Dibattito
LO STATO NON È MORTO
Guido Liguori
1.Sul fascicolo dello scorso aprile «la rivista» ha pubblicato due corpose ‘lettere’ – di Rina Gagliardi e Luigi Cavallaro – che meritano qualche commento e sollecitano ulteriori considerazioni. Esse infatti, prendendo spunto dal recente congresso di Rifondazione e dal dibattito teorico-politico che lo ha accompagnato, affrontano questioni fondamentali per la sinistra, esemplificando due modi diversi e opposti di leggere i processi economici, sociali e politici odierni. Al centro del contendere i temi del ruolo dello Stato(-nazione) e della globalizzazione.
Gagliardi è fra quanti sostengono che non vi sono più poteri statuali a limitare la pervasività della forma-merce, la logica del mercato, il potere del capitale. Lo Stato-nazione vede un «declino irreversibile delle sue funzioni e dei suoi poteri», vede cioè erosi i suoi poteri di intervento economico, subisce a monte le istituzioni e i processi sovranazionali, a valle le dinamiche di decentramento. Ed è ridotto sempre più – ma questa tesi a me sembra, come si chiarirà più avanti, sincretica rispetto alle precedenti – a «fare la guerra». Cavallaro (rispondendo anche ad alcune critiche di Riccardo Bellofiore) sottolinea ben diversamente il ruolo dello Stato: «lo Stato ha consentito al valore d’uso di assumere una forma sociale diversa (e nuova) rispetto a quella di merce»; la qual cosa permette all’autore di parlare di «modo di produzione statuale» come modo di produzione diverso rispetto a quello capitalistico. Una tesi suggestiva, di fronte alla quale conservo tuttavia qualche dubbio. Non è però su questo punto specifico che posso e voglio cercare di portare un contributo, ma sul rapporto tra la sinistra e lo Stato oggi, in relazione a una problematica più precipuamente di teoria politica, e anche di politica tout court. Cavallaro infatti si riferisce nella sua ‘lettera’ allo Stato del ’900, ma le sue considerazioni teorico-politiche sembrano chiaramente indicare anche una ricetta per il presente e per il futuro. Dunque, una posizione opposta a quella di Gagliardi.
Il tema quindi è: cosa resta dello Stato, oggi? Come la sinistra e i comunisti debbono e possono rapportarsi a esso, teoricamente e politicamente? Cerchiamo di esaminare rapidamente i diversi aspetti e argomenti che vengono oggi chiamati in causa per dare una risposta a queste domande.
2. Il ’900 è stato il secolo dello Stato, come l’800 – potremmo dire un po’ schematicamente – era stato il secolo della ‘società civile’, marxianamente intesa come luogo dell’economico. Di fronte alle ripetute e sempre più gravi crisi capitalistiche e alla necessità di superarle, sia conquistando nuovi mercati esterni, sia allargando quelli interni ai paesi capitalisticamente più sviluppati, nel secolo scorso lo Stato e il politico hanno ridefinito completamente i propri rapporti con l’economico. Sia pure con grandi differenze, tutti i diversi tipi di Stato del ’900 – socialdemocrazie, fascismi, socialismo reale, New Deal, Stato sociale e\o assistenziale, populismo latino-americano, ecc. – si caratterizzano per un inedito intervento in campo economico-sociale: lo Stato non può fare più solo il ‘guardiano notturno’ (‘veilleur de nuit’) della società, deve esercitare un ruolo attivo e protagonistico: senza di esso, il meccanismo economico si inceppa. Lo Stato in parte addirittura produce la società, nel senso che produzione, redditi e consumi passano in grande misura per la sua mediazione fondamentale.
D’altro canto, l’intervento statale nelle sue diverse forme è anche frutto dell’‘ingresso delle masse nella storia’, delle conquiste che esse ottengono, dei freni che – per suo tramite – impongono al mercato e alla sua legge della giungla. Lo Stato diviene ‘sociale’, e al contempo la società si politicizza.
