Terremoto nel continente dei media
PARIS TEXAS
Michele Mezza
Germania, con l’esplosione del gruppo Kirch; Francia, con la crisi di Vivendi; Inghilterra, con il fallimento di Itv; Spagna, con la difficile unificazione delle piattaforme di pay tv; Italia con tutto e di più. È un vero incubo, che si sta materializzando in Europa, e colpisce al cuore il sistema dei media del nucleo forte dell’Unione europea. E si manifesta come crescita di un processo di subalternità culturale e politica, che rischia di ridurre, ancora una volta, l’Europa a sfibrato gregario degli Stati Uniti nell’accelerata occidentalizzazione del globo.
Ciò che, infatti, è oggi in gioco è molto di più dell’eventualità di preservare identità culturali o autonomie strategiche nel mondo dei media. La centralità, che oggi le fabbriche multimediali hanno assunto nei cicli produttivi degli Stati europei, non lascia spazio alle illusioni: una sconfitta del vecchio continente in questo passaggio epocale ridimensionerebbe in maniera irreversibile le ambizioni del nuovo soggetto geo-politico simboleggiato dall’euro.
Partiamo dalla stretta attualità. Il quadro che si para dinanzi a chi tenta uno sguardo d’assieme è quello di una vera e propria guerra di conquista, incattivita, se fosse possibile, dopo l’11 settembre.
In Germania il fallimento della Beta Taurus di Kirch, se può rallegrare chi pensa, giustamente, che pur sempre di uno dei gruppi più conservatori e reazionari d’Europa si tratta, non può non preoccupare chi vede la più grande library europea di film bruciare come la biblioteca di Alessandria. Uno sterminato menu di 55 mila titoli cinematografici, oltre ai diritti delle principali performances sportive dei prossimi dieci anni. In ultima analisi, uno dei pochi motori alternativi al circuito Aol-Time Warner per un possibile sviluppo delle reti multimediali europee. Tutto ciò oggi è in mano agli advisor delle banche d’affari americane, come la Merry Lynch e Solomon Brothers.
Kirch porta i libri in tribunale, perché è travolto da una valanga di debiti – per la fantasmagorica cifra di circa 40 mila miliardi – causata da una sua improvvida sfida al mercato globale.
Il magnate tedesco – proprio all’indomani della caduta del Muro di Berlino – fu investito dalla Dc tedesca di Kohl di una missione internazionale: assicurare alla nuova costituenda Europa una grande piattaforma televisiva, saldamente ancorata all’area moderata democristiana, ma anche sensibile alle ambizioni neutraliste, se non neo-asburgiche, di un cancelliere che cercava uno spazio vitale nel rapporto autonomo con la Russia di Gorbaciov prima e di Eltsin poi.
Kirch, sicuro di avere le spalle coperte, stroncò la concorrenza della progressista Bertellsman, e iniziò una campagna acquisti di reti e diritti in tutto il continente, schiacciando più di un piede, anche agli stessi americani. Soprattutto nel campo dei diritti dei programmi sportivi, che il magnate tedesco si conquistò a colpi di miliardi di dollari. Ora, dopo il collasso di Kirch, e il già avvenuto ritiro di Bertellsman, la Germania si trova così televisivamente commissariata, alla stregua di un qualsiasi staterello centro-africano.
Non è, per altro verso, dissimile l’orizzonte in Francia. La grande conglomerata Vivendi, guidata dal pirotecnico Jean-Marie Messier, costruita attorno alle rendite delle multiutility comunali – in particolare gli acquedotti e gli elettrodotti – e animata dalla missione di assicurare la cosiddetta «eccezione culturale», ossia lo spazio da conquistare per le produzioni multimediali francesi, contro lo strapotere dell’audiovisivo a stelle e strisce, sta stramazzando sotto il peso di ben 18 miliardi di euro di debiti, e un deficit di gestione, che nel 2001 si è chiuso a 13,6 miliardi di euro, un vero record per tutta la storia economica francese.
