imposto dal sistema maggioritario. Tanti voti al Partito socialista sono come quelli dati a Chirac: non è adesione, è solo resistenza alla destra.» Se si deve credere all’analisi dei flussi si scopre che anche la resistenza non deve esser poi stata tanto forte, se è vero che il 21% degli elettori di Arlette al 21 aprile il 9 maggio ha votato per la destra perbene e il 10% addirittura per Le Pen (quelli di Chevènement passano a destra per il 48%), mentre più coerentemente votano socialista la metà degli elettori della Ligue. (Ma nelle roccaforti rosse, come St-Denis, dove l’estrema sinistra ha ottenuto il 12% alle presidenziali, la metà di questi voti alle politiche si riversa sul candidato PCF, che aumenta infatti la propria percentuale del 5%. Perché qui ha una possibilità reale.) Il fatto è che tutto l’elettorato appare ormai estremamente volatile, a destra come a sinistra, perché tutti i partiti tradizionali non appaiono più rappresentativi e infatti lo ‘zoccolo duro’, a sinistra come a destra, è ormai minoritario, e così i sondaggi sbagliano sempre più spesso. «Durante le presidenziali – osserva ancora Krivine – il 60% della gente era incapace di distinguere fra Jospin e Chirac. Per certi versi si capisce: l’ultima generazione è vissuta solo con un governo di sinistra. I pochissimi anni di interruzione non contano e nessuno sa cosa sia la destra.» La disaffezione fra l’elettorato tradizionale della sinistra e i rispettivi partiti è avvenuta – secondo Krivine – per due ragioni: perché non hanno saputo rispondere al trauma del successo di Le Pen, che pure aveva creato una reazione forte, e hanno invece continuato nel consueto tran tran, nelle normali beghe elettorali. Questo ha ammazzato la mobilitazione che pure c’era stata e aveva dato vita a decine di comitati della società civile («Costruiamo la democrazia»; «Il XXIX [Arrondissement] in collera»,«Il XX rosso», «Capire e impegnarsi», solo per citarne alcuni. E c’era stata persino una rivitalizzazione della gioventù socialista: alla Sezione del Quartiere Latino gli iscritti in qualche giorno erano triplicati). In secondo luogo, la vera rottura viene da più lontano, dai grandi scioperi del 1995, degli infermieri, postini, ferrovieri, insegnanti. Le organizzazioni tradizionali del movimento operaio, CGT inclusa, non hanno capito nulla di questi nuovi ceti proletari che avanzavano domande più che politiche, immediatamente ‘sociali’. «Il nostro compito – dice Krivine – è dare uno sbocco politico a questa nuova radicalità. Le frontiere sociali si sono spostate e confuse e bisogna saper rispondere alla domanda di nuove forme di rappresentanza e di nuove modalità di organizzazione che emergono». E aggiunge una cosa nuova per la Ligue: «C’è lo spazio per un nuovo partito. Ci sono centinaia di migliaia di persone che lo aspettano, nel PCF, fra i Verdi, persino nel PS, soprattutto nel sindacato, in Attac. Il fatto è che in Francia a volere il nuovo partito siamo solo noi. E così abbiamo moltissimi potenziali militanti, ma non partner organizzati. E invece per fare questo nuovo partito occorrono tradizioni politiche e culturali, anche se diverse, anzi proprio perché diverse: cattoliche, libertarie, comuniste, verdi».
