numero  29  giugno 2002 Sommario

L’obiettivo vero dell’invasione

DELENDA ANP
Michele Giorgio  

«Muraglia di difesa» ufficialmente si è conclusa all’inizio di maggio con l’esilio dei 13 palestinesi rimasti asserragliati, per oltre un mese, assieme ad altre 200 persone (in maggioranza civili, ma anche religiosi cristiani e pacifisti internazionali) nella Basilica della Natività di Betlemme. In realtà l’offensiva militare israeliana – più violenta e disastrosa persino della battaglia della Guerra dei sei giorni (1967) – non si è mai conclusa. Le centinaia di carri armati e mezzi blindati per il trasporto delle truppe che hanno devastato città e villaggi della Cisgiordania (ad eccezione di Gerico, nella Valle del Giordano) entrano ed escono ogni giorno dalle città autonome palestinesi confermando che l’obiettivo vero dell’offensiva militare non era quello di «distruggere le infrastrutture del terrorismo», come ha ripetuto in queste settimane il premier israeliano Ariel Sharon, bensì di mettere fine all’Autorità nazionale palestinese (Anp), nata dagli accordi di Oslo (1993) e di ‘rimuovere’, in ogni modo possibile, il presidente palestinese Yasser Arafat.
Sebbene non siano stati annullati, gli accordi di Oslo non esistono più sul terreno. La suddivisione ‘temporanea’ della Cisgiordania in zone A, B e C, sancita dalle intese raggiunte nel 1995 a Taba (rispettivamente «controllo pieno» palestinese, «controllo misto» israelo-palestinese e «controllo pieno» israeliano), è di fatto scomparsa. Il «controllo misto» si è trasformato in una rioccupazione permanente da parte delle forze armate israeliane di decine di villaggi amministrati dall’Anp. Il «controllo pieno» palestinese è ora un ibrido, che vede i carri armati fermi alla periferia delle città principali della Cisgiordania, pronti a rientrarvi in qualsiasi momento per nuovi rastrellamenti, demolizioni di case, «esecuzioni mirate» di attivisti dell’Intifada.
L’Anp è uscita devastata da «Muraglia di difesa» ed è opinione diffusa tra gli osservatori che soltanto l’incertezza degli Stati Uniti «su cosa fare di Arafat», le pressioni dei paesi arabi su Washington e i timidi ammonimenti europei abbiano fermato all’ultimo momento l’esercito israeliano dall’esiliare il presidente palestinese. «L’ansia dei civili israeliani per i sempre più frequenti attentati è stata usata per attuare un piano, che in realtà era pronto da tempo e che i vertici politici e militari israeliani intendevano portare a compimento in ogni caso», ha commentato l’analista palestinese Ghassan Khatib. La «distruzione delle infrastrutture del terrorismo», evocata dopo il sanguinoso attentato (29 morti) di Netanya, alla vigilia della Pasqua ebraica (fine marzo), in realtà non è avvenuta ed è sempre stato solo un vago obiettivo delle forze armate israeliane.
Le «infrastrutture» alle quali fa riferimento il governo Sharon in realtà non esistono, poiché la preparazione degli attentati compiuti dai kamikaze è molto semplice e non richiede basi operative. Non sorprende, perciò, che nel pieno di un’offensiva militare ampia e distruttiva, con un coprifuoco totale che ha tenuto chiusi in casa circa due milioni di palestinesi per settimane e nonostante le migliaia di ‘sospetti’ fermati o arrestati dai soldati, i gruppi armati dell’Intifada siano riusciti a colpire per ben quattro volte in poco più di un mese, superando senza apparente fatica controlli ritenuti molto rigidi: a Haifa, Gerusalemme, Rishon Letzion e Netanya. E non è servita all’obiettivo della «lotta al terrorismo» neppure l’orribile distruzione di circa il 50 per cento del campo profughi di Jenin – avvenuta «durante i combattimenti», dice Israele – considerata da Sharon e il suo governo come il «nido dei terroristi». «Sharon e (il ministro degli esteri laburista) Shimon Peres ci hanno ripetuto che l’offensiva militare era la conseguenza degli attentati terroristici ma è vero proprio il contrario, gli attentati sono il risultato dell’escalation militare portata avanti dal governo in questi 20 mesi di Intifada», ha scritto Amnon Raz, docente di storia ebraica all’Universita’ di Bersheeva.
