numero  29  giugno 2002 Sommario

I numeri della congiuntura

IL MIRAGGIO DELLA RIPRESA
Roberto Tesi  

«Irrealistiche, irrealizzabili, irraggiungibili»: con questi tre aggettivi sono state definite le previsioni di crescita del governo. A lanciare l’allarme, in una intervista di un paio di settimane fa a «la Repubblica», un tecnico, un tempo braccio destro di Berlusconi, oggi nella Margherita: Lamberto Dini. Se anche un moderato come Dini (casualmente all’opposizione) lancia allarmi sulla situazione economica italiana, evidentemente c’è qualcosa che non va. Anzi, parecchie cose non vanno e i rischi non sono solo per la spesa pubblica e il raggiungimento degli obiettivi del Patto di stabilità, ma a rischio c’è la crescita, l’occupazione, la distribuzione del reddito, i consumi.
Il governo, ostinatamente, seguita a confermare come obiettivo di crescita del Pil per il 2002 il 2,3%: una cifra apparentemente non enorme, ma in aperto contrasto con le previsioni di tutti gli altri istituti di ricerca italiani (Cer, Isae, Nomisma, Irs, Centro studi Confindustria) e internazionali (Fmi, Ocse, Commissione europea), che, per l’anno in corso, accreditano all’Italia un tasso che oscilla tra l’l,0 e l’1,5 per cento. Senza contare che alcuni istituti di ricerca di banche d’affari ipotizzano una crescita anche inferiore all’1%. Di più: il governo nega anche l’evidenza, giudicando come in linea con i suoi obiettivi di crescita l’incremento tendenziale del prodotto interno lordo dello 0,1% registrato nel primo trimestre (rispetto al primo trimestre del 2001). Ma perché questa ostinazione da parte del governo?
Molto illuminante è stato un dibattito (sempre su «la Repubblica») di alcune settimane fa tra Scalfari e Tremonti. Ne emerge una contrapposizione, che inverte i tradizionali ruoli: Scalfari ne esce quasi come un rigido monetarista; Tremonti come un keynesiano convinto, che gioca due carte fondamentali: quella delle aspettative e quella del tempo. Con la prima si cerca di sostenere i consumi (tanto la ripresa è certa e le tasse diminuiranno, come da promessa elettorale), con la seconda si cerca di spostare in avanti la resa dei conti, sperando che l’economia statunitense riacquisti vigore e torni a fare da locomotiva, alimentando la ripresa anche in Europa, per realizzare quel nuovo ‘miracolo economico’, tanto caro al governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. In ogni caso (cioè, nel frattempo) il governo Berlusconi sta mettendo a punto un quadro normativo finalizzato sia a interessi personali che al ristabilimento e consolidamento di interessi di classe.
In questa ottica vanno letti provvedimenti come l’annullamento della progressività fiscale, l’abolizione delle imposte di donazione e successione: due provvedimenti invisi perfino ai liberali, che tendono a ingessare la distribuzione del reddito e soprattutto del patrimonio, peggiorando ulteriormente la curva della distribuzione del reddito, come era già accaduto nel 2001, secondo quanto è stato segnalato dal Rapporto annuale dell’Istat, presentato il 22 maggio del 2002. Circolano da parecchio tempo tabelle, che confrontano l’attuale sistema fiscale con quello derivante da una imposta sui redditi a due scaglioni. Teoricamente sono giuste; nei contenuti sbagliate. Sicuramente nessuno, se la riforma Tremonti decollerà, pagherà più tasse di quante oggi ne paga. Il gioco è più sottile: tutto sarà concentrato sulle deduzioni fiscali, che saranno sicuramente aumentate, nell’ottica di sostituire la spesa pubblica con la spesa privata. Come riferimento c’è il modello statunitense, nel quale ogni spesa documentata (scuola, sanità e previdenza, su tutte) può essere detratta.
Nel dibattito tra Scalfari e Tremonti, il fondatore de «la Repubblica» accusava il governo di non aver mantenuto le promesse elettorali: un’accusa che molto spesso si sente ripetere. In parte è vera, ma, forse, è una fortuna, perché il modello che sottendono quelle ‘riforme’ mira, per l’appunto, allo smantellamento dello stato sociale, alla eliminazione delle garanzie e dei diritti del lavoro; al rilancio di un modello di sviluppo tutto centrato da un lato sul basso costo del lavoro e sulla flessibilità e dall’altro sul rilancio del cemento (non dimentichiamo che Berlusconi è prima di tutto, alle origini, un ‘palazzinaro’, seppure di lusso) come elemento propulsore della crescita.
