Le elezioni americane
LA MACCHINA
DELLE PRIMARIE
Arnaldo Testi
Negli Stati Uniti, nell'ultimo quarto di secolo, la lotta per la conquista della nomination presidenziale nei due partiti principali ha assunto la forma di lunghe campagne combattute, fra gennaio e giugno, nelle elezioni primarie in gran parte degli stati dell'Unione. Quest'anno la campagna potrebbe essere meno lunga del solito, e risolversi di fatto in poche settimane a inizio di stagione. Molti stati hanno anticipato le date delle loro primarie, e le hanno concentrate in alcune giornate strategiche. Dopo il New Hampshire e qualche altro stato in febbraio, ci saranno infatti i due "supermartedì" di marzo. Il 7 marzo voteranno ben 11 stati, fra i quali California, New York, Massachusetts, Ohio e Missouri (e inoltre Connecticut, Maine, Rhode Island, Vermont, Maryland, Georgia). Il 14 toccherà al "supermartedì meridionale": 6 stati del Sud, fra i quali Florida e Texas (e poi Louisiana, Mississippi, Oklahoma, Tennessee). Nel frattempo, il 10 marzo, avranno votato 3 stati dell'Ovest (Colorado, Utah, Wyoming). Entro la fine del mese si saranno espressi 28 dei 40 e più stati che prevedono elezioni primarie, e si sarà compiuta la scelta della maggioranza dei delegati ai congressi nazionali Democratico e Repubblicano della prossima estate. È possibile che a quel punto si sappiano già i nomi dei vincitori. Tutto ciò cambia le regole del gioco, e rimette in discussione le ragioni stesse delle primarie, e la loro utilità. Nei momenti di turbolenza sociale e politica in cui furono adottate, le elezioni primarie svolsero con qualche efficacia il loro compito, che era quello di aprire le organizzazioni di partito a nuovi soggetti e gruppi che stentavano ad avere rappresentanza, e che la pretendevano con forza. Con l'andare del tempo, tuttavia, esse sono diventate il segno, il prodotto e una delle cause dell'indebolimento dei partiti, della personalizzazione della politica e del dominio incontrastato del denaro nelle competizioni elettorali.
Le elezioni primarie si sono diffuse nel sistema politico statunitense in due distinti periodi storici. Il primo periodo fu quello dell'inizio del Novecento, comunemente noto come "Età progressista". Allora esse investirono soprattutto le procedure per la selezione dei candidati alle cariche statali e municipali. Nel 1903 entrarono per la prima volta nella legislazione dello stato del Wisconsin; nel giro di un quindicennio furono recepite nella maggioranza degli stati. Un certo numero di stati adottò le primarie anche per la cariche federali, cioè per le elezioni alla Camera, al Senato e alla presidenza. Le primarie presidenziali, tuttavia, non suscitarono grandi entusiasmi. Nel 1916 erano presenti in 26 stati, ma dopo la prima guerra mondiale caddero in disuso; in una decina di casi furono addirittura abrogate. L'idea che stava dietro l'invenzione delle primarie era semplice. Da una parte si riteneva che i partiti fossero finiti nelle mani di boss corrotti e di apparati gerarchici che, tramite congressi controllati dalla gerarchia (le "stanze piene di fumo"), manipolavano le candidature per riprodurre il loro potere; dall'altra, che esistesse invece un elettorato "illuminato" capace di esprimere candidati migliori, più onesti e competenti, se solo avesse avuto strumenti per farlo. Le elezioni primarie erano questo strumento: un modo per battere la "partitocrazia", che nel linguaggio del tempo si chiamava "supremazia di partito". Le ragioni politico-sociali del loro successo erano più complesse. Negli stati più popolosi e industrializzati le primarie furono promosse da movimenti riformatori del ceto medio che volevano sottrarre il processo elettorale all'influenza degli elettori immigrati e poveri, e ai loro occhi "ignoranti", che erano organizzati dalle party machines urbane. In altri stati, dove esisteva il monopartitismo di fatto (Democratico nel Sud, Repubblicano nel Midwest), furono imposte da fazioni dissidenti all'interno del partito dominante, che così reintrodussero il conflitto politico-elettorale laddove non esisteva una vera competizione fra partiti.
