numero  3  febbraio 2000 Sommario

Tante le vie dell'internazionalismo

INVENZIONI DI PACE
Loris Campetti  

Arriva un ragazzone nella redazione del "manifesto", si chiama Claudione. Si siede e comincia a raccontare la storia del suo ultimo viaggio a Backa Topola, nord della Serbia tra Novi Sad e il confine ungherese. Un viaggio per portare aiuti umanitari alla popolazione jugoslava, prima colpita dalle bombe e poi affamata dall'embargo con cui lo scaltro Occidente continua a sostenere "il nemico" Slobo Milosevic, a dividere l'opposizione e a spolpare i povericristi. Gli aiuti sono stati raccolti a Roma, quartiere Centocelle, tra gli occupanti "abusivi" di case, i disoccupati, i lavoratori precari. Solidarietà pura, militante, tra povera gente. Ora il nostro ragazzone sta tirando su fondi per acquistare un generatore con cui far funzionare il riscaldamento della scuola dell'obbligo di Backa Topola, dove le lezioni si fanno al gelo. Tornerà presto in Serbia, c'è stato persino durante i bombardamenti umanitari della Nato. Mentre racconta con orgoglio il suo impegno "a fianco del proletariato serbo aggredito dall'imperialismo criminale", penso che fino a una ventina d'anni fa, forse meno, quel ragazzone sarebbe andato volontario a combattere insieme agli aggrediti, fino a dieci anni fa avrebbe sbeffeggiato il volontariato cattolico spiegando che l'unica strada è combattere l'imperialismo americano e i suoi lacché, mentre oggi si fa in quattro per dare un po' di tepore a una scolaresca che paga per colpe non sue.
Come cambiano nella cultura dell'estrema sinistra le forme di quello che, nei testi classici, si chiamava internazionalismo proletario. Sullo stesso versante in cui si muove Claudione potrebbero collocarsi sei detenute politiche che scontano pene pesanti, qualcuna l'ergastolo, in un carcere laziale: sulla parete della loro cella è appesa la foto di una bambina di Kragujevac, figlia di ex-operai della fabbrica di automobili Zastava che le bombe hanno trasformato in disoccupati. Quella bambina è stata adottata a distanza dalle sei detenute che tutti i mesi le spediscono una quota da 50 mila lire affinché possa proseguire gli studi, nonostante tutto, un tutto che è un vuoto di speranze e aspettative di vita di cui il nostro paese è corresponsabile.
Dalla lotta di classe alla carità, dalla politica al volontariato? Risposta troppo facile, probabilmente sbagliata. Il mutamento delle forme dell'agire politico che spinge a privilegiare l'azione diretta nelle crisi internazionali, magari sotto forma di intervento umanitario, non riguarda soltanto pezzi di movimento privi di rappresentanza, grumi di idealità rimasti orfani della politica classica. Il fenomeno va indagato più a fondo. Dalla guerra del Golfo, i dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto crescere - insieme alla rumorosa "ingerenza umanitaria" dell'unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell'Urss e dunque egemone nelle relazioni internazionali - una silenziosa pratica dell'obiettivo della sinistra occidentale non omologata alla cultura del pensiero unico. Le tappe principali di questo tentativo si chiamano Iraq, Bosnia, Serbia: tre drammi, tre guerre in cui a differenza del passato - basti pensare al Vietnam - era difficile identificarsi con una parte, quella aggredita dai portatori dell'ordine mondiale. Eppure qualcosa bisognava fare per fermare guerre, aggressioni, pulizie etniche, mentre le sinistre di governo rispondevano traducendo dall'inglese gli ordini di Washington. Non è un pacifismo generico di marca cattolica quello che spinge una parte della sinistra a battersi per fermare le bombe. E siccome non riesce a modificare la politica estera dei propri governi, a orientarne le scelte, viene come irretita da un senso di sconfitta. Al tempo stesso, le mutate condizioni rendono impensabile e sbagliata la riproposizione delle antiche categorie internazionaliste che sono nel patrimonio genetico della sinistra. Persa la guerra, dunque, si cerca di mettere in campo azioni positive per aiutare gli sconfitti, non i regimi ma i popoli sconfitti. Da qui l'esplosione di forme di volontariato che non sono più patrimonio esclusivo di obsoleti organismi internazionali o del mondo cattolico. La pratica dell'obiettivo, attraverso la costruzione di reti solidali di comunicazione e aiuti, ha coinvolto pezzi strutturati di sinistra che si mobilitano, spesso in silenzio o comunque a bassa voce, stringono relazioni, violano embarghi, valicano le frontiere, tentano a loro modo di globalizzarsi e si sforzano di mettere in comunicazione tra di loro le parti in conflitto. Basti pensare, oltre al lavoro delle sinistre sindacali, all'esperienza delle "donne in nero", a "Un ponte per", alle associazioni più impegnate del volontariato.