3. Come è noto, a partire dalla seconda metà degli anni ’80 si è iniziato a parlare nuovamente di ‘crisi dello Stato’, soprattutto in termini di ‘crisi fiscale’ e di ‘eccesso’ della domanda democratica. Nel ’900 si è parlato ripetutamente di ‘crisi dello Stato’, anche quando – all’inizio del secolo – esso si trovava in piena fase espansiva: l’affermazione di partiti, sindacati e ‘poteri forti’ apparentemente non statuali fecero pensare che il vecchio Leviatano fosse al tramonto, essendosi complicato il terreno della sovranità interna. A questa tesi rimangono del resto legati molti storici del pensiero politico, per cui lo Stato o è quello di Hobbes o non è. In realtà, il Leviatano ha – lungo tutto il secolo scorso – cambiato pelle, senza scomparire, democratizzandosi e incrementando il proprio ambito di intervento.
Negli ultimi due decenni, però, grazie alla nuova ondata politica e culturale neoconservatrice e neoliberista (si fanno in genere i nomi della Trilateral, o della coppia Reagan-Thatcher, per richiamare il fenomeno), si è registrata una inversione di tendenza, in parallelo, ma non senza relazioni, con la rivoluzione informatica e postfordista del mondo produttivo. L’89, la fine dell’Unione Sovietica e i processi di unificazione del mercato capitalistico mondiale (la cosiddetta ‘globalizzazione’) accentuano la ‘crisi dello Stato’, o almeno ciò che viene percepito come tale.
Molti termini della questione negli ultimi decenni sono mutati, non lo nego. Come non nego gli elementi che Gagliardi e tanti altri richiamano, quali la deterritorializzazione delle strategie delle imprese multinazionali, la velocità delle informazioni, la crescente regolamentazione sovranazionale di molteplici questioni. Ma basta tutto ciò per dire che lo Stato(-nazione) è entrato in un processo di «crisi irreversibile delle sue funzioni e dei suoi poteri»?
4. Lo Stato del ’900 in ‘Occidente’, a mio avviso, si è caratterizzato soprattutto per due aspetti: l’intervento nell’economia per far superare quelle crisi capitalistiche sempre più ardue se affidate alle pure forze del mercato; e il ‘fare la guerra’, non sempre ma quasi sempre anche in relazione a rilevanti tematiche economiche (difesa di corposi interessi nazionali, incarnati ad esempio dalle diverse multinazionali, ecc.). È noto che spesso le due questioni sono state connesse: la crisi economica veniva superata proprio facendo ricorso alla guerra e usando la relativa domanda statale come volano per la ripresa.
Ebbene, questi aspetti sono evidentemente tutti presenti nel mondo odierno. Come, ad esempio, ha argomentato efficacemente Carla Ravaioli sul n. 1\2002 di «Critica marxista», la fuoriuscita da una recessione che durava da anni si è delineata grazie all’attacco terroristico dell’11 settembre e alla guerra che gli Stati Uniti hanno pensato bene di proclamare dopo e grazie a esso. A ciò si può aggiungere che i conflitti più recenti e quelli che già si annunciano riguardano tutte aree strategiche per lo sfruttamento e il trasporto della risorsa-petrolio, ieri come oggi fondamentale per i paesi economicamente, politicamente e militarmente più forti. Ma molti altri esempi sono possibili. Per citarne uno solo: si può dimenticare che Clinton nel 1998 fece bombardare e distruggere una fabbrica farmaceutica sudanese che non pagava le royalties relative a brevetti in gran parte in mano alle industrie statunitensi del settore? Non è un ‘caso tipico’ di scatenamento delle risorse statali in difesa di interessi multinazionali-nazionali? Non voglio discutere se si può o no definire ‘imperialismo’ (personalmente direi di sì), mi interessa notare come questi comportamenti siano purtroppo sempre all’ordine del giorno, non solo da parte degli Stati Uniti. Cosa fa la Russia in Cecenia? O la Cina in Tibet? O questi e tanti altri paesi nei Balcani? E via dicendo.
Quali le differenze, dunque, rispetto al secolo scorso? Il fatto più evidente è che c’è una grande disparità di forza politico-militare tra lo Stato più potente e gli altri. Dopo la scomparsa dell’Urss, gli Stati Uniti sono una potenza senza pari, al momento. C’è chi pronostica entro uno o due decenni la candidatura della Cina in qualità di nuovo nemico a tutto campo. Altri sembrano, più o meno sommessamente, pensare a un ruolo molto più incisivo dell’Europa, specie se allargata fino agli Urali. Insomma, lo Stato statunitense al momento sembra senza rivali, ma nuove dinamiche storiche vengono già percepite e fanno pensare a scenari futuri molto meno scontati.
