numero  3  febbraio 2000 Sommario

"Globalizzazione, istituzioni e coesione sociale"

LO SCENARIO DOPO LA CRISI ASIATICA
Isidoro D. Mortellaro  

Gli scossoni che hanno accompagnato l'avvento del Duemila, circonfusi dalle tecnofobie da Millennium bug e dallo scacco a Seattle della World Trade Organization, hanno rilanciato la discussione sulla globalizzazione ben oltre i suoi tradizionali confini. Superato e stucchevole appare oggi, in particolare, ogni estenuato, ulteriore rilancio degli interrogativi sulla reale cesura rappresentata dall'attuale assetto del mondo rispetto ad epoche passate o ad altre fasi dello sviluppo capitalistico: soprattutto, quando la comparazione appare sganciata da una concreta ricognizione delle forme e soprattutto dei soggetti che danno tono e sostanza ai periodi storici, ne strutturano i movimenti, li colorano di direzione e fini.
Proprio a quest'ultima dimensione è invece sensibile - oltre che ricco di materiali e indicazioni di lavoro - il volume curato da Felice Roberto Pizzuti: Globalizzazione, istituzioni e coesione sociale, Donzelli, Roma, 1999. Nato da un omonimo convegno del 1998, esso raccoglie contributi di studiosi, italiani e non, che, con competenze diverse e spesso da angoli visuali marcatamente differenti, si misurano con gli sviluppi ultimi del sistema mondiale di produzione e scambi e con le istituzioni votate al governo del suo metabolismo. Lo scenario complessivo è determinato da quella "crisi asiatica" che, partita con la svalutazione del baht thailandese, ha smentito ogni irenica visione delle virtù naturalmente unificatrici e progressive degli attuali processi di globalizzazione. Da lì hanno avuto successivamente origine sviluppi di straordinario significato, che hanno portato al fallimento delle trattative in sede OCSE in materia di incondizionata primazia degli investimenti esteri - il noto Accordo multilaterale sugli investimenti, AMI - , alla delegittimazione della leadership neoliberista acquartierata nelle istituzioni finanziarie internazionali, con le conseguenti dimissioni di Michel Camdessus dal FMI, e infine al successo a Seattle delle parole d'ordine per una regolazione democratica della globalizzazione. È allora che il clima è drasticamente mutato, che è emerso - per utilizzare le parole impiegate nel volume da Guy Standing - "un crescente disagio a livello politico e intellettuale verso la moralità, la legittimazione e la sostenibilità tipici dell'economia avulsa dal sociale di coloro che 'vincono portandosi via tutto'". Tocca a Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro e soprattutto presidente dell'Interim Committee del FMI, sottolineare come la "recente crisi abbia scosso il credo che i mercati finanziari, lasciati alle forze spontanee che in essi operano, siano in grado di raggiungere da soli condizioni di stabilità e di efficienza allocativa" e abbia fatto emergere "una realtà spesso obnubilata da una fede incondizionata nelle proprietà salvifiche del mercato". Emerge insomma non solo la possibilità, ma il bisogno d'andar oltre le forme storiche in cui il rattrappimento e la riduzione del globo a "fabbrica globale", ragnatela, web, di produzioni delocalizzate, gestite in outsourcing, non sono più stimolo, ma ostacolo alla nascita di una società mondiale, di una nuova polis. Sulla scorta dell'economista americano Lester Thurow, Jean-Paul Fitoussi e Xavier Girre evidenziano come l'idrovora della globalizzazione metta "a rischio la coesione e la stabilità delle nostre società, nonché dello stesso capitalismo": per uno straordinario paradosso della storia, di fatto "le immortali verità del capitalismo - sviluppo, piena occupazione, stabilità finanziaria, crescita dei salari reali - sembrano svanire proprio quando svaniscono i nemici del capitalismo". E al tentativo di una precisa storicizzazione di attori e processi obbedisce l'assunzione da parte di Pizzuti, rispetto alle mutazioni intervenute nell'ultimo quarto di secolo, della categoria di 'neoglobalizzazione': l'attenzione è tutta sulla qualificazione 'neoliberista' che mima e si differenzia, ad un tempo, dall'altro passaggio di secolo, da quell'altra "età dell'oro" del liberismo classico. Piuttosto che farsi abbacinare, nei confronti tra i due periodi, dai flussi generali del commercio internazionale, per alcuni aspetti oggi ancora inferiori a quelli allora toccati, meglio appuntare l'attenzione sulle dinamiche concrete con cui gli attori odierni innervano la nuova scena mondiale. Sotto la lente finiscono così, in particolare, tre processi: lo sviluppo degli investimenti diretti all'estero, IDE, ovvero quel gigantesco processo di mobilitazione e intermediazione di risorse che soprattutto nell'ultimo decennio ha determinato un epocale ribaltamento di rapporto tra 'pubblico' e 'privato' sulla scena internazionale, segnato dal protagonismo dell'impresa transnazionale, come dominus della società civile internazionale; la segmentazione e il coordinamento dei processi produttivi per fasi e flussi decentrati, al di là dei confini nazionali dell'impresa o della rete di imprese madri; lo sviluppo esponenziale di una finanza internazionale apolide, guidata da logiche autonome di massimizzazione e dalla voglia di elusione fiscale.
