La sinistra alternativa in Europa
IZQUIERDA
UNIDA
Manuel Monereo
Come è noto, nel 1982 il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) conseguì un clamoroso successo elettorale, ottenendo, per la prima volta nella storia della giovane democrazia spagnola, la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento; e successivamente accrebbe e consolidò questo risultato, conquistando nuove maggioranze nelle altre strutture amministrative dello Stato: i Comuni e le regioni autonome. Mai un partito politico aveva in precedenza avuto la possibilità in Spagna - in un contesto democratico - di concentrare tanto potere politico e tanta influenza sociale, come il partito di Felipe González.
In questo contesto, la sinistra socialdemocratica avviò un processo di ristrutturazione, che la impegnò per più di un decennio, e l'altra sinistra, fondamentalmente il Partito comunista di Spagna (Pce), entrò in una crisi profonda che, non senza difficoltà, cominciò a superare con la creazione di Izquierda unida.
È assai noto, inoltre, che, anziché tener fede ai suoi pur moderati impegni elettorali, il governo di González dette impulso ad una strategia - il suo programma effettivo era infatti influenzato, è giusto ricordarlo, dalla esperienza di Craxi in Italia- di riconversione industriale e di ristrutturazione sociale, improntate ad un chiaro progetto neoliberista di modernizzazione capitalistica del Paese.
Come era prevedibile, questa politica sollecitò conflitti e reazioni sociali, in alcuni casi assai acuti, che facevano leva sull'esigenza di tutela dell'occupazione e sulla richiesta di tener fede agli impegni sociali assunti dal Psoe, quando in precedenza era collocato all'opposizione. Senza dubbio, il tema su cui si sviluppò lo scontro politico e sociale più significativo fu la lotta per l'uscita dalla Nato. Si può infatti dire senza rischi di smentita che uno degli elementi che avevano reso possibile la vittoria del Partito socialista era stato la sua proposta di portare la Spagna fuori dalla Nato, attraverso un referendum. Ed ora, vinte le elezioni, con un repentino cambio di rotta, González convocò il referendum, ma per mantenere la Spagna in questa Alleanza (nel marzo del 1986).
Il dibattito su un tema così centrale come quello della pace e della corsa agli armamenti - si tenga presente il contesto europeo e mondiale di quella fase - ebbe varie conseguenze: lo sviluppo e la crescita del pacifismo come movimento di massa; una frattura seria tra il Psoe e la sua base elettorale, che successivamente si trasformò in una seria crisi di rappresentanza; e, per ultimo, un forte recupero di ruolo della sinistra politica e sociale.
Indubbiamente, al referendum si perse di stretta misura; ma questo conflitto sociale aveva dato il segno dell'aprirsi di un nuovo spazio politico, caratterizzato da una forte convergenza tra movimenti sociali tradizionali e nuovi, da forme di intervento politico molto partecipate e da un programma democratico-radicale, che apriva lo spazio a esperienze inedite di aggregazione politica unitaria.
L'audacia del Pce - già sperimentata parzialmente in Andalusia - consistette nel prendere tempestivamente coscienza del fatto di non poter sommare a sé queste nuove realtà in modo inarticolato; e che, del resto, in questa nuova fase non servivano più le vecchie formule frontiste. In questo contesto nasce Izquierda unida, inizialmente come una larga coalizione elettorale, e, successivamente, come movimento politico e sociale caratterizzato da un pluralismo politico ed ideologico e da una unità programmatica; da una organizzazione di modello federativo; da una democrazia partecipativa e da modalità innovative di intervento politico-sociale; e da una strategia socialista capace di assicurare la convergenza tra le vecchie tradizioni rivoluzionarie del movimento operaio ed i movimenti emancipatori moderni (ecologismo, pacifismo, femminismo...).