La Fiom si è battuta come ha potuto, cioè con le armi dell'azione sindacale e politica, per fermare le progressive precipitazioni militari che hanno trasformato la ex Jugoslavia in un gigantesco campo di battaglia. Ancora un anno fa, pochi mesi prima dell'inizio dei bombardamenti della Nato sulla Serbia e il Montenegro e mentre precipitava la crisi del Kosovo, i metalmeccanici della Fiom riunirono a Venezia i sindacalisti di tutti i paesi scaturiti, o che rischiano ancora di scaturire, dall'esplosione della Jugoslavia. "Pace al lavoro" era il titolo di quel convegno in Laguna a poche miglia dalle coste slovene, croate e montenegrine. Sindacalisti serbi e kosovari-albanesi seduti allo stesso tavolo per discutere problemi comuni e comuni agli altri paesi della ex Jugoslavia, ma per effetto della globalizzazione comuni anche all'Italia: dalla disoccupazione prodotta dalle politiche neoliberiste, al rischio di dumping sociale legato alla migrazione da una parte all'altra dell'Adriatico di forza lavoro anche qualificata, ai processi di terziarizzazione e decentramento produttivo dei settori manifatturieri alla ricerca di costi del lavoro e diritti operai sempre più bassi. Per quanto piatto e a prima vista pacioccone, l'Adriatico sferzato dal maestrale non può essere fermato da uno scoglio di ragionevolezza e di quell'incontro, nei giorni delle bombe, rimase ben poco. Il capo della delegazione albanese-kosovara è morto - schiacciato tra la Nato e la pulizia etnica di Milosevic - e i sindacalisti serbi sono diventati dirigenti di un esercito di lavoratori rimasti senza lavoro, stipendi e identità. Eppure, un esile filo rosso tra le due sponde del mare esiste ancora, grazie anche al lavoro della Fiom e di una parte non trascurabile della Cgil.
Tir carichi di medicinali e generi di prima necessità hanno varcato la frontiera jugoslava nel nome della solidarietà tra lavoratori e hanno raggiunto le città serbe, mentre centinaia di bambini e bambine figli di operai che con i bombardamenti e l'embargo hanno perso tutto sono stati "adottati a distanza" da altrettante famiglie di operai italiani, in un rapporto diretto, non mediato da istituzioni e strutture nazionali e internazionali di volontariato. Sono tanti i lavoratori italiani disgustati da una solidarietà di stato a senso unico - a favore del popolo albanese - e da una gestione dei fondi e degli aiuti indecente come nel caso della Missione Arcobaleno, che hanno deciso di scendere in campo personalmente (e in qualche caso come organizzazione) a favore della popolazione serba. La Cgil lombarda ha coinvolto sindaci, amministratori, farmacisti, medici, Usl per raggiungere un obiettivo ambizioso: ricostruire il presidio sanitario della Zastava, la Fiat jugoslava, di Kragujevac, distrutto insieme all'intera fabbrica da bombe e missili che hanno messo in mezzo alla strada 36 mila dipendenti diretti, circa centomila con l'indotto automobilistico. La Fiom di Lecco è ormai di casa in Serbia, con i "tir umanitari", e così tanti altri spezzoni di sindacato italiano, Rsu, sezioni di fabbrica, qualche struttura territoriale. Per non parlare dei sindacati di base, i Cobas, che per primi si sono lanciati in questa battaglia umanitaria. Si è stabilita una rete solidale che non si limita a distribuire beni di prima necessità: il sindacato serbo, che per comodità e interesse i molok confederali occidentali definiscono di regime, è diventato un interlocutore privilegiato del volontariato operaio e dentro il rapporto con pezzi di Cgil e di Fiom, con le avanguardie della Ig-Metal tedesca e delle Comisiones obreras si sta trasformando in soggetto autonomo dai centri di potere, si sgancia dalla centrale sindacale nazionale che vegeta all'ombra di Milosevic, in un percorso che noi chiameremmo consiliare e che a Kragujevac preferiscono ricollegare all'autogestione titoista. Si è costituito in questi mesi di embargo postbellico un coordinamento autonomo dei consigli dei delegati delle fabbriche bombardate dalla Nato che si riunisce ciclicamente alla Zastava, alla presenza di rappresentanti dei consigli di fabbrica italiani, tedeschi, spagnoli nella veste di fratelli maggiori più che di consulenti. È il tentativo più interessante di ricostruzione sociale autonoma dal regime in atto in Serbia, ed ha molto a che fare con quei tir umanitari e quelle adozioni a distanza di cui parlavamo prima.
