Capitalismo globalizzato
CRISI
DELLA POLITICA?
Pietro Ingrao
1.Concordo con la lettura e l'analisi che Rossanda ha proposto, sulle pagine di questa rivista, a riguardo dei processi di liquidazione delle proprietà statali e dell'allineamento dell'Italia alle pratiche neo-liberiste, che i governi e le forze di centrosinistra hanno condotto in Italia nel corso di un decennio e che hanno spostato profondamente i rapporti tra Stato ed economia. Ed è vero che i capifila di questa operazione - a parte i titoli che avevano sulla giacchetta e che non erano da poco - sono stati due figure come Ciampi ed Amato: due nomi che dicono le ascendenze e le culture a cui in Italia l'avanzata neo-liberista rimandava. L'operazione si è congiunta - nei suoi alti e bassi anche drammatici - con la partecipazione al processo di integrazione europea: il modulo neo-liberista ne è stato al tempo stesso la condizione e l'avallo.
Al di là del chiacchiericcio ideologico, i Ds hanno agito come consapevoli protagonisti di questa scelta sociale, in fondo riprendendo e attualizzando un'antica passione, che - sin dalle origini - ha segnato larga parte del defunto P.C.I. e in ogni modo è stata alta bandiera della sua destra: modernizzare finalmente il capitalismo italiano (questa vocazione di surroga che ha alimentato e animato così spesso vicissitudini, speranze e controversie del comunismo italiano). Certo: sarebbe grossolano dimenticare che questa passione di supplenza di gruppi del P.C.I. si alimentava e si congiungeva a orientamenti statalisti che trovarono poi, nel concreto, punti di incontro con posizioni del movimento cattolico e con radicate tradizioni socialiste, in quelle complicate varianti, che andavano da Morandi e dai morandiani alle ipotesi lombardiane di programmazione articolata, e si congiungevano e ibridavano - a volte - persino con le ascendenze luxemburghiane di un eretico come Lelio Basso.
Lo scritto di Rossanda segue con scrupolo puntuale date, tappe della trasfigurazione neoliberista italiana di fine secolo: gli atti di governo, le spinte delle forze politiche, le decisioni a volte precipitose e trascinanti. E lo fa evidentemente perché siano chiari i colori e le responsabilità delle scelte messe in campo. Capisco bene.
Intanto consiglio che in questo agro riassunto della vicenda italiana nell'ultimo decennio del secolo si tengano sempre ben forti le potenti innovazioni strutturali su cui con Rossanda abbiamo ragionato ed indagato insieme all'apertura degli anni Novanta, e che ci hanno fatto parlare dell'avvento di un'era post-fordista. Lo ricordo per sottolineare le radici profonde dell'evento e le spinte e le fonti mondiali, su cui si è innestato l'allineamento italiano. Anche per non mettere tutto sulle spalle di D'Alema.
Ma non è su questi sviluppi per così dire strutturali che io intervengo nella discussione fra Rossanda, Bertinotti e Tortorella. Mi preme un'altra questione.
C'è una frase che conclude l'articolo di Rossanda, e che suona così: "Come andare non dico a una maggioranza ma alla costruzione di un forte gruppo di pressione, senza una rivisitazione dei temi di cui sopra - figure, bisogni e culture - e affrontando alle radici la crisi della politica come crisi della rappresentanza ?" E prima ancora Rossanda si era interrogata sui possibili soggetti portatori di una correzione del mercato, "che reintroduca una primazia della politica nel campo della produzione e della distribuzione delle risorse".
È su questa evocazione della crisi della politica come crisi della rappresentanza che intendo sottolineare alcuni percorsi ed esprimere alcune domande. E sono questioni su cui varrebbe la pena di interrogare Mario Tronti, che sul "tramonto della Politica" ha scritto un libro tagliente, persino - mi sembra - volutamente provocatorio. Insomma: che significa nella storia del secolo (e più latamente della modernità) questa decadenza (se c'è) della Politica che si fa Stato e se ne nutre? E anche - andando assai più lontano - ciò che di "sognato" e prometeico c'era nella forzatura dello Stato messa in campo da Lenin (anche rispetto alle ascendenze stataliste della II Internazionale), persino nella fisicità - così carica di simboli - della presa del Palazzo d'inverno, che tanto parlò alla nostra ingenua o rozza fantasia giovanile.