Ma, ben aldilà delle formule organizzative e programmatiche, ciò che Izquierda unida riuscì a promuovere fu il riportare alla politica centinaia di uomini e donne (i "senza partito"), che per tutta questa fase sono stati, insieme ai comunisti, la componente fondamentale di Iu, anche se occorre aggiungere che compongono questa organizzazione anche altre forze politiche, come il Partito di azione socialista (socialisti di sinistra) e Sinistra repubblicana (un partito democratico-radicale), oltre a diverse correnti politiche, tra cui bisogna segnalare quella denominata ecosocialista.
In pochi anni, che hanno coinciso con la direzione di Julio Anguita, Izquierda unida divenne la terza forza politica del Paese, con un'apprezzabile influenza nelle istituzioni e nelle aree attive e organizzate della società.
Evoluzione sociale ed elettorale
Izquierda unida conobbe fino all'anno 1996 una costante tendenza alla crescita della sua forza elettorale. A partire dal 1986, passò in un decennio da 965.504 voti a 2.629.846 (il 10,5% dei voti validi). Un successo importante, che era inoltre accompagnato da altri fattori non meno significativi: una crescita omogenea nel territorio, una presenza consistente in quasi tutte le regioni autonome (eccetto la Galizia) e l'emergere di nuovi soggetti sociali, che davano il loro sostegno elettorale a una forza di cambiamento.
Questo sviluppo alimentò la speranza di conseguire in un tempo non lontano un riequilibrio tra le forze di sinistra. Si tenevano infatti in gran conto i processi aperti in Italia e Francia, che sembravano segnalare una forte crisi dei partiti socialdemocratici tradizionali, con prospettive reali di crescita per le forze collocate alla loro sinistra.
Si è già fatto cenno ai limiti, ai problemi e alle sfide nuove a cui Iu non ha saputo dare una risposta adeguata. Le recenti elezioni comunali, nelle Regioni autonome e quelle europee segnalano una tendenza al calo elettorale, che si era già verificata nelle elezioni del Parlamento basco. La perdita di voti è risultata gravissima: più di un milione di voti. Praticamente la metà dei nostri elettori. Le analisi fatte successivamente hanno mostrato che la parte più significativa dei voti persi hanno alimentato l'astensione; mentre solo in misura minima si sono orientati sul Psoe.
Di fatto, dal 1986 il passaggio di voti tra le due formazioni non ha mai superato i 400.000 voti.
L'alta volatilità del voto a Izquierda unida veniva così in evidenza in questa tornata elettorale; mentre risultava chiaro l'immediato impatto elettorale delle ragioni politiche di crisi già segnalate. Senza dar corso ad altre, più analitiche, valutazioni, occorre fare i conti con due fenomeni strutturali, che condizionano l'impatto sociale e politico di una forza come Izquierda unida.
In primo luogo, il sistema elettorale e i suoi crudi condizionamenti. Il peso diseguale del voto, a seconda della zona di residenza e della grandezza dei distretti elettorali, produce importanti distorsioni sulla rappresentanza politica. Per gli analisti elettorali, nel caso spagnolo si può arrivare alla chiara conclusione che il sistema elettorale manifesta il livello più alto di alterazione dei valori proporzionali del voto tra i Paesi con sistema proporzionale, così da avvicinare, negli effetti pratici, Paesi come l'Inghilterra o la Francia, che hanno sistemi maggioritari.
Questa alterazione in senso maggioritario del sistema elettorale pregiudica fortemente le "terze forze", e nel caso spagnolo, Izquierda unida. Questa situazione ha determinato l'emergere della tendenza a quello che si definisce "il voto utile", vale a dire l'orientamento di una parte crescente dell'elettorato a dare il proprio sostegno a quelle opzioni che hanno una reale possibilità di uno sbocco di governo. Questo nesso è chiaramente individuato dalla letteratura specializzata.
