Russia, capitalismo reale
I NUOVI
OLIGARCHI
K.S. Karol
A Mosca si dice che il 1989 altro non sarebbe stato che un colpo di fucile sparato nei pressi di un albero pieno di uccelli; spaventati, essi avrebbero preso il volo e poi si sarebbero posati di nuovo, magari su un ramo differente, ma tutti sullo stesso albero1. Vale soprattutto per la Russia; a sottolineare la continuità del vecchio gruppo dirigente con quello attuale dove gli ex membri del Pcus o del Komsomol sono legione.
Ma le conclusioni che se ne deducono sono fallaci. L'albero non è lo stesso e neanche gli uccelli sono della stessa specie. Boris Eltsin è stato membro supplente del Politburo del Pcus e ha fatto la sua campagna nel 1989 sotto la divisa "il socialismo per tutti e non per i soli privilegiati". Ma si è condotto in modo opposto appena al potere. Non è alla scuola superiore del partito che ha imparato a venerare l'economia più selvaggia di mercato. Il gruppo dei giovani che ha scelto per lanciare le "riforme radicali" (Gaidar, Fiodorov, Ciubais, Havel, etc.) non avevano niente a che fare con una qualsiasi sinistra. Si distinguono per l'accanimento nel coprire d'abominio il passato, perché non giustificano altrimenti l'aver trasformato il vecchio albero sofferente in una pianta secca e che sta per morire. Sui cui rami, inoltre, si trovano uccelli che prima non esistevano, gli oligarchi avvoltoi, occupati a preservare a qualsiasi costo proprietà e poteri di dubbia origine.
I miei amici di Mosca hanno sottovalutato l'abilità di questo ceto dirigente nel difendere i suoi interessi. Hanno creduto che col crack finanziario dell'agosto 1998, Eltsin e il suo giro avessero perduto per sempre la partita, discreditati anche agli occhi dei ceti che parevano tirar profitto dalle loro "riforme"; anche i protettori che avevano in Occidente, colpiti dal disastro, parevano cercare a Mosca "riformatori" più affidabili. Si credette dunque che la famiglia, come è chiamato il gruppo attorno a Eltsin, non puntasse che ad assicurarsi l'immunità dai procedimenti giudiziari o un sicuro rifugio all'estero. Invece in capo a soli quindici mesi gli oligarchi del Cremlino sono riusciti a rifarsi le penne inventando ex novo un partito, l'Orso, e designando un successore, Vladimir Putin, destinato a continuare lo eltsinismo senza Eltsin. Sono stati il controllo della macchina di stato e la guerra in Cecenia ad assicurare questo risultato, ma anche una maestria nella tattica gli va riconosciuta.
L'opposizione non è invece stata all'altezza. Ha sprecato le sue carte migliori al momento buono e non è stata in grado di prevedere le mosse del Cremlino. Soprattutto non è stata capace di presentare idee o programmi diversi sui quali mobilitare le masse. Forse tutto non è perduto, forse Putin stenterà a farsi eleggere presidente. Ma prima di considerare gli ultimi sviluppi della situazione, conviene tornare all'albero e agli uccelli che lo abitavano.
1.Il crollo dell'Unione Sovietica è stato un disastro, oggi lo riconoscono tutti; un paese immenso e relativamente unificato è stato fatto a pezzi bruscamente e senza anestesia. Al di là di questa constatazione, i giudizi divergono. Un buon numero di russi sostiene che la corruzione che oggi imperversa era cominciata già nell'Urss come, benché in minor misura, la criminalità organizzata. Studi recenti sulla tenevaia economika (l'economia al nero) rivelano cose stupefacenti2. In Occidente si rimproverava alla panificazione sovietica di esser generosa con l'industria pesante a detrimento di quella dei consumi e dei servizi; la corsa agli armamenti aggravava lo squilibrio. Di qui la penuria. Ora la penuria genera delle condotte al vertice e alla base, che anche i pianificatori più qualificati e competenti non riescono a controllare né a prevedere. Essi si affidavano alle organizzazioni del partito e ai soviet locali per il controllo in periferia, mentre sia le une che gli altri di fatto si andavano implicando in attività dubbie o illegali. È in periferia che sono state inventate nuove professioni, come quella di tolkac, equivalente russo di lobbista, ciascuna dotata di una cassa nera per lubrificare i fornitori ritardatari o reticenti. "Tu mi dai più carbone e io ti darò delle macchine da cucire" - la pratica dello scambio era generalizzata. Quel che più conta è che accanto all'economia, per così dire, grigia, non ha tardato a nascere quella nera. Nelle fabbriche, alcuni reparti funzionavano come imprese indipendenti allo scopo di aumentare i fondi per gli investimenti e spesso per pagare meglio i quadri dirigenti. Lo stesso si può dire per i shabashniki, operai che si organizzavano in squadre prima per lavorare nell'edilizia, portando rapidamente a termine lavori mal fatti o fermi, e poi sono dilagati in altri settori. Pagati molto meglio degli altri operai, non godevano di nessuna protezione sociale, né assicurazioni né pensioni, ma la maggior parte ne fruiva grazie al posto di lavoro perlopiù fittizio che conservava in un'azienda. Il loro statuto legale era molto precario ma, come nel caso dei reparti autonomi, in azienda le autorità preferivano chiudere un occhio.