Iriformatori non riuscirono a vincere la loro battaglia dentro i partiti; ma riuscirono a farlo dall'esterno, introducendo le primarie con leggi statali. Questo fatto suscitò forti perplessità. Dopo tutto l'autorità pubblica interveniva a disciplinare la vita interna dei partiti, a limitare la loro autonomia, a esautorare almeno in parte l'autorità dei loro organi di autogoverno (i comitati centrali, i congressi periodici). Questo intervento, in verità, era coerente con altri dello stesso tipo che stavano mutando la fisionomia della politica nel paese, in un momento in cui i partiti cominciavano a indebolirsi come organizzazioni popolari di massa, ed erano oggetto di pesanti attacchi da parte dell'opinione pubblica middle-class. Anche l'introduzione della scheda elettorale di stato, pubblica e segreta, avvenuta nell'ultimo decennio dell'Ottocento, andava nella stessa direzione: per avere accesso alla scheda, e quindi alle elezioni, i partiti dovettero sottostare a procedure legali prima inesistenti. Come scrisse uno scienziato politico nel 1908, gli effetti di questi cambiamenti erano palesi: si stava rovesciando la dottrina che il partito fosse una associazione volontaria, e si stava affermando la dottrina opposta, che fosse una "agenzia governativa, soggetta alla regolamentazione e al controllo della legge". Questa dottrina fu poi confermata dalla Corte suprema; una sentenza del 1944 dichiarò incostituzionali le norme discriminatorie vigenti nelle primarie Democratiche del Texas (le "primarie bianche" che escludevano i neri) con la motivazione che il partito non è un club privato, bensì "una agenzia dello stato" tenuta a rispettare i princìpi costituzionali di eguaglianza. Le intenzioni dei giudici erano ottime; ma secondo alcuni osservatori essi sanzionarono un "discutibile primato" degli Stati Uniti: quello di avere "i partiti con più lacci e lacciuoli governativi di tutto il mondo democratico".
Le elezioni primarie furono dunque concepite come la prima fase (ufficiale) del processo elettorale. Dovevano avvenire, e in effetti avvengono, in seggi elettorali non di partito bensì statali, gli stessi nei quali si vota per le elezioni generali, con gli stessi scrutatori e le stesse procedure. Il fatto che fossero, come ancora sono, regolate da leggi degli stati e non da una legge nazionale spiega perché non si siano diffuse ovunque, e perché avessero fin all'inizio caratteristiche diverse in stati diversi. Le principali differenze hanno riguardato la definizione di chi fra gli elettori è effettivamente ammesso al voto nelle primarie di ciascun partito. Molti stati hanno "primarie chiuse". In questo caso possono partecipare alle primarie di un partito solo quei cittadini che, all'atto dell'iscrizione nelle liste elettorali, abbiano espresso tale intenzione; siano insomma, pubblicamente, registered Democrats o registered Republicans. (Conviene ricordare che negli Stati Uniti l'iscrizione nelle liste elettorali, o registration, è un atto personale e volontario; non avviene automaticamente, a opera dello stato, come in Italia.) Altri stati hanno invece "primarie aperte". In questo caso tutti gli elettori possono partecipare e decidere liberamente a quale primaria di partito votare, senza rendere pubblica la loro affiliazione politica. Le norme di ciascuno stato prevedono poi una varietà infinita di dettagli, di variazioni sul tema. In alcuni stati, per esempio, ci si può registrare come "indipendenti" e scegliere una primaria di partito all'ultimo momento, all'atto del voto. Nello stato di Washington, dal 1935, è consentito votare in primarie di partiti diversi per cariche diverse. Quest'ultima, naturalmente, è la primaria più aperta che ci sia (è una jungle primary, si dice), e dà forma estrema allo spirito anti-partito che aveva nutrito i primi riformatori. Le "primarie chiuse" costituiscono invece l'estremo tentativo dei partiti di mantenere vive nell'elettorato le divisioni di parte e le fedeltà di bandiera.