"Il cambiamento delle forme di solidarietà internazionali nella sinistra che non si è trasferita nei palazzi di governo - dice Alessandra Mecozzi, responsabile della politica internazionale Fiom - è figlio della fine delle ideologie forti. La politica si spoglia e si inaridisce, degrada dentro i suoi veicoli tradizionali - i partiti ma anche i sindacati. Il terzo elemento che impone un ripensamento dell'agire politico è la violenza della globalizzazione economica e sempre più spesso militare. Si sente l'esigenza di materializzare i legami sociali attraverso la comunicazione, la solidarietà diretta tra soggetti. Che altro si può fare, quando la sinistra che va al governo si allinea sulle scelte economiche liberiste mentre sul versante internazionale ci porta alla guerra, e se ne vanta? Sempre più spesso il nostro terreno di intervento si sposta verso pratiche sociali e politiche solidali dirette e si intreccia con altre culture, il pacifismo, la non violenza, il non-profit, il femminismo. Non userei la dizione di società civile, preferisco parlare di nuova società politica".
Quando gruppi di militanti di sinistra senza patria e senza tessera, o pezzi organizzati di sindacato fanno le valige e partono per vivere esperienze con altri gruppi e persone coinvolte in un conflitto, è evidente che sentono il bisogno di ritrovare valori comuni dentro rapporti umani diversi, con scambi gratuiti e solidali. "Costruendo iniziative concrete, materiali di solidarietà, aiutando le scuole, i lavoratori, costruendo mense o aiutando i bambini a proseguire gli studi, raccogliendo i soldi per comprare un generatore, fai una scelta netta - dice Mecozzi - e ti rifiuti di considerare il popolo serbo, o quello iracheno, colpevoli. Al contrario, sono vittime di due violenze e decidi di aiutarli. Li aiuti a vivere e a ritrovare una speranza, una prospettiva. Così facendo aiuti la ricostruzione di una lotta politica per la democrazia nel loro paese.