Vivendi significa, innanzitutto, Canalplus, ossia la rete di pay-tv che spazia dalla Spagna alla Polonia, passando anche per l’Italia, con la sua Tele+. Solo nell’anno scorso, questa è costata la bellezza di 500 milioni di euro, e quasi il 70% della voragine è stata prodotta dalla consociata italiana. Ma Vivendi in Europa è qualcosa di ancora più strategico: infatti, insieme alle televisioni tematiche, rappresenta il punto di massima integrazione con il cinema – complessivamente è il principale produttore di film del continente – e servizi via Internet, con Vizzavi il più poderoso portale europeo, allestito insieme alla compagnia di telefonia cellulare Vodafone, di cui è già annunciata la prossima chiusura.
L’esaurirsi della spinta propulsiva di Vivendi implica un rallentamento dell’intero processo di convergenza digitale europeo. Il presidente del gruppo Messier pare aver decifrato il messaggio che gli viene dal mercato finanziario internazionale, e da almeno un anno ha avviato una spregiudicata manovra di conversione: basta con l’«eccezione culturale», siamo un gruppo globale e dunque siamo ‘americani’. Questa è la nuova linea dell’ex Napoleone dei media francesi, che si è da tempo trasferito a New York e si sta sforzando di ‘farsi accettare’ dalle ‘sette sorelle’ multimediali statunitensi. Ma la cosa non sembra funzionare. Murdoch, l’asso pigliatutto del mercato, australiano di nascita ma americano di borsa, è da tempo in agguato. Prima degli altri concorrenti ha saputo realizzare un’integrazione multimediale nel suo gruppo, ottenendo gigantesche economie di scala. Meglio di francesi e tedeschi è riuscito a trovare un’equilibrio fra le televisioni generaliste e i suoi canali pay.
Ora, l’attacco di Murdoch a Vivendi passa per l’Italia. Murdoch, infatti, proprio in queste settimane ha stretto Canalplus nell’angolo. Vuole, in virtù di un impegno assunto precedentemente dal gruppo francese, o costringere Canalplus a rilevare Stream – la seconda pay tv italiana, ancora più disastrata di Tele+, che Murdoch controlla insieme a Telecom Italia –, o, alternativamente, di fronte alle difficoltà finanziarie di Vivendi, che gli rendono difficile mantenere i vecchi accordi, mira a rilevare lui stesso Tele+, dando ai francesi un colpo mortale in entrambi i casi.
In Inghilterra, dove nel mercato della comunicazione più ancora che nel resto l’Atlantico è proprio stretto, Blair è alle prese con un’ulteriore impennata delle pressioni americane. Proprio in queste settimane, infatti, l’americano John Malone è riuscito ad impossessarsi di Open Tv – forse la più avanzata e promettente televisione interattiva del continente. Contemporaneamente, il fallimento di Itv, il consorzio privato che controllava i diritti sportivi, espone il mercato inglese ad una nuova torsione monopolistica da parte di BskyB, il network di Murdoch. Il premier laburista, proponendo una legge di riforma del mercato che rimuove gran parte dei limiti antitrust, sembra privilegiare l’affermarsi di imprese di grandi dimensioni, in grado di competere sul mercato globale. E, così facendo, si trova a dare via libera a Murdoch, che per altro nelle ultime elezioni lo aveva appoggiato, tradendo i suoi conservatori.
In questo quadro ‘il fattore B’, nel senso di Berlusconi, non può essere letto solo per lo scandaloso vulnus che pure rappresenta sul terreno dei diritti e della trasparenza dei poteri. Il presidente del consiglio esprime purtroppo qualcosa di più, una spia di un generale processo di tracimazione dei poteri comunicativi dall’alveo in cui la politica li aveva relegati. Un processo, che si dipana in tutta Europa e di cui non possiamo in nessun modo né banalizzare le origini, né, per reazione, demonizzarne le conseguenze. Prima la sinistra ne comprenderà le basi materiali e le interconnessioni internazionali e prima, infatti, sarà capace di darne una spiegazione e di venirne a capo.
Ancora una volta è il contesto internazionale che ci aiuta a decifrare il caso italiano.