Per ora, è vero, non sembra ci sia nessuno disposto a starci. Il PCF, con cui pure oggi la Lega trockista dialoga (e riconosce persino che la sua scomparsa lascerebbe un vuoto grave a sinistra), agonizza per immobilismo e non sembra che di lì possa venire qualcosa, sebbene nelle sue vecchie roccaforti abbia tenuto più di quanto non appaia, perché è stato penalizzato da una scelta, da parte del Partito socialista, di candidature uniche tanto miope da non portar vantaggi a nessuno (lo riconoscono ora in molti nel PS, a cominciare dal vecchio Mauroy). «In Italia – aggiunge Krivine – un nuovo partito è nato dalla scissione del PCI e poi dalla confluenza di nuovi movimenti. In Francia è impossibile avvenga la stessa cosa. È più facile che si sviluppi un processo simile a quello che ha portato alla costituzione del PT (Partido dos Trabalhadores) brasiliano. Bourdieu diceva che il nuovo partito sarebbe venuto solo dal movimento. E su questa ipotesi si è rotto la testa. Così come se la rompono quelli che dicono che può venire solo dai partiti esistenti. Occorre un intreccio, e su questo stiamo lavorando. In ogni città, gruppi di militanti, a titolo individuale, stanno convocando dei Forum, per dar vita localmente a quanto non riusciamo a fare nazionalmente. Già centinaia di iscritti al PCF e una piccola corrente di sinistra dei verdi si dicono pronti a partecipare. Parlo sempre di partiti, perché in Francia c’è stato il giacobinismo, la società civile conta poco, non sa esprimere forme autonome di organizzazione».
Dopo lo chock della sconfitta, nella sinistra francese ammutolita già cominciano a essere percepibili flebili voci. Nel PS, restato solo sul campo dopo il tracollo dei suoi alleati, c’è chi chiede di sostituire la ex gauche plurielle con una federazione di tutte le forze che accettano di impegnarsi a rispettare un patto di riformismo democratico. E chi invece, anche qui, vorrebbe un nuovo partito, che inglobi tutte le culture vecchie e nuove: un Congresso di Tours alla rovescia, dicono. Né in un caso né nell’altro le forze che la Ligue di Krivine punta a mettere assieme potrebbero essere della partita: per reciproca scelta. Solo il PCF oscilla fra i due poli, come prova il documento samisdat che circola a Place Colonel Fabien. Anonimo.
La recente vampata conflittuale italiana costituisce un modello agognato. Ma in Francia, e del resto anche altrove, manca la mobilitazione sindacale che da noi ha fatto da collante, da catalizzatore dei movimenti. Nessun sindacato in Francia gioca, né può giocare il ruolo svolto in Italia dalla CGIL, che, grazie anche alla forte personalità di Cofferati, ha fatto sentire la sua influenza sia sui DS (offrendo un forte riferimento all’area Berlinguer), sia, indirettamente, su Rifondazione e sui movimenti, moltiplicando il loro impatto e stimolando un processo di aggregazione. Di simile c’è comunque che anche in Italia i tre milioni di persone in piazza il 23 marzo, e le centinaia di migliaia a Genova o ad Assisi, non hanno consentito alla sinistra alternativa, a Rifondazione comunista in questo caso, di aumentare significativamente i propri suffragi. Nonostante la forza di Attac, (con un seguito di massa minore dei nostri no-global), e nonostante, soprattutto, l’impegno degli intellettuali, assai superiore che da noi, anche in Francia la sinistra-sinistra non è cresciuta.
Repubblica Federale Tedesca Qui il quadro è assai più semplice: alla sinistra della maggioranza governativa detta «rosso (questo è ancora il colore riservato alla SPD) -verde» non c’è che la PDS, il Partito del socialismo tedesco. Che però più che un partito è ancora – lo ammettono con autoironia gli stessi suoi leader – un sindacato: dei cittadini della ex Repubblica democratica. «Il nostro successo, che ci ha portato a ottenere il 48% dei voti a Berlino Est e il 24 nel resto del territorio orientale – dice André Brie – dipende tutto dal modo in cui è stata condotta l’unificazione. A noi è stata lasciata la rappresentanza economica, sociale e culturale degli Ossies; siamo quelli che abbiamo saputo interpretarne le tradizioni e gli umori. Ma non è solo che, a occidente, siamo a meno del 2%, è che tutto quanto abbiamo fatto ha poco a vedere con il rinnovamento della sinistra tedesca.» La PDS ha una struttura generazionale curiosa: ha i giovanissimi (nelle ultime elezioni per il Senato di Berlino il 33% di tutti gli elettori fra i 18 e i 24 anni), e i più anziani, nostalgici della ex RDT. Questi ultimi sono anche iscritti al partito, mentre i giovani votano e restano fuori. Sebbene la direzione del partito sia tutta post-RDT (un segretario donna e molte ragazze e ragazzi alcuni dei quali sembrano punk), resta un gap culturale fra i due gruppi generazionali, che si riflette anche nella dicotomia fra il concreto modo di vita del partito e la sua immagine elettorale. Insomma, come dice ancora Brie, «La PDS difende un partito che ancora non esiste, e il voto per noi è di speranza più che di adesione».
