Dossier Palestina
ISRAELE DI SHARON
Zvi Schuldiner
Man mano che la guerra si intensifica, aumenta il prezzo che israeliani e palestinesi sono chiamati a pagare. Si accumula sempre più sangue; e la catena della vendetta continua a dominare il “dialogo di fuoco”, che minaccia di estendersi all’intera regione. La guerra di Sharon, tuttavia, gode di un enorme sostegno popolare, malgrado i suoi effetti si facciano sentire su tutti i piani della vita degli israeliani. La guerra, infatti, continua ad essere vista come un modo adeguato per combattere contro il terrore, anche se gli attacchi terroristici nelle città israeliane continuano proprio mentre si accendono le battaglie più cruente nei territori occupati. Inoltre, in entrambe le società si è ormai manifestata una forte crisi economica, con caratteristiche molto diverse.
Da parte palestinese, poche ore prima dell'incontro tra Arafat e Powell, c’era chi continuava a credere che il terrore possa essere un’arma adeguata e perciò era pronto ad inviare un suicida a Gerusalemme: e così sei morti e sessanta feriti sono stati un argomento per sospendere per 24 ore l’incontro, che sicuramente conveniva politicamente ai palestinesi.
Ma, quando tutto finisce col sembrare una tragedia demenziale, conviene cercare quegli elementi, che possano permettere un’analisi più adeguata di ciò che sta succedendo: un’analisi che renda possibile di individuare e riconoscere le forze che cercano di lottare contro le correnti dominanti in questi giorni.
Il ‘nuovo Medio Oriente’
Quando Rabin e Peres cominciarono il processo di Oslo, lo fecero con elementi molto problematici. Oslo era simbolicamente l’inizio di una possibile tappa, in cui entrambi i popoli si sarebbero riconosciuti reciprocamente e avrebbero aperto un capitolo di riconciliazione, nel quale si sarebbero concretizzati i diritti nazionali di israeliani e palestinesi in due Stati indipendenti.
Ma questo non era del tutto chiaro alla leadership israeliana, che cercava una formula per delegare la lotta per la sicurezza di Israele nelle mani dell’Autorità palestinese. Più che dell’indipendenza palestinese, il laburismo dubitava dei parametri della riconciliazione e cercava di disfarsi dei territori con troppi abitanti palestinesi. Il laburismo era anche cosciente della sua debolezza politica in Israele e, per questo, cercava la formula magica, che permettesse ai coloni israeliani di continuare ad abitare negli insediamenti stabiliti nei territori occupati nel 1967.
Le vaghe formule di Oslo non impedirono la continuazione del processo di colonizzazione dei territori occupati. La costruzione di sempre più case, così, continuava, e dal 1993 ad oggi è raddoppiato il numero dei coloni israeliani nei territori occupati.
Quando un colono israeliano, Baruch Goldstein, effettuò il suo attacco suicida nel 1994, uccidendo 29 palestinesi, alcuni credevano che questa fosse l’occasione migliore per cacciare via i coloni da Hebron. I 450 coloni insediati nel centro della città palesinese, infatti, erano stati sempre un focolaio di iniziative estremiste e provocatorie. Ma Rabin fu preso dai dubbi, tentennò e, infine, seguì i consigli di quelli che preferivano non aggravare le tensioni tra i coloni e il governo del laburismo; e non espulse i coloni da Hebron, in quella che avrebbe potuto essere una grande opportunità storica. E, per assicurare una fragile ‘sicurezza’ ai coloni, dette inizio alla costruzione dei ‘percorsi di sicurezza’, anche se, per costruirli, era necessario confiscare più terre ed acutizzare il conflitto con i palestinesi.
Oslo cominciava così a non incidere positivamente nelle loro vite. Al contrario, alcuni palestinesi perdevano i loro posti di lavoro in Israele, mentre altri continuavano a perdere le loro terre. E, in cambio di tutti questi effetti negativi, ottenevano la nuova Autorità palestinese.
L’euforia degli inizi dette luogo ai dubbi e alla sfiducia. Arafat ormai non era più ‘mister Palestina’, ora stava nel conto di ‘quelli di fuori’, che arrivavano e stabilivano un regime corrotto, che non si preoccupava delle condizioni di vita del popolo, mentre pochi si arricchivano. Il ‘nuovo Medio Oriente’ fioriva nella considerazione delle élites, ma non era molto visibile per gli altri.
In Israele, poi, il ‘nuovo Medio Oriente’ significava una fioritura economica molto appariscente, ma i cui ‘frutti’ erano una festa per i ricchi, a cui non erano stati invitati i poveri.
Nel 1996 Shimon Peres era candidato a primo ministro in contrapposizione a Netaniahu, dopo l’assassinio di Rabin. Oltre gli assai noti errori ed orrori di allora, è opportuno anche analizzare un poco un elemento di queste elezioni, che è importante per comprendere la mappa sociale ed elettorale in Israele. Peres, convinto da alcune delle sue vuote formule sul ‘nuovo Medio Oriente’, arrivò al culmine della sua campagna elettorale, quando si riunì con più di duemila grandi capitani d’industria israeliani. Peres acquistava popolarità tra i ricchi, mentre nelle periferie i poveri illanguidivano. Questi, infatti, non riuscivano a capire quali erano i frutti della pace per la loro già problematica condizione economica. Alcuni cominciavano a perdere i propri posti di lavoro, dal momento che molte fabbriche trasferivano le proprie attività in Giordania e in Egitto. E, poiché il salario minimo in Israele è di circa 700 dollari, le industrie tessili trovavano il paradiso in Giordania e in Egitto, dove pagavano solo da 80 a 100 dollari al mese.