Il secondo fattore rilevante è nell'impatto del processo di modernizzazione degli ultimi due decenni in Spagna. Questa infatti ha avuto un rilievo particolare nel promuovere una profonda modificazione della struttura sociale e una crescita della mobilità sociale. L'effetto sociale di questo processo è stato poi la perdita di centralità della socializzazione culturale e politica della classe operaia e delle sue organizzazioni tradizionali.
L'andamento del voto in questo decennio permette di cogliere un profilo sociale e politico delle donne e degli uomini che votano Izquierda unida. Mentre le tendenze individuate in questa fase sono anche espressione tanto delle difficoltà che si stanno attraversando come dei gravi errori che si sono compiuti.
Per ciò che si riferisce al profilo demografico, Iu è una forza giovane. Il 75% dei suoi elettori hanno un'età inferiore a 45 anni. O, ancora meglio, più del 51% hanno meno di 34 anni. Questo dato contrasta con il Psoe, che ha solo il 54% di elettori con meno di 45 anni. E risulta ancora più significativo in rapporto al Partito popolare, che ha il 52% dei propri elettori con età superiore ai 45 anni.
Però, senza dubbio, dal 1986 ad ora si è prodotta una perdita di voti giovanili da parte di Izquierda unida e un incremento significativo da parte del Pp. Infatti Iu perde 8 punti tra i votanti con meno di 25 anni, il Psoe perde 4 punti, mentre il Pp ne guadagna 7. Tra il 1986 e il 1996, per Iu aumenta invece il voto femminile, particolarmente nella fascia di età tra i 35 ed i 44 anni.
Per quanto si riferisce all'istruzione, Iu è fino al 1996 l'organizzazione con una quota più alta di elettori universitari: il 17-18%, a fronte del 7,7% del Psoe e del 16% del Pp. Prevalgono in Iu le persone che hanno compiuto il ciclo di scuola dell'obbligo (scuola primaria e diploma elementare), che rappresentavano il 41% nel voto del 1996. Quest'area rappresentava per il Psoe il 50,4% nel 1996, mentre era del 50% per il Pp.
L'incrocio tra queste due variabili segnala che la nicchia elettorale più significativa per Iu è stata rappresentata dai giovani e che si è prodotta una forte corrente di simpatia nei settori sociali cha hanno una funzione di opinion leaders. È però altrettanto chiaro che questa tendenza è chiaramente mutata con le ultime elezioni del giugno 1999.
Per quanto riguarda invece il profilo sociale e lavorativo, tra il 1986 e il 1996 la proporzione tra attivi ed inattivi è assai simile: 57% e 43% nel 1986 a fronte del 55% e 45% nel 1996.
Nel 1986 erano gli operai dell'industria e dell'edilizia - con il 25% - quelli che avevano maggior peso tra i votanti di Iu, seguiti dagli studenti - il 18% - e i disoccupati - il 16% -. Dieci anni più tardi sono al primo posto i disoccupati - 21% -, seguiti dagli operai dell'industria e dell'edilizia - 15% -. In questo periodo aumentano significativamente i votanti tra i dirigenti e i quadri intermedi - dal 5% al 13% - e gli impiegati e gli addetti al commercio - dal 6% al 12% -. Al contrario diminuisce il peso degli studenti - dal 18% al 12% - , degli operai dell'industria - dal 25% al 15% - e, in modo meno sensibile, degli addetti all'agricoltura - dal 3% al 2% -.
Una delle conseguenze più rilevanti di questa composizione socio-lavorativa, per livello di istruzione e demografica di Iu è risultata essere l'alta volatilità del suo voto. Appena il 59% dei suoi elettori si è dichiarato disposto a votare Iu nei diversi livelli elettorali, di fronte a una quota del 75% nel caso del Psoe e del Pp. Questo fattore condiziona fortemente le rilevanti oscillazioni del voto per la nostra forza politica.
