Sinistra sindacale: una storia
RIFLUSSO
E POSSIBILE
RIPRESA
Giorgio Cremaschi
La seconda metà degli anni '80 segna la crisi definitiva della democrazia sindacale unitaria fondata sui consigli di fabbrica.
Come detto nel precedente articolo, tutto il periodo che va dalla Conferenza dell'Eur, passando per la vertenza Fiat, al Referendum sulla scala mobile, è segnato da una progressiva messa in mora nel sindacalismo confederale del ruolo dei consigli di fabbrica. La stessa CGIL non aveva saputo cogliere il segnale di ripresa unitaria del movimento consiliare degli autoconvocati, all'epoca del decreto Craxi sulla scala mobile. Questo anche perché nei due anni precedenti le piattaforme unitarie confederali avevano incontrato contestazioni e rotture proprio con la parte più viva delle esperienze dei consigli.
Così la rottura della federazione unitaria tra le tre confederazioni, dopo la vicenda della scala mobile, portò alla liquidazione anche formale di quell'esperienza.
I consigli di fabbrica vengono lasciati morire con la più indolore delle pratiche: semplicemente non vengono più rieletti e al loro posto subentrano progressivamente i rappresentanti nominati dalle confederazioni sindacali.
Nelle fabbriche viene ripristinata la competizione sul tesseramento e questa finisce per travolgere anche quanto era sopravvissuto alle rotture precedenti. Anche tra i metalmeccanici si sbaracca tutto. FIM, FIOM, UILM, decidono di comune accordo di rinunciare al tesseramento unitario alla FLM, registrando il solo dissenso delle sinistre della FIM e della FIOM. Le successive campagne di tesseramento tra gli iscritti unitari vedono una forte penalizzazione di FIM e UILM, le quali reagiscono con una chiamata a raccolta di iscritti e fiduciari nei luoghi di lavoro. Anche tra i metalmeccanici, al posto dei delegati unitari eletti da tutti i lavoratori, subentrano i rappresentanti sindacali nominati dalle segreterie sindacali territoriali e riconosciuti dalla controparte. Così proprio la categoria che era andata più avanti sul terreno dell'unità, per una sorta di legge del contrappasso, si vede percorsa dalle rotture sindacali più pesanti. La crisi dei consigli porta alla fine delle elezioni nei luoghi di lavoro: è un lungo periodo oscuro sul piano della democrazia sindacale che verrà superato solo nel '94 con le elezioni delle RSU a Mirafiori. Elezioni che avvengono comunque con un meccanismo molto simile a quello delle vecchie commissioni interne e con una quota garantita alle confederazioni sindacali più rappresentative, indipendentemente dai voti ricevuti.
Dal momento che alla Fiat, dalla vicenda dell'80 in poi, non si era più proceduto a rieleggere i delegati, si può calcolare che nelle più importanti aziende i lavoratori non abbiano potuto eleggere i propri rappresentanti per 15-20 anni! In gran parte dei servizi pubblici non si era mai neppure realizzata l'elezione dei consigli unitari. Solo oggi le elezioni delle rappresentanze sindacali stanno diventando un fatto generalizzato, con importanti eccezioni come la scuola, dove non si è votato.
Il lungo buio nella democrazia sindacale unitaria per alcuni è semplicemente la fine di un'utopia anarcosindacalista e il ritorno alle sacrosante regole del sindacalismo associativo, a quelle del sindacato degli iscritti. La CISL in particolare sposa questa tesi. La CGIL formalmente la respinge e rivendica la necessità della partecipazione democratica di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti, alle decisioni contrattuali. Ma la sua pratica concreta non differisce sostanzialmente da quella delle altre confederazioni. Paradossalmente quando CGIL, CISL e UIL ritrovano l'unità d'azione, nella seconda metà degli anni '80, ne esce rafforzata l'omogeneità di comportamenti tesi a negare il ripristino della democrazia sindacale. Siamo di fronte ad una sorta di settarismo d'organizzazione unitariamente gestito.