Dove esiste un sistema economico del genere, l'illegalità si sviluppa inevitabilmente in criminalità organizzata. Gli speculatori si sono professionalizzati e neppure più fingono di avere un impiego legale. L'industria leggera forniva a volte l'intera produzione direttamente agli speculatori che la distribuivano meglio dei distributori ufficiali. Ne è nata un'altra nuova professione, i fartsovtciki (trafficanti), grandi e piccoli che, profittando del fatto che nessuna merce era garantita, baravano e ricattavano diventando i precursori dell'odierno racket. E che dire dell'immenso traffico di divise estere? Ufficialmente il rublo valeva più del dollaro, ma qualsiasi straniero poteva comprarlo all'uscita dell'albergo sei o sette volte meno caro.
Per lungo tempo il Cremlino e la Staraia Ploshtciad, la sede del comitato centrale del Pcus, hanno negato l'esistenza dell'economia sommersa e di una criminalità organizzata. Solo dopo la morte di Breznev, il Ministero degli Interni è stato incaricato di un'inchiesta. Compito gigantesco e per molti versi sorprendente: da tempo i film sovietici mostravano le bande di rapinatori e i killer dei quali ufficialmente si negava l'esistenza. Ancora ai tempi di Gorbaciov, un membro dell'Accademia delle scienze sosteneva: "Nel socialismo non può esistere la criminalità organizzata". Di modo che in un regime di polizia neppure esisteva un reparto specializzato nella lotta contro il crimine organizzato, come si legge nel libro dell'allora ministro degli Interni, Vadim Bakatin, che sta per uscire.
Da Gorbaciov in poi, tuttavia, le teste d'uovo dell'Accademia delle scienze hanno finito per fare delle ricerche sull'economia sommersa, e hanno calcolato che la sua cifra d'affari raggiungeva qualcosa come settanta miliardi all'anno, quasi ottanta miliardi di dollari al contemporaneo corso ufficiale3. Mikhail Gorbaciov avrebbe dato nel 1987-1988 semaforo verde all'impresa privata, perché convinto che la sua esistenza avrebbe messo fine all'impresa illegale e soppresso le ombre nell'economia ufficiale. Il risultato è stato l'opposto. I soli che disponessero di capitali per aprire una piccola impresa o un ristorante erano gli speculatori o i trafficanti. E appena non hanno più avuto bisogno di nascondersi hanno trovato un'intesa con il racket, chiamato a proteggerne gli affari. Contemporaneamente acquistavano con le tangenti i favori della burocrazia mal pagata. Da quel momento la corsa alla ricchezza è stata aperta e il racket, i regolamenti di conti, la corruzione e la prostituzione sono saliti su scala prima sconosciuta. E non era che il principio. "Tutto ciò che non è proibito è autorizzato" - recitava lo slogan degli eltsiniani ormai al centro della scena; "e con le tangenti si aggira ogni proibizione" - aggiungeva la gente che ne faceva esperienza. "La grande rivoluzione criminale" - come Stanislas Govorukhin titolava il suo film - veniva poi rilanciata dalla terapia di choc adottata nel 1992 da Eltsin e dal suo braccio destro, Egor Gaidar.
