Dossier Palestina
RELIGIONE E GUERRA
Ali Rashid*
Sono giorni tristi per la Palestina: un massacro più volte preannunciato, e occultato da una congiura della grande informazione, è reso possibile, in parte, dalla complicità attiva dell’Amministrazione americana e, in parte, dall’inerzia dell’intera comunità internazionale. È spaventoso questo silenzio complice e questa pilatesca equidistanza, cui non si è sottratta l’incerta e divisa leadership della sinistra europea che, di fatto, ha messo sullo stesso piano la vittima e l’aguzzino, l’occupato e l’occupante, e si è così resa almeno moralmente responsabile di questa ennesima disfatta del diritto e della legalità internazionali.
Il massacro di oggi è il seguito di cinquant’anni di uno stillicidio continuo, con intermittenti e improvvise accelerazioni, che ha finito per togliere la residua speranza anche a chi strenuamente non ha voluto, in questi ultimi anni, cedere all’istinto di legittima difesa e ha mantenuto un atteggiamento razionale e di buon senso.
Quello che sta accadendo non può rappresentare una sorpresa per nessun osservatore attento. Tutti i politici erano informati dei piani che Sharon aveva preparato anche prima della sua elezione e che hanno costituito la base politica e programmatica della sua campagna elettorale. Non era difficile prevedere quello che avrebbe fatto sin da quando aveva definito il processo di pace come una sciagura abbattutasi sullo Stato di Israele e aveva impedito la partenza di Arafat al Vertice arabo di Beirut, rifiutando il piano di pace saudita volto a porre fine al conflitto mediorientale, un piano che aveva ricevuto il consenso di tutta la comunità internazionale.
Per drammaticità e senso di smarrimento, queste giornate terribili ricordano quelle che hanno accompagnato la nascita dello Stato d’Israele cinquant’anni fa, quando Israele oppose una risposta militare terroristica alla questione palestinese. È stato Sharon, poche settimane fa, a dichiarare che la sua guerra di oggi è la continuazione della cosiddetta ‘guerra di indipendenza’, ignorando le sostanziali differenze di contesto in cui avvengono questi ultimi tragici fatti.
Allora la sconfitta del nazismo, la scoperta dell’immenso orrore dei campi di sterminio e l’urgenza di dare una soluzione al problema dei scampati, che erravano per l’Europa abbandonati alla solitudine dalle potenze vittoriose, indussero il mondo e la Nazioni Unite a chiudere tutti e due gli occhi di fronte al terrorismo delle bande sioniste e alla tragedia nella quale veniva scaraventato l’intero popolo palestinese. Oggi soltanto i piani di guerra dell’arrogante amministrazione Bush e la paralisi delle Nazioni Unite e la natura discriminatoria ed espansionista di questo Stato sono la causa della nuova tragedia.
Oggi l’immagine lontana dei profughi ebrei smarriti, che chiedono una soluzione per il loro terribile dramma vagabondando nei porti e sulle navi del Mediterraneo, malgrado lo sforzo della maggiore parte dei mezzi d’informazione schierati a favore d’Israele, sono state sostituite dall’immagine dei profughi palestinesi, delle macerie delle loro case, dei loro campi sconvolti dai solchi dei cingoli dei carri armati, della devastazione dei loro diritti da parte di un esercito che nel frattempo è diventato uno tra i più forti del mondo.
Sono immagini che non sono riuscite a fare breccia negli occhi e nel cuore di quei giovani ebrei che, per la prima volta in Italia, hanno dimostrato aggressivamente sotto la sede di un partito della sinistra, accusando di antisemitismo le migliaia di pacfisti che si rifiutano di confondere gli ebrei con il governo di un imputato di crimini di guerra. Un grande cambiamento è avvenuto. Per il bene dei palestinesi, di Israele e dell’Europa bisogna prenderne atto. E ognuno deve fare la sua parte.
Malgrado il dolore e la profonda angoscia per il nostro presente e futuro, noi palestinesi dobbiamo evitare di cadere nell’errore tragico dei nostri carcerieri di assomigliare ai nostri persecutorii. Nonostante tutto, non possiamo allontanarci dalla certezza che solo una soluzione politica è in grado di trovare un via d’uscità onorevole. Il mondo deve riconoscere che l’occupazione dei territori da parte degli israeliani e il tipo di Stato che essi si sono dati sono i responsabili di questa tragedia che colpisce due popoli anche se con ben diversa intensità.
È ora che Israele sappia che la sua sicurezza ha l’unico presidio possibile presidio nella legalità internazionale e può realizzarsi solo in un comune destino di giustizia e di libertà, in un paese in cui gli dei non concedono né tolgono la terra e la vita agli uomini.