Sulla scena mondiale è ormai distinguibile un processo di riconfigurazione dell’intero apparato comunicativo, che vede nella ristrutturazione della televisione, del modo di realizzarla e delle varie forme di consumarla, il suo epicentro. La moltiplicazione delle reti e dei media di consumo (cellulari, palmari, computer, fibra ottica, Adsl, ecc.) rendono, infatti, strategici i grandi archivi della televisione. Le platee televisive, infatti, si stanno scomponendo. Liberando rivoli di consumatori che si stanno, gradualmente, dirigendo verso altre modalità di consumo. È evidente che governare questa migrazione dalla Tv generalista ai nuovi media digitali significa determinare il nuovo modello di sviluppo, potendo orientare consumi, comportamenti, culture. È una battaglia per l’egemonia, il cui esito influenzerà varie generazioni.
Al di là delle disquisizioni futurologiche sui tempi e i modi della sostituzione della Tv generalista, l’unica certezza è che il fenomeno è in movimento. Proprio chi proviene da una cultura legata alla lettura dei nessi fra processi sociali materiali e riflessi individuali dovrebbe, prima di altri, cogliere l’inevitabilità della mutazione in atto. Come stupirsi, infatti, che ad una mutazione di paradigma tecnologico e produttivo, che indubitabilmente si sta dispiegando con la materializzazione di nuove funzioni produttive e la convergenza dei linguaggi, corrisponda una trasformazione di modelli sociali, produttivi e di consumo?
La Tv generalista è stata l’interfaccia della catena di montaggio. Dove le schiere dei lavoratori venivano spinte alle prime forme di consumi di massa. Poi la televisione commerciale, sul finire degli anni ’70, diede la prima, robusta spallata al mosaico sociale della sinistra. Se la Rai in Italia accreditò l’idea di un modello economico, che offriva una gamma ristretta di consumi ma ne promuoveva l’accesso a tutti, il modello televisivo di Berlusconi è invece lo strumento che, al passaggio fra gli anni ’70 e ’80, canalizza un altro messaggio: consumi infiniti, tutti diversi fra loro, grande competizione individuale per accaparrarsi il meglio. La televisione cominciò a farsi sfacciata, barocca, ridondante. Come non ricordare Drive in, nel 1982, su Italia 1. Il varietà demenziale ideato da un precoce Carlo Freccero, che con il suo schermo sempre pieno e coloratissimo fu il manifesto ideologico di una Tv, che non doveva più chiedere permesso.
Siamo ancora ad una fase autarchica, almeno così pensammo. In realtà, tramite lo strappo di Berlusconi, il mercato italiano si faceva già globale. La Fininvest fu, infatti, ed è questo il vero motivo della sua egemonia, il vettore per la modernizzazione globale del paese. Una modernizzazione passiva, che avrebbe stupito lo stesso Gramsci. Infatti, proprio l’esplosione in Italia della Tv commerciale non fu un caso nazionale, determinato dal malaffare del Caf, come gran parte della sinistra volle credere. Berlusconi era parte di un processo più ampio, che mirava, dopo la crisi del Kippur, a sollecitare e spingere la ripresa economica facendo consumare di più la parte del mondo che già consumava di più.
Detto fatto. In pochi anni, dal 1978 al 1986 gli investimenti pubblicitari sulla Tv passarono da 80 a 6.000 miliardi di lire. Una moltiplicazione di risorse che non aveva precedenti. Cambiarono la pancia e la testa degli italiani, sotto il diluvio di spot e di soap-opera. Come capimmo solo nel 1994. Oggi siamo ad un tornante non meno radicale e strategico per gli equilibri geo-politici nel campo dei media. L’avvento di Internet ha accelerato ulteriormente il processo di smaterializzazione delle produzioni e di individualizzazione dei processi cognitivi. È l’accaparramento di quote maggiori di sapere oggi lo strumento per produrre.
Siamo a quel tornante, che Manuel Castells, il sociologo catalano che oggi propone il più lucido approccio neo-marxiano alla società dell’informazione, definisce «il nuovo modello informazionale». «Quello che è cambiato – esemplifica Castells – non è il tipo di attività che impegna l’umanità, ma la sua abilità tecnologica nell’impiegare come forza produttiva diretta ciò che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacità di elaborare simboli.»1 Sono l’intensità e la velocità con cui questi simboli sono scambiati lungo tutto il ciclo produttivo a frantumare le tradizionali identità sociali nel mondo del lavoro, dando un ruolo di assoluta preminenza alla fabbrica dei saperi e delle informazioni. Lungo queste piste si incrocia anche il fenomeno di scomposizione della platea televisiva.