2.Non sono stati soltanto i trafficanti i protagonisti di questa rivoluzione. Il ceto che aveva diretto l'economia "socialista" si è lanciato nell'edificazione del capitalismo russo con un'energia prima non manifestata. Se una parte della nuova élite, specie i fartsovtciki, ha dei carichi pendenti e preferisce non chiarire la propria situazione giudiziaria, e se alcuni condannati per delitti economici o d'altra natura si dicono "vittime del terrore comunista", la maggioranza è probabilmente costituita da gente onesta, i managers rossi, riconvertiti in businessmen e in banchieri. Hanno fatto fortuna dopo la totale liberalizzazione dell'economia perché potevano vendere tutto e a chiunque senza renderne conto. Quel che è dello Stato non è di nessuno, proclamava la propaganda ufficiale per convincere che solo la proprietà privata rendeva prosperi e felici. Bastava trovarsi in posizione di vendere la proprietà di nessuno per trasformarsi in un "nuovo russo", immensamente ricco. Nell'ultimo romanzo di John Le Carré il protagonista, un georgiano, sapendo come si raccoglie gratis il sangue in Russia, ne organizza una gigantesca raccolta per venderlo a caro prezzo negli Stati Uniti. Operazione evidentemente clandestina, per non urtare i pregiudizi delle due sponde dell'Atlantico, ma ogni notte un Boeing 747 trasporta il suo bottino in qualche città degli Stati Uniti. L'allegoria è evidente, l'autore accusa l'Occidente di complicità con i nuovi russi nei traffici più immondi e nel ricilaggio del denato sporco. Le banche di Londra, New York e Zurigo erano talmente pronte a farlo che Le Carrè le descrive inclini a vantare i propri servizi nelle pagine gialle.4
Di fatto la grande rivoluzione criminale russa ha coinciso con la mondializzazione, sotto l'egida di un capitale finanziario che le dava le ali. I consiglieri del Fmi hanno imposto a Eltsin la piena convertibilità del rublo, solo modo, secondo loro, di attirare gli investimenti esteri. Ma sopprimendo il controllo dei cambi, si è permesso ai nuovi ricchi russi di esportare i capitali ad una scala tale che il paese è diventato in senso proprio esangue. I Jumbo Jet in partenza da Mosca erano carichi di denaro sporco invece che di sangue ma le conseguenze economiche non sono state meno drammatiche. Dal 1995-1996 la Borsa di Mosca è diventata un Eldorardo per gli speculatori occidentali che non ci hanno pensato due volte a pompare rubli.
La battuta di Brecht "Il vero ladro è colui che fonda una banca non quello che la rapina", ha trovato in Russia una perfetta illustrazione, la creazione di un sistema bancario privato essendo la priorità del Cremlino5. Se ne è fatta carico la Banca nazionale prestando il denaro ai felici eletti e aiutandoli a moltiplicare la loro fortuna. Erano anni di fortissima inflazione (2.500 per cento nel 1992), ma le banche private ottenevano grosse somme a un tasso dieci, venti e persino cento volte inferiore a quelli che praticavano ai loro clienti. In queste condizioni non occorreva essere un genio finanziario per arricchire e far costruire alla propria banca un grattacielo come in Occidente. Un amico, tornato a Kirov dopo un'assenza di dieci anni, ha tovato un solo edificio nuovo: quello della banca regionale, mentre le strade vicine cadevano a pezzi.
Il Fmi ha naturalmemte imposto alla Russia la sua priorità antinflazionista, il cui primo strumento è la riduzione delle spese sociali e il secondo la diminuzione della massa di denaro in circolazione6. Da allora i manager, che avevano già parcellizzato le loro imprese trasformandole in società per azioni, si sono ricordati della antica pratica dello scambio, diventata il solo mezzo per pagare in natura i salari molto in ritardo. È così che un ingegnere della regione industriale del Kuzbass in Siberia mi ha raccontato di essere pagato con un certo numero di prodotti semilavorati e due sacchi di sale: dovendo rivendere il tutto sul mercato è diventato un celnok, uomo-spola, e va a cercare in Cina i beni d'uso più richiesti. In teoria mantiene il suo posto, perpetuando l'abitudine degli impieghi fittizi, e deplora che gli operai, non avendo come lui i mezzi per fare la spola, in fabbrica rubano tutto. "Se non rubi al tuo lavoro, rubi alla tua famiglia", dice un nuovo proverbio. I celnoki, teleguidati dalla mafia, sono ormai i grandi fornitori del mercato7.
