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Polemiche
PACIFISMO, OBIEZIONI A INGRAO
Giulio Marcon
e Mario Pianta
Il ritorno della guerra come strumento della politica, anche in Europa, è l'eredità più pesante che il duemila riceve dal '99. La guerra della Nato in Kosovo, e immediatamente dopo, quella dei russi in Cecenia, riportano bombardieri e carri armati, vittime civili e profughi al centro della scena europea.
Quel che è destinato a restare è la nuova legittimazione degli attacchi militari come una delle possibili opzioni della politica degli stati: la rottura di un tabù. Restano il nuovo potere dei militari in tutti i paesi, le nuove strategie di intervento, un aumento delle spese militari, gli acquisti di armi sempre più tecnologiche. E rimane il recupero di egemonia dell'Occidente sulle periferie, degli Stati Uniti sull'Europa, del potere militare sull'integrazione politica e sociale, della forza delle armi sulle strutture di un possibile ordine democratico internazionale, basato sulla riforma delle Nazioni Unite1.
Non resta nulla invece delle chiacchiere sulla "guerra umanitaria" dell'Occidente in Kosovo, cancellate dal via libera che Stati Uniti ed Europa hanno dato alla guerra in Cecenia dei russi, che rivendicano il diritto di agire allo stesso modo degli occidentali contro i serbi. La vecchia realpolitik dei rapporti tra grandi potenze ha ripreso il suo posto dopo la breve frenesia di progettare interventi militari ovunque siano violati i diritti umani. Si è trattato di un'illusione sbandierata dai governi di centro-sinistra, ma che ha fatto breccia anche tra forze della sinistra e dei verdi europei, perfino in settori un tempo pacifisti2.
Rimane, naturalmente, la difficoltà a contrastare questo ritorno della guerra, un tema posto dall'articolo di Pietro Ingrao sul numero del dicembre scorso de la rivista del manifesto. Le risposte devono partire, a nostro avviso, da un'analisi dei caratteri di fondo delle nuove guerre e delle nuove spinte per la pace.
Quali sono gli elementi chiave della dinamica delle nuove guerre? In primo luogo sono guerre di uno stato contro la società, sia quella dello stato jugoslavo contro gli albanesi del Kosovo, sia quella degli stati della Nato contro i serbi. Non sono più guerre tra stati e tra eserciti, e producono soprattutto vittime civili, rifugiati, violazioni dei diritti umani. Stati di diverso potere usano strumenti militari diversi, dalle bande paramilitari ai bombardieri strategici, ma la logica resta la stessa.
In secondo luogo sono guerre periferiche, sia in senso geografico che sociale; i conflitti che scoppiano più violentemente non interessano le aree centrali dell'Europa e delle popolazioni dei paesi coinvolti, gli interventi occidentali sono effettuati senza eserciti di terra, con la preoccupazione di evitare a ogni costo morti tra i "nostri" soldati. Si tratta di conflitti che vanno tenuti lontano, insegnando alle società ricche che si può vivere tranquillamente avendo i propri professionisti della guerra all'opera dov'è opportuno, un po' come è successo per secoli alle potenze coloniali europee e agli Stati Uniti fino alla guerra del Vietnam, e dopo la guerra del Golfo.
In terzo luogo le guerre hanno natura asimmetrica, diversa per i diversi protagonisti. La seconda guerra mondiale e quelle di liberazione nazionale anticoloniale avevano la stessa posta per entrambi gli avversari: l'affermazione di valori universali e di un progetto di società. Ora invece per i paesi in cui si combatte si tratta di guerre fondative (e spesso fondamentaliste), nel senso che la guerra stessa fa parte della fondazione dell'identità particolaristica del paese, in contrapposizione ad altre identità differenti.
Per gli stati più potenti che si trovano a decidere di intervenire militarmente in questi conflitti, la scelta tra le identità particolaristiche in lotta viene ricondotta sul piano della propaganda ai valori universalistici che si dichiara di voler sostenere (la difesa dei diritti umani dei musulmani in Kosovo, l'autodeterminazione o la sovranità nazionale), mentre sul piano della politica concreta si rivelano essere guerre strumentali, costruite a tavolino, per affermare il proprio potere internazionale (Clinton), per ricostruire consenso interno e vincere le elezioni (Eltsin e Putin), legittimarsi sul piano internazionale (D'Alema).
Se questa è, molto schematicamente, la dinamica della guerra, quale può essere la dinamica della pace?