Il secondo periodo di grande fortuna delle elezioni primarie fu il decennio successivo al 1970. Allora l'innovazione investì in pieno il processo di selezione dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; o meglio, più tecnicamente, la selezione dei delegati ai congressi nazionali di partito che poi nominano i candidati alla presidenza. La spinta riformatrice partì dai Democratici, traumatizzati dalla sconfitta di Hubert Humphrey alle elezioni del 1968, vinte dal Repubblicano Richard Nixon, e dalla débacle del partito al congresso di Chicago di quell'anno, quando lo scontro sulla guerra in Vietnam e sui diritti degli afro-americani divenne battaglia di strada. E la riforma partì dall'alto. Il comitato nazionale Democratico creò una serie di commissioni che raccomandarono cambiamenti radicali al fine di incorporare nel partito i nuovi movimenti politici e sociali (pacifisti, studenteschi, femministi, per i diritti civili), che costituivano potenziali serbatoi elettorali ma che erano guardati con sospetto se non con ostilità dagli apparati e dai capi-partito tradizionali. Le nuove primarie presidenziali dovevano servire a questo: ad aprire il ventaglio delle candidature possibili, e a garantire che i delegati al congresso nazionale rappresentassero tutte le opinioni e tutti i gruppi demografici (giovani, donne, neri e altre minoranze) in "rapporto ragionevole alla loro presenza nella popolazione dei singoli stati". Dal centro la pressione si trasferì ai partiti locali che, in genere d'accordo con i Repubblicani, agirono nelle assemblee legislative statali per adottare le nuove norme. Nel 1960 le primarie presidenziali si tenevano in 16 stati, riguardavano un quarto dei delegati ai congressi nazionali (il resto continuava a essere scelto tramite congressi statali), ed erano poco influenti. Nel 1980 le primarie presidenziali erano salite a 32, sceglievano quasi i tre quarti dei delegati, ed erano diventate decisive.
La strategia sembrò avere successo, almeno nell'immediato. Come all'inizio del Novecento le primarie avevano consentito l'emergere del riformismo progressista middle-class, così ora, negli anni Settanta, esse diedero voce a soggetti in precedenza sotto-rappresentati o non rappresentati affatto. Ai congressi nazionali di entrambi i partiti si giunse a una presenza pressoché paritaria di donne e uomini, e i neri e le altre minoranze ebbero un numero di delegati proporzionale al loro peso nell'elettorato; ciò avvenne anche tramite sistemi di quote piuttosto rigidi. Nel partito Democratico, le elezioni primarie consentirono l'affermazione di candidati che non erano appoggiati o che addirittura erano osteggiati dagli apparati di partito. In misura limitata ciò era già accaduto nel 1968, quando furono le primarie a offrire una tribuna ai critici della politica del presidente Lyndon Johnson, grazie soprattutto alla campagna di Eugene McCarthy e, più tardi, a quella più moderata di Robert Kennedy. Nel 1972 l'effetto fu molto maggiore, a valanga, e questa volta portò alla nomination del senatore del South Dakota George McGovern. McGovern era uno degli architetti del nuovo sistema, e seppe sfruttarlo al meglio. Mobilitò nelle elezioni primarie i suoi sostenitori, che erano militanti radical e della sinistra liberal, e al congresso nazionale Democratico di Miami Beach sconfisse il suo concorrente Edmund Muskie (candidato alla vice-presidenza nel 1968 con Humphrey), che era invece l'uomo voluto dai dirigenti del partito. Nel 1976 l'esperienza si ripeté con la nomina di Jimmy Carter, un ex-governatore della Georgia che era stato fino al allora praticamente sconosciuto al pubblico e, in verità, anche alla maggior parte dell'establishment Democratico.