La militanza politica, per esempio, si svolge ancora nelle sedi tradizionali: nei sindacati, nelle associazioni sportive e dopolavoristiche di cui è ricca la tradizione tedesca; poco nei nuovi movimenti, a cominciare da quello antiglobal. Che c’è, è anzi più forte di quanto non appaia (per la pace a Berlino, sono scesi in strada in 100.000), ma non ha continuità, né strutture stabili, e solo pochi e dispersi padri: Altvater, lo stesso Oskar Lafontaine, qualche altra personalità isolata. La maggioranza di questi movimenti non proviene dai vecchi movimenti pacifisti, fortissimi in Germania negli anni ’80, perché ad animare quelli erano i Verdi. Che nel frattempo sono andati a casa, mentre nel loro partito sono entrate persone del tutto nuove. Curiosamente, si potrebbe dire che l’unico elemento di continuità a Berlino, Francoforte, Hannover sono gli ‘autonomen’: da vent’anni gruppi di emarginati dalla società e dalla sinistra, che coltivano la violenza come – dicono – sola forma si espressione. E poi i Verdi hanno perso la loro originaria ragion d’essere: la battaglia ecologista. Le preoccupazioni per la disoccupazione, per l’insicurezza, hanno marginalizzato la spinta ambientalista. Né si può dimenticare che il grande slancio pacifista era legato al fatto che, fino alla caduta del Muro, la questione della guerra era per la Germania soprattutto un problema interno.
Quali le prospettive della PDS per le prossime elezioni di settembre? Secondo un’analisi, l’80% della popolazione pensa che occorrono radicali cambiamenti in campo sociale e il 60% critica l’unilateralismo americano; poi questi cittadini aggiungono che cambiare non è possibile. La società tedesca sembra insomma rassegnata. Un dato preoccupante – sottolineano i nuovi dirigenti – perché i partiti oggi non si costruiscono più con le élites, devono essere un pezzo della società e delle sue culture.
A differenza di altri partiti socialisti europei, l’approssimarsi della campagna elettorale spinge la SPD – dopo un esordio centrista duramente criticato dai sindacati 2 – a sinistra piuttosto che verso il centro: appunto per via dell’ancora forte tradizione operaia. Per trovare una maggioranza di governo è tuttavia assai probabile che la SPD promuova una più larga coalizione. O ricorra ai voti della PDS. Gisy, oggi ministro del Land di Berlino, i voti per un sostegno esterno a Schröder li ha già promessi. Ma molti nel suo partito considerano avventata questa dichiarazione. Opinioni più prudenti giudicano quella di Gisy un’illusione, perché il sostegno alla SPD vorrebbe dire consentire anche alla sua politica estera, ritenuta inaccettabile. Si considera necessario un processo di ripensamento collettivo, di tutta la sinistra. Che non è maturo – si dice; ci vorranno ancora almeno quattro anni. Se si bruciano le tappe si finisce nella tagliola in cui il PCF si è infilato in Francia.