Mi tornano in mente le parole del Capo Seattele della tribù dei Dwamish al Quattordicesimo presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, che voleva comprare parte territorio della tribù:
– Come potete comprare o vendere il cielo, il calore della Terra? L’idea ci sembra strana. Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita, egli ne ha soltanto il filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. Dopo tutto forse noi siamo fratelli.
– Vedremo.
– C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è il suo stesso Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere la nostra terra, ma non potete. Egli è il Dio degli uomini e la pietà è eguale per tutti: tanto per l’uomo bianco che per l’uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa, nuocere a essa è come disprezzare il suo creatore.
Anche i bianchi spariranno, forse prima di tutte le altre tribù. Contaminato il vostro letto una notte vi troverete soffocati dai vostri rifiuti!
È la fine della vita e l’inizio della sopravivenza.
In Palestina e per secoli Dio era il dio di tutti, anche la terra era la terra per tutti, Gerusalemme, malgrado i trentacinque anni di occupazione e i sistematici e frenetici sforzi per la sua trasformazione topografica e demografica attraverso il trasferimento forzato di popolazione, continua eroicamente e con fatica, a difendere il suo carattere antico, quando era – come tutte le città storiche del Medio Oriente – un mosaico di etnie e religioni unico al mondo.
La creazione dello Stato d’Israele ha introdotto in Palestina e nella grande Siria elementi di conflittualità e contraddizioni estranee alla cultura e alla storia di quelle terre.
In quanto Stato «per e degli ebrei», Israele vanta il possesso dell’unico vero Dio e la proprietà della terra poiché fu promessa da Lui agli ebrei in quanto popolo eletto. Poco importa se più di tremila anni fa questa terra fu abitata da un altro popolo, i cananei , che, nel settimo secolo prima di Cristo, dettero alla storia la città di Gerico come primo centro urbano organizzato dell’uomo, e Gerusalemme con il nome di Hur-salem veniva già considerata la città sacra della pace. Importa poco se questa terra oggi é abitata da un altro popolo che nella sua maggioranza venera un altro Dio, più pluralista, che non esclude il Dio degli Ebrei, ma non è il medesimo Dio.
Molti nuovi e vecchi immigrati sono spinti al ‘ritorno’ in Palestina in nome del diritto divino e del mito biblico. Per la prima immigrazione, l’essere scampati all’Olocausto e alla ferocia dell’antisemitismo, insieme all’elemento religioso come collante e fonte di legittimazione, hanno rappresentato i motivi fondamentali di questa scelta. L’ispirazione religiosa è invece predominante per i nuovi immigrati dall’Europa e dagli Stati Uniti, che identificano gli attuali palestinesi con i cananei, e vivono con sconvolgente normalità il dramma in cui hanno immerso il popolo palestinese.
Gli elementi integralisti delle colonie ebraiche, in Cisgiordania e Striscia di Gaza, che godono di grandi e trasversali sostegni nella società e nell’esercito israeliano, basano la loro campagna di colonializzazione su motivazioni religiose e sul diritto biblico, ma ricevono dai governi laburisti incentivi e incoraggiamento molto superiori a quelli elargiti dai governi della destra. Il trattamento che lo Stato di Israele ha riservato ai palestinesi dal 1948 fino ai giorni nostri, con la parentesi dell’Accordo di Oslo – firmato da Rabin sotto pressione degli Stati Uniti e prontamente rifiutato dalla destra religiosa in nome del diritto biblico e dalla destra politica con il pretesto della sicurezza di Israele, che non riusciva a mascherare un eguale riferimento al diritto biblico – non è diverso da quello che tremila anni fa hanno subito i cananei.
È interessante leggere la Bibbia, fonte di ispirazione di Jabotinsky 1, Beghin, Shamir e Sharon, e dei partiti religiosi israeliani che ormai superano il 24% dei consensi elettorali e sono in continuo aumento.
Dice l’Antico Testamento:
«Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: “Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso il paese che io dò loro, agli Israeliti. Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato”» (Giosuè, 1:1-3).
E ancora; sulla conquista di Gerico:
«Tutto il popolo dunque alzò la voce e quando le trombe ebbero squillato, le mura ad un tratto crollarono e ciascuno penetrò dalla parte che gli stava dirimpetto e la città fu presa; la città invece e tutte le cose che conteneva furono bruciate».