Vi sono eccezioni, come i metalmeccanici che nel contratto dell'86 introducono l'istituto del referendum sulla piattaforma e sull'accordo. Ma queste eccezioni positive si accompagnano a rotture drammatiche tra rappresentati e rappresentanti. Nei servizi pubblici ed in alcune aziende a partecipazione statale queste rotture danno luogo alla nascita dell'esperienza dei COBAS. D'altra parte una regola non scritta della pratica sindacale che si afferma in quegli anni è che si consultano i lavoratori, ma solo quando tutti e tre i sindacati hanno la stessa posizione e quando c'è la certezza che i lavoratori, con quella posizione, consentano. Nella sostanza, anche nei suoi momenti migliori, la democrazia praticata da CGIL, CISL, UIL non fuoriesce dai limiti di un modello di tipo plebiscitario. Verso la fine degli anni '80 vengono introdotti turni di notte nello stabilimento ex Alfa di Pomigliano. Il consiglio di fabbrica e i lavoratori sono chiaramente contrari, ma il sindacato rifiuta unitariamente di sottoporre al voto la propria decisione di autorizzare il lavoro notturno. La motivazione, sostenuta anche dalla CGIL, è che, su materie che hanno contropartite occupazionali (la Fiat nuova proprietaria della Alfa faceva balenare assunzioni in cambio del lavoro notturno), non possano decidere solo i lavoratori direttamente interessati.
Si afferma così in quegli anni per la prima volta, in termini espliciti, la teoria del sindacato come agente "generale" del lavoro. Questa generalità, che tutte e tre le confederazioni si attribuiscono, costruisce poi il suo versante opposto nell'accusa di corporativismo, che le stesse confederazioni, volta per volta, lanciano a questa o a quella area di dissenso. Naturalmente nella scelta confederale per la generalità degli interessi del mondo del lavoro non sta solo l'accettazione del quadro dato di compatibilità economiche e la moderazione rivendicativa. Il versante positivo di tale scelta sta nel rilancio di idee di solidarietà complessiva. Tuttavia è questa una solidarietà governata dall'alto, che non viene mai sottoposta alla verifica del consenso tra i soggetti interessati. Antonio Pizzinato, per breve periodo segretario della CGIL, prima di essere sostituito da Bruno Trentin, pur sostenendo questa impostazione aveva scritto del rischio di un sindacato "per" i lavoratori e non più "dei" lavoratori. Né si può dire che l'assenza di democrazia unitaria avesse restituito spazio agli iscritti. In realtà la cosiddetta democrazia degli iscritti, quale si afferma concretamente in quegli anni, è semplicemente la democrazia dei gruppi dirigenti. Gli iscritti non vengono mai chiamati a consultazione dalle confederazioni, le quali presuppongono di avere ricevuto da essi un pieno mandato nei congressi. Una sola volta la CGIL, alla fine degli anni '80, chiama i propri iscritti a votare sul contratto della scuola. La maggioranza dei votanti si esprime per il no al contratto, ma poi la CGIL quel contratto lo sottoscrive egualmente.
Alla fine degli anni '80 comunque il sindacalismo confederale mantiene una consistente forza organizzata, nella quale però le iscrizioni di pensionati sostituiscono sempre di più quelle dei lavoratori attivi (a metà degli anni '90 ci sarà il sorpasso dei primi sui secondi). Ma l'intero sindacato governa il proprio rapporto con i lavoratori senza regole democratiche precise e sostanzialmente sulla base di un modello oligarchico di gestione. Nel 1988 la Fiat realizza un accordo separato con FIM UILM e FISMIC. La FIOM, che pure era disposta ad aderire a quell'intesa, viene sostanzialmente messa ai margini. È l'introduzione nelle aziende di quello che viene definito il modello "partecipativo", cioè un modello sindacale costruito e fondato sul principio della collaborazione totale tra rappresentanze dei lavoratori ed azienda, nel nome del bene comune, che è la competitività dell'azienda stessa sul mercato. La gestione concreta di questo modello finirà per realizzare un ulteriore centralizzazione delle relazioni sindacali in tutti i principali gruppi industriali del paese.