Più secco Hans Modrow, che è stato l’ultimo Primo ministro della ex Repubblica democratica, oggi uno dei rari vecchi tuttora esponente del partito rinnovato: «Il nostro spazio di manovra è ridottissimo. Fra i tanti voti all’Est e i pochissimi a Ovest, l’altra volta, con il 5,1%, avevamo superato di un soffio la soglia per entrare in Parlamento. Oggi ci danno al 6. È ancora pochissimo. E allora meglio non confondere le idee alla gente e puntare sulla nostra identità, senza tatticismi». E conclude citando il vecchio e saggio (ma, in vero, un po’ politicista) socialdemocratico Herbert Wehner (che però proveniva dal Partito comunista): «Delle coalizioni non si parla nella notte prima delle elezioni, ma in quella che segue».
Spagna Degli avvenimenti più recenti: del movimento degli studenti, dei no-global e dell’ondata di lotte sindacali, parla Manolo Monereo in questo stesso fascicolo. Solo qualche flash, dunque. Mentre parlo con alcuni compagni spagnoli, i giornali riportano in grande la notizia che Izquierda Unida è uscita dal governo di Aragona dove era in maggioranza con il PSOE, perché – questa la motivazione – i socialisti si sono spostati troppo a destra. Ma nel vicino Paese Basco Izquierda resta al governo con il locale partito nazionalista (che certo non è più a sinistra), mentre all’opposizione ci sono i socialisti.
Di questi episodi un po’ schizofrenici la vita di Izquierda è intessuta: la turbolenta fase che l’ha vista passare dall’opposizione frontale ai socialisti dei tempi di Julio Anguita a quella del patto con il PSOE, voluto da Paco Frutos, alle penultime elezioni politiche, non è ancora finita. E l’oscillazione fra unità a sinistra e riaffermazione della propria identità alternativa, continua (e le prospettive di voto non ne traggono certo vantaggio: Izquierda è ora al 5,5 %).
La riflessione su questo percorso accidentato, che, si disse allora, aveva portato alla catastrofe sia del PSOE che di Izquierda perché il mutamento dei rapporti fra i due partiti era stato troppo repentino, in realtà non è ancora partita. Al Congresso di Izquierda, che avrebbe dovuto finalmente affrontarla, lo scontro si è invece concentrato sulla elezione del nuovo leader, Paco Frutos avendo assunto le redini di Izquierda solo provvisoriamente, quando Anguita fu colpito da un infarto e dovette ritirarsi. In campo erano Frutos stesso e il candidato di Anguita: Gaspar Llamasarez. Vinse quest’ultimo per 12,13 voti. Un ottimo segretario, dicono oggi anche coloro che si schierarono contro di lui. Ma l’occasione di un dibattito vero fu perduta.
Adesso cresce il movimento e la mobilitazione sindacale. Che, specie in Andalusia, riporta, spinta dal basso, una qualche unità d’azione nella sinistra.
Paesi scandinavi Se ci spostiamo all’estremo Nord troviamo invece una situazione migliore. Il Partito della sinistra (Vänsterpartiet) svedese, così si chiama quello che un tempo fu il primo – anche rispetto al PCI – partito comunista a rendersi autonomo dall’URSS) gode infatti di buona salute. Alle ultime elezioni ha avuto il 12% dei voti, e i sondaggi dicono che alle prossime, a settembre, confermerà il risultato. Dà un appoggio esterno al governo socialdemocratico-verde e insieme dovrebbero superare il 60%. Non ci sono infatti fantasmi populisti all’orizzonte, né fenomeni razzisti (si sono registrati in anticipo, nel ’92, ma sono stati battuti). I sondaggi dicono anzi che in questi ultimi anni gli svedesi sono diventati più tolleranti. Il giorno delle elezioni in Danimarca, i partiti liberale (di destra) e socialista svedesi hanno apertamente criticato i loro confratelli danesi per la loro xenofobia. Mentre la ministra socialdemocratica danese diceva che bisognava confinare gli immigrati in qualche isoletta, il governo svedese proponeva provvedimenti atti a inserire i tanti immigrati qualificati in posti adeguati, in modo di non relegarli alla manovalanza.