Le nomine di Carter e McGovern, e il loro destino successivo, mostrarono tuttavia che le virtù delle primarie (la loro capacità di promuovere candidati nuovi, non di apparato, magari sostenuti da vivaci movimenti di base) ne costituivano anche un limite significativo, una volta che si arrivava al dunque delle elezioni generali. Carter si dimostrò un candidato debole alle presidenziali del 1976, quando vinse solo perché i Repubblicani erano in crisi dopo lo scandalo Watergate e le dimissioni di Nixon; e fu battuto nel 1980 da Ronald Reagan. Più importante ancora, McGovern fu sonoramente sconfitto nel 1972, quando ottenne appena il 38% dei voti popolari contro il 61% dell'ancora trionfante Nixon. La sua candidatura fu percepita come troppo eccentrica ed "estremista" non solo dagli elettori di centro, che si rifugiarono sotto le rassicuranti ali Repubblicane, ma anche da molti di coloro che avevano sempre e con fedeltà votato Democratico. McGovern fu rinnegato persino dai vertici sindacali della AFL-CIO, un fatto senza precedenti da parte di un'organizzazione che dagli anni trenta in poi era la più efficiente macchina da voti del partito; e fu disertato dall'elettorato operaio. La lezione che ne trassero i politici Democratici fu che le primarie rischiavano di produrre candidati amati dalla base più militante e motivata del partito, ma poi incapaci, proprio per questo, di raccogliere consensi all'esterno e quindi di vincere le elezioni; insomma, una ricetta per il disastro. Al grido di "Mai più un Carter, mai più un McGovern" essi avviarono delle "riforme delle riforme" i cui frutti si sono visti negli anni novanta. Fra queste vi sono i "supermartedì" di cui si diceva all'inizio. La concentrazione di molte primarie in un unico giorno fu infatti concepita per scoraggiare la partecipazione di pretendenti sconosciuti o estremisti, e per favorire invece l'emergere di candidati "centristi" in grado di agire e di avere consensi in molti stati alla volta. Il "supermartedì meridionale" fu il primo a operare nel 1992, e non caso produsse il candidato giusto, Bill Clinton.
Ma altri limiti, e di altra natura, sono emersi nella lunga storia delle primarie e delle discussioni che l'hanno accompagnata. In primo luogo, malgrado i tentativi dei vertici partitici di riprenderne il controllo, è evidente che le primarie hanno indebolito i partiti, forse più di quanto i promotori stessi avessero in mente; ne hanno disgregato l'organizzazione, minato la coesione, ridotto la capacità di elaborare programmi e assumersene la responsabilità in quanto soggetti politici collettivi e permanenti. Le competizioni fra gli aspiranti alla nomination hanno inasprito la conflittualità interna; hanno accentuato il ruolo di cricche e fazioni legate alle ambizioni di singoli leader, e prodotto ferite poi difficili da rimarginare durante le elezioni vere e proprie, alle quali il partito dovrebbe presentarsi unito. In secondo luogo, le primarie hanno sì emarginato le party machines, ma le hanno sostituite con le machines personali dei candidati, indispensabili per gestire operazioni tanto complesse. Nelle elezioni legislative federali e statali ciò ha favorito gli incumbents, coloro che già occupano gli uffici elettivi e vogliono esservi rieletti; con le risorse di prestigio e visibilità offerte dalla carica, essi sono quasi imbattibili (un risultato paradossale per riforme che dovevano favorire le forze nuove).1 A tutti i livelli, ma soprattutto nelle elezioni presidenziali, le machines personali sono diventate imprese sofisticate e mangiasoldi dedite, da una parte, al culto della personalità del capo, e dall'altra al compito vitale di finanziare se stesse. Perché, in terzo luogo, le primarie costano, costano moltissimo e sempre di più; le prossime primarie presidenziali si annunciano come le più costose della storia.2 Per competere in tanti stati simultaneamente, i candidati devono avere organizzazioni estese e milioni di dollari da investire in propaganda. Devono essere in grado di condurre non una "campagna" vecchio-stile, diluita nel tempo, stato dopo stato, bensì (per mantenere il linguaggio guerresco che è storicamente connaturato alla politica elettorale) una imponente "guerra lampo"; devono essere in grado di "bombardare a tappeto" le reti televisive di intere regioni.
