Intervista
FEMMINISMO E SINISTRA
Rossana Rossanda interroga Maria Luisa Boccia
ROSSANDA. Tentiamo un punto dei rapporti tra femminismo e sinistra. La sinistra ha detto a lungo che il femminisimo era uno dei suoi "nuovi soggetti". Questo non ha giovato alla chiarezza. Se ho ben capito, il femminismo ha messo in causa non il "che cosa" della politica ma il "come" della politica. E non è sempre di sinistra lo sbocco cui arriva.
BOCCIA. Una premessa. Occorre distinguere fra un pensiero comune del femminismo, che ha ormai una sedimentazione e consistenza, e le sue diverse anime divenute riconoscibili nel tempo. Nel movimento nascente l'esigenza primaria di rendere chiaro il conflitto ci ha indotto a mettere l'accento su quel che c'era in comune piuttosto che su quel che ci distingue e magari ci divide. Voglio dire che parlo da una certa posizione, non biografica, ma teorica e politica.
R. Di una femminista formatasi nella sinistra?
B. Sì. Il rapporto con la sinistra è stato decisivo per la generazione centrale del femminismo, che è stata la mia, formatasi nella vicenda del '68. Non penso che sia un dato biografico o sociologico, attiene a qualcosa di più profondo, iscritto nella storia dell'emancipazione. Questa ha ormai due secoli, nei quali emancipazione femminile ed emancipazione sociale si sono strettamente intrecciate. Nascono insieme, cominciano con la Rivoluzione francese, traversano assieme tutto l'Ottocento, Marx e il movimento operaio. Insomma si incrociano nel bene e nel male.
R. Perché nel bene e nel male?
B. Nel bene perché producono grandi trasformazioni nella condizione delle donne e anche nella loro soggettività. Nel male perché il problema delle donne viene letto come una delle questioni sociali fra le altre. Il movimento operaio pensa che sia l'ordinamento sociale a produrre la condizione femminile. È vero il contrario: ogni ordinamento sociale si configura a partire dal rapporto tra uomo e donna, per millenni è concepito come rapporto tra superiore e inferiore. E ha al centro la sessualità e la procreazione, non i ruoli sociali.
R. Intendi dire che la divisione dei ruoli è essa stessa una proiezione del rapporto originario fra uomo e donna?
B. Voglio dire che il rapporto fra i sessi, la differenza sessuale impronta sia i codici sociali sia la materialità della vita. La mia generazinone ha incontrato la "questione femminile" nel Pci come un capitolo, più o meno importante, della questione sociale. Ma non è così. Non si spiega il rapporto fra i sessi aggiungendolo nel meccanismo di questa o quella formazione sociale. La relazione fra i sessi non è una delle relazioni sociali, le donne non sono un soggetto sociale, unificato dagli interessi o dal ruolo. Su questo il femminismo degli anni Settanta opera una cesura radicale.
R. E la sinistra non l'ha accettata?
B. La sinistra ne è inevitabilmente messa in questione. Noi femministe abbiamo posto un'esigenza di revisione in senso forte del modo con il quale la politica formulava la questione delle donne. Più esattamente, la teoria democratica della politica, perché la sinistra prende corpo in essa, ne articola premesse e sviluppi, ne usa vocabolario e concetti. Il nostro discorso non è un capitolo in più del testo democratico. Ne scompagina il lessico.
R. Ricordo la discussione nei gruppi su che cosa viene prima, il rapporto fra i sessi o il rapporto di produzione.
B. Appunto. Anche nel Pci e perfino fra le donne era diffusa una critica a noi femministe: eravamo soggettiviste, privilegiando la sessualità, privilegiavamo questioni private cui sono sensibili le élites. E qualche forzatura o rischi di questo tipo ci sono stati. Ma il vero interrogativo che si doveva affrontare era: il discorso che sta emergendo fra le donne parla solo di esse o dell'intera società? È fondato? Perchè emerge ora? La nostra risposta è che il modo col quale si è costruito il confine fra privato e pubblico è decisivo per analizzare una società, e quindi per governarla. Se non si riconsidera che cosa riguarda il governo pubblico, alla luce del mutare delle relazioni personali, per esempio dei rapporti familiari, non c'è ordine. Come ha scritto Carol Pateman, le teorie politiche della modernità, dal seicento ad oggi, ci raccontano una parte della storia, quella del contratto sociale, e tacciono su quella del contratto sessuale. Questo silenzio è all'origine della distinzione fra privato e pubblico, che "ordina" le società moderne. Questo "ordine" il femminismo lo ha messo in causa.