«Siamo contenti di star fuori dal governo (anche se il 60% degli elettori dice che ci vorrebbe dentro) e allo stesso tempo di tenerlo in vita, perché da noi la distinzione fra sinistra e destra è ancora ben chiara – dice Jonas Sjösted, parlamentare europeo – Così però siamo più liberi.» E aggiunge: «Dobbiamo essere leali con i lavoratori, cioè dire e fare tutti quei compromessi che possono portare qualcosa, che danno di più di quanto darebbe la scelta dell’intransigenza. Questo vuol dire assumerci le nostre responsabilità». E infatti il Welfare è ancora in ottimo stato e la disoccupazione attorno al 2%.
La prima definizione che il Partito della sinistra si dà è quella di «femminista». Il 57 % dei suoi voti viene, non a caso, dalle donne. E donna è la presidente, Gudrun Schyman, diventata la leader politica più popolare del paese (la sola chiamata solo per nome) da quando ebbe il coraggio di andare alla TV e confessare di essere alcolizzata, promettendo agli svedesi che ne sarebbe venuta fuori. Cosa che ha fatto, accompagnata dall’affettuosa solidarietà di tantissime donne. Il suo gesto dice molto sul nuovo modo di far politica di questo partito che parla alla gente dei suoi problemi quotidiani in termini comprensibili e mai ideologici, i più lontani dal politichese. Naturalmente, non mancano i risvolti negativi: il localismo, il furibondo antieuropeismo, il disinteresse per la sinistra del resto del mondo. Ma i suoi militanti stanno nei movimenti antiglobal e pacifisti, che tuttavia in Svezia sono lontani dall’avere il vigore di un tempo. L’epoca di Olof Palme è ormai remota, l’antica neutralità svedese solo formale. Fra l’altro i 14.000 iscritti al partito, fra cui moltissimi immigrati («È questo il nostro internazionalismo», dicono) sono in larga parte impegnati nelle istituzioni locali, in cui sono stati eletti in grande quantità. «È il risvolto negativo del nostro successo: non c’è tempo per far altro», osservano.
La sinistra della sinistra svedese, nell’estremo Nord, non è un caso isolato: in Norvegia il Partito del socialismo di sinistra (Sosialistik Venstreparti) è al 13 % ed è dato al 20 alle prossime elezioni; in Islanda il Partito rosso-verde (Vinstrihreyfingin-Grænt Frambod) al 20% c’è già. Nessuno dei due paesi, come si sa, è nell’Unione europea, e ambedue i partiti si battono ferocemente per non entrarvi.
Diverso il caso della Finlandia. Che peraltro, come ci ricordano tutti, è stato sempre diverso, perché la politica di questo paese è stata sempre molto influenzata dall’URSS. Qui, a sinistra della socialdemocrazia, c’è l’Alleanza di sinistra (Vänsterförbundet), dove sono confluiti sia il grosso del vecchio Partito comunista (che qui era assai consistente e al governo per tutti i ’70) e i socialisti di sinistra. Ma né la parola ‘socialismo’, né ‘comunismo’ compaiono più nel suo programma. Si dice rosso-verde, ma, come notano ironicamente alcuni dei suoi più scettici esponenti, «di rosso ce n’è poco e quanto al verde i Verdi sono molto più verdi di noi». Ha il 10,9 % dei voti e sta al governo dal 1995 nientemeno che con i socialdemocratici e i conservatori, mentre all’opposizione stanno i centristi con i Verdi, usciti dal governo un anno fa quando questo ha deciso di costruire una nuova centrale nucleare. Le prospettive non sono buone: si aspettano di perdere voti popolari di protesta che nelle elezioni del 2003 si prevede vadano a finire in astensione, non essendoci qui ancora partiti populisti. C’è tuttavia una fascia di giovani radicalizzati, animatori di movimenti della pace e no-global, senza alcun legame con i movimenti del passato, che tutti, in un modo o nell’altro, erano legati all’URSS. Che ora non sanno più nemmeno cosa sia stata.