I manager non ne hanno sofferto troppo, esperti come sono nel gioco fra i prezzi di produzione e quelli della vendita sul mercato estero. Per esempio, un'automobile comprata in rubli e venduta in dollari rendeva il 500 per cento di interessi: la fortuna di uno dei maggiori oligarchi, Boris Berezovski, è nata da questo commercio. Nessuno se n'è scandalizzato, ritenendo che l'accumulazione capitalistica primitiva non poteva farsi altrimenti. Lo stesso è valso per le privatizzazioni, condotte a tamburo battente a profitto degli amici e senza alimentare il bilancio dello Stato. Il quale ha mancato talmente di entrate da dover prendere in prestito, nel 1995, il denaro presso gli stessi cui l'aveva elargito, pagandolo carissimo. Berezovski per esempio, ha messo le mani sulle due catene della televisione pubblica che teoricamente sarebbero di proprietà dello stato. D'altra parte di fronte a un governo manifestamente ladro nessun russo di media agiatezza ammetteva di pagare le tasse. "Ma perché dovrei dare i miei soldi a gente che li esporta in Svizzera? Preferisco trasferirli in Svizzera per conto mio!", m'ha detto, tranquilla, la direttrice di un'agenzia di pubblicità a Mosca. Per tappare i buchi del bilancio, il governo non ha trovato di meglio che costruire una piramide finanziaria emettendo delle obbligazioni a breve termine (Gko) generosamente remunerate, fino al 200 per cento l'anno. Ma una bolla finanziaria del genere finisce sempre per scoppiare, ed è quel che è successo il 17 agosto 1998.
I russi avevano perduto tutti i loro risparmi il 1° gennaio 1992 con la liberalizzazione totale dei prezzi e l'iperinflazione. Sei anni dopo, chi era riuscito a mettere un po' di soldi da parte è stato spogliato dal crack finanziario. La nuova classe media, che sarebbe dovuta essere l'ossatura della democrazia russa - così si diceva - è stata la più colpita. Mosca conta da molti anni un gran numero di istituti di ricerca scientifica e umanista che impiegano oltre un milione di intellettuali; mal pagati, spesso avevano trovato una nicchia nelle aziende estere che davano loro una briciola dei favolosi profitti. Senonché dopo il fatale agosto del 1998, neanche questa integrazione del salario è bastata per arrivare alla fine del mese: "È difficile vivere in una città dove i prezzi sono come all'ovest e i salari come all'est" - mi dicevano con cifre alla mano. Si calcola che i redditi siano stati amputati di un terzo e che 80 milioni di abitanti si trovano in Russia cacciati sotto la soglia di povertà. Inutile citare altre statistiche sul bilancio della gestione di Eltsin8.
Tutti sono scontenti, ma il malumore si traduce in apatia, non in iniziativa politica. I russi votano poco, spesso si stenta ad avere il quorum del 50 o anche del 25 per cento degli aventi diritto, necessari per eleggere un governatore o un consiglio municipale. In teoria ci sono stati più di 250 partiti che volevano presentarsi alle ultime elezioni politiche, ma sono in genere i cosiddetti dyvannyie partie, i cui militanti possono stare su un solo divano. Al voto del 19 dicembre solo 127 sono riusciti a partecipare e soltanto sei hanno avuto degli eletti. Spettacolo desolante, che si spiega con la difficoltà di vivere, che non lascia tempo di far politica, e con il discredito di qualsiasi idea universalista, sia socialista sia democratica.
Si dice che né l'una né l'altra sono adatte alla realtà russa. Sta di fatto che il solo partito radicato nel territorio nazionale è quello comunista di Ghennadi Ziuganov, e anch'esso è intento a darsi una fisionomia specificamente russa. Gli avversari lo agitano come uno spaventapasseri, ma non ha nulla di radicale. I comunisti governano 19 regioni, la "cintura rossa" della Russia, ma esse non funzionano molto diversamente dalle altre. Costrette a far fronte alle avversità, tutte le regioni si sono in larga parte autonomizzate, ciascuna ha degli accordi bilaterali con Mosca, fino al punto di poter promulgare delle leggi; una decina di esse ha perfino la sua corte costituzionale. Il tutto ha reso più forte l'autorità dei governatori9, come si è visto alle elezioni politiche di dicembre.