Rispondi con la solidarietà umana e politica in un modo opposto a quello degli stati maggiori della sinistra mondiale di governo, che interferiscono nei conflitti con guerre a cui pretendono di dare legittimità sulla base del diritto e dell'etica. Loro scelgono una parte in conflitto e fanno fuoco sull'altra, noi cerchiamo di connettere i soggetti critici delle parti in conflitto". Vittorio Tranquilli è un pensionato ultrasettantenne che da dieci anni opera con una associazione di volontariato nei paesi della ex-Jugoslavia, soprattutto quelli considerati nemici dall'Occidente: la Serbia, ma anche la repubblica serba di Bosnia. Non aiuta gli stati o i governi o i partiti ma i popoli, i soggetti più deboli, quelli che pagano le maggiori conseguenze delle guerre. Un giorno, mentre le bombe umanitarie della Nato facevano tabula rasa dall'altra parte dell'Adriatico, Vittorio si presentò al "manifesto" e ci chiese di aiutarlo: "Visto che seguite con passione il disastro provocato a Kragujevac dal bombardamento della Zastava, perché non lanciamo una campagna di adozioni a distanza dei figli degli operai rimasti senza lavoro e stipendio?". Raccogliemmo l'invito, lanciando dalle pagine del giornale la sua proposta: nell'arco di qualche mese oltre quattrocento famiglie italiane hanno adottato altrettanti bambini e bambine direttamente attraverso l'organizzazione "Abc" di Vittorio, altre centinaia autonomamente attraverso strutture sindacali del nord Italia e i sindacati di base. Che cosa ha spinto i lettori del nostro giornale ad aderire a questa iniziativa? La trasparenza dell'operazione, la garanzia che i soldi vengono consegnati direttamente alle famiglie con la collaborazione del sindacato Zastava, la possibilità di comunicare per via epistolare con i bambini adottati, il disgusto per come al contrario lo sforzo solidale degli italiani era stato gestito dalla Missione Arcobaleno, l'esigenza di esprimere solidarietà a tutti i popoli vittime della guerra, e non solo al popolo albanese. Come è composto questo piccolo esercito di "donatori"? Operai che capiscono più di altri il dramma di chi ha perso il lavoro e vogliono far sapere ai loro compagni più sfortunati che c'è un'altra Italia, rispetto a quella che prima li bombarda e poi li affama con l'embargo; insegnanti che propongono l'adozione di intere classi serbe; militanti di Rifondazione ma anche diessini in rotta con la politica del governo D'Alema; qualche parlamentare di vari partiti di sinistra; semplici lettori del "manifesto", coppie senza figli, qualche giornalista, medici, alcuni comuni, assessori, associazioni di medici, circoli Arci e Acli, molti sindacalisti, jugoslavi residenti in Italia, centri sociali e comitati contro la guerra, gente che ha conosciuto la Jugoslavia in vacanza o addirittura durante la seconda guerra mondiale, e via dicendo.
Resta un problema: come si connette questa pratica della solidarietà con la battaglia politica? Non c'è il rischio concreto di fuga dalla politica, magari attraverso la costruzione di una microsocietà, autonoma ma priva di strumenti per incidere sulla formazione delle scelte? "Sul piano della critica e della costruzione di un'alternativa concreta alle politiche neoliberiste e guerrafondaie della sinistra di governo - risponde Mecozzi - siamo molto indietro. La nostra pratica dell'obiettivo è anche il prodotto della sconfitta che abbiamo subito nelle nostre organizzazioni, ma non si può dimenticare che le decisioni contro cui ci siamo battuti sono state prese a tutti i livelli fuori da un contesto democratico, avulse da ogni rappresentanza. Anche nella Cgil". Già, la Cgil: il cortile di casa del governo. Si aiutano gli albanesi mentre i serbi, gli operai serbi, sono tabù, nemici. "I luoghi dell'autonomia politica stanno scomparendo, il sindacato stesso non è più luogo dell'autonomia politica. È naturale che il bisogno forte di idealità e solidarietà non trovi ancora luoghi, riferimenti forti, rappresentanza, e dunque è difficile costruire un percorso compiuto. Dobbiamo sforzarci di dare una forma politica alla nostra battaglia contro la violenza economica e militare della globalizzazione costruendo nuovi legami sovranazionali. Senza disperare: Seattle insegna qualcosa, e mette in mezzo anche i canali tradizionali della sinistra, i sindacati operai".
C'è un ultimo aspetto di cui non abbiamo parlato e che ci spinge a portare medicine a Belgrado o pompe idrauliche a Sarajevo, medici a Baghdad o a far gemellare il nostro comune con quello di Dyiarbakir. È l'esigenza di coniugare il pensiero con l'azione, dando un volto e un nome alle donne e agli uomini per cui ci si batte. I tempi lunghi del cambiamento - della rivoluzione - che la generazione del Sessantotto è stata costretta ad accettare impongono di rapportare le scelte di fondo con i tempi della nostra vita. Aiutare un bambino di Kragujevac a proseguire gli studi è un atto di coerenza e concretezza, non vuol dire rinunciare a battersi contro la realpolitik di D'Alema e dunque per un'alternativa. Alternativa che ha, comunque tempi diversi dalla vita nostra e del bambino serbo, albanese, rom, bosniaco, kurdo, iracheno...




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