Tutto il contorno di leggi approvate o in discussione punta a questo obiettivo. Anche la Bossi-Fini, che non chiude certamente le porte al lavoro extra-comunitario, ma ne elimina i diritti (a cominciare da quello economico del riscatto dei versamenti contributivi). Per non parlare, naturalmente, dell’abolizione dell’articolo 18, una cambiale che Berlusconi deve ancora pagare alla Confindustria. O meglio, a quella parte (non piccola) della Confindustria che ha portato alla presidenza Antonio D’Amato. Fuori di dubbio, però, che Berlusconi ce l’ha messa tutta per onorare gli impegni elettorali: che non erano solo impegni per vincere le elezioni, ma la base indispensabile per realizzare il suo modello di società classista. Certo, quando non ha realizzato le riforme promesse, ha privilegiato la salvaguadia personale. Come nel caso del falso in bilancio, sul quale non c’è uniformità giuridica nei paesi capitalisti. Salvo che per un aspetto: la fattispecie è inquadrata, dovunque, organicamente nel contesto di un preciso diritto societario. Anche in Italia doveva esserlo. Ma per «questione di tempo» si è scelta la via dello stralcio, a maggior gloria del passato di Berlusconi.
L’unica cosa certa è che il futuro di Berlusconi dipende molto dall’andamento dell’economia: se i tempi della ripresa si allungano, c’è il rischio (per lui) che tutto il progetto di ‘nuova società’ rimanga sulla carta. Ma anche che, per realizzarlo, il cavaliere si incarognisca: nelle fasi di espansione economica, infatti, è facile far accettare politiche economiche che riservano briciole ai settori deboli della società. Tutto, invece, si complica nelle fasi recessive. Che storicamente, vale la pena ricordarlo, sono state quasi sempre cogestite dalla sinistra, perché le politiche di austerità e dei sacrifici necessitano di un grande consenso sociale.
Ma, allora, come va l’economia? E quali sono le prospettive di ripresa? La prima risposta è semplice: il ciclo economico è negativo. Lo è da almeno un paio di anni. Lo è nettamente da prima dell’11 settembre. Anzi, paradossalmente, l’attentato alle Twin towers ha consentito, almeno negli Usa, di varare programmi di incentivi alla ripresa, che altrimenti non avrebbero avuto alcuna possibilità di essere approvati. Senza scendere nel dettaglio: prima dell’11 settembre (ma anche prima dell’avvento di Bush) i conti pubblici Usa presentavano enormi attivi di bilancio (sull’ordine di 300 miliardi di dollari annui). Il 2002, invece, si chiuderà, se tutto va bene, con il pareggio di bilancio. Più probabilmente con un deficit, che sfiorerà i 60 miliardi di dollari. La tenuta della domanda Usa è spiegata da queste cifre. Ma se i consumi reggono – non solo i privati (grazie anche ai bassi tassi di interesse, possibili in un paese senza, o quasi, vincoli di bilancio con l’estero, a dimostrazione che l’imperialismo non è un concetto astratto), ma soprattutto quelli alimentati dalla spesa pubblica, quasi tutta destinata all’industria bellica – non si può dire lo stesso per gli investimenti, che sono un fattore fondamentale (anche se quantitativamente inferiori ai consumi) nelle fasi di ripresa del ciclo.
Da 24 mesi il trend degli investimenti negli Usa è fortemente negativo. Non è stata sufficiente la politica fortemente espansiva della Fed (il tasso sui Fed funds è ancora all’1,75%) per rilanciarli. La conferma è arrivata dai dati sulla crescita del Pil nel primo trimestre: nell’incremento congiunturale dell’1,4% rispetto agli ultimi tre mesi del 2001 (5,8% il tasso annualizzato, secondo la convenzione statistica statunitense) nessun contributo è giunto dall’accumulazione di capitale. E anche la poderosa crescita della produttività (oraria) è il risultato non di una innovazione tecnologica, ma di un maggiore sfruttamento del lavoro. Che infatti seguita a diminuire: in aprile il tasso di disoccupazione è salito al 6%, senza contare il fortissimo incremento del lavoro scoraggiato, che sottrae – come segnala il Dipartimento al lavoro – numeri alle forze di lavoro, attenuando l’immagine (e i numeri) della disoccupazione.