Il crack del 1998 ha portato al governo Evgheni Primakov, un dirigente autonomo, che ha saputo appoggiarsi sulla Duma ed ha affidato diversi posti chiave ai comunisti. Conoscendo bene il Cremlino, ha cercato di ridurne il potere per tappe, evitando una prova frontale di forza. E mancava di tutto, il paese era allo sbando e la maggior parte delle banche, virtualmente in fallimento10, sarebbero volentieri diventate nazionali per far pagare allo stato i loro debiti. Primakov non lo ha consentito. Ha proposto invece un patto istituzionale fra il presidente, il premier e le due camere in base al quale si sarebbe potuto evitare una procedura troppo complicata per modificare la costituzione, oggi ultrapresidenzialista, rendendola un poco più democratica. Il patto avrebbe permesso a Primakov di restare al suo posto fino alla nuova elezione presidenziale, garantendo a Eltsin la carica di senatore a vita alla fine del mandato. L'iniziativa è stata affondata da Ghennadi Ziuganov che non ha rinunciato al progetto di destituire il presidente il più presto possibile, fin dal marzo dell'anno scorso. L'ostinazione del leader comunista appare incomprensibile: anche a supporre che la Duma votasse l'impeachment di Eltsin, e così non è stato, l'impeachment avrebbe dovuto essere approvato dalla Corte suprema e dalla Corte costituzionale, che notoriamente sono agli ordini del Cremlino11. Il quale ha approfittato della sfida dei comunisti per liquidare Primakov, non tenendo in alcun conto il premier che aveva "salvato" il paese dopo il crack. Da allora alcuni, come il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov, hanno radicalizzato le critiche al regime. Ma lanciandosi nella battaglia elettorale dello scorso dicembre il tandem Primakov-Luzhkov ha troppo presunto dalla sua popolarità. "Colpirò i kaznokrady (ladri di stato) e i corrotti. Sapete che se dico una cosa la faccio" - la minaccia di Primakov ha fatto paura non solo al Cremlino ma a un buon numero di governatori. Berezovski li ha sollecitati di persona a formare d'urgenza un partito filogovernativo, e infatti il partito Unità detto l'Orso, nato in fretta e furia ad appena tre mesi dal voto, ha presentato illustri sconosciuti, lobbisti dei differenti governatori, privi di pratica politica e di qualsiasi idea di lavoro alla Duma. E, miracolo!, ha preso il 23 per cento dei voti, mandando la lista di Primakov-Luzhkov al terzo posto. Il primo lo ha naturalmente il Partito comunista12.
Certo la campagna elettorale del Cremlino ha superato ogni limite di decenza. Non ho visto nulla di simile neanche nei paesi che neppure pretendono di essere democratici e perciò non fanno parte delle istanze internazionali. Il Partito comunista, alla Duma il più forte, non ha potuto parlare dalle reti pubbliche. E occorre arrendersi all'evidenza: quando gli strateghi del Cremlino sostengono che chi controlla la televisione, e non manca di soldi, vince sempre, non hanno del tutto torto. In più il 19 dicembre avevano la carta vincente della guerra in Cecenia di Vladimir Putin, il vero leader dell'Orso.
Questa guerra maturava da tempo. Nessuno stato tollera che il suo rappresentante ufficiale, un generale a tre stelle, sia sequestrato mentre scende dall'aereo in un piccolo paese dal dubbio stato giuridico. Impadronendosi in questo modo il 16 marzo 1999 del generale Ghennadi Shpigun, e chiedendo un riscatto di un milione e mezzo di dollari, i signori della guerra ceceni già fornivano alla Russia un casus belli: il Cremlino ha atteso ancora sei mesi prima di passare agli atti col pretesto di altre provocazioni gravi, a partire dagli attentati terroristici a Mosca, attribuiti ai ceceni. E questa volta ha avuto l'opinione con sé. Lo stesso Evgheni Primakov mi ha detto un mese fa che i bombardamenti, invece di estirpare il terrorismo islamico portano acqua al suo mulino, ma a Mosca non ha preso le distanze dalla guerra, né personalmente da Putin. E non penso che, dopo il mezzo scacco alle legislative, si lancerà nella campagna presidenziale.