La FIOM successivamente aderirà anch'essa a quell'intesa e per tutti gli anni '90 il modello partecipativo rappresenterà nelle grandi fabbriche l'equivalente di quello che a livello sociale complessivo è la concertazione. In entrambi i casi si afferma progressivamente la tesi per cui il conflitto sociale è nocivo per la competizione e la comunanza degli interessi tra le parti deve prevalere su tutto.
In questo contesto i metalmeccanici, all'inizio degli anni '90, tentano un contratto in controtendenza richiedendo consistenti riduzioni di orario ed aumenti salariali. Dopo una lotta durissima durata molti mesi, il contratto si conclude con l'intervento delle confederazioni e del governo, che sancisce un risultato senza peggioramenti, ma senza neppure risultati significativi sull'orario di lavoro. L'accordo non viene sottoposto alla consultazione dei lavoratori. Quella piattaforma fu l'ultimo tentativo "offensivo" in un contratto nazionale. Da quel momento in poi, anche a seguito degli accordi di concertazione, i contratti nazionali si limiteranno ad un ruolo di "manutenzione" del sistema normativo e a recuperare unicamente il salario rispetto all'inflazione programmata dai governi. Quando lo scontro sarà duro, come per le ultime due vertenze metalmeccaniche o per gli addetti alle pulizie, sarà più per le contropiattaforme degli industriali che per le richieste sindacali.
Alla fine degli anni '80 la cultura e la pratica del movimento sindacale italiano si sono progressivamente modificate. Il decennio ha soprattutto messo in crisi la democrazia sindacale, mentre sono comunque mancati alle confederazioni quei risultati sul fronte della sindacalizzazione delle nuove professionalità, che erano stati largamente al centro degli obiettivi dichiarati. Nella sostanza il sindacato confederale ha semplicemente un rapporto un pò più autoritario con la sua base tradizionale, la stessa degli anni '70, e non è riuscito a coinvolgere quelle "nuove figure", verso le quali aveva rivolto particolare attenzione, soprattutto dopo il successo della marcia dei "capi" che aveva concluso la vertenza Fiat.
Alla fine di quel decennio le imprese iniziano a teorizzare l'introduzione di un modello organizzativo di tipo "giapponese", fondato sulla responsabilizzazione dei lavoratori e sulla qualità. Nello stesso tempo la progressiva crisi del debito pubblico e la caduta di competitività dell'industria italiana, che negli anni '80 ha sostanzialmente fallito tutte le sue principali strategie di internazionalizzazione, addensano nubi scurissime sul sistema sociale. Infine a partire già dalla metà degli anni '80 comincia ad estendersi quella precarizzazione del mercato del lavoro, agevolata comunque da accordi sindacali e leggi, che poi esploderà nel decennio successivo.
Insomma la fase di stasi della seconda metà degli anni '80 prepara una nuova crisi interna ai sindacati, in particolare nella CGIL e tra questi e le controparti. Essa esploderà nel '92-'93.
Negli anni di riflusso del movimento, come si è detto, la sinistra sindacale era rimasta confinata ad esperienze territoriali e al confronto interno ai gruppi dirigenti nazionali della CGIL. Alla fine degli anni '80 la rivendicazione di democrazia nel sindacato rivitalizza nella CGIL una sinistra diffusa. Sostanzialmente essa è composta da una parte dei sindacalisti che si erano schierati con le mozioni congressuali di minoranza nel PCI e dalle esperienze sindacali territoriali e di fabbrica, critiche rispetto all'evoluzione moderata del sindacalismo confederale. Queste due anime, che per tutta la seconda metà degli anni '80 si erano mosse separatamente, ora ricostruiscono una pratica comune.
Un primo momento di questa esperienza nasce con un atto nuovo nella storia della CGIL, il documento cosiddetto "dei 39", con il quale dirigenti sindacali dell'organizzazione, tra cui un segretario confederale, Bertinotti, si autoconvocano denunciando la crisi della democrazia sindacale. L'iniziativa ha successo e prepara nei fatti il successivo confronto congressuale. Il congresso del '91 della CGIL per la prima volta si svolge tra mozioni contrapposte. Come si sa il pluralismo dei gruppi dirigenti della confederazione era fondamentalmente articolato nelle componenti di partito, comunista e socialista in primo luogo. Le componenti di partito non si misuravano mai ma, come le azioni, si pesavano senza essere contate. La sola volta che, nell'84, la CGIL votò sulla scala mobile a correnti di partito contrapposte, rischiò la scissione.