Il nuovo caso è la Danimarca, tradizionalmente socialdemocratica, oggi fra i paesi più a destra d’Europa: nelle elezioni di novembre i liberali, che qui sono populisti, hanno ottenuto il 40% dei voti, cui va aggiunto il 13 dei «Danesi popolari» e l’8 dei conservatori. La sinistra alternativa non è crollata, anche se il quadro generale è pessimo: il Partito socialista popolare (Socialistik Folkeparti), da molti anni la formazione più consistente, che appoggia il governo dall’esterno (era arrivato fino al 12%, ma calando negli ultimi anni) è passato dal 7 al 6%; il 2 ha preso la Unity List che mette assieme altri gruppetti.
Perché qui così e in Svezia no? Alla domanda Pernille Frahm risponde sconsolata: perché la nostra élite politica non ha combattuto il razzismo e il problema della sicurezza, specie sull’onda dell’11 settembre, è diventato un’ossessione. Non ci sono molte altre ragioni, in effetti: qui il Welfare non è stato gran che toccato e la disoccupazione è mitigata da un sistema di sussidi e di sostegni generoso come in pochi altri paesi. Ma il sindacato è un colosso burocratico, non ha saputo vedere i nuovi problemi, si muoverà solo ora per difendere la propria sopravvivenza: il nuovo governo ha infatti dichiarato illegale il sistema del closed shop che qui ancora dominava. Per il resto i movimenti sono scarsi, «perché i danesi – dice ancora Pernille – guardano sempre più solo il proprio ombelico». Ma un dato positivo c’è: dal giorno della sconfitta, informa il Partito socialdemocratico (Socialdemokratiet), i giovani sono tornati a iscriversi, per via dello chock subito: si è passati da 6.000 a 7.000. Ma non si tratta di operai. Il partito più proletario è ormai quello populista.
Olanda Il fattaccio qui è recente 3 e dunque si conosce: per la prima volta dal dopoguerra il Partito laburista (Partij van der Arbeid) non è più al governo, sconfitto, assieme ai liberali, da un nuovissimo partito populista e da una DC rifondata di uguale ispirazione. Ma qui la sinistra della sinistra raccoglie una parte non indifferente della protesta: il Partito socialista (Socialistische Partij, nato dopo le tante vicissitudini che hanno coinvolto il più antico Partito comunista del mondo – fu fondato nel 1909! – e gruppi sessantottini di varia natura, prima divisi, poi, per una fase, riuniti nel Partito socialista pacifista, e infine ridivisi, raccoglie oggi l’ala più tradizionalista della costellazione) ha raddoppiato i voti, ottenendo il 9%; il Partito verde di sinistra (Groen Links), che raccoglie l’ala diventata più verde che rossa, perde un punto ma resta a un buon 10%.
Che fare ora? il vicepresidente del Partito laburista ha già proposto l’unità dell’opposizione, con un solo portavoce, una iniziativa comune, ecc. «Ma noi – dice il parlamentare europeo dell’SP Erik Meijer – gli abbiamo risposto: prima non volevate neppure parlare con noi e solo ora che siete bastonati ci invitate a tavola. Non vi crediamo. Verificheremo in futuro. Non è che non vogliamo l’unità, è che se non si è in grado, e non lo siamo, almeno per ora, di proporre una coalizione di governo, farla all’opposizione non è credibile. E per ora non è matura».
Sebbene di ispirazione operaista, fra i suoi 30.000 iscritti il Partito socialista di operai ne ha pochi. Anche qui, salvo i vecchi rimasti con i laburisti, sono emigrati in massa a destra.
