numero  3  febbraio 2000 Sommario

Polemiche

DI QUALE TERZO SETTORE PARLIAMO?
Sergio D'Angelo e Andrea Morniroli  

Che il Terzo settore nel suo complesso, ed in esso la cooperazione sociale, sia un universo variegato e composto da soggettività molto diverse tra loro, per modalità di intervento e impostazione, è un dato di fatto. Così come è certa la presenza di contraddizioni anche profonde tra le finalità dei diversi enti, sul loro modo di intendere il rapporto con il pubblico, la gestione dei servizi, la regolamentazione del lavoro.
Per questo, quando si discute e si scrive di Terzo settore, occorrerebbe evitare, da un lato, le generalizzazioni (sia positive sia negative) e, dall'altro, l'approccio di parte esclusivamente teorico e, a volte, preconcetto.
In altre parole, spesso si ha l'impressione che siano molti quelli che parlano e scrivono di Terzo settore senza conoscerne le caratteristiche e gli obiettivi, senza confrontarsi con le esperienze e le attività che realizzano, utilizzando dati e situazioni al solo scopo di affermare faziosamente la propria posizione.
Anche l'articolo "Chi profitta del non profit", a firma di Alberto Burgio, pubblicato sul numero zero de la rivista del manifesto conferma questa impressione. Non tanto perché critica in modo aspro il Terzo settore, e neanche perché molte delle cose raccontate non sono vere, ma perché, appunto, in quell'articolo si ritrova esattamente ciò che andrebbe evitato: la tendenza a generalizzare e un approccio preconcetto.
In effetti, la sinistra, in questi ultimi tempi, sembra piuttosto in difficoltà nel definire una sua strategia sui temi dei diritti, del sistema di garanzie, del ruolo dello Stato e del Terzo settore. Difficoltà evidenti, non solo per l'estrema eterogeneità delle proposte, ma anche per l'emergere di posizioni a volte nettamente in contraddizione tra loro e formulate con una certa approssimazione.
Alcuni riconoscono al Terzo settore una maggiore capacità di risposta ai nuovi bisogni, altri hanno il sospetto che lo Stato preferisca il Terzo settore, nella gestione dei servizi, per motivi solo di natura economica. Va anche detto che la prospettiva, pure presente, di una funzione di supplenza del Terzo settore si accompagna, spesso, con l'idea che tale supplenza possa verificarsi sempre e ovunque, riducendo gli spazi pubblici e dando luogo a forme di lavoro irregolare e precario e, per converso, che il mantenimento di un ruolo forte e dirigente dello Stato e del servizio pubblico costituisca l'unica garanzia dell'universalità dei diritti, senza considerare, quindi, che la disorganizzazione e l'incapacità del pubblico comportano servizi, soprattutto nel mezzogiorno, non sempre accettabili per i livelli di qualità e d'efficacia.
In questo senso può essere utile, invece, che i soggetti erogatori (che non sono solo pubblici), in una nuova concezione di servizio pubblico, entrino a far parte di un sistema di regole definite, con l'obiettivo di costruire una sussidiarietà orizzontale competente e critica - e capace di rispettare i diversi ruoli e responsabilità, nonché l'autonomia dei diversi soggetti coinvolti - che ricerca e sperimenta nuovi modelli a gestione mista, le cui funzioni in parte sono esercitate da operatori pubblici, in parte da operatori del Terzo settore.
Il Terzo settore ha favorito una maggiore personalizzazione degli interventi, contribuendo in maniera determinante alla 'deistituzionalizzazione' del disagio e all'affermazione di nuove aree di interventi nel campo delle politiche sociali, ma non è esente per questo dal rischio di un uso distorto e strumentale, di supplenza e competizione con il servizio pubblico. In ogni caso, il Terzo settore non ha certamente causato la riduzione del sistema delle garanzie sociali né la minore efficacia delle politiche. Appare piuttosto evidente la responsabilità di numerose pubbliche amministrazioni, che attraverso certe scelte politiche, hanno prodotto il progressivo disfacimento dei servizi pubblici per i discutibili meccanismi di selezione e, almeno per il passato, per le clientelari assunzioni di massa.
Per quel che concerne la situazione complessiva, non si può, invece, nascondere la forte e diffusa dipendenza del Terzo settore dal pubblico; ovviamente, anche la preoccupazione che il Terzo settore possa diventare il tramite per costruire un surrettizio consenso sociale trova una qualche giustificazione. Infatti, molti soggetti che operano nell'ambito dei servizi sociali non sono nella condizione di poter prescindere dagli enti pubblici, e sono, per questo, eccessivamente dipendenti dal pubblico stesso e, talvolta, ricattabili. Questo ha evidenti ripercussioni non solo rispetto ai comportamenti del Terzo settore, ma anche rispetto alle modalità di rapporto con il pubblico che può, quindi, approfittare e sfruttare il privato sociale. Da questo punto di vista non è il Terzo settore il pericolo (così come lo ha presentato Burgio), quanto, piuttosto, l'assenza di un quadro d'indirizzo e programmazione che punti a sviluppare sistemi chiari di relazione tra pubblico e privato sociale, per realizzare nuove attività ad elevato contenuto relazionale, coprendo ambiti non adeguatamente coperti e che sono indispensabili per la costruzione di reti di protezione sociale.
Per tutte queste ragioni ben venga chi all'interno delle sinistre, se pure con una certa prudenza, prova a costruire uno spazio di riflessione e di confronto per ricercare strategie comuni, individuando potenzialità e criticità.
Crediamo che ciò sia estremamente utile. Utile per il Terzo settore, per trovare luoghi di visibilità e interlocuzione in grado di definire orizzonti di prospettiva e di far incontrare, in modo costruttivo, le sue sensibilità, abilità e pratiche con la politica.
E utile per la sinistra. Crediamo, infatti, che il lavoro di territorio - la relazione quotidiana con gli ultimi e i "fuori luogo", come li chiama Revelli - e che il radicamento e la comunicazione con i contesti locali che spesso rappresentano il patrimonio delle esperienze del privato sociale, se inseriti in un luogo di confronto aperto e privo di preconcetti, possono servire a ricostruire linguaggi, strumenti e finalità per ridare senso e identità ad un'idea di sinistra capace di proporsi come alternativa credibile al modello neo-liberista.
Modello che non solo produce un profondo meccanismo di ingiustizia e vulnerabilità sociale, ma determina vuoti di relazione e socialità che se non saremo capaci di colmare attraverso pratiche comuni e condivise, facilmente saranno occupati dal livore urbano e dalla demagogia discriminante della destra.
(Consorzio di cooperative sociali Gesco)






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