Nel corso degli anni '80 la componente socialista aveva poi rivendicato e spesso ottenuto un sempre maggiore peso politico nella CGIL, sull'onda dei successi craxiani in politica. Il congresso del '91, con la presentazione di una mozione alternativa, rompeva questo quadro consolidato. La mozione fu chiamata "Essere sindacato", utilizzando un'esperienza così titolata di delegate e lavoratrici femministe bresciane. La sua diffusione era determinata soprattutto dal diverso peso delle sue due componenti. Quella politico-sindacale legata all'area "ingraiana" della sinistra del Pds e a Rifondazione Comunista, quella territoriale, soprattutto forte a Brescia, nella FIOM, nella scuola ed in alcune realtà della funzione pubblica. Ad esse poi si aggiungeva la componente erede della precedente esperienza di DP (Democrazia Proletaria). Lo scontro al congresso della CGIL fu durissimo e comportò pesanti rotture. In particolare nella Fiom l'intero gruppo dirigente nazionale fu sostituito con uno di segno più esplicitamente "riformista". A conclusione del congresso la mozione alternativa registrò buoni risultati, ma fu sconfitta nel punto centrale della sua motivazione: il tentativo di modificare le scelte della Confederazione. Anzi proprio dopo quel congresso vi fu una crescita del peso della componente socialista e migliorista, anche nel contesto di un quadro politico che pareva ignorare totalmente l'avvicinarsi della crisi di tangentopoli. Così, proprio subito dopo la conclusione del congresso cominciò il periodo di crisi più drammatica dell'iniziativa contrattuale della CGIL. Periodo che portò il 31 luglio del '92 ad un disastroso accordo, a cui seguirono le dimissioni - poi rientrate - di Trentin. Accordo che in un solo colpo cancellava ciò che restava della scala mobile e metteva in mora l'intera struttura contrattuale.
Quell'intesa non fu sottoposta a consultazione, neppure tra gli iscritti della CGIL, ma la contestazione ad essa segnò il movimento di lotta che esplose nell'autunno del '92. Le piazze di Italia allora si riempirono di lavoratori in sciopero contro la finanziaria di Amato e tutti i dirigenti sindacali furono duramente contestati.
La conclusione di quel movimento convinse il governo e la stessa Confindustria della necessità di fare concessioni alle organizzazioni sindacali, il che portò nell'anno successivo al ripristino del sistema contrattuale, seppure tra molti vincoli. Ma segnò anche la crisi dell'esperienza di "Essere sindacato". Che sostanzialmente si divise in tre posizioni ed esperienze. Una parte, anche di fronte al ripensamento che avveniva nella CGIL a favore della democrazia sindacale, si avvicinò, da posizioni critiche, alla maggioranza della confederazione. Un'altra parte teorizzò invece la necessità di privilegiare su tutto la costruzione di una corrente organizzata verticalmente, che mantenesse viva la diversità strategica delle posizioni. Una terza anima di quell'esperienza scelse invece di tornare alle pratiche sindacali territoriali e di categoria, ritenendo utile ripristinare una dialettica tra strutture, come era stato nel passato. Come spesso accade, fu il movimento di lotta a determinare il quadro politico effettivo.