L’economia Usa seguita, nonostante l’iperbolico incremento del primo trimestre (alimentato dal ciclo delle scorte), a marciare a velocità ridotta e con una forte capacità produttiva inutilizzata (il grado di utilizzazione in aprile, anche se in ripresa, era al 75%) generata più che da un crisi di sottoconsumo, da una crisi di sovrapproduzione, derivante dai massicci investimenti degli anni precedenti (in particolare tra il ’98 e il 2000). In queste condizioni, l’ampliamento della base produttiva è problematico: le imprese Usa tendono a ottimizzare i precedenti investimenti, intensificando l’estrazione di plusvalore, cioè lo sfruttamento dei lavoratori, come segnala l’incremento della produttività oraria e la diminuzione del costo del lavoro per unità prodotta.
Una ulteriore difficoltà (che frena la domanda Usa) è data dal dollaro forte: frena le esportazioni, anche se, al tempo stesso, è un buon argine rispetto alla ripresa dell’inflazione. Il risultato è una bilancia commerciale permanentemente in deficit (31 miliardi di dollari in aprile), ma un sistema dei prezzi sotto controllo, che consente alla Fed di non modificare la politica espansiva derivante dal basso costo del denaro, i cui effetti positivi sono registrati soprattutto nel settore delle abitazioni e nelle vendite rateizzate ‘a tasso zero’. In queste condizioni, però, la ripresa del processo di accumulazione appare complicata. Non a caso – come segnala il «Wall street journal» – cresce il numero delle imprese, che reclamano un dollaro meno forte (soprattutto sull’euro) per conquistare spazi di mercato.
I dubbi sulla ripresa statunitense – alimentati dalla caduta dello 0,4% del superindice anticipatore in aprile – sono fatti propri dalle borse, che normalmente anticipano (di 6-9 mesi nella media storica) la ripresa dell’economia reale. Il trend delineato nell’ultimo mese e la prudenza degli investitori (e degli analisti) non lascia presupporre una inversione del ciclo in tempi brevi, anche se la fase peggiore sembra alle spalle. D’altra parte, la maggioranza delle imprese quotate seguita a presentare bilanci (trimestrali) che non alimentano l’ottimismo. E il rapporto tra i prezzi (delle azioni) e gli utili, nonostante il ridimensionamento feroce degli ultimi due anni (il Nasdaq a marzo del 2000 segnò il massimo storico, superando quota 5.000, contro i 1.700 punti delle ultime settimane) rimane fortemente squilibrato, decisamente al di sopra dei rapporti medi degli ultimi dieci anni.
E a risultati simili si arriva analizzando le azioni non tecnologiche – quelle della old economy – quotate al New York stock exchange. A peggiorare la situazione dei mercati quello che ormai tutti definiscono «effetto Enron»: l’esplodere di scandali a catena sui conti ‘taroccati’ di molte aziende e sulla disinvolta gestione delle stock options da parte del management.
Premesso che sull’altra sponda del Pacifico, il Giappone è impantanato da oltre dieci anni in una fase di ristagno-recessione, che non contribuisce ad alimentare la domanda mondiale, anche sull’altro lato dell’Atlantico non è che le cose vadano meglio. La vecchia Europa galleggia, anche se nessun paese può, tecnicamente, definirsi in recessione. Il merito, probabilmente, è dell’alta quotazione del dollaro, che traina l’export e paradossalmente anche dell’impennata del 2001 del prezzo del petrolio, che sta ora alimentando la domanda dei paesi esportatori di greggio. Come negli Usa, anche nella Ue il processo di accumulazione è negativo (gli investimenti diminuiscono) e la domanda per consumi, soprattutto nella componente pubblica, complici i vincoli dei Patti di stabilità, è debole. Di più: un po’ ovunque la minore crescita sta rendendo irrealizzabili (causa le minori entrate fiscali) gli obiettivi dei Patti di stabilità sul versante dei rapporti deficit/Pil.
Di qui l’insofferenza e la voglia di modifica dei Patti, che si sta affacciando un po’ in tutti i paesi, con grande preoccupazione dei ‘custodi’ della moneta unica. Ultimo a manifestarla è stato Tommaso Padoa Schioppa.
La mancata armonizzazione delle economie reali, i diversi tassi di produttività, le differenze di reddito tra le varie aree, l’enorme indebitamento di alcuni paesi (Italia e Belgio su tutti, con un rapporto debito/Pil tra il 100 e il 110%, ma anche la Germania, il cui rapporto del debito rispetto al Pil è di poco superiore al 60%, però come massa complessiva di debito è il 40% della Ue), rendono complicata una politica espansiva da parte della Bce, che – per altro verso – è già tradizionalmente prudente. Il problema è che i tassi espressi da Francoforte debbono tenere conto di una varietà di situazioni; e in particolare del fatto che in alcuni paesi si sta riaffacciando il problema dei prezzi. Rispetto a una media europea di crescita (in aprile) del 2,4% in alcuni paesi i prezzi al consumo superano la soglia del 4%.