È vero, e ce lo sentiamo ripetere dal video ogni minuto: nell'era in corso della globalizzazione siamo dentro a un processo di unificazione non più solo economica, ma politico-istituzionale dell'Europa. C'è già la moneta pronta, l'euro: quel simbolico straccetto di carta che ci accompagnerà in ogni funzione-relazione della nostra giornata, del nostro incontro con gli altri. E tutto mentre avanza uno straordinario e sanguinante processo di mescolanza a livello mondiale. Nei due sensi: l'elementare ma significativo spargersi degli abitanti dei Paesi maturi alla conoscenza e pratica del globo che straripa in questo fine secolo, in auto, in treno e in aereo; e l'assedio e lo sbarco dei clandestini sulle rive d'Europa che sale dall'ex- "terzo mondo". Insomma quell'andare e venire che, - piaccia o no - ormai oscuramente ci rimescola, noi abitanti del pianeta.
E insieme la tenace, forse incalcolata resistenza del "locale", sul piano produttivo e sul piano (mi scuso per la parola abbreviata) sentimentale. Infine - sottolineo - la tenuta della domanda di Stato in nome delle radici, delle etnie. E basta citare l'ex Jugoslavia; ma non solo.
Da noi l'opposizione di destra si nomina significativamente: "Forza Italia", ed è di nascita recentissima. In Francia il vincolo con la nazione è di assai lunga durata. E stiamo attenti agli intrecci curiosi. Gianni Agnelli da tempo sta dentro i percorsi delle sfide internazionali, ma ci tiene - eccome! - a non perdere la sua nicchia nazionale, sino a tenersi ben aggrappato alle passioni che lo uniscono al tifo juventino e alla sorte e alle nuove avventure di Mediobanca. E queste sono ancora vicende paesane, o anche resistenze, scorie, della fantasiosa storia europea.
Ma l'enorme Cina è tutt'ora uno Stato: plurinazionale si potrebbe dire, ma pur sempre Stato. Una statualità che concerne più d'un miliardo di esseri umani: nemmeno troppo elastica, per ciò che ne sappiamo. Nei pressi ci sono India e Pakhistan. Un po' più lontano il Giappone, che si mantiene come arcaici simboli un imperatore e una imperatrice. A fianco e di lato c'è il pullulare (nascere e morire) di Stati africani: embrioni di un Nuovo, o povere imitazioni dell'Occidente, abbozzi fragili di modelli depositati nella memoria mondiale?
In ogni modo, sotto quale nome e riferiti a quale concetto collocheremo queste forme in atto di istituzioni politiche, che continuiamo a chiamare Stati, sia pure nel mare tempestoso della globalizzazione? Anche il loro morire o trasformarsi non segna pur sempre una tappa e una tenuta della statualità, e delle simbologie del potere politico che esse recano con sé? Insomma non sono dunque un nido della politica di lunga durata, che sopravvive cambiando alle tempeste della globalizzazione?
2.Indubbiamente questa tenuta della statualità nazionale si è intrecciata potentemente, e dagli inizi, con una nuova trama di poteri sovranazionali, che trascorrono il secolo in parallelo con il tramonto degli imperi europei, con i grandi massacri delle due guerre mondiali, infine con la divisione del pianeta in due campi. Penso con rimorso ai ritardi e agli errori con cui noi comunisti italiani, assorbiti dal nostro compito imperioso e ossessivo di "nazionalizzarci", di farci riconoscere come italiani, non capimmo, anzi combattemmo aspramente l'operazione con cui De Gasperi, Adenauer, Schumann, sia pure sotto la occhiuta ed abile supervisione americana, misero mano alla C.E.E., e cominciarono a costruire in Europa impalcature di ordinamenti sovranazionali: quando noi ancora ci aggrappavamo anche al folclore. Ricordo il grande appuntamento di massa, con cui dopo l'attentato a Togliatti del 14 luglio del 1948 e la sconfitta del 18 aprile, riempimmo le vie e le piazze di Roma, in una straripante "Festa dell'Unità": quel corteo enorme che attraversò la capitale grondava di questo folclore paesano. Eravamo assillati dal non apparire stranieri ("quelli di Mosca").
Invece comiciava già in quegli anni '50 - certo, nel quadro rigido e pesante del patto Atlantico, delle sue strutture, ufficiali o segrete - la costruzione di organismi sovranazionali e interstatali che vennero sorreggendo l'egemonia americana in Europa e oltre.