Nel '94 l'intero movimento sindacale era uscito indebolito sia dalle vicende contrattuali del biennio precedente, sia dalla crisi del sistema politico. La vittoria alle elezioni di Berlusconi sembrava dare il via ad una svolta thatcheriana antisindacale. Nonostante i peana della Cisl sulla concertazione, i gruppi dirigenti confederali erano sconcertati ed intimoriti. Un direttivo della Cgil si divise sulla "neutralità" rispetto al nuovo governo. Ma già il 25 aprile del 1994 aveva visto manifestazioni di massa senza precedenti negli ultimi vent'anni. Nell'autunno partirono nelle fabbriche del Nord gli scioperi contro il proposito del governo di tagliare le pensioni. Già ai primi di settembre iniziarono le manifestazioni a Torino, mentre Mirafiori riprendeva a scioperare come negli anni '70. In breve il movimento assunse le caratteristiche di una contestazione generale al governo. Le confederazioni, inizialmente disposte ad un confronto tradizionale secondo le regole della concertazione, spinte dal movimento di lotta e messe di fronte ad errori di arroganza del presidente del consiglio, seppero andare alla rottura. Ci furono lo sciopero generale contro il governo e poi le gigantesche manifestazioni a Roma del novembre. Quegli stessi dirigenti sindacali che due anni prima parlavano nelle piazze protetti dalla polizia riconquistavano prestigio e consenso di massa. I poteri forti dell'economia, che avevano dato pieno sostegno al tentativo liberista radicale di Berlusconi, decisero che era più utile tornare a politiche di dialogo con il sindacato, il governo fece marcia indietro sulle pensioni e subito dopo cadde.
Fu la lotta, dunque, che assegnò al sindacalismo confederale italiano quel fortissimo ruolo istituzionale che dura tutt'oggi. Fu il movimento a rafforzare la concertazione. Nei rapporti tra le confederazioni cresceva il peso della Cisl, la cui cultura meglio rispondeva allo stato delle relazioni sindacali, mentre la contrattazione concreta tornava sui binari degli anni precedenti. La riforma delle pensioni concordata con il governo Dini penalizzava i giovani, applicando ad essi il sistema di calcolo contributivo, e puniva sull'anzianità di quiescenza proprio quegli operai dell'industria che avevano dato il via al movimento dell'autunno. Nella consultazione i metalmeccanici respinsero l'accordo in tutta Italia. Insomma si ripristinava la continuità con il passato.
Nonostante questo sbocco, il movimento dell'autunno aveva lasciato i suoi frutti nella vita sindacale. Alcune organizzazioni territoriali, Brescia e la Lombardia in particolare, e la Fiom, ricostruirono un proprio protagonismo. La Fiom scelse, con il dissenso non formalizzato ma radicato della sua parte più moderata, di riaffermare una linea conflittuale con le imprese, pur nei limiti del sistema concertativo. Questa nuova situazione finì per sanzionare le scelte differenti delle diverse anime della sinistra. Così il congresso della CGIL fu segnato dalla presentazione della mozione di "Alternativa sindacale" (da cui poi si staccò l'"Area dei Comunisti") e di quella minoritaria di "Cara Cgil". Alla dialettica delle mozioni si aggiunse poi quella tra strutture, soprattutto tra l'intera confederazione e la Fiom, che presentò un proprio documento con al centro la richiesta di una più netta autonomia sindacale.
Il congresso si concluse con un compromesso che pareva spostare "a sinistra" la confederazione. Dalle minoranze veniva accolta la rivendicazione delle 35 ore e dalla Fiom, pur senza accogliere il termine "indipendenza" proposto, l'esigenza di una maggiore autonomia, soprattutto di fronte alla nuova maggioranza di centro sinistra.
Giungiamo così ai giorni nostri, all'evidente fallimento di quel compromesso nella Cgil ed alla conseguente iniziativa tesa a ricostruire piattaforme e percorsi comuni tra le diverse anime ed esperienze della sinistra.
Da questo schematico percorso emergono le costanti degli ultimi vent'anni sindacali.