Una mappa delle contraddizioni
Generalmente si è soliti rappresentare i nodi e le contraddizioni di Iu in relazione a due variabili fondamentali, che esprimono i vecchi dilemmi della sinistra, tra riforma o rivoluzione, tra riformismo o socialismo. A mio giudizio, questa è una rappresentazione parziale, che occorrerebbe integrare con un'altra dimensione, che ha come asse la contrapposizione tra sinistra tradizionale e sinistra alternativa. Quest'ultima, articolata in rapporto alla presenza e alla valorizzazione che si riesce ad esprimere su almeno tre questioni: a) il "nuovo capitalismo" e le sue caratteristiche; b) la "lettura" della crisi del socialismo reale e dei modelli emancipatori legati a quell'esperienza; c) le nuove contraddizioni che attraversa l'umanità in questo passaggio di millennio: penso soprattutto alla crisi ecologico-sociale, ai problemi di genere e al conflitto tra culture. Come si vede, nella "mappa" si distinguono almeno quattro punti di riferimento, a partire dai quali sono possibili scelte alternative. Ora, i conflitti in Iu hanno a che vedere - ed hanno avuto a che vedere - con le opzioni relative a queste alternative.
Il primo "nodo" delle contraddizioni, che si sono manifestate, riguardava il modello neo-liberista ed i suoi effetti sociali, sia quando era al governo il Psoe, sia quando la destra lo ha sostituito in questo ruolo. È ciò che faticosamente ed in modo insufficiente chiamiamo "politica delle alleanze". Il problema lo si può rappresentare in questo modo: che politica può realizzare una forza di trasformazione, che ottiene un 10% dei voti a fronte di un Partito socialista, che governava realizzando un programma sociale liberista, in stretta alleanza con la borghesia catalana e basca? E poi: che politica unitaria è possibile realizzare con un Partito socialista all'opposizione, che difende un progetto di "terza via" coincidente in aspetti sostanziali con le ipotesi della destra al governo?
Si può sostenere che Izquierda unida ha incontrato molte difficoltà nella ricerca di un equilibrio tra la difesa di un programma autonomo e la possibilità di arrivare ad accordi con il Psoe. Una sua corrente minoritaria, che successivamente uscì da Iu e si alleò sul piano elettorale con il Psoe, sostenne per diversi anni che il programma di Iu era irrealizzabile e che occorreva favorire, anche a costo di rinunce su temi identitari importanti, un accordo con i socialisti. La maggioranza, senza dubbio, difese la necessità di una opposizione politica e sociale forte e di una difesa limpida del suo progetto autonomo, in particolare quando, nell'ultima fase del governo di Felipe González, questi finì con l'essere coinvolto in vicende assai gravi di corruzione politica e di terrorismo di Stato. Con l'avvento al potere del Partito popolare nel 1996, e di fronte all'evidenza che i cambiamenti realizzati nella direzione del Psoe non significavano né un mutamento reale nell'orientamento strategico né un'autocritica della fase precedente, Iu cercò di adeguarsi tatticamente al nuovo scenario, proponendo l'unità di azione della sinistra, come impegno a cercare percorsi concreti e parziali per raggiungere la massima unità contro le politiche della destra. Ciò che si può sostenere è che Iu non è risultata capace, sino ad ora, di tradurre politicamente questa volontà né di dare credibilità sociale a questa proposta, anche forse perché questa obbligava a cambiamenti che non tutta l'organizzazione era in grado di realizzare.
