numero  3  febbraio 2000 Sommario

Orario di lavoro

LE MOLTE VIE EUROPEE
Adriana Buffardi  

"La rivoluzione delle 35 ore", così Le Monde sulla recente approvazione in Parlamento della seconda legge Aubry. Titolo certamente enfatico, al quale si possono puntigliosamente contrapporre le contraddizioni della prima fase attuativa, i dissensi e le convergenze faticose nella stessa maggioranza di governo in merito ad alcuni punti della legge, l'emergere di tensioni sociali di carattere diverso.
Ma come non condividere il giudizio sulla spinta di innovazione forte rappresentata dalla legge francese delle 35 ore? Innanzitutto come scelta di responsabilità del governo di un forte intervento di indirizzo, sostenuto finanziariamente, sul terreno delle politiche del lavoro e dell'occupazione. Scelta tanto più significativa di fronte alla stagnazione negli altri paesi europei di ogni iniziativa pubblica per il lavoro, sempre più considerato variabile dipendente, nella sua quantità e qualità, dall'evoluzione del mercato.
Un provvedimento di carattere universale per la riduzione della settimana lavorativa è stato assunto dal governo Jospin come strumento contro la disoccupazione, per la ripartizione del lavoro. Questo l'obiettivo centrale della prima legge, questo il filo conduttore delle modalità e forme di applicazione nella contrattazione.
Possono perciò apparire singolari le dichiarazioni di Martine Aubry, all'indomani del varo della seconda legge, sulla battaglia delle 35 ore come battaglia del tempo liberato, sicché l'obiettivo della legge è "fare in modo che il tempo di vita sia sempre più tempo di libertà". Banalmente si potrebbe interpretare che ridistribuire il lavoro oggi, così segnato da pieni e vuoti, è un favorire la libertà per tutti/e. Credo però che le parole della ministra siano segnate dalla evoluzione della dinamica sociale e dalla consapevolezza di nuove questioni emerse, come il nesso tra quanto e quale lavoro e l'esigenza di controllo sul proprio tempo di lavoro e insieme sui tempi sociali di vita.
Infatti il bilancio della fase di applicazione della prima legge Aubry, se offre risultati positivi effettivi e potenziali sull'occupazione, fa emergere non poche preoccupazioni per l'impatto sull'organizzazione del lavoro (ritmi, pause, intensità) e per le conseguenze prodotte dalla flessibilizzazione della prestazione lavorativa sulla vita personale e sociale. Il rigido automatismo tra riduzione oraria e numero dei posti conservati o creati (condizione per il finanziamento pubblico), la volontà padronale, al di là della crociata ideologica, di utilizzare le 35 ore come occasione per una riorganizzazione ultraflessibile dell'impresa e del lavoro, la debolezza del sindacato in termini di presenza aziendale e di esperienza nella contrattazione dell'organizzazione del lavoro sono fattori che rischiano di determinare condizioni non "sopportabili" di flessibilità. A fronte anche di alcuni accordi di settore o aziendali discutibili, non a caso la seconda legge Aubry prevede garanzie individuali e collettive per la gestione flessibile dell'orario.
Il legame tra occupazione e flessibilità ha posto e pone questioni concrete al legislatore e ai sindacati in termini di solidarietà, di compatibilità di esigenze e diritti, di partecipazione democratica. Ma quel nesso ripropone anche la contraddizione tra una riduzione della durata dell'orario misurata tradizionalmente in una dimensione generale e l'attuale frantumazione e articolazione del lavoro.
Senza voler riprendere qui la questione teorica oggi sostenuta da A. Sulpiot e B. Trentin, del superamento del lavoro astratto verso il lavoro concreto, che rende impossibile la rivendicazione generalizzata e solo quantitativa di riduzione del tempo di lavoro; vorrei limitarmi a fare riferimento a un elemento suggestivo che emerge dalla situazione francese: il livello alto di coinvolgimento e di partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici interessati o coinvolti nella esperienza delle 35 ore, al di là della stessa diffusione dei negoziati a livello aziendale.
Secondo un sondaggio dell'Osservatorio del mondo del lavoro (dic. '99), è cresciuta la fiducia nel lavoro, tanto che il 68% di chi lo ha dà un giudizio positivo sulle modifiche in corso, mentre scende a meno del 20% chi ha comunque paura di perdere il posto. Così come - secondo lo stesso sondaggio - sono cambiate le priorità di chi lavora, tanto che al primo posto delle proprie esigenze/preoccupazioni c'è oggi il tempo di lavoro, seguito dall'occupazione e quindi dal salario, anche se il tempo di lavoro è visto proprio nei nessi (e nei rischi di impatto negativo) con il carico del lavoro e con il salario. Dati che andrebbero meglio esaminati secondo le disaggregazioni per età, genere, categorie professionali, presenza o meno di un accordo aziendale sulle 35 ore.
