numero  3  febbraio 2000 Sommario

Ravi Batra, "Il crack del millennio"

LA SINDROME DELL'ANNO 9
Roberto Tesi  

Strano personaggio, Ravi Batra: un liberal da apprezzare non tanto per il suo contributo teorico, quanto per le ricerche empiriche che fanno di lui, più che un economista puro, uno storico dell'economia che attraverso l'osservazione del passato mira sistematicamente a prevedere gli sviluppi del futuro. Non un rivoluzionario. D'altra parte lo stesso Batra (uno studioso indiano che vive da tempo negli Stati Uniti) sostiene nel suo ultimo libro (Il crack del millennio, Sperling & Kupfer) edito alcuni mesi fa:"in tutti i libri che ho pubblicato dal 1982 ho esposto l'esigenza di por mano a una serie di riforme mirate a stabilizzare il capitalismo e a migliorare il tenore di vita generale".
Un riformista, insomma, che, come spesso accade, pur giudicato professore universitario di fama e buon divulgatore, viene sistematicamente ignorato nelle sue analisi. Salvo, come è accaduto in Italia nel 1990, quando gli fu consegnata a Rimini una medaglia del Senato come riconoscimento dell'esattezza della sua previsione sul crollo del comunismo sovietico.
In realtà, di previsioni Batra ne ha fatte parecchie da quando nel 1978 scrisse il suo primo volume (The Downfall of capitalism and communism) nel quale si diceva certo che entro il 2000 (o comunque attorno al volgere del millennio) entrambi i sistemi sarebbero crollati (ma dal crollo escluse il comunismo cinese).
Nel suo ultimo lavoro, Batra elenca puntigliosamente 33 previsioni formulate tra il '78 e il '97 e, dati alla mano, può dimostrare come non se ne sono avverate solo un paio (non da poco, visto che si riferiscono a un tonfo storico di Wall Street e a una nuova depressione tipo quella degli anni trenta, che Batra aveva giudicato prossime in un libro "La grande depressione degli anni '90" - pubblicato nel 1988). La maggior parte delle previsioni, però, hanno avuto riscontro nei tempi e nei modi anticipati da Batra, a cominciare dalla crisi economico finanziaria dei paesi dell'America latina (ottima l'analisi sul Messico e sul ruolo del Nafta) e quella più vicina dei paesi asiatici e in particolare l'esplosione della bolla speculativa giapponese, della quale Batra parlava in tempi non sospetti, sollevando l'ironia dei suoi critici (pochi) e l'indifferenza di molti.
Batra prevede per la fine del 1999 o, al massimo, entro i primi sei mesi del 2000 un nuovo crack dei mercati finanziari che travolgerà anche le economie reali. Un crack che per l'economista sarà peggiore di quello del '29, e che partirà con lo scoppio della bolla speculativa di Wall Street. Come molti (l'attenuante è che il libro è stato ultimato nella primavera del '99) Batra riteneva (erroneamente) che ad ampliare il crack potesse intervenire anche il millennium bug.
La previsione di Batra poggia su un tipo di analisi da lui definita "la sindrome dell'anno 9" in base alla quale, dati alla mano, nel'900, nell'ultimo anno di ogni decennio sono esplose le contraddizioni maturate nei nove anni precedenti. Avvenne così nel '29 (il grande crollo), nel '39 (guerra mondiale), fino all'89 (caduta del muro di Berlino e fine dell'Unione sovietica).
C'è un metodo in quanto afferma e predice Batra? Probabilmente no: c'è solo molto intuito nel leggere gli avvenimenti economici e politici e le possibili conseguenze. E c'è anche molta capacità ex-post di interpretare quanto accaduto, dimostrando che in ogni caso i fenomeni rispecchiano esattamente le sue previsioni.
Batra, però, non è un "imbonitore", ma uno studioso (quasi un filosofo, come a lui piace definirsi in particolare quando spiega la "prut", la filosofia socioeconomica teorizzata dal suo maestro Prabhat Ranjan Sakar e con la quale Batra vorrebbe costruire un mondo migliore) che in tempi di appiattimento culturale e di esaltazione della globalizzazione, contesta e dà una lettura alternativa di quanto accade.