R. A lungo è stato considerato privato anche il rapporto fra capitale e lavoro. Marx lo immette nel politico e rideclina la politica in questa ottica. Voi non avete detto che "il privato è politico"?
B. Noi abbiamo detto che "il personale è politico". È importante la differenza. La nostra formulazione mette in questione sia il privato sia il politico, per come si sono costituiti. E lo fa a partire dalle pratiche soggettive, dalle modificazioni di sé e delle relazioni. Quando affermiamo "la sessualità è politica", intendiamo che quel che accade fra un lui e una lei, come singoli nella loro casa, dove l'occhio pubblico non dovrebbe entrare, è politica. E facciamo politica su questo. Certo, c'è stato anche un travisamento quando si è voluto trasferire il nostro assunto - la sessualità è politica - nelle sedi istituzionali e nei codici, per esempio affidando al giudice di decidere che cosa sia lecito, e "politicamente corretto" o no, in quel che accade fra un uomo e una donna; penso alla legge sulla violenza sessuale, le molestie sessuali. Non funziona il puro e semplice trasferimento di queste problematiche al piano istituzionale, a cominciare dai codici linguistici, da quelli del diritto. Non dico che essi non hanno piu alcun senso, dico che vanno problematizzati. Quando una parte del femminismo ha cercato questo passaggio sul terreno istituzionale, ha "tradito" una delle nostre più importanti acquisizioni: l'alfabeto stesso dei codici societari è sessuato al maschile.
R. Non è stata una presa di coscienza tranquillizzante.
B. Soprattutto è avvenuta nel vivo d'una vicenda che ci modificava, non in una accademia. Parlo di me. Sono cresciuta da emancipata, dando per scontati i vantaggi dell'emancipazione, senza interrogarmi sul mio esser donna e sui miei rapporti con le donne. Quando ne ho preso coscienza ho dovuto riattraversare tutta la mia formazione, il mio essere marxista e comunista, e capire perché avessi tagliato, considerandole irrilevanti, questioni decisive, a cominciare dal fatto che prima di essere comunista e intellettuale ero una donna.
R. E che cosa cambia quando si capisce che si è prima di tutto una donna?
B. Ti rispondo con le parole di Virginia Woolf ne "Le tre ghinee". Dovunque ci troviamo, a scuola o in tribunale, alle corse o in casa, in un partito o in uno stato, dobbiamo pensare che cosa è la civiltà in cui viviamo, e perché prendervi parte. Quale spazio vi ha una donna, a quali aspettative è assegnata? Questa presa di distanza è l'estraneità. L'estraneità non è indifferenza, non è astensione, non è ritiro aventiniano nei luoghi "protetti" del separatismo, come spesso la si è voluta intendere. Non significa pensare e pensarsi in un altro mondo, il mondo è questo, è uno, e le donne sono in esso dovunque. Questa è stata la grande trasformazione rispetto ai secoli andati, e non l'ha prodotta soltanto il femminismo, viene dalle guerre mondiali, dalla presenza crescente nel lavoro e nelle attività extradomestiche, che mutano il rapporto intimo, non solo esteriore, di una donna con la femminilità. Ed è in questo scenario che sorge l'interrogativo sulla differenza dei sessi. Perché delle due l'una: o dell'esser donna non sappiamo che farcene (ma a questo molto resiste, il corpo resiste) oppure dobbiamo significare diversamente noi stesse e il mondo, e come parteciparvi. Dobbiamo - dice la Woolf - ripensarlo, rinominarlo, farlo nostro. Questa è stata la rivoluzione della differenza. Non ha i canoni delle rivoluzioni politiche perché il suo obiettivo non è il potere. E infatti è partita dai paesi, e dalle fasce sociali, dove le donne non pativano più una discriminazione evidente, erano già in una condizione di parità.