Da «Muraglia di difesa» invece sono uscite distrutte le forze di polizia, i servizi di sicurezza e le infrastrutture amministrative palestinesi, a conferma che l’obiettivo principale dell’offensiva militare era proprio l’Anp. A Ramallah, ‘capitale’ provvisoria palestinese, nelle prime tre settimane di aprile, i reparti corazzati israeliani sono stati impegnati non soltanto a tenere sotto tiro il quartier generale di Arafat, ma anche in un’opera di demolizione sistematica di ministeri e uffici amministrativi palestinesi. Sono state distrutte o danneggiate gravemente le sedi dei ministeri dei Trasporti, Interni, Lavori pubblici, Istruzione, Istruzione superiore, Agricoltura, Cultura, Finanze, Economia e commercio, Industria, Affari sociali, Autorità locali, Sanità. A ciò si deve aggiungere l’attacco con carri armati ed elicotteri contro la sede della sicurezza preventiva in Cisgiordania. «In almeno un terzo dei ministeri sono stati distrutti archivi, in quasi tutti i sistemi computerizzati, persino quelli del ministro dell’Istruzione e del ministero della Sanità, essenziali per garantire il coordinamento degli ospedali. I soldati hanno poi compiuto vandalismi di ogni genere e persino i giornali israeliani hanno riferito di saccheggi e furti a danno di abitazioni civili, uffici e banche», ha riferito Rima Hammame, docente di Sociologia dell’Università di Bir Zeit (Cisgiordania), che ha curato il primo rapporto sui danni provocati dall’offensiva israeliana. E le istituzioni umanitarie e culturali internazionali da parte loro hanno denunciato i danni subiti dall’antica casbah di Nablus (Cisgiordania), dove l’Unesco aveva accertato la presenza di reperti e siti che risalgono ai periodi Romano, Bizantino, Crociato, Islamico e Ottomano. Durante la rioccupazione di Nablus, la casbah è stata colpita da razzi e cannonate, dall’avanzata di blindati e bulldozer e il quartiere storico di Tabaneh Kanan (circa 100 mq) è stato ridotto ad un cumulo di macerie da un bombardamento compiuto da caccia F-16.
Secondo i dati, ancora parziali, in possesso di Mohammed Shtayyeh, direttore dell’Agenzia di sviluppo palestinese Pecdar, in un mese di attacchi l’esercito israeliano ha provocato danni e perdite economiche per almeno un miliardo di dollari. Sono ancora in corso inoltre i lavori per riparare le reti elettrica, telefonica, fognaria e della distribuzione dell’acqua, danneggiate dall’avanzata dei mezzi corazzati. Ciò al quale il governo israeliano ha cercato di mettere fine è l’Anp. La lotta armata e soprattutto l’Intifada non saranno mai fermate dall’uso della forza e di ciò i vertici politici e militari israeliani sono perfettamente consapevoli.
«Dobbiamo riconoscere i gravi effetti che gli attentati (palestinesi) hanno nella società israeliana – ha spiegato Amnon Raz – ma nello stesso tempo non dobbiamo mai dimenticare la cecità dell’establishment politico verso le conseguenze dell’occupazione, continua per 35 anni, e dell’oppressione sistematica del popolo palestinese, dal quale ha origine il fenomeno disperato degli attacchi suicidi». Sharon invece è riuscito a convincere, senza troppa fatica in verità, il Partito laburista (o ciò che rimane di esso) che l’unica soluzione all’Intifada è quella di cancellare Oslo, azzerare la situazione sul terreno, mandando Arafat e il resto della leadership dell’Anp in esilio e tornare alla ‘amministrazione’ militare dei Territori occupati. Il governo Sharon è deciso a voltare pagina. L’Anp, afferma, ha «fallito» il suo compito principale: garantire la sicurezza di Israele. I palestinesi perciò non hanno diritto alla libertà e all’indipendenza sulla base delle risoluzioni internazionali e dei diritti dei popoli, ma solo in relazione con Israele.
L’esercito di occupazione non è tenuto a ritirarsi da Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est come intimano (invano) le risoluzioni dell’Onu, ma dovrà farlo solo quando Israele si sarà garantito la creazione di una entità palestinese controllabile. Arafat potrà tornare ad essere partner di pace, soltanto se svolgerà la sua funzione di controllore dei gruppi estremisti palestinesi; anche se – in ultima analisi – Sharon e i laburisti ora non appaiono più disposti ad offrirgli questa possibilità. Non è un caso che la suddivisione in «cantoni» della Cisgiordania, già in atto, e la creazione di «zone cuscinetto» (riferita in ogni dettaglio da un articolo di Amira Haas su «Haaretz», il 19 giugno 2002) siano in linea con il piano elaborato proprio da Sharon dieci anni fa, che rappresenta la visione dello «status finale» dei Territori occupati, che hanno sempre avuto in mente i leader della destra in Israele. Cantoni in sostituzione dell’Anp, amministrati da «comandanti locali», palestinesi in vista della ripresa di negoziati (senza Arafat), che dovranno portare alla nascita di uno Stato palestinese con sovranità limitata. È questa la pace alla quale ha preparato il terreno l’offensiva «Muraglia di difesa».


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