Un limite delle tante ricerche e sondaggi che analizzano in Francia questo passaggio nel mondo del lavoro, intenso per dimensione e tematiche, è la insufficiente attenzione alla variante di genere: eppure sono proprio le donne, nella loro partecipazione al lavoro e insieme alle attività di riproduzione sociale che possono qualificare e "finalizzare" la riduzione del tempo di lavoro verso nuove relazioni interpersonali e diversi assetti familiari e sociali. Esaminato il sondaggio Safrés (nov. '99), commissionato dal Ministero del lavoro, sull'utilizzo del tempo "liberato", l'articolazione delle risposte per genere può sollecitare qualche riflessione. Infatti, se il 77% degli uomini afferma di avere più tempo per la famiglia, solo il 29% dichiara di dedicarsi di più alle attività quotidiane: per le donne le percentuali sono quasi coincidenti, del 66% e del 62%, indicando così un uso del tempo in famiglia "operoso". Nello stesso sondaggio cresce per gli uomini il tempo dedicato allo sport, agli hobbies, alle attività culturali, per le donne il tempo per il recupero e il riposo. Non cambia cioè la distribuzione delle attività di cura, né vengono rimessi in causa i ruoli sessuali in famiglia. Per questi obiettivi la riduzione del tempo di lavoro può rappresentare uno strumento, ma nel medio periodo, e se assunta consapevolmente come occasione per rimodellare relazioni e assetti sociali.
Si addensano comunque sulla seconda fase dell'esperienza questioni che richiedono soluzioni a breve, dalle risorse economiche che il governo ha da impegnare, alle tensioni salariali presenti in settori e categorie, alla opposizione del padronato. La Medef (la Confindustria francese) si è rifiutata di ricevere la Aubry che aveva chiesto di parlare all'organismo direttivo dell'associazione, all'indomani dell'approvazione della legge. Ed è un comportamento che - al di là della disponibilità pragmatica di molti imprenditori - evidenzia la volontà di un irrigidimento politico, dettato anche da preoccupazioni per i settori più esposti alla competitività europea e internazionale. E sia pure con forti peculiarità, "l'esplosione" dei proprietari di camion è emblematica.
C'è in Francia, a mio parere, una consapevolezza diffusa del pericolo che l'isolamento sul tema della riduzione oraria potrebbe trasformare l'esperienza in un boomerang - malgrado il buono stato di salute dell'economia francese - o in un flop. Da qui la volontà delle istituzioni di creare almeno una rete di relazioni e contatti. Ne è un esampio il "Forum europeo sulla riduzione del tempo di lavoro", organizzato a Parigi nei mesi scorsi dal Consiglio di analisi economica, un organismo creato nel '97 da Jospin presso la Presidenza del Consiglio. E' stata una riunione tecnica di esperti finalizzata a uno scambio e a un confronto di informazioni e conoscenze sul rapporto tra legislazione e contrattazione in alcuni paesi europei, sulle normative vigenti in tema di orari di lavoro, sui processi di modifiche in corso, sulle posizioni dei governi e degli attori sociali. Sullo sfondo dell'incontro due questioni considerate come risolte o almeno di approdo comune: il rapporto positivo tra riduzione dell'orario e crescita occupazionale, sia pure a precise condizioni, e l'effetto dinamico della riduzione oraria sulla produttività e la crescita economica. L'assunzione di tali riferimenti ha permesso di non riprodurre un datato confronto teorico ed economico ma di considerare lo stato dell'arte e la possibile evoluzione.
Sei i paesi presenti: oltre la Francia, Belgio, Danimarca, Germania, Italia e Olanda. Tralascio di parlare della situazione italiana e dei suoi caratteri paradossali, almeno se ci si riferisce alla fase della meteora del disegno di legge Prodi sulle 35 ore e alla attuale messa in mora di ogni iniziativa seria di riduzione dell'orario, dopo l'acceso dibattito sul primato della via legislativa o di quella negoziale! Per gli aspetti salienti della situazione degli altri paesi rinvio alla lettura delle schede allegate.
Qui vorrei solo evidenziare le problematiche più significative emerse dall'incontro e fare alcune valutazioni.
La prima attiene proprio al significato stesso e quindi alle forme e modalità della riduzione del tempo di lavoro: misure collettive e/o individuali, diminuzione nell'arco della settimana o dell'orario annuo con distribuzione diversificata per periodi, allungamento delle ferie e dei congedi, abbassamento dell'età pensionabile, diffusione del part-time. Forme diverse in relazione alla situazione macro-economica, all'esistenza e dimensione della disoccupazione, alla struttura del mercato di lavoro, alle esigenze individuali differenziate, al modello di relazioni familiari e sociali. Ma anche ovviamente ai rapporti di forza, alle esigenze aziendali, alla presenza e rappresentatività del sindacato, al ruolo dei poteri pubblici.
Ci troviamo a un crocevia di problemi dentro cui si collocano le diverse scelte e soluzioni: impossibile, ad esempio, valutare il consenso sociale a scelte come il part-time in Olanda o i congedi in Danimarca se non si fanno i conti con gli specifici contesti di riferimento.
Interessante sarebbe anche la lettura da un punto di vista di genere. La introduzione e diffusione del part-time in Olanda, di fronte a una bassa presenza femminile nel mercato del lavoro e a una struttura conservatrice della famiglia, ha permesso a molte donne di trovare occupazione favorendo anche percorsi di emancipazione e autonomia. La estensione dello stesso istituto del part-time in Francia, dove era già altissima l'occupazione femminile, ha significato precarizzazione e dequalificazione del lavoro delle donne con forti elementi regressivi sul terreno della parità e della libertà.