R. Pensi che un uomo si senta maggiormente in continuità con la sfera pubblica?
B. Penso di sì, anche se detto così è troppo semplice. E poi un mutamento radicale in un sesso non può non riflettersi anche nell'altro sesso. E infatti la crisi del maschile è tema di discorso e rappresentazione anche da parte degli uomini. Ma si declina prevalentemente nelle relazioni private, nella coscienza di sé, non nella sfera pubblica, mentre io credo che fra crisi della politica e crisi del patriarcato ci sia più di un collegamento.
R. Ma che significa che le donne debbono ripensare se stesse? Non si rischia di riproporre la femminilità tradizionale come valore? Oppure non c'è una tentazione di essenzialismo?
B. Non credo che vi sia un'identità femminile originaria, misconosciuta, su cui poggiare la differenza. Intendiamoci: il femminismo ha riattraversato la vicenda delle donne, mettendo in luce il loro apporto fondamentale; ad esempio ha dimostrato come il lavoro di riproduzione sociale, non calcolato né retribuito, sia condizione della produzione. Ma è vero che in questa lettura hanno preso forma alcune tendenze essenzialiste, ad esempio quella che chiamo "femminilizzazione del riformismo", che ha segnato fortemente il rapporto fra femminismo e Pci, in particolare nella Carta delle donne, elaborata alla fine degli anni '80, per iniziativa di Livia Turco. Il Pci, facendo propria la teoria della differenza, è stato chiamato a riformulare la sua politica, e infatti si è parlato allora di un partito "di donne e di uomini". Per un verso è stato un riconoscimento importante della soggettività femminile, delle relazioni fra donne, dell'autonomia della loro elaborazione, insomma del patrimonio politico prodotto dal femminismo nella differenza. Per altro verso, questa innovazione si traduce nel declinare in politica compiti tradizionalmente "femminili", dei quali le donne sono chiamate a farsi carico nel governo pubblico: il lavoro di cura, l'assistenza ai deboli, dall'infanzia agli anziani. Così, con rare eccezioni, sono stati attribuiti i ministeri nei governi di centrosinistra. Fin dall'elaborazione della Carta questa riduzione della differenza ai contenuti tradizionali della femminilità ha visto alcune di noi in aperto conflitto.
R. Tu dirigevi la rivista "Reti". Perché l'hai chiusa prima che il partito ne decretasse la fine?
B. Era una fine. Era ormai conclusa una fase di scambio fecondo, anche se non privo di ambiguità. Nel passaggio dal Pci al Pds il fraintendimento è ancora più forte, con due conseguenze: una, che si arresta nelle sedi politiche l'elaborazione femminile prodotta da quel diverso sguardo sul mondo che è l'estraneità; l'altra, che il protagonismo femminile è sempre più orientato alla competizione per il potere anche tra donne.
R. È questo "sguardo diverso" che vi induce a denuciare nel documento "La porta di vetro", firmato da te, Gloria Buffo e Ida Dominijanni, la crisi della politica?
B. Questa crisi è manifesta da tempo. Negli anni '70 la politica ha vissuto delle convulsioni, ma è stata ancora ricca, mentre negli anni '80 ha ristagnato in una separazione crescente dalla società che subiva modificazioni importanti anche se di segno diverso. Negli anni '90 questa divaricazione è diventata rovinosa. Ma è stato diverso per la politica delle donne: negli anni '80, il femminismo ha continuato a crescere, ha prodotto teoria, libri, riviste,convegni, centri, con un rapprto non subalterno alle istituzioni, ha coinvolto donne più giovani. È negli anni '90 che la crisi investe anche noi, che avevamo visto e nominato prima e meglio di altri la crisi dei partiti, del rapporto società/stato. Penso a un Convegno del CRS nel 1993 ("Voce e silenzio. Le donne nella crisi politica degli anni '90"), dove mettevamo a fuoco i principali punti di sofferenza della politica: essa era sempre meno capace di rappresentare la società e le sue modificazioni, e con questo andava in tilt il sistema di delega e scambio fra sfera istituzionale e soggetti ed esperienze sociali. Il meccanismo della rappresentanza si è rivelato asfittico, riducente e omologante. Non è che non rappresenti le donne, perché saprebbe rappresentarle soltanto come gruppo di interesse, e le donne non sono un gruppo di interesse, sono in tutte le classi. È che non sa più rappresentare neanche i gruppi sociali, perché dovunque si fanno piu complessi, esprimono bisogni che alla lettera non vengono compresi dai meccanismi politici attuali. Mi limito a citare la questione della singolarità della persona o individuo, da sempre sottovalutata nella sinistra e sempre più al centro di controversie decisive. Se a bisogni come questi o altri la sinistra non dà risposta, altri daranno soluzioni magari regressive. Penso all'enfasi sulla personalizzazione, dal maggioritario al partito del leader, al presidenzialismo, al governo del premier. È tutto un tentativo di sostituire i meccanismi di rappresentanza con quelli di identificazione.