Questo spiega, in larga parte, l’ostinazione con la quale Wim Duisenberg ha mantenuto al 3,25 per cento il costo del denaro, resistendo alle pressioni di molti Stati (Italia in testa), che da una riduzione dei tassi beneficerebbero di un risparmio in termini di oneri del debito pubblico. E non è escluso che a metà giugno la Bce possa decidere un incremento dei tassi, sulla base della logica che all’aumento dei prezzi (al quale non è estraneo il contributo dell’introduzione dell’euro) si reagisce con aumenti dei tassi. L’unica variabile che potrà far desistere la Bce è la ripresa della quotazione dell’euro, che frenerebbe un po’ l’export verso i paesi terzi, ma potrebbe anche frenare l’inflazione esogena prodotta dal prezzo del petrolio quotato in dollari.
La situazione italiana va letta in questo contesto: i consumi privati tengono ancora, quelli pubblici sono stabili, l’export offre un contributo positivo, gli investimenti, invece, sono in profondo rosso. La Tremonti bis è stato un fallimento. Forse è servita a incentivare un po’ l’acquisto di autovetture o Pc; non certamente l’ampliamento della base produttiva. Come nel ’94 è stata utilizzata (poco) da liberi professionisti e artigiani; per niente dalle medie e grandi imprese. Il nodo dell’economia italiana rimane quello tecnologico: tutti o quasi gli investimenti degli anni più recenti sono stati di ‘processo’, scarsi quelli di ‘prodotto’. Il risultato è stato una perdita di peso dell’Italia nel commercio mondiale di prodotti ad alta tecnologia e una sempre maggiore dipendenza dall’estero per tali prodotti. Ma c’è di più: una recente indagine dell’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica, ha evidenziato che il 66% per cento delle imprese interpellate prevede una flessione negli investimenti (la percentuale è maggiore per le grandi imprese); solo un terzo un incremento. Certo, il terziario offre ancora spazi di crescita, però il futuro in queste condizioni non è roseo. E lo confermano i dati sulla produzione industriale (quasi l’8% la flessione tendenziale in marzo; quasi l’11% quella dei beni di investimento), i dati sul fatturato (-3,3% nel primo trimestre 2002; ma ben -6% in marzo) e quelli sugli ordinativi – la futura produzione già assicurata alle imprese – provenienti sia dall’interno che dall’estero, che registrano un calo complessivo del 3,5% (-5,4% per gli ordinativi dall’interno).
Il problema della qualità è balzato alla ribalta con la crisi della Fiat: una crisi che, indotto compreso, coinvolgerà attorno ai 15 mila lavoratori. Cioè 15 mila famiglie. Costerà (per sostegni sociali e mobilità lunga) parecchie centinaia di miliardi alle casse pubbliche; determinerà una riduzione dei beni di consumo in alcune aree ben precise dell’Italia. Qualcuno può dire che alla Fiat la flessibilità è bassa o i salari troppo alti? No, certamente. Mentre è certo che in molti stabilimenti Fiat la produttività (auto prodotte annualmente da ogni lavoratore) è elevatissima, ai vertici della statistiche, che mettono in graduatoria le fabbriche di tutto il mondo.
In queste condizioni la ripresa in Italia non si realizzerà in tempi brevi. E c’è il rischio che, nonostante la finanza creativa e in particolare le manovre una-tantum, i conti pubblici registrino un deterioramento. Per carità, nulla di paragonabile ai rapporti deficit/Pil al 7-8 per cento, che si trovò a dover risanare il centro-sinistra. Ma, in ogni caso valori di deficit nettamente superiori agli impegni del Patto di programma (0,5% quest’anno; pareggio nel 2003) che impedirebbero il mantenimento delle promesse elettorali di alleggerimento della pressione fiscale. Salvo in un caso: quello di una politica economica ‘carogna’. Ovvero, sotto il fardello della crisi, Berlusconi potrebbe decidere di forzare la mano sulla flessibilità, sui diritti, sui salari; sulla spesa per il welfare, con ampi tagli alle spese correnti. Scaricando, magari, parte degli oneri sulle realtà amministrative locali. Una politica economica pesante che, naturalmente, troverebbe la comprensione della Bce, ma che non farebbe uscire l’Italia dalle secche del ritardo tecnologico e soprattutto della dicotomia territoriale.


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