Èper questo che prima ancora di vincere le elezioni primarie del proprio partito, anzi prima ancora che la stagione delle primarie cominci, i candidati devono preoccuparsi di vincere le "primarie della ricchezza" (vedi Jamin B. Raskin e John Bonifaz, The Wealth Primary, Center for Responsive Politics, Washington, D.C., nel sito http://www.opensecrets.org/pubs/law_wp/wealthindex.htm). Avere soldi a disposizione è, senza dubbio, cosa buona in sé per chi pensi di dedicarsi al business elettorale presidenziale. Ma qui il meccanismo è più perverso, e ha un impatto prima ancora che i soldi vengano spesi. La capacità di raccogliere fondi è diventata un requisito per garantire la serietà della propria candidatura, e quindi per poter attrarre ulteriori fondi in futuro. Inoltre la capacità di alcuni di raccogliere molti fondi tiene fuori dalle primarie o fa rinunciare altri aspiranti, non egualmente dotati e quindi destinati a sconfitta sicura, qualunque siano le loro (altre) qualità. In campo Repubblicano, negli ultimi mesi, le decine di milioni di dollari accumulate da George W. Bush gli hanno fatto il vuoto intorno, costringendo al ritiro anticipato concorrenti del calibro di Elisabeth Dole ("è una questione di soldi", ha spiegato l'ottobre scorso). In campo Democratico, Al Gore ha fatto lo stesso; ha spaventato tutti tranne Bill Bradley. E Bradley è diventato un serio contendente quando ha dimostrato di saper trovare denaro in quantità, grazie alla rete di relazioni costruita durante la sua permanenza in Senato. A questo punto è piuttosto ozioso chiedersi da dove vengano questi soldi. La risposta di tutte le ricerche in proposito è banale: vengono da chi ce li ha, e ne ha tanti. Anche gli effetti sistemici sono banali e prevedibili. I candidati più indipendenti dai partiti sono anche quelli più dipendenti dai finanziatori privati. E campagne eccentriche e progressiste, di base e povere, lente a partire e in salita, tipo quelle di Jesse Jackson nel 1984 e 1988, sono impensabili. Come ha commentato Ruth Marcus del Washington Post, "il processo darwiniano nel quale sopravvive solo il più finanziariamente adatto avviene mesi prima che sia stato dato un solo voto".
note:
1 Nel 1998, alle elezioni congressuali per i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, 401 incumbents ottennero la ricandidatura del loro partito, e 395 furono rieletti.
Ciò è vero anche per la campagna elettorale nel suo complesso. Secondo stime di Public Campaign, un'organizzazione che si batte per la riforma dei finanziamenti elettorali, la spesa totale per tutte le campagne (primarie e generali) a tutte le cariche federali (presidente, senatori e deputati) potrebbe raggiungere i 3,5 miliardi di dollari; nel 1996 fu di 2,1 miliardi. Nel 1992 la conquista di un seggio alla Camera dei Rappresentanti costò ai vincitori mediamente 500.000 dollari; la conquista di un seggio senatoriale circa 4 milioni di dollari. Da allora i costi sono cresciuti. Non a caso un quarto dei 100 senatori sono personalmente molto ricchi (milionari in dollari), in grado quindi di "investire" nell'impresa consistenti capitali propri.