Ancora una volta sono gli Stati Uniti a darci l’anteprima. I grandi investimenti – più o meno 300 miliardi di euro in 5 anni – delle compagnie di telecomunicazione americane possono essere ammortizzati solo con una vendita massiccia di servizi audiovisivi maturi. Prima il video on demand, poi la Tv interattiva: sono questi gli unici drivers, che possono sostenere il processo di interconnessione a banda larga dei consumatori ricchi. Questo significa che i telefoni, mobili o terrestri, hanno bisogno della Tv. Ma significa che anche la rete, Internet, ha bisogno della Tv.
Infatti, in questi ultimi mesi, la rete ha rallentato la sua spinta propulsiva. I grandi fornitori, da Microsoft a Sun microsystem a Cisco, hanno capito che solo vendendo servizi e prodotti audiovisivi potranno continuare a crescere. Internet cambia pelle: da agorà interattiva diventa infrastruttura industriale della televisione mondiale. La rete cresce se vi si riversano grandi quantità di contenuti, che attirano grandi masse di consumatori, che cliccano miliardi di volte al giorno. E ogni click ormai costa un dollaro. Per completare quest’opera, i gruppi americani sollecitano una riorganizzazione del mercato, dove i providers, ossia i gestori delle reti e dei condotti, abbiano mano libera per saccheggiare gli archivi e indurre nuovi bisogni. Ancora una volta il grido di dolore è raccolto dalle istituzioni pubbliche americane, che dopo l’11 settembre sono, anche formalmente, investite della missione di assicurare la massima egemonia ai tycoons a stelle e strisce. Il 20 febbraio la Corte d’Appello di Washington, con una sentenza, ordina alla Fcc (la Federal Comunication Commission), l’equivalente della nostra Authority sulle comunicazioni, ma più versata a decidere e a interferire – tanto più oggi che è presieduta da Michael Powell, figlio del segretario di Stato, a conferma che quando si tratta di informazione tutto il mondo è paese –, per abrogare i limiti antitrust, che ancora pongono un limite alle multinazionali americane, almeno quando operano in patria. In particolare si chiede di autorizzare i possessori del cavo a comprare le Tv via etere.
È una vera e propria dichiarazione di guerra per l’Europa, commenta un analista francese. In Italia, invece, silenzio assoluto, anche perché in quello stesso giorno furono resi noti i nomi dei membri del Cda della Rai, e la politica nazionale non poteva certo distrarsi con queste quisquilie globaliste. In poche settimane persino i bastioni più sacri della competizione audiovisiva statunitense, come i tre network televisivi americani (Abc, Cbs, Nbc) sono già in fibrillazione. Aol-Time Warner, At&T, Microsft e Ibm sono, infatti, a caccia. Ma tutti gli sguardi sono concentrati sul grasso vitello europeo. Qui abbiamo la platea di consumatori più estesa, disponibile e danarosa. 300 milioni di cittadini medi, o quasi, pronti a tuffarsi in ogni esperienza multimediale. Un mercato scarsamente presidiato, con un’offerta ancora largamente ancorata alla Tv tradizionale e soprattutto senza piani di passaggio dai vecchi linguaggi analogici ai nuovi digitali.
Fiction e informazione sono ora i due terreni di scontro. In entrambi i settori siamo in una fase di passaggio che la politica europea, e soprattutto la sinistra, non presidiano nel modo più assoluto. Il punto riguarda come riprogettare un modello di comunicazione in cui, secondo i valori europei, i ‘mediatori’ del messaggio televisivo (giornalisti, reti pubbliche, produttori locali) si confermino come i garanti della trasparenza professionale dei contenuti. Gli americani ormai mirano chiaramente a scavalcare ogni interposizione culturale, puntando, con il mito secondo il quale «ognuno si deve costruire il suo palinsesto», ad un rapporto diretto fra produttore e consumatore. Un sistema che presuppone la liberalizzazione selvaggia dei mercati e la privatizzazione completa dei circuiti. L’opzione tecnologica, così come si configura oggi, è l’anima di questo processo. Ma, come spiega Armand Mattelart2, la sinistra comincia a perdere proprio quando permette che sia la tecnologia in quanto tale il fattore di cambiamento.