Voglio dire che è venuta crescendo in Occidente nella seconda metà del secolo una trama di istituzioni politiche, o politico-economiche che hanno accompagnato e mediato il processo di globalizzazione e l'ideologia liberistica. In questo senso penso che la parola "liberismo" è in larga parte falsificante.
E non alludo qui ai poteri occulti che operano nella forma-concetto del mercato, ma ai palesi ordinamenti sovranazionali che in Occidente hanno operato ad articolare gli sviluppi e le mutazioni del fordismo. I nomi di questi ordinamenti, nella pratica, sono assai spesso meri accostamenti di lettere: GATT e poi WTO, oppure F.M.I., o G-7, come prima C.E.E. - insomma tutta la trama economico-politica che ha segnato e sorretto il campo occidentale nella sfida e nella vittoria contro l'URSS. Come leggerli se non come forme della politica e del suo coniugarsi con il procedere e con le mutazioni dell'agire produttivo, e la straordinaria esplosione delle innovazioni tecnologiche e avanzata dei saperi nel secolo? Ecco allora la questione: in questo cammino straordinario del secondo '900 dove cedeva la politica o invece essa si mescolava, si intrideva con le domande imperiose dell'economia?
Diciamo tutti: neoliberismo, e il processo in atto è indubbiamente clamoroso. Rossana lo documenta.
Ma io troverei interessante - non solo in Italia - una ricerca sulla mappa delle legislazioni, o più esattamente sulle forme e le dimensioni del normare in atto oggi non solo in un vero e proprio continente come la Cina, ma nell'Occidente liberista.
Per stare alle esperienze quotidiane della nostra vita: pensate a come è divenuta di uso corrente oggi in Italia la parola: "normativa", con la sua genericità ma anche con la sua allusività simbolica. Che quantità e qualità di politica c'è in questo "normare", che nei suoi vari modi interviene sul privato e sul pubblico? Quali sono i nidi, e le sedi in cui si esplicita la sua vocazione a fissare regole e moduli di convivenza cogenti? Non è venuto il tempo di verificare anche su questa trama di poteri ciò che vi è di tramonto o di mutazione dell'agire politico?
Io non voglio dimenticare il crollo dell'impero sovietico e quanto esso recava di iperstatalismo, di recinzione della politica nelle armature politico-statali e come esso abbia pesato - per vie che sembravano impossibili - persino su un esperimento di insorgenza volontaristica come l'esperienza cubana e il castrismo.
Ma resisto a una lettura dell'ondata neoliberista che veda solo le trascinanti operazioni di smantellamento della vecchia statualità e non colga la nuova trama istituzionale che mette in campo.
Questo volto normante e istituzionalmente prescrittivo del neoliberismo forse solo con la rivolta di Seattle è entrato nella percezione diffusa: appunto come ribellione a una trama normata di poteri pubblici su scala mondiale. La mappa di questi poteri ancora non è nella nostra testa: forse nemmeno nel pensiero di avanguardie combattive, ma frantumate nei diversi recinti nazionali.
Eppure gli sviluppi del normare politico sono dirompenti e clamorosi: abbiamo sotto i nostri occhi le nuove istituzioni mondiali della guerra: e le ha denudate crudamente la vicenda del Kossovo. E i promotori le hanno sancite pubblicamente, sulle ceneri dell'ONU. È stata presentata al mondo la nuova NATO che ha potere di decisione sul ricorso alla guerra nei quattro punti cardinali, addirittura rilegittimata nella sua capacità di produrre il bene, di "ingerirsi" uccidendo fecondamente.
È il nuovo o (vecchio) capitolo del potere politico. E forse ci obbliga a una nuova riflessione su questa parola così antica e variante. Con il decesso o almeno la crisi delle vecchie istituzioni di rappresentanza, su cui tanto ha cercato e lavorato il movimento operaio mondiale, forse dobbiamo articolare e accelerare la ricerca e i germi di una risposta. Luciana Castellina su questa rivista ragionava sui percorsi e sugli entusiasmi che ha destato la ribellione di Seattle. Io non so se sia un inizio o appena una protesta, e non mi nascondo le diversità forti che agivano in quell'agglomerato che si ribellava. Certo c'è dentro una speranza, un filo interrogativo: una dimensione faticosa da suscitare, ma necessaria.