Grazie a questo corpo a corpo con i processi e gli attori reali si delinea così una visione generale del passaggio d'epoca realizzato negli ultimi decenni del secolo per effetto non già di carenza d'azione pubblica o di comando politico. È che ora questi mutano di segno e convenienza, s'orientano diversamente: alla "regolamentazione statutaria" subentra la deregulation, la regolamentazione guidata dai mercati. Un lungo e secolare confronto si chiude sotto il segno dell'americanizzazione: è di là d'Atlantico che si colora a stelle e strisce la nostra fine di secolo. Come ben evidenzia Marcello De Cecco, rispetto alla globalizzazione guidata dalle burocrazie internazionali tipica di altre età e di altri momenti del nostro stesso Novecento, il dominio è ora di mercanti e finanzieri, orientato alla costruzione e al primato di un mercato finanziario globale.
La disarticolazione concreta dei flussi che percorrono e animano il globo evidenzia, poi, ulteriori specificità: rispetto ad altre età della globalizzazione, a migrare adesso per ricomporre i circuiti produttivi non sono le grandi masse umane, come quelle che dall'Europa e dall'Asia verso gli USA contribuirono allora a livellare i salari. Ora sono merci e informazione a muoversi e a differenziare salari e stipendi, a creare ovunque fratture tra lavoro qualificato e non, tra skilled e unskilled. Ed è qui che un'intera sezione del volume, dedicata al rapporto tra globalizzazione e mercato del lavoro, squaderna alcuni dei dati e dei contributi più interessanti. Sotto un mirino quanto mai attento alla ricognizione analitica concreta, come alla anatomia dei nostri distretti industriali, finisce quella tesi del dumping sociale, troppo spesso strumentalmente agitata da propagandisti vecchi e nuovi della globalizzazione. Il mondo non è percorso da flussi produttivi univocamente orientati dalla competitività dei prezzi: "non tutti possono produrre tutto". Bisogna fare i conti con le concrete articolazioni della divisione internazionale del lavoro e con le barriere, le convenienze indotte dalla differenziazione tecnologica, dall'interazione con sistemi amministrativi e politici. Bisogna perciò saper ricostruire le nuove fratture che la delocalizzazione e il progresso tecnologico creano nel mondo del lavoro, soprattutto a danno delle fasce meno qualificate. Ma è altrettanto decisivo - anche in risposta a questi processi, per avanzare forme di ricomposizione - respingere il principale corollario delle tesi sul dumping sociale: la necessità di ridurre, 'amputare' i costi insopportabili di sistemi di Welfare che costituirebbero la causa prima di una perdita di competitività delle aree più sviluppate. Ecco, siamo al cospetto degli idola più celebrati del pensiero neo-conservatore, di un neo-liberismo che non domo stringe, ad esempio, la costruzione europea e, a dispetto della stagnazione imposta allo sviluppo continentale, continua imperterrito a chiedere "lacrime e sangue": non tanto il ridimensionamento di poste di bilancio e apparati, ma la messa in discussione di una precipua forma di civiltà. Su altro e ben diverso cammino invece ci si può avviare, laddove si prenda in considerazione il Welfare come "vantaggio competitivo strutturale", causa di una maggiore e più robusta capacità produttiva dei paesi economicamente avanzati.
Ma è qui che forse i caratteri precipui del volume - il suo costituirsi come raccolta di contributi specialistici da parte di economisti e storici dell'economia - iniziano a evidenziare un limite: proprio quando ci si affaccia a contemplare e sottolineare le spaccature che finiscono col mettere a rischio la stabilità complessiva del sistema e il prosieguo degli stessi processi di globalizzazione. La critica al liberismo che ha guidato sinora i passi del mondo fatto villaggio, ridotto a fabbrica diffusa, doveva forse provare ad emanciparsi innanzitutto da una troppo insistita sottolineatura della globalizzazione come processo squisitamente economico: in fondo, è proprio nell'isolamento e nella riduzione all'economia e alle sue leggi che il liberismo riesce a stabilire un saldo dominio egemonico. Ripensare alla centralità del Welfare in un mondo che si spacca irrimediabilmente comporta, se non ci si vuol chiudere o assurdamente pensare di isolare, di pensare a nuovi legami con l'altro mondo ma anche ad un nuovo modo d'essere dell'Occidente. Non a caso, proprio su questo piano - codici e standard generali di riferimento, strategie unificanti - Seattle ha rivelato che rimane da scoprire e percorrere - insieme agli altri - un lungo cammino. Hic Rhodus, hic salta.





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