Gli Stati Uniti, dunque, fanno la guerra, difendono gli interessi delle proprie multinazionali, rilanciano l’economia con un tipico meccanismo ‘novecentesco’: dove è la novità sostanziale? Si dice: è un caso che riguarda solo il gigante statunitense. È vero solo in parte. Altri Stati appaiono ancora forti nelle rispettive aree geopolitiche (da Israele alla Russia, alla Cina). Altri ancora si stanno pian piano attrezzando per divenire più ‘competitivi’ su scala mondiale. Comunque resta il fatto che una ‘specie animale’ non può dirsi estinta, fino a quando c’è un esemplare forte e vegeto in circolazione e diversi altri che stanno venendo su piuttosto robusti.
5. Su un piano diverso anche se connesso sta la questione molto dibattuta del rapporto tra Stato e imprese transnazionali, o tra gli Stati e i flussi economici che sembrano attraversarne con facilità i confini. Oggi gli Stati paiono innegabilmente impotenti di fronte ai flussi finanziari, in soggezione rispetto ai poteri economici. Anche se vi sono autori (Amin, Arrighi, Wallerstein) per i quali la fase attuale non fa segnare una vera differenza qualitativa rispetto al capitalismo precedente, perché il capitalismo è sempre stato ‘globale’ e le differenze odierne sono più quantitative che qualitative.
In realtà a me sembra che la domanda da porsi sia soprattutto la seguente: questa diminuita autorità dello Stato-nazione sull’economia è un destino ineludibile o il frutto della nuova egemonia neoliberista? È una scelta politica o un ‘dato naturale’? L’economia è di nuovo un ‘dio ascoso’, per dirla con il Croce critico del marxismo? A sentire l’economicismo e il determinismo di ritorno, implicito o esplicito, consapevole o meno, di tanta cultura ‘marxista’, si direbbe che siamo davvero di fronte a una nuova divinità in grado di far ballare tutti sulle note della propria musica.
Secondo Kenichi Ohmae, il guru giapponese della McKinsey, autore di La fine dello Stato nazione, gli Stati sono superflui o dannosi per l’economia. Che lo sostenga un economista liberista è naturale. Che a questa opinione si accodino studiosi o politici che si considerano ‘di sinistra’ non cessa di sorprendere. In altre parole, spesso si ha l’impressione che la sconfitta epocale che abbiamo alle spalle, introiettata, divenuta ‘rivoluzione passiva’, grazie alla quale le classi dirigenti hanno di fatto egemonizzato e ‘assorbito’ gruppi intellettuali e politici una volta nemici, impedisca a tanti anche solo di pensare davvero che ‘un altro mondo è possibile’. In realtà, la diminuita autorità dello Stato sull’economia non è un destino o un dato naturale, ma, in buona parte, il frutto di scelte precise. Una strategia – quella ‘statalista’ – è stata sconfitta anche perché è stata sconfitta la sinistra e le idee socialiste su scala mondiale. Ciò è avvenuto anche per i limiti intrinseci alle molte e diverse esperienze ‘statuali’ fin qui registrate. Ma si deve – a livello di proposta politica – buttare con l’acqua sporca anche il bambino, rinunciando allo strumento statuale tout court? Vi sono strumenti sostitutivi oggi visibili e disponibili per contrastare il mercato, per redistribuire il reddito, per assicurare beni d’uso, e così via? Io non ne vedo.
6. Un altro tema molto dibattuto resta quello del grande proliferare di organizzazioni e accordi sovranazionali che sembrano ‘imbrigliare’ lo Stato all’inizio di questo nuovo secolo. Il riferimento più importante è all’Onu, ma ci si riferisce spesso anche al caso dell’Unione europea, ad accordi tipo il Gatt, o ai numerosi accordi internazionali che regolano i trasporti, le poste, ecc. Il mondo è cambiato, è indubbiamente divenuto più ‘piccolo’ e unificato. Tuttavia non mi sembra di grande importanza il raggiungimento di politiche di concertazione su terreni non fondamentali. È vero che se si aderisce a un accordo sul traffico postale ne deriva una qualche diminuzione di sovranità in materia per gli Stati nazionali: ma tutto sommato non mi sembrano questi o simili i terreni decisivi. Per quanto riguarda organismi quali il Fondo monetario o la Banca mondiale, il loro segno politico è così marcato da essere incontrovertibile: essi sono spesso solo uno strumento per ‘regolare i conti’ tra Nord e Sud del mondo, e tra le diverse potenze capitalistiche, con un modus operandi in cui sono iscritti ab initio i rapporti di forza esistenti. Ciò non vuol dire che manchino contraddizioni e ostacoli: si tratta sempre di processi, che seguono strade spesso non lineari. Il che però non ne modifica il dato di fondo.