Grecia All’estremo Sud, a sinistra del socialdemocratico Pasok ci sono il Partito comunista più ortodosso d’Europa e il Synaspismos, la formazione che, pur avendo col tempo raccolto altri gruppi, ha ancora il suo nucleo centrale nel c.d. Partito comunista dell’interno, così chiamato perché i suoi esponenti, quando il PC era illegale, erano restati in Grecia, operando sotto la sigla dell’EDA, e a un certo punto, ha rifiutato di riconoscere la direzione ufficiale che stava, esiliata, a Mosca. La polemica più feroce fra le due organizzazioni dura dunque da quasi mezzo secolo e non accenna a placarsi. Il KKE è più forte (un tempo anche per via delle risorse finanziarie di cui disponeva e comunque di un radicamento tradizionale che ora si va esaurendo), con, oggi, il 5,5 % dei voti, gli altri più deboli – hanno il 3,2 – ma assai più inseriti nei movimenti e nella dialettica politica complessiva del paese. Il dato nuovo è la creazione di «Spazio democratico», dove si ritrovano tutti i gruppi e gruppetti, cui fanno capo i movimenti no-global, piuttosto forti in Grecia e anche molti sindacalisti di sinistra che sono piuttosto attivi nei nuovi movimenti – questa è una specificità greca – e tanti sono infatti andati a tutte le manifestazioni del Forum mondiale: a Genova, a Bruxelles, a Porto Alegre. Con l’accordo ufficiale della Confederazione, che però non è stata ufficialmente presente.
Il Pasok rischia di perdere le prossime elezioni: i sondaggi danno uno scarto del 10 % a favore del partito di destra, guidato – in Grecia non si esce dalle famiglie – da un nipotino del vecchio Karamanlis. Eppure quello a maggioranza socialista non è stato affatto un cattivo governo, tenuto soprattutto conto della particolare arretratezza del paese, che lo rende tuttora così diverso dagli altri partner europei (basta pensate che gli addetti all’agricoltura rappresentano ancora il 17 % degli occupati e non si tratta certo di ricchi agricoltori). «Simitis – dice Mihail Papayannakis, parlamentare europeo del Synaspismos – è per molti versi come Jospin. Ma il partito è più diviso del Partito socialista francese, e, soprattutto, la Grecia è ben diversa dalla Francia.» Le forze riunite in «Spazio democratico» cercheranno comunque – ma un accordo non sarà facile, per l’intransigenza delle parti in campo – di stabilire un patto con il Pasok per le prossime elezioni, nel 2004.
Portogallo Euforia nella sinistra alternativa perché, alle ultime elezioni, il Bloco do Esquerda – risultato positivo della riunificazione di molti gruppetti e, soprattutto, dell’impegno di alcune personalità importanti, intellettuali e sindacalisti – ha eletto 3 deputati con il 5% dei voti (ma raccoglie il 10% fra i giovani), conquistando la rappresentanza, sebbene con poco seguito militante, degli umori dei nuovi movimenti. Ma per la sinistra in generale il quadro è catastrofico: il governo socialista è caduto e la destra più destra ha trionfato. È positivo, comunque, che già si parli di unità nell’opposizione e che una richiesta in questo senso venga dallo stesso Partito socialista, in particolare dal vecchio Soares, l’ex presidente della Repubblica, che con gli anni si è spostato a sinistra (era a Porto Alegre, fra l’altro). Una sollecitazione non mal vista dal nuovo segretario, il successore di Gutierrez, che è un ex MES (il partito ‘fratello’ del PDUP, sciolto da moltissimi anni), come l’attuale capo dello Stato, Jorje Sampajo.
Il dramma è nel PC: il glorioso e ideologicamente chiusissimo (assai più pragmatico però nella tattica quotidiana) Partido comunista portugês di Álvaro Cunhal, che ancor oggi lo tiene stretto in pugno, è ridotto ai minimi termini: al 7%, ormai solo 378.000 voti, una miseria rispetto al milione che ancora aveva alla fine degli anni ’80, quando in Parlamento c’erano 47 deputati comunisti. Come in Francia, anche qui si consuma una lenta agonia e quando si parla di scissione qualcuno aggiunge subito, realista, che forse è diventato più probabile uno scioglimento. Si prepara un congresso tempestoso e comunque già si sono rotte le righe. Nonostante nello statuto sia ancora scritto che le divergenze non possono essere rese pubbliche, si moltiplicano le riunioni di frazione guidate da questo o quel membro della direzione, dei ‘rinnovatori’ o dei ‘conservatori’, ormai non più mediate dal centrista segretario Carlos Carvalhas, che pure aveva tentato in questi anni di arginare la frana.