Questo problema ha un rapporto molto forte con l'altro nucleo di contraddizioni, che sotterraneamente attraversano il dibattito e la pratica di Izquierda unida. Un primo ordine di questioni è relativo alle difficoltà, assai serie, nel comprendere le nuove contraddizioni di questo capitalismo post-fordista, e, soprattutto, il modo di intervenire politicamente su du esse. Il dibattito sulla riduzione dell'orario di lavoro e la questione dell'occupazione chiarisce bene queste difficoltà. Sebbene sia certo che su questi terreni avanzava la rivendicazione di un problema reale, che a sua volta aveva un rilievo strategico per il movimento operaio e la sinistra, senza dubbio, a prescindere dagli sforzi e dai limitati risultati che si sono conseguiti, non siamo stati capaci di organizzare una lotta sociale consistente attorno al suo nucleo problematico essenziale: un nuovo modello di sviluppo ed un nuovo ruolo del lavoro. La questione del rapporto con i sindacati è stata ed è, su questo problema, essenziale. Iu si vide contrapposta alla dinamica sindacale prevalente (che sottovalutava queste domande e sollecitava momenti di intesa con la destra al governo), senza essere capace, per altro verso, di creare relazioni organiche con quei settori di cui teoricamente si assumeva la difesa, che stavano soffrendo le conseguenze della precarietà e dell'esclusione. Questa vicenda, che abbiamo documentato a titolo di esempio, esprime dilemmi reali, ai quali non siamo stati capaci di dare una risposta politico-strategica.
Un altro aspetto dello stesso problema inerisce al carattere di movimento politico e sociale, a cui aspirava Izquierda unida. Perché, innanzitutto, movimento politico e sociale? Fondamentalmente perché la vecchia "forma partito" non era capace di garantire oggi un progetto politico che aveva bisogno di nuove forme di aggregazione solidale, di partecipazione politica e culturale e di intervento nella trama istituzionale. Sebbene Iu abbia saputo articolare le sue forme organizzative, che hanno garantito pluralismo politico ed ideologico, rispetto per le minoranze ed un decentramento apprezzabile, non è stata in grado di organizzare, dal basso, la mobilitazione sociale e la creazione di uno spazio pubblico di dibattito e di intervento politico. È certo che questo limite fa riferimento a ragioni obiettive, ma le inerzie del passato, la deriva istituzionalista e il prevalere di istanze elettoralistiche continuano a pesare troppo sui nostri comportamenti ed orientamenti: facendo così in modo che il sociale ed il politico non entrino adeguatamente in rapporto tra loro, nemmeno nella stessa vita dell'organizzazione.
Il livello politico-organizzativo riflette, come sempre, questioni più di fondo, che a fatica affiorano nel dibattito quotidiano del movimento, ma poi finiscono col risultare sottostanti ad ogni dibattito più strategico. Il prendere sul serio, ad esempio, ciò che presuppone oggi la crisi ecologico-sociale obbliga a ridefinire profondamente ciò che intendiamo per emancipazione e ciò che intendiamo per società alternativa. Benché questo appaia un dibattito che si colloca fuori dal contesto politico odierno, non è possibile rifondare il progetto della sinistra senza definirsi su questa questione cruciale. E, ciò che è più importante, non è possibile nemmeno "resistere" seriamente in questa tappa del processo di restaurazione capitalistica ed imperialista.
Un dibattito europeo e internazionale
Come è possibile osservare, questi dilemmi, queste contraddizioni sono proprie di tutta un'area della sinistra europea, che resiste, con maggiore o minor successo, all'avanzata americanizzazione del nostro continente. L'assurdo è che si cerchi di risolvere un problema di queste dimensioni su di una scala politico-culturale così ridotta, limitata, come sono oggi le sinistre dei vari Stati-nazione. Il dibattito di Iu è il dibattito di una sinistra europea, che vuole continuare ad essere sinistra. Non credo che se ne possa uscire positivamente da soli, con le nostre sole forze. E mi pare giunto il momento di mettere in pratica vecchie idee-forza, che hanno caratterizzato il nostro movimento, e che hanno a che fare con quel fantasma che deve tornare ad attraversare l'Europa e con organizzazioni internazionali che abbiano la determinazione di rappresentare il pluralismo organizzato dei deboli, di chi è agli ultimi posti nella scala sociale.
Manuel Monereo è membro
della Presidencia Federal di Izquierda Unida
Nel prossimo numero un articolo
di Alexandre Bilous sul congresso del Pcf