Mettendo per un momento da parte il caso dell’Unione europea, su cui torno tra breve, il caso dell’Onu, certamente diverso, per origine, storia, ambizioni, potenzialità, potrebbe essere un argomento per dimostrare oggi non la crisi, ma il rafforzamento dello Stato-nazione, dal momento che il più forte di questi ha deciso di non rispettarne le prerogative, non contribuirne al finanziamento, ignorarne risoluzioni, orientamenti, ecc. E non è il solo: anche Israele – ad esempio – si distingue per un assoluto non rispetto della più grande e antica istituzione sovranazionale e sovrastatale del pianeta. L’edificio kelseniano – disegnato guardando al razionalismo illuminista del Kant di Per la pace perpetua – è da tempo crollato, come e più delle ‘torri gemelle’. Ci dispiace, certo. Però bisogna prenderne atto. Il che non vuol dire rinunciare a questo organismo dalle grandi speranze. Ma essere realistici, nelle analisi del presente come nella costruzione di una strategia per l’oggi e per il domani.
7. Il caso dell’Unione europea è un altro di quelli spesso presi ad esempio dai teorici della ‘crisi irreversibile’ dello Stato(-nazione). Ma esso è, in buona parte, frutto di un equivoco. In primo luogo, esso è l’unico caso del genere oggi esistente, mentre vi sono diversi casi che vanno in direzione opposta, di divisione di vecchi Stati plurinazionali. In secondo luogo – prescindendo ovviamente dalle scelte politiche (criticabili) che sono state fatte per condurre il progetto in questione – il fatto che alcuni Stati nazionali, di grande storia ma di dimensioni ridotte, decidano di avviare un faticoso processo di unificazione sembrerebbe in realtà una conferma dell’importanza e dell’attualità della forma-Stato. Tali entità vogliono formare uno Stato più grande, più forte, più adeguato al mondo attuale, più in grado di competere con altre grandi entità statuali. Pensano a un mercato più ampio, ma anche a una politica estera più protagonistica. Non si può dire che gli Stati in questione subiscano davvero i limiti dettati dagli accordi comunitari, poiché sono essi stessi a promuovere tali accordi in vista del fine sopra richiamato. In terzo luogo, va detto che il processo in questione è tutt’altro che concluso, e non sono pochi gli scogli da superare. Scogli dettati proprio dai diversi egoismi nazionali, cioè dal fatto che gli Stati-nazione sono ancora vivi e vegeti e non sempre sanno guardare oltre il proprio naso. Infine, vi sono già stati in passato grandi Stati plurinazionali: anche questa non è una grande novità. Ancora una volta, il Leviatano si trasforma, non cessa di esistere.
Il processo di unificazione europea sembra però interessante soprattutto in relazione alla ‘questione nazionale’, che i sostenitori della ‘crisi irreversibile dello Stato’ spesso uniscono a quella dello Stato tout court. Lo storico francese Max Gallo, cercando di spiegare il ‘caso Le Pen’, ha affermato che esiste un buco nero per la sinistra e per il movimento socialista: la questione nazionale. Ritengo che il caso Le Pen sia più complesso, ma c’è nell’affermazione di Gallo la segnalazione di un problema importante: la sottovalutazione della questione nazionale in parte della teoria politica di matrice socialista e marxista. Perché, in realtà, in altri autori essa è ben presente: basti pensare a Lenin, a Otto Bauer, a Gramsci e tanti altri ancora. In alcuni momenti, la questione nazionale ha avuto persino troppo spazio nella storia dei partiti socialisti e comunisti.