Regno Unito La legge elettorale impedisce da sempre in questo paese la presenza in Parlamento delle formazioni più piccole, figuriamoci di quelle piccolissime. Che però a sinistra esistono anche qui e ora hanno trovato un modo per entrare nelle istituzioni, grazie al decentramento finalmente realizzato da Blair. È il caso del Partito socialista scozzese (fratello di quello trockista inglese, cui aderiscono Ken Loach e Vanessa Redgrave), che ha conquistato un seggio nel locale Parlamento.
Irlanda Anche qui ha vinto la destra. e non c’è gran che da dire da quando il Partito della sinistra democratica (Progressive Democrats, che comprendeva molti iscritti del disciolto Communist Party of Ireland), che stava nel GUE al Parlamento europeo, è confluito nel Labour Party. Con cui per qualche anno aveva anche governato. Nel generale spostamento a destra, il Partito laburista ha conservato i suoi 21 seggi; ma fra i 12 indipendenti ce ne sono almeno quattro decisamente di sinistra, uno del PS trockista. Il dato più significativo è qui comunque il successo elettorale del Sinn Fein di Gerry Adams, passato, nella Repubblica, da uno a cinque deputati e che, in quello che è ancora il Regno Unito, ha conquistato la carica di sindaco a Belfast. La vittoria, in questa città segnata da tanti drammi, di Alex Meskey, militante dell’IRA e a lungo incarcerato, è un fatto storico.
E poi ci sarebbe l’Europa centrale, da cui provengono i ben sette paesi che stanno per entrare nell’Unione europea. Il turnover fra governi di sinistra e di destra è stato qui così rapido che risulta difficile agli europei d’Occidente star dietro alle evoluzioni; e per la sinistra capire quali potrebbero essere i suoi partner. Per la sinistra alternativa l’impresa è ancora più difficile, stretta com’è fra il timore di finire intrappolata in qualche residuo staliniano riverniciato e il desiderio di trovare comunque un punto fermo di riferimento. Nella Repubblica Ceca, per esempio, c’è un buon Partito comunista. Ma altrove, cosa si nasconde dietro le nuove sigle? È una ricerca impegnativa ma necessaria. Si tratta però di un altro capitolo della storia della sinistra europea.
Non so se è possibile concludere. Quel che certo si può dire è che una sinistra alternativa esiste, e non è solo residuale; che esistono nuovi movimenti fuori dai partiti, che hanno incrinato il muro compatto del pensiero unico dominante e dato respiro a una fascia giovanile, in genere di educazione medio-alta, che sta riscoprendo il gusto della politica. La loro presenza è tuttavia diseguale, scarsa la convergenza con i partiti di sinistra, il grado stesso della loro unità, ma soprattutto forte la diffidenza, quando non l’aperta ostilità, verso la politica e massimamente verso la politica dei partiti: una galassia dunque vitale ma per questi motivi tuttora inadeguata non solo a offrire un’alternativa credibile, ma persino a convincere la protesta popolare a non prendere la via dell’astensionismo. O, peggio, del populismo di destra. Ma comunque un interlocutore indispensabile dei partiti socialisti europei.


note:
1  Il Synaspismos, costituito nel 1989 da una coalizione del Partito comunista greco dell’esterno, del Partito comunista greco dell’interno, dell’EDA e da altre forze di sinistra, dal 1992 – essendone uscito nel ’91 il Partito comunista greco dell’interno – è formato dalle restanti forze di sinistra e progressiste.
2  Cfr. «la rivista del manifesto», aprile 2002, pp. 34-38.
3  Cfr. «la rivista del manifesto», giugno 2002, pp. 11-12.


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