Il solo vero concorrente del presidente ad interim è per il momento Ghennadi Ziuganov, 55 anni, l'inossidabile candidato comunista. L'ho incontrato tre volte, sembra un uomo semplice e perfino simpatico, ma può dire qualsiasi cosa sul "tradimento" di Gorbaciov e gli splendori dell'economia sovietica prima della perestroika. Poco prima del 19 dicembre, si diceva sicuro di ottenere 300 seggi, cioè la maggioranza qualificata alla Duma, ma ha avuto poco più di 150 eletti, non male ma non abbastanza per legiferare da sé. Oggi dice che "Putin non è che un Gaidar in altra confezione" e che il 26 marzo lo batterà. Lo crede davvero?
Rari sono coloro che a Mosca scommettono sulla sua vittoria. Il leader del Pc è un vecchio uccello che si è posato su un ramo alto dell'albero russo mantenendo le vecchie abitudini. Non ha capito che in un sistema non più monopartitico conviene fare delle alleanze per non chiudersi in un ghetto. Mikhail Gorbaciov diceva a fin d'anno a Parigi che una coalizione di opposizione sotto l'egida di Primakov potrebbe vincere il 26 marzo, e infatti il risultato del voto di dicembre gli dà ragione. Ma si può dubitare che Zhiuganov lo prenderà in considerazione. Preferirà restare all'opposizione e attendere la sua ora, fra quattro o cinque anni.
Che cosa succederà della Russia nel frattempo? Non rischia di disintegrarsi, come teme con non pochi argomenti Giulietto Chiesa, nel suo ultimo libro Roulette russa13?
note:
1 . cfr. J. Kornai, Du socialisme au capitalisme, in "Capitalisme et socialisme en perspective", La Découverte, Paris, 1999.
2 . cfr. L. Kolsas, Tenevaia economika kak osobennost rossiskovo capitalisma, in "Voprossy economiki", n. 10, 1988.
3 . Vadim Bakatim, già ministro dell'interno, fornisce queste e altre informazioni nel suo recente volume.
4 . John Le Carré, Single and single, Seuil, Paris, 1999.
5 . Basta osservare il Russiagate esploso l'estate scorsa. Alla vigilia del crack dell'agosto del 1998, gli iniziati del Cremlino hanno trasferito circa sette miliardi di dollari alla Bank of New York, che ha finito coll'inquietarsi di questo flusso di denaro dubbio, ma pretendendo di non saperne abbastanza ha licenziato soltanto dei personaggi secondari. Ma se è vero che grazie all'informatica il denaro circola in tempo reale, non è meno vero che ogni transfert lascia traccia sugli ordinatori e che se l'Fbi volesse scoprire davvero i trafficanti del Cremlino ne avrebbe un'ottima occasione.
6 . Ancora oggi, dopo un certo miglioramento, il tasso di denaro in circolazione in Russia per rapporto al Pil è il 13 per cento.
7 . I paesi prediletti dagli uomini spola sono la Turchia e Cipro, ma anche l'Italia funziona. Una delle basi di arrivo è Rimini, cui si accede da voli diretti da Mosca e San Pietroburgo.
8 . cfr. L'étableau de bord d'Europe centrale e orientale en 1999, CERI, Paris, 1999.
9 . Le banche russe avevano preso in prestito molto denaro all'estero per investirlo nelle obbligazioni russe assai meglio remunerate e dopo il crack dell'agosto '98 non avevano i mezzi per rimborsarlo. Molte hanno sperato di essere nazionalizzate perché lo Stato ne pagasse i debiti ma Primakov non ha consentito.
10 . I governatori e i presidenti delle regioni sono eletti a suffragio universale e siedono nel Consiglio della Federazione, il Senato russo. La legittimità della loro elezione, come del resto quella di Eltsin nel 1996, è discussa. Cfr. lo studio di Maria Mendas, in Le Débat, Paris 1999, n. 107.
11 . La docilità della Corte costituzionale è stata evidente nell'affare Skuratov. Mentre la Costituzione impone che solo il Consiglio della Federazione possa nominare o dimettere il procuratore generale della Repubblica, la Corte ha dato ragione a Boris Eltsin che aveva sospeso Skuratov malgrado i voti dei senatori.
12 . La stampa va gridando un po' dovunque che l'Orso ha vinto le elezioni del 19 dicembre, mentre in realtà non ha ottenuto che 72 seggi sui 450 della Duma, meno della metà di quelli del Pc e quattro di più della lista di Primakov e Luzkhov.
13 . cfr. Giulietto Chiesa, Roulette russa, Guerini, Varese, 1999.