Non è utile, né vero, dirci che ogni guerra dimostra "la sconfitta grave e dolorosa del pacifismo", come fa Pietro Ingrao nel suo articolo. Era stato già detto dopo la guerra del Golfo e, ancora prima, per gli euromissili negli anni '80. Le dinamiche internazionali e le risposte delle società civili alle guerre non sono una "partita a scacchi", né un "derby"; ogni guerra è una sconfitta per tutta la società, punto. Non esistono un fronte della guerra e un fronte della pace definiti in modo predeterminato. I risultati di un movimento complesso e variegato come il pacifismo vanno esaminati sull'onda lunga dei processi che definiscono valori, politiche e culture: la caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda, l'inizio dell'inversione di tendenza nei Balcani (elezioni in Croazia, rafforzamento dei democratici in Bosnia e in Macedonia) non indicano forse la validità di un lavoro pacifista avviato nel profondo in questi anni?
In realtà, di fronte alle guerre, le forze sociali e politiche si compongono e scompongono in base alle dinamiche specifiche dei conflitti: l'opposizione alla guerra fredda aveva natura e fondamenti assai diversi da quella contro gli interventi militari dell'Occidente nei nuovi conflitti.
Così, la dinamica delle guerre attuali sopra delineata è costruita anche per assicurare la scomposizione dei soggetti di opposizione potenziale, ai livelli più diversi, da quello ideologico (la "guerra umanitaria"), a quello strategico (la guerra aerea senza vittime "nostre"), da quello sociale (la costruzione del consenso) a quello politico (la razionalità della guerra nel quadro della politica internazionale del paese).
Quali sono allora i canali per costruire l'opposizione alla guerra e una cultura di pace?
Iniziamo dai meccanismi che hanno alimentato il pacifismo negli anni dopo la fine della guerra fredda. Se ne possono individuare tre: la solidarietà informata della società civile, lo sviluppo di una rete di relazioni dirette con i paesi in conflitto, la produzione diretta di politiche a livello nazionale, europeo e delle Nazioni Unite.
In primo luogo è stata importante la solidarietà informata della società civile, che univa valori universalistici come la difesa dei diritti umani, declinati anche con spinte ideologiche o religiose diverse, con il crescente ruolo svolto dall'opinione pubblica internazionale, o almeno della parte in grado di sottrasi alla manipolazione dei media.
In secondo luogo, tra i soggetti più attivi un meccanismo chiave è stato lo sviluppo di una rete di relazioni dirette con le società civili delle aree dei conflitti, unendo volontariato, solidarietà concreta, disobbedienza civile e pratiche politiche in forme originali di diplomazia popolare.
Iniziata, a Muro di Berlino appena caduto, con l'esperienza di Time for Peace in Palestina nel 1989-90 (1000 pacifisti italiani ed europei insieme a palestinesi e israeliani), questa pratica ha segnato il decennio di risposte ai conflitti dei Balcani, con 15 mila persone che dall'Italia sono andate a portare solidarietà e realizzare progetti di convivenza e costruzione della pace in tutte le repubbliche dell'ex Jugoslavia e in Albania. Questa strada della globalizzazione dal basso, della costruzione di una società civile che sappia attraversare i confini degli stati, ha caratterizzato dal 1995 in poi il percorso delle ultime Marce per la pace Perugia-Assisi e le tre edizioni dell'Assemblea dell'Onu dei popoli, coinvolgendo una rete capillare di organizzazioni ed enti locali in tutta Italia e centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle manifestazioni.
Questi aspetti sono particolarmente forti nell'esperienza italiana del pacifismo, che ha tenuto viva l'opposizione alle guerre assai più che in altri paesi europei, grazie anche ad una maggior politicità e una visione più generale, come si è visto durante la guerra del Kosovo.
In terzo luogo, la dinamica del pacifismo dell'ultimo decennio ha mostrato l'importanza di trasformare le pratiche sociali in produzione diretta di politiche a livello nazionale, europeo e delle Nazioni Unite.
Questo è quello che è stato fatto con successo su terreni come i trattati di disarmo degli anni '90 e poi la messa al bando delle mine, le attuali campagne per la limitazione delle armi leggere e sui bambini-soldato, l'istituzione del Tribunale internazionale dell'Aia. Anche queste sono importanti vittorie dei pacifisti, del loro lavoro nel profondo, che hanno prodotto nuove norme di comportamento internazionale e nuovi vincoli per l'azione militare che fino a poco tempo fa erano impensabili.
Questa nuova dinamica del pacifismo ha, naturalmente, dei limiti. E' difficile costruire relazioni dirette in luoghi remoti, produrre politiche su problemi su cui non si è lavorato a fondo. Di qui l'assenza di iniziative pacifiste sulla Cecenia, il ritardo nel contrastare le nuove strategie della Nato. E poi c'è il nodo della politica.