Mi soffermo su Gramsci, la cui riflessione per molti aspetti è ancora attuale. Per il comunista sardo e di famiglia paterna di origini albresch, cioè calabro-albanesi (dati biografici non ininfluenti, soprattutto il primo), la nazione è il luogo specifico in cui si costruisce l’egemonia. Consapevole dei guasti che – negli anni ’20 e ’30 – la sottovalutazione della questione nazionale aveva prodotto, Gramsci usò la categoria, a forte connotazione negativa, di ‘cosmopolitismo’ anche per designare un internazionalismo superficiale e dunque controproducente (a torto o a ragione, egli indicava in Trockij uno dei rappresentanti di questa tendenza). Per Gramsci, se per i comunisti l’ispirazione di fondo non poteva che essere internazionalista e il punto di arrivo non poteva che essere l’Internazionale («…futura umanità»), cioè ‘l’unificazione del genere umano’, il punto di partenza, sia a livello di ricognizione della realtà che a livello di strategia politica, non poteva che essere nazionale.
Molte cose sono cambiate dal tempo in cui Gramsci pensava e scriveva: la cultura, i processi e gli apparati egemonici si sono ad esempio in buona parte internazionalizzati. Sarei però attento a ritenere del tutto superata la problematica gramsciana. I sentimenti nazionali, quando non nazionalistici, sono ancora fortissimi: basti pensare ai tanti esempi avutisi dopo l’89, o alle aspirazioni dei palestinesi ad avere un loro proprio Stato nazionale, o alla fortissima identità nazionale di alcuni paesi latinoamericani o asiatici, o agli stessi sentimenti ambigui su cui giocano in Europa tante forze di destra, a partire appunto da Le Pen. Sono segnali da non trascurare. Molta retorica si spende sulla pervasività della cultura ‘americana’ o sulla transnazionalità della ‘rete’: tutto vero. Ma spesso si dimentica che questi processi riguardano élites sia pure di grandi dimensioni, mentre centinaia di milioni di donne e uomini nel globo, anche nei paesi ‘avanzati’, ne sono esclusi. Soprattutto di fronte a grandi problemi inediti, come quelli della società multirazziale – che è certamente il nostro futuro –, sarebbe pericoloso sottovalutare totalmente la vecchia ‘questione nazionale’.
8. Pressato a monte dagli organismi sovranazionali, lo Stato nazionale – si argomenta ancora – è svuotato a valle dai processi di decentramento dei poteri verso le regioni, le province, i comuni. Questa obiezione è la meno consistente di tutte. Anche qui, già conosciamo una casistica grandemente variegata, dal modello centralistico dello Stato francese al federalismo statunitense, dove storicamente la ‘comunità locale’ ha rappresentato una entità di ‘autogoverno’ dagli ampissimi poteri. Tutt’oggi negli Stati Uniti vi sono usi, leggi, meccanismi politici e giudiziari molto diversificati da zona a zona. Ma non per questo il gigante americano cessa di essere uno Stato. Processi di decentramento dei poteri vanno avanti anche in Stati di tradizione diversa, anche in Italia? A seconda di come ciò avviene, può essere un fenomeno positivo o negativo, non tale però da ‘scardinare’ lo Stato e da farlo cessare di esistere. A meno che non si arrivi ad alcuni estremi: è chiaro che oltre una certa soglia cambierebbe la sostanza qualitativa dei processi. Se tale soglia non viene superata, però, il processo non è decisivo. Uno Stato più decentrato può essere (non sempre è così!) uno Stato più democratico. Ma è pur sempre uno Stato.
9. Ritengo che lo Stato, lo Stato sociale nelle sue diverse versioni, con tutti i suoi limiti, sia stato in Occidente il più grande strumento usato dalle classi subalterne per opporsi al mercato e al capitale. E non mi sembra di vedere in giro, oggi come oggi, idee migliori per sostituirlo. Si obietta: è pur sempre uno ‘Stato del capitale’. Non posso dire che non sia vero. Ma così rispondendo mi sembra si resti a una idea e dello Stato e della rivoluzione ormai alle nostre spalle. Già Gramsci aveva ridefinito sia l’una che l’altra, fornendo dello Stato un concetto non semplicemente strumentale e statico, ma dinamico e dialettico, processuale. Nessuno poi ci obbliga a ripercorrere le strade dello Stato sociale: se ne possono trovare altre, dando grande fiducia allo «spirito popolare creativo» (ancora Gramsci). Resta però difficile pensare a una autoregolazione in senso solidaristico e antiutilitaristico delle società avanzate senza un ruolo attivo dello Stato.