R. Il sistema politico non accetta la vostra critica?
B. Si chiude a riccio. Ma con questo approfondisce la sua crisi. Che vi sia un deficit di rappresentanza è ormai un'evidenza. Vale per i partiti come per lo stato. Ma invece di chiedersi perché il tradizionale edificio della democrazia mostra crepe da tutte le parti, la sinistra si affanna a difenderlo. Si è scordata quel che il Pci sapeva della democrazia, come praticarla e criticarla.
R. Si può obiettare che questa non rappresentatività ha anche radici diverse, non sta tutta nell'oscuramento del contratto sessuale.
B. Come sempre gli intrecci sono molti. Ma non sono affatto disposta a considerare il silenzio sul rapporto fra i sessi una causa fra le altre. È il silenzio originario, averlo eluso è il primo peccato di distanza dalla realtà, che attraversa le civiltà e conforma i codici. La attuale sterilità della politica viene da qui. Il rapporto più profondamente modificato è quello fra uomo e donna, investe tutta la societa, la cambia.
R. Una parte del femminismo cavalca però le soluzioni che il ceto politico si dà, e anche la parte che non le apprezza tende a valorizzare il mercato rispetto alla politica. Molte femministe si dichiarano finalmente libere dalla catalogazione "a sinistra" e c'è chi scopre che il capitale d'impresa può dare uno sbocco alla "libertà femminile".
B. Una parte delle donne, e non solo nel Pds, ha visto nella crisi delle forme politiche un'occasione per mettere a frutto in riforme concrete il nostro patrimonio critico. Ma qui di nuovo s'è operata una cesura: tutte le iniziative volte a rendere le istituzioni piu praticabili per le donne sono risultate, alla fine, un modo di inserirsi nel gioco del potere, adeguandosi alle sue regole. Ci sarebbe un bilancio da fare, nessuna può farlo da sola. Certo in questo tornante l'intera geografia del femminismo italiano è cambiata.
R. Non sottovaluti l'89?
B. No, è stata una grande cesura. Ho scritto su "Reti" che non si poteva considerare la fine del Pci e del comunismo - assimilati alle idee e storie dei "socialismi reali" - un contributo alla libertà femminile. Eppure è quanto hanno dichiarato molte donne per motivare il loro consenso con Occhetto. Per me il nodo era e resta un altro: perché i partiti comunisti non hanno assunto fino in fondo Marx come un grande pensatore della libertà? Perché hanno sottolineato l'eguaglianza, fino a ritenere che ai suoi fini la libertà si dovesse sacrificare?
R. È che Marx è un pensatore delle condizioni materiali della libertà, e la libertà di possedere gli strumenti di produzione istituisce un rapporto diseguale fra datore di lavoro e lavoratore. Quest'ultimo nel rapporto di produzione non è libero. Non metterei dunque un prima e un dopo fra uguaglianza e libertà. Ma per tornare alla crisi della politica, mi pare che nella vostra analisi si riduca il peso che il politico continua ad avere. Se è in crisi la rappresentanza, non lo è il potere. Il politico non cessa di decidere, e dalla società non gli viene altra risposta se non il disinteresse mentre decide, e poi un crescere dell'indifferenza al momento di votare. Pensa alla guerra nel Kosovo.