Queste tre caratteristiche del pacifismo saltano tutte - ha ragione a notarlo Ingrao - la politica in senso tradizionale, sia sul piano del pensiero, sia su quello della mediazione istituzionale, sia su quello dell'iniziativa concreta. Per questo non ci stupiamo della debolezza, del silenzio (o del tradimento) di quanti hanno appeso ad un'idea superiore della politica la soluzione dei problemi generali. La strada che si apre è invece quella di costruire politiche concrete, rimpiazzare l'idea totalizzante dello stato e della sua politica (e tantopiù la politica dei partiti) con una più concreta visione dei molteplici poteri che segnano oggi un mondo globalizzato, a cui bisogna contrapporsi costruendo reti, relazioni e alleanze fondate sulla pratica della solidarietà e sulla produzione di politiche concrete.
Qui la questione di fondo è l'incapacità della sinistra di capire questa mutata dinamica dell'azione politica e sociale, di farsi contaminare dalla cultura politica dei movimenti sociali e del pacifismo in particolare. Le sinistre, in Italia e in Europa, si sono polarizzate tra l'accettazione della realpolitik dei governi e la riproposizione di un'opposizione ideologica antimperialista che non coglie la natura delle nuove guerre. Due strade entrambe sviluppate in chiave strumentale e di partito, che hanno reso più difficile la ricomposizione di un fronte pacifista più ampio di fronte alle guerre, nei Balcani e altrove.
Riscopriamo così che le sinistre non sono necessariamente parte integrante del pacifismo, possiamo ritrovare le divisioni che nell'ultimo secolo hanno segnato le organizzazioni del movimento operaio di fronte alle guerre mondiali e a quelle coloniali, la loro incapacità di impedirle e di fermarle. Possiamo riconoscere ancora una volta quanto le culture della sinistre siano nutrite di metafore, linguaggi, strategie belliche.
Le radici dell'allontamento della sinistra dal pacifismo, come dagli altri movimenti sociali, sono così assai profonde, le stesse che spiegano le difficoltà della sinistra ad andare oltre la logica della politica degli stati in una fase di svuotamento della politica e di indebolimento degli stati nazionali.
E questo è un problema che non vale solo per il pacifismo, vale per l'insieme dell'azione politica della società civile sui temi internazionali. Provate a sostituire Kosovo e Cecenia con Organizzazione mondiale per il commercio e Accordo multilaterale sugli investimenti: vedrete che le stesse dinamiche emerse a proposito della guerra sono quelle che hanno mosso milioni di persone in tutto il mondo a impegnarsi su questi altri temi, portando ai due più importanti successi contro la globalizzazione neo-liberista. Anche qui la politica tradizionale non c'era e non ha capito. Anche qui opinione pubblica, reti di relazioni dirette globali e produzione di politiche alternative concrete sono stati il cuore della dinamica dei nuovi movimenti. Vogliamo riconoscerlo e ripartire da questo?
note:
1 Utili analisi dei nuovi conflitti si trovano in I signori della guerra di Isidoro D. Mortellaro (Manifestolibri, 1999), Le nuove guerre. La violenza organizzata nell'età globale di Mary Kaldor (Carocci, Roma, 1999) e in Dopo il Kosovo. Le guerre dei Balcani e la costruzione della pace di Giulio Marcon (Asterios, 2000), che esamina le radici delle guerre balcaniche, le azioni dei pacifisti e le alternative possibili nella soluzione dei conflitti. Gli aspetti economici sono trattati sul numero 2 della rivista Surplus (Editoriale l'Espresso, maggio 1999) nell'articolo di Andreas Corti "L'economia dei signori della guerra" e nel Forum tra esperti su "L'economia mondiale delle armi"; le prospettive di un ordine internazionale di pace sono delineati in Cosmopolis. È possibile un governo sovranazionale? di Archibugi, Falk, Held, Kaldor (Manifestolibri, 1993), Diritti umani e democrazia cosmopolitica di Archibugi e Beetham (Feltrinelli, 1998) e Per un governo umano. Verso una nuova politica mondiale di Richard Falk, (Asterios, 1999).
2 In nome degli obiettivi generali di difesa dei diritti umani, le conclusioni del citato libro di Mary Kaldor - che è stata un'animatrice del movimento per la pace in Europa al tempo degli euromissili - giustificano la guerra della Nato, sostenendo che dopo il rifiuto serbo degli accordi di Rambouillet "non si poteva fare altro che dare inizio alla campagna di bombardamenti" (p.179), anche se poi ne criticano l'efficacia, facendo pensare che sarebbe stato preferibile l'intervento terrestre.
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