Si obietta ancora: lo Stato ha però fallito il suo compito, è stato sconfitto. Mi sembra vero e falso al tempo stesso: è stata soprattutto sconfitta una politica, ha prevalso un altro discorso egemonico, indicando con questo termine la non separabilità dei processi economici e di quelli politici, il livello ‘oggettivo’ e le scelte ‘soggettive’. Lo Stato (per essere precisi, lo «Stato integrale», o «Stato allargato», cioè – per Gramsci – l’insieme dialettico di Stato e società civile, il loro intreccio inseparabile) in questo senso, prima di essere un ‘attore’, è il terreno della lotta egemonica, il luogo dello scontro. I soggetti reali sono, per l’autore dei Quaderni, le «classi fondamentali», che però divengono attive e protagoniste della storia solo nel momento in cui non subiscono le dinamiche strutturali, ma ne offrono una interpretazione politica e culturale, cioè soggettiva, non staccata dalle prime (si cadrebbe nell’utopia), ma neanche meramente passiva e ‘codina’.
È ovvio che oggi la realtà è molto dura. Perché veniamo da una sconfitta profonda, maturata nell’ultimo ventennio del ’900. Questo è il punto, non l’irrefrenabilità dei processi economici, nuovo ‘dio ascoso’ a cui sembra non ci si possa opporre. Si può farlo, innanzitutto se si parte dalla realtà, non scambiando cioè per realtà i nostri desideri. Si può farlo con la politica, dunque anche sul terreno e per mezzo dello Stato, degli Stati, dell’opera di imbrigliamento, di canalizzazione, di regolamentazione, di sostituzione che essi attuano o possono attuare rispetto agli ‘spiriti animali del capitalismo’.
Certo, se si parte dal presupposto che la crisi dello Stato sia ‘irreversibile’, cosa resta di tutto ciò? Una ‘moltitudine’ errante, un movimento senza referenti e\o obiettivi istituzionali su cui esercitare pressioni e domande di cambiamento. Ma allora – viene da chiedere a Gagliardi – perché ad esempio Rifondazione si sarebbe meritoriamente posta il problema della difesa dello Stato sociale, si sarebbe opposta alle privatizzazioni, ecc., se si deve considerare lo Stato come ‘irreversibilmente’ in crisi? Sarebbe la sciocca difesa di una nave che affonda. Ma possiamo anche solo pensare di regalare ai padroni quel che rimane in termini di tutela e di Stato sociale – dalle pensioni all’Art. 18 (ohibò, è una legge dello Stato!), dalla sanità alla scuola pubblica? Sono essi tutti ferrivecchi su cui la ‘moltitudine’ non può più fare affidamento?
10. Le cose non stanno così. In definitiva, a mio avviso, lo Stato, il Leviatano di Hobbes, si è incessantemente trasformato, nel corso dei secoli. Nato come Stato assoluto, diviene Stato liberale e poi democratico, ampliando man mano il suo demos. Lo Stato totalitario che si presenta nel ’900 viene sconfitto. L’esperimento soviettista fallisce, ma indica anche limiti della democrazia parlamentare lungi dall’essere superati. Parallelamente, lo Stato assume vari aspetti in relazione al rapporto con l’economico e con la società: Stato pedagogico, Stato minimo, Stato guardiano notturno, Stato imperialista, Stato interventista, Stato sociale, Stato corporativo, Stato pianificatore, Stato programmatore. Ora ‘Stato ridotto’. Cambia pelle, subisce metamorfosi profonde, si adatta all’ambiente, ma non muore. Le classi subalterne, le masse ‘entrate nella storia’, lo usano per condizionare o per sostituire il mercato. Avanzano, arretrano, vengono sconfitte, ripartono. Lo Stato – insieme terreno e strumento della lotta – sta ancora lì davanti a noi. La sua ‘forma’ è l’oggetto del contendere.
La profezia dei più accesi teorici della globalizzazione, secondo i quali sui nostri documenti presto l’indicazione della ‘nazionalità’ (cioè l’appartenenza a uno Stato) sarebbe stata sostituita da quella della ‘corporation di appartenenza’, resta per fortuna una trovata degna di un romanzo di Philip K. Dick. Il suo capolavoro, Do Androids Dream of Electric Sheep?, divenuto celebre grazie alla versione cinematografica, intitolata Blade Runner, scritto nel 1968, è ambientato nel 1992: una profezia affascinante, per alcuni versi anche anticipatrice, ma nell’essenziale errata. Anche la profezia del ‘declino irreversibile dello Stato’ sembra destinata a subire, per ora, la stessa sorte.