Così, se si esamina la struttura dei congedi e il loro utilizzo in Danimarca, non si può non convenire su un indebolimento delle donne sul mercato del lavoro, mentre minori sono stati gli effetti sul miglioramento delle relazioni familiari e su una cultura della mobilità come arricchimento del lavoro e della vita individuale.
Ma se le diverse forme di riduzione del tempo di lavoro non possono essere - e forse non è neppure auspicabile che siano - ricondotte a unità, forse possono però far riferimento a misure di durata più omogenee per settimana (35 o 32 ore) o per anno (1.600 o 1.400 ore), salvo diverse articolazioni. In questa ottica resta fondamentale la scelta fatta dalla Francia della durata settimanale più breve come provvedimento generale. Scelta importante in relazione alla massa ancora significativa di lavoro dipendente standard, ma anche come riferimento per una articolazione di orari e salario per rapporti di lavoro fuori dalla "norma", e infine per individuare soglie di garanzia e vincoli nelle esperienze di annualizzazione dell'orario contro un uso dettato solo da esigenze aziendali.
La seconda questione al centro dell'incontro è stata il rapporto tra legislazione e contrattazione: salvo che in Francia, negli altri paesi presenti il primato sulle questioni dell'orario è sempre stato esercitato dalla contrattazione o, in forme diverse, dalla concertazione. Determinanti quindi tradizioni, consuetudini ma anche il "peso" del sindacato oggi molto differenziato nei paesi per dimensione e rappresentatività, capacità contrattuale, ruolo politico e spazio istituzionale. Comunque in generale si può affermare che nel lungo processo di riduzione dell'orario di lavoro dal dopoguerra a oggi è stato il sindacato, sia pure sostenuto da un intervento pubblico, il principale attore. Ma questo processo virtuoso si è come inceppato negli ultimi anni. Perfino in Germania la riduzione dell'orario di lavoro, risultato dell'iniziativa vittoriosa dei metalmeccanici, non è riuscita a generalizzarsi a tutte le categorie, ha determinato un aumento massiccio di straordinario, non è anocra arrivata ad essere oggi in concreto una delle priorità contrattuali.
Quindi appare in Europa come ineludibile l'intervento pubblico e legislativo sulla scelta della riduzione dell'orario collegata alla creazione di occupazione. Anche per le risorse da impegnare. Per l'allargamento dei soggetti interessati. Per la salvaguardia di alcuni diritti di base (sui paletti alla flessibilità e sulla sicurezza del lavoro) indisponibili alla stessa contrattazione.
Più evocata nei suoi rischi che esaminata nelle sue potenzialità è stata la questione dell'organizzazione del lavoro in relazione alla riduzione dell'orario, forse perché in tutti i paesi europei si sconta su questo terreno un'aggressività padronale e una difficoltà di tenuta e di innovazione creativa del sindacato. Siamo tutti consapevoli del pericolo di una torsione economicistica della riduzione oraria, che produrrebbe come contropartita di una manciata di posti precari un peggioramento delle condizioni di chi lavora per quanto riguarda proprio gli spazi di autonomia e controllo. Da qui l'importanza di un impegno e di un intervento sull'insieme delle questioni dell'organizzazione e della sicurezza nel lavoro, sulle quali le aziende cercano una "rivincita" - proprio nei casi di riduzione dell'orario - in termini di costi e di subordinazione.
Ancor più in ombra nell'incontro sono rimaste la questione dei tempi sociali di vita, che rinviano alle scelte danesi e olandesi, e quella dei tempi delle città, specifica dell'esperienza italiana.
Un incontro "tecnico", quello di Parigi, quindi finalizzato allo scambio e alla conoscenza ma implicitamente denso di politica, sia perché non esistono valutazioni e analisi neutre su queste tematiche sia perché pesava l'impossibilità di riferirsi a una politica europea della Commissione, del Parlamento, della stessa Confederazione dei sindacati.
Il fantasma era insomma una politica economica europea che rinunci a considerare il lavoro e l'occupazione come risultati della competitività e dei mercati e assuma invece un forte intervento pubblico, un uso mirato delle risorse, una ridefinizione di regole e diritti. Una politica quindi in grado di considerare la riduzione dell'orario di lavoro un'esigenza e una opportunità: in quanto strumento per l'occupazione, per la qualità del lavoro, per una modifica degli assetti sociali e delle relazioni tra donne e uomini. Col risultato di fare uscire dal tunnel drammatico della disoccupazione, della precarizzazione, dell'emarginazione, milioni di donne e uomini. Solo se prevarrà questa ispirazione, a livello europeo, potremo forse considerare che le cifre della disoccupazione di questi anni sono state uno stimolo e un impegno a un mutamento del modello lavorativo e sociale, in risposta a esigenze di maggiore autonomia e libertà. Solo allora potremo ripetere "Sembran traversie, sono opportunità".





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