La miniaturizzazione del ciclo produttivo della Tv, con i nuovi strumenti da ripresa e da editing, che ormai possono indifferentemente passare da un uso amatoriale ad uno professional, pone le condizioni di una trasformazione. Si tratta, come accadde nel ciclo industriale, di governare il cambiamento a partire dagli interessi del lavoro. Questo vale nei nuovi modelli di informazione diffusa via Internet o nel nuovo ciclo del cinema tridimensionale. L’ultima cosa da fare è arroccarsi nella nostalgia di quando era bella la professione, quando si consumavano le suole delle scarpe. Bisogna aprire un grande dibattito per arrivare ad una nuova cultura del lavoro comunicativo, ad un nuovo sistema di valori, diritti e possibilità di competere.
In Italia, il cammino per arrivare a questo è però ostacolato dall’emergenza pluralismo, minacciato dalla pervasività del nuovo ‘padrone delle ferriere’. E questa battaglia non può essere elusa. Ma può essere questa l’unico punto, su cui ricostruire un progetto complessivo della sinistra, che ritrovi ceti e interessi sociali disponibili ad un nuovo patto per lo sviluppo e la trasformazione? Può essere la rivendicazione di qualche spazio in palinsteso per questo o quello l’orizzonte, su cui impegnarsi per ricostruire un radicamento nel paese?
Abbiamo di fronte, come sinistra in Europa, un bivio: o seguire la progressione naturale delle tecnologie multimediali, assistendo al graduale disfacimento della Tv generalista gratuita – la cui sostituzione con tipologie diverse di forme di pay tv è già ampiamente nell’orizzonte dei grandi providers americani –, o invece tentare una ‘mossa del cavallo’, prendendo la testa del fronte dell’innovazione e rimettendo al centro la merce più diffusa in Europa: i contenuti narrativi. Il punto nevralgico sta nella capacità di tradurre i vecchi contenuti nei nuovi linguaggi digitali. Su questa va ridefinita una proposta strategica per il servizio pubblico.
La Rai deve, ed è un errore che non pagheremo mai abbastanza non aver avviato questo progetto durante i cinque anni di governo dell’Ulivo, essere la grande fabbrica della cultura digitale del paese. Una fabbrica in grado di coniugare le grandi narrazioni – dalla fiction al giornalismo d’inchiesta – con le nuove competenze multimediali: dal progetto di Rai news24 agli investimenti ancora oggi infruttiferi di Rai net. Su questa ipotesi – e mediante l’alimentazione dei nuovi database – è oggi possibile ridare fiato ad una missione del servizio pubblico, che non si limiti ad una competizione ‘ideologica’ con il privato e che colga le occasioni offerte dall’innovazione per sostenere un nuovo progetto nazionale di sviluppo.
Questo significa avere una gamma di priorità nell’interlocuzione con l’azienda, che non privilegi i canali di grande impatto. È davvero così impossibile oggi vivere politicamente nel paese senza avere i numeri di telefono di almeno un direttore di Tg, di qualche vice direttore e di una manciata di capi struttura? Eppure la Lega non nacque grazie all’incubatrice televisiva, né Le Pen in Francia ha vinto grazie al controllo delle Tv. Per fare questo bisogna parlare al paese prima di parlare al Consiglio di amministrazione della Rai, ed è necessario ritessere i fili di legittimazione e di rappresentanza sociale, che una gestione residuale dell’azienda pubblica ha strappato. Sicuramente oggi la Rai non è governata da un vertice sensibile a questo linguaggio. Ma allora tanto meno sarà realistico cercare di strappare spazi sul tavolo della pura negoziazione.