La presa della città di Hazor, con le sue macerie carbonizzate, il suo strato di cenere e le sue immagini di dei in frantumi, è come una funesta profezia biblica pietrificatasi sopra Canan:
«Il Signore tuo Dio scaccerà a poco a poco queste nazioni dinanzi a te; tu non le potrai distruggere in fretta, altrimenti le bestie selvatiche si moltiplicherebbero a tuo danno; ma il Signore tuo Dio le metterà in tuo potere e le getterà in grande spavento, finché siano distrutte. Ti metterà nelle mani i loro re e tu farai perire i loro nomi sotto il cielo; nessuno potrà resisterti, finché tu le abbia distrutte. Darai alle fiamme le sculture dei loro dei…» (Deuteronomio, 7, 22-25 ).
Israele non ha risolto come Stato la questione religiosa. È uno Stato democratico ma non laico, e la sua democrazia è riservata alle tribù ebraiche, come la cittadinanza piena e i pieni diritti sono per gli ebrei. La sua politica nei confronti dei non ebrei ha fortissimi connotati discriminatori, e l’unico elemento discriminante tra chi ha pieni diritti e chi è stato privato anche dei più elementari è l’identità religiosa.
Milioni di palestinesi continuano a vivere nei campi dei rifugiati in condizioni drammatiche, mentre continua il flusso di immigrati ebrei che da tutto il mondo vengono a insediarsi nelle loro terre e nelle loro case. L’unica differenza tra chi viene in Palestina e chi dalla Palestina viene espulso e privato di tutti i suoi diritti è soltanto la religione.
A distanza di cinquant’anni dalla sua creazione, lo Stato di Israele non ha ancora una Costituzione per l’opposizione dei partiti religiosi; come non ha confini ufficiali e la carta geografica affissa nel Parlamento israeliano riporta i confini biblici dall’Eufrate al Nilo.
Il modello di Stato adottato da Israele, in cui a un osservatore esterno l’elemento religioso appare la caratteristica più evidente, e il rapporto conflittuale con i paesi limitrofi stanno trasformando lo stato di tensione che dura da mezzo secolo in un conflitto religioso.
La crescita delle forze religiose integraliste ebraiche, oggi determinanti per le scelte di politica interna e internazionale per qualsiasi governo israeliano, la mancanza di spazi democratici, la sconfitta e la repressione dei movimenti progressisti nel mondo arabo hanno determinato la crescita di un movimento integralista islamico, che ha la stesso tipo di matrice religiosa ma che si muove in direzione opposta.
Il movimento politico di matrice integralista islamica è relativamente recente, frutto di molteplici fattori. Per molti anni è stato usato come strumento di repressione, dai regimi antidemocratici del mondo arabo e dall’Occidente durante la Guerra Fredda, contro il movimento laico che si batteva per il cambiamento in senso democratico e progressista. La sconfitta militare della resistenza palestinese in Libano nel 1982 e il massacro di Sabra e Shatila hanno segnato l’inizio della crescita graduale ma inesorabile del movimento politico islamico, prima sollecitato e tollerato dai regimi arabi e dagli Stati Uniti e oggi sfuggito di mano.
La passeggiata provocatoria di Sharon sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme, il massacro dei palestinesi e la loro umiliazione stanno determinando, in rapida evoluzione, la trasformazione del conflitto in una guerra di religione, mentre aumentano il peso e la presa della forze integraliste in Israele e nel mondo arabo.
La cultura reazionaria, con non poche sfumature integraliste, espressa dall’Amministrazione Usa, il suo atteggiamento di indiscriminato sostegno a Israele, la sua ‘guerra permanente’ contro il ‘terrorismo’ mettono in piena luce l’impotenza dei regimi arabi cosiddetti moderati, e contribuiscono al loro indebolimento a favore delle forze integraliste, le uniche che possiedono struttura organizzativa e presa sulle masse in un periodo di profonda, diffusa decadenza politica.
È ora che Israele capisca che la sconfitta della Palestina non è una vittoria per Israele.
Le immagini del massacro di Jenin e delle altre città palestinesi, l’umiliazione di Arafat e di un intero popolo stanno trascinando una intera regione verso l’imbarbarimento. L’atteggiamento di equidistanza della sinistra europea e di parte di quella italiana, mortifica la credibilità della stessa politica e aiuta soltanto chi in Israele ha una risposta militare e poliziesca a una questione di giustizia e riduce in un angolo chi ancora, in condizioni difficili, lotta per una soluzione politica.
L’appoggio strumentale dei falsi amici d’Israele dissimula un atteggiamento opportunistico di persone e gruppi, che esprimono il degrado cui è giunta la politica in un Occidente democratico che rischia di rinnegare la propria cultura migliore.
note:
* Ali Rashid è segretario della Delegazione palestinese in Italia.
1 Su Jabotinsky, vedi il saggio di Paolo Di Motoli su questo fascicolo alle pp. 58-61.