B. Io distinguo tra politica e potere, anche se questo appare a molti, e forse anche a molte, una astruseria o un'ingenuità. Ma la politica è grande quando non è solo o anzitutto lotta per il potere. Penso alla distinzione di Mario Tronti tra grande e piccolo Novecento. La politica è stata la lingua unificante nella prima parte di questo secolo: ha permesso di riconoscere differenze e civilizzare il conflitto, anche nelle forme terribili della guerra. È questa dimensione civile, simbolica della politica che ha dato misure e senso al potere e alla lotta per il potere. Oggi il potere politico viene esercitato da un ceto arrogante perché autoreferenziale, incapace di darsi misura. Ti chiedo: le decisioni che esso prende, anche quelle grandi come la guerra, testimoniano di una sua egemonia, per dirla con una parola forte della tradizione di sinistra? A questo potere è riconosciuta autorità? Detto altrimenti, quanto oggi la decisione della sfera politica incide nel governo della società o quanto esso procede da altre fonti, per altre vie e con altri codici? Rispetto ai saperi politico-tecnologici, le decisioni del Politico sono spesso in posizione seconda: vengono dopo, ne sono in buona misura determinate. Per esempio, è quanto accade nella procreazione. Per la guerra andrebbe fatta una riflessione analoga. Io non credo che decidere una guerra sia segno di forza, di ritorno alla grande politica. Il potere politico è oggi più pericoloso perché è debole.
R. Si potrebbe discutere. C'è nel discorso del femminismo che tu rappresenti una coerenza, ma nello stesso tempo una grande distanza fra il radicalismo dei princìpi e la capacità e perfino la voglia di intervento. Il politico consegna all'economia il governo della società, o appunto la guerra alla Jugoslavia. E il femminismo non interviene. O almeno non in modo da stabilire condizioni. Non sottovaluto la pressione: non c'è stata una opinione di massa contro la guerra, e tanto meno contro la devoluzione dei meccanismi regolativi della società al mercato. Mi limito a dire che le donne o tacciono o condividono. Eppure non si tratta di scelte astratte, incidono sulla vita materiale, corporea di gran parte della gente e del mondo. O questo vi è indifferente?
B. Non lo penso affatto. Obietto: dove mi debbo collocare per comprendere, scegliere e anche incidere, se e come posso? Non mi convince che mi debbo collocare il più vicino possibile al Politico; per intenderci, sporcarsi le mani, partecipare nelle sue sedi e farsi coinvolgere nel suo gioco. Prendere distanza non vuol dire indifferenza né condanna all'impotenza; permette anzi di riscoprire una verità: la politica non si riduce al Politico. Ed è la politica che abbiamo bisogno di reinventare. Nei partiti attuali, nessuno escluso, essa non si respira più. Non credo che "difenderli" consenta di reintrodurla. È patetico e insieme disperante il gran parlare di perdita di identità o di anima che si fa a sinistra. Ma non vi è partito che sappia come ricominciare ad essere società, non soltanto ad evocarla. La politica non dovrebbe ricominciare dalle pratiche di modificazione, di conflitto nei luoghi delle esperienze effettive? Altrimenti come "contare"? Hai parlato di debolezza dell'opinone contraria alla guerra. Ma questo non è dovuto all'assenza di un fare politico concreto nei luoghi delle relazioni ed esperienze sociali concrete? Come può prender corpo una opposizione forte e visibile di fronte a una decisione di questa importanza, se la politica non è più intessuta alla vita ma si è ridotta oltre "la porta di vetro"? Come abbiamo scritto in quel testo, oggi partecipare vuol dire per i/le perlopiù schierarsi, pro o contro, per questo o per quello. A volte è doveroso farlo e sulla guerra molti di noi l'hanno fatto, hanno preso una posizione. Ma questo non dà forza di modificare e spostare altri ed altre; in ultima istanza non parla neppure al Politico. Più che schierarsi è necessario produrre atti e parole che reintroducano la politica nel vivo degli scambi sociali. So che è difficile, e assieme sembra troppo poco. Ma è soltanto questo nesso che può condizionare i poteri, incidere sul Politico.