Dobbiamo tornare a fare politica contando sulla capacità di prevedere i processi e di intercettare le spinte al cambiamento. Il passaggio che abbiamo dinanzi non permetterà a nessuno di rimanere arroccato nelle sue proprietà. Anche Mediaset deve uscire dal guscio di una rendita parassitaria, assicurata da un mercato pubblicitario bloccato. È, infatti, l’intera macchina televisiva che si sta scomponendo. II contenitore Tv ormai prescinde sempre più dai grandi apparati: sono decine le Tv di comunità o le business tv, che stanno nascendo. Sempre più i soggetti sociali si autorappresentano nel mondo dei media. È davvero un fenomeno da ignorare? Tutto questo sarà poi accelerato dall’imminenza del digitale terrestre, come nuovo standard televisivo. Una scelta tecnologica, che comporta un rapporto produzione/consumo del tutto diverso dall’attuale. Il digitale terrestre permette, con la stessa antenna, di poter ricevere – sostituendo il televisore o solo dotandolo di un decoder – otto volte i canali che si ricevono in analogico. In Italia arriveremo almeno a 140 canali. Passando così da un’economia della penuria, saldamente guidata dagli oligopoli della distribuzione, ad una fase dell’abbondanza, dove tutti si dovranno riclassificare. Il governo dell’Ulivo aveva fissato nel 2006 la data per il passaggio completo da uno standard all’altro. Mediaset, ovviamente per difendere la sua rendita di posizione, frena. Il governo Berlusconi già parla di un rinvio di 4-5 anni di questa data. La sinistra tace, confinandosi in una battaglia su quello che c’è; mentre oggi potrebbe invece diventare il partito dell’abbondanza e dello sviluppo, intendendo la Tv per quello che è: la principale risorsa di una politica industriale complessiva e non una semplice macchina propagandistica.
Essere il partito dell’abbondanza significa capire come il mondo dei nuovi lavori sconti un bisogno di individualità e di auto-progettazione della propria comunicazione. Significa prendere atto che oggi la deriva plebiscitaria che sale in tutta Europa, a cominciare dal nostro paese, ha nella Tv generalista di massa il suo palcoscenico principale, per costruire i suoi messaggi populisti e qualunquisti. Significa dare un senso, interferendo con esso, allo sviluppo tecnologico che rende sempre più accessibile non solo il consumo, ma la stessa produzione televisiva di massa. Dobbiamo stare in questa corrente. Come all’inizio del ’900 cogliemmo al volo il significato della richiesta di alfabetizzazione di massa, integrandola dentro un grande disegno di emancipazione e liberazione. Poteva essere forse ritenuto quello, allora, un obiettivo più realistico?
Quello della Tv dell’abbondanza non è un progetto rivolto ad un’azienda in particolare – in positivo alla Rai, in negativo a Mediaset –; ma è una proposta per l’intero paese. Il paese dei grandi patrimoni artistici e turistici, il paese dei grandi archivi teatrali e musicali, il paese delle cento città. Significa, ad esempio, ragionare su un modello che prevede anche per la Tv la regola fondamentale delle telecomunicazioni: chi produce il content non può gestire la rete. Immaginiamo, allora, cosa significherebbe lavorare ad una Rai come grande agenzia del content italiano, mentre servizi e distribuzione possono essere decentrati ad altri soggetti, fra cui gli enti locali. Ecco proprio i territori oggi sono la grande chance per un nuovo modello televisivo condiviso. L’accessibilità ai mezzi produttivi, la connessione disponibile, il grande richiamo delle comunità. Sono questi i fattori su cui ragionare per immaginare una nuova stagione della comunicazione. Così come dopo la grande sconfitta del ’48, il ‘partito nuovo’ riuscì a risalire la china, mettendo in campo un nuovo soggetto, un nuovo modo di essere Stato: l’ente locale. Un ente locale che non amministrava soltanto, ma organizzava la società civile, ottimizzando occasioni e opportunità. Quello fu il miracolo dei comuni e delle regioni rosse. Dai territori possiamo ripartire per riorganizzare un tessuto di produttori e di consumatori dei nuovi linguaggi. È una sfida, che è tutta dinanzi a noi. Sta a noi di scegliere di affrontarla.
note:
1 Vedi Manuel Castells, L’età dell’informazione, Bocconi editore, 2002.
2 Vedi Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Einaudi, 2002.