La prima è il nodo della democrazia, mai più risolto positivamente dopo la crisi iniziata con la fine degli anni '70. Attualmente, dopo la ripresa della metà degli anni '90, pare in atto un nuovo riflusso. È vero che sono state elette le RSU, ma esse hanno una funzione molto limitata nell'esperienza sindacale concreta e d'altra parte tutto il sistema di relazioni sindacali con le controparti tende comunque alla centralizzazione. La stessa democrazia di mandato tra i lavoratori sta subendo una nuova regressione: nell'ultima tornata contrattuale nazionale solo i metalmeccanici, tra tutte le categorie, hanno sottoposto a referendum la piattaforma e l'accordo. Ma soprattutto continua a persistere un modello sindacale governato dall'alto, nel quale la partecipazione e le esperienze nei luoghi di lavoro non hanno alcun peso. Continua cioè a persistere, ed in alcuni casi ad accentuarsi, quella rottura tra esperienza contrattuale nei luoghi di lavoro ed elaborazione strategica del sindacato, che è il principale prodotto negativo della svolta centralistica dell'Eur.
Oggi si accentua di nuovo la competizione tra le confederazioni, con la tendenza in ognuna di esse a considerare le diversità interne un lusso che non ci si può permettere, riemergono collateralismi e cadute di autonomia.
Mentre sta uscendo dai luoghi di lavoro la generazione degli anni '70, che ha sinora condotto l'esperienza sindacale e le principali battaglie politiche, il mercato del lavoro ha prodotto una destrutturazione di cultura ed esperienze, una frantumazione di interessi, che solo un capillare e motivatissimo lavoro sindacale ed una strategia contrattuale inclusiva potrebbero affrontare.
Nello stesso tempo è evidente che il quadro affermatosi agli inizi degli anni '90 è giunto alla sua crisi e che l'intero movimento sindacale sarà sottoposto ad un nuovo passaggio strategico, come quello dell'80, dell'84, del '92-'93. Questa volta sono l'intero sistema contrattuale e ciò che resta dello stato sociale ad essere messi in discussione e i referendum radicali rappresentano sicuramente la chiave di volta per una drammatica sconfitta sindacale, se non saranno battuti.
Ma qui troviamo la seconda costante che ha governato la politica sindacale in questi vent'anni: la contrattazione dell'arretramento, lo scambio tra il riconoscimento del ruolo del sindacato e il peggioramento complessivo delle condizioni dei lavoratori. Oggi paiono muoversi così tutti quegli accordi che, partendo dalla riforma delle pensioni per giungere al contratto delle ferrovie, trasformano la condizione contrattuale esistente in un patrimonio personale di chi è al lavoro oggi, che, non può essere trasmesso ai nuovi assunti. Così il sindacato cede progressivamente all'ideologia della flessibilità mentre avanza la precarizzazione. Il doppio regime dei diritti tra vecchi e giovani, praticato in tanti accordi, può allora diventare il cuneo attraverso il quale può inserirsi lo scardinamento liberista dell'intero sistema contrattuale e sociale. Per questo, nonostante le infinite risorse del moderatismo sindacale, questa volta il rischio di regressione è senza precedenti.
Infine la terza costante di questo ventennio è la riduzione, nonostante le teorizzazioni opposte, dell'area lavoro concretamente rappresentato dall'organizzazione sindacale. Le nuove attività, quelle decentrate, terziarizzate, disperse e frantumate nel territorio, i dilaganti lavori precari, l'immigrazione, restano fuori, salvo eccezioni, dalla normale attività sindacale. La terza costante ripropone insomma la sostanziale rinuncia del sindacalismo confederale, dall'Eur in poi, a contrapporre all'impresa un proprio autonomo punto di vista.
La sinistra sindacale potrà quindi avere un ruolo nuovo se saprà rispondere, non solo per sé ma per tutto il movimento sindacale, a queste tre costanti che hanno caratterizzato l'esperienza di questo ventennio. È necessaria una rottura con un continuismo sempre più esausto sul piano delle idee, sempre più povero di risultati. I segnali che vengono da Seattle testimoniano di uno spirito nuovo di contrapposizione, anziché di accomodamento, con il liberismo, che si va diffondendo in altri movimenti sindacali.
La riaffermazione della cultura e della pratica della democrazia e della partecipazione sindacale, una nuova piattaforma, alternativa alla linea dell'arretramento contrattato, una strategia contrattuale fondata sull'uguaglianza dei diritti e delle condizioni, che affronti la frantumazione in atto nel mondo del lavoro, sono i temi sui quali ha senso spendere forze organizzate ed impegno.