Il lavoro di Batra è basato soprattutto sull'analisi dei mercati finanziari e monetari che faranno esplodere il grande crack, mentre decisamente più scarsi sono i contenuti della sua lettura dei fenomeni dell'economia reale. C'è però un punto al quale Batra ha dedicato una grande attenzione: la distribuzione dei redditi. Batra dimostra come in un mondo che produce sempre più beni, la quota di plusvalore assegnata al lavoro tende a diminuire. Insomma, il profitto tende ad appropriarsi di quote maggiori di plusvalore, di tutti i guadagni di produttività. E questo, per Batra, tende a falsare il necessario equilibrio tra domanda e offerta.
Su questo punto l'analisi che Batra fa della crisi del Giappone è da manuale: fino a quando la crescita dei salari reali ha seguito da vicino la crescita della produttività e dei profitti, il paese ha vissuto una fase di sviluppo accelerato. Quando la politica economica di Tokio è stata mirata a massimizzare l'export, controllando la domanda interna e quindi i salari, l'economia ha iniziato a balbettare, anche se, per lungo tempo, si è gonfiata una bolla speculativa alimentata dal credito facile e dal basso costo del denaro, che ha occultato la crisi latente e ritardato l'esplosione della crisi stessa.
In pratica, dice Batra, è quello che sta accadendo oggi negli Stati uniti: un paese malato nel quale tra il '90 e il '96, pure in presenza di una forte crescita, i redditi delle famiglie sono diminuiti e la ricchezza si è ulteriormente concentrata. E sul fronte dei salari, dimostra Batra, mentre la crescita di quelli dei dirigenti è stata gigantesca, per quanto riguarda la massa dei lavoratori dipendenti, alla fine del '98, "il salario settimanale medio reale" era ancora a livello inferiore rispetto al 1989. Con l'aggravante che "il carico fiscale si è accresciuto, mentre quello dei dirigenti si è notevolmente alleggerito".
Anche negli Stati Uniti, se la bolla non è ancora scoppiata è solo perché il basso costo del denaro, il credito facile (che ha portato le famiglie a registrare valori negativi nel loro tasso di risparmio) e la frenesia di borsa hanno sostenuto la domanda e quindi alimentato la crescita del reddito. Insomma, nell'economia statunitense non c'è nulla di virtuoso (anche se Batra tende a trascurare i forti incrementi di produttività legati alla profonda trasformazione tecnologica) e i 9 anni di crescita continua sono facilmente spiegati anche dagli enormi disavanzi della bilancia commerciale ("una vera e propria manna per l'economia americana") che alimentano flussi di ritorno dei dollari, i quali a loro volta provocano un'abbondanza di moneta e quindi bassi tassi di interesse, ma anche sostanziosi investimenti finanziari che alimentano la crescita continua dei valori azionari.
E a chi contesta che i fondamentali dell'economia sono sani, Batra ribadisce che nel '29 erano ancora più sani: prima della grande crisi l'inflazione era prossima allo zero, la disoccupazione al 3% e i tassi sui bond inferiori di un punto e mezzo a quelli attuali. Di più: per Batra il crack del millennio sarà accompagnato da una repentina discesa del valore del dollaro e da una ripresa dell'inflazione e non, come nel '29, da una fase di deflazione. Oltre che, naturalmente, da una serie di dissesti nel sistema bancario. Nella sua analisi e nelle sue conclusioni Batra tende, però, a sottovalutare il ruolo stabilizzatore delle banche centrali. Insomma, non siamo più nel '29, quando dopo i primi crolli azionari la banca centrale diede una stretta alla politica monetaria: Greenspan negli scorsi anni non ha commesso gli errori di allora, anzi ha saputo pilotare la politica monetaria evitando collassi improvvisi, anche quando era evidente che i tassi di interesse erano troppo bassi rispetto alle condizioni di surriscaldamento dell'economia. Altro limite di Batra è quello di sottovalutare il ruolo dell'euro e il livello del welfare in Europa che, sebbene ridotto e sempre più preso di mira, garantisce più ampi margini di stabilità alle economie continentali, anche se impone tassi di crescita inferiori a quelli del Pil statunitense. Il futuro per Batra è nero: nei prossimi mesi verificheremo se anche questa volta ha azzeccato la previsione.






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