Per un demagogo come Netaniahu questa era la situazione ideale: «Rabin e Peres danno denaro all’Autorità palestinese e questa è la radice dei vostri mali, qui nelle città in via di sviluppo». L’odio per la ‘pace arrendevole’ del laburismo si potette così nutrire anche di un chiaro elemento sociale.
La disoccupazione e Barak
I tre anni di Netaniahu furono disastrosi anche sul piano economico; e la disoccupazione continuò a crescere, mentre una fascia assai ristretta di israeliani continuò ad arricchirsi. Durante gli anni di Rabin la disoccupazione era calata; e così Barak potette cominciare a cavalcare in forme populiste l’opposizione a Netaniahu, promettendo importanti cambiamenti sociali. Successivamente Barak, allo stesso modo di Netaniahu, cominciò a contrapporsi ai disoccupati, e a limitare ulteriormente i loro diritti.
Tutto il capitale di fiducia, che Netaniahu aveva finito col distruggere in tre anni, Barak lo distrusse in un anno e mezzo. La base della sua coalizione si andava disgregando di mese in mese, e la sua impopolarità crebbe enormemente. Nel maggio del 2000, quando tutto sembrava andare molto male, Barak fece un gioco di prestigio e tirò fuori un jolly dalla manica: la ritirata dal Libano.
Ma nemmeno questo poteva restituire la popolarità a chi non sapeva interpretare le pulsioni più intime della società israeliana e si comportava come un piccolo Napoleone. Barak, che aveva cercato di imporre le sue formule ai palestinesi, ora iniziò una corrida spettacolare, per cercare di farsi aiutare dal suo amico Clinton. Il presidente americano, colpito nel suo prestigio dai suoi giochini sessuali con Monica, aveva ora la possibilità di lasciare la Casa Bianca con un risultato, che gli avrebbe forse fatto ottenere il premio Nobel per la pace e gli avrebbe fatto concludere con tutti gli onori otto anni di presidenza.
Le ambizioni di Barak e di Clinton non li fecero soffermare sui dettagli, sulle piccolezze; e così trascinarono Arafat a Camp David, quando era chiaro che non si sarebbe arrivati a un’intesa reale, rispetto ai parametri con cui bisogna giudicare un effettivo accordo di pace.
Anche Arafat ci arrivava indebolito. La corruzione e l’inefficienza dell’Autorità palestinese gli avevano procurato, in quella fase, una grande opposizione. La sua debolezza gli rendeva indispensabile qualche chiaro risultato politico; e questo riduceva i suoi margini di manovra, in contrasto con le aspettative americane e israeliane. Questi, infatti, avevano sperato in un Arafat meno autorevole, a cui avrebbero potuto – per questa condizione di difficoltà – imporre le condizioni, che avrebbero reso un accordo digeribile per gli israeliani. Si trovarono di fronte, invece, un Arafat, che proprio in ragione della sua debolezza non poteva tornare a Gaza se avesse fatto le concessioni, che cercavano di imporgli Clinton e Barak.
Il fallimento di Camp David fu accompagnato da un trionfo spettacolare di Barak, per ciò che si riferisce all’individuazione delle ‘responsabilità per l’insuccesso delle trattative’. La destra israeliana lo aiutò indirettamente, con accuse pesanti contro quelle che venivano definite ‘le concessioni arrendevoli’ di Barak. Queste, a giudizio dei portavoce della destra, mettevano in pericolo la sicurezza e l’esistenza stessa d’Israele. Il primo ministro Barak riuscì a convincere gli israeliani e l’opinione pubblica internazionale di avere, in fondo, effettuato concessioni massimaliste, malgrado non avesse rinunciato a gran parte degli insediamenti, avesse rifiutato di condividere la sovranità su Gerusalemme e non si fosse arrivati ad una soluzione adeguata del problema dei rifugiati.
Ma l’immagine che emergeva con forza era quella di un Barak disposto a tutto per arrivare alla pace e di un Arafat, che respingeva la pace, mentre gli erano state offerte le massime concessioni possibili. Così, in conclusione, si potevano confermare i migliori pronostici della destra israeliana: che, in realtà, non c’era un partner per il processo di pace e gli arabi non cercano solo i territori occupati nel 1967, ma vogliono la distruzione di Israele. L’ottimismo generale, che aveva accompagnato i trattati di Oslo, cominciò a dissiparsi con il fallimento di Camp David; e diveniva nuovamente possibile esacerbare i vecchi timori sulle minacce all’esistenza dello Stato di Israele.
La seconda Intifada
Durante la prima Intifada era stato possibile mantenere legami assai stretti tra le forze pacifiste di Israele e le forze democratiche palestinesi nei territori occupati. E la forza di questa alleanza era poi evidente. Settimanalmente si organizzavano visite di pacifisti o di simpatizzanti nelle vicinanze nei territori occupati.
Durante gli anni di Oslo, però, i legami tra queste forze cominciarono a sembrare superflui. Diversi leaders palestinesi, che avevano contribuito a costruire la struttura sociale e politica dei territori occupati, divennero membri dell’Autorità palestinese. Altri persero la loro importanza o, anche, smisero ogni attività. I legami ora si tenevano a livello ufficiale. E il movimento pacifista israeliano si trovò ad essere più disarmato. Alcuni tra i moderati credevano che i propri rappresentanti nel Partito laburista o nel Merez stavano portando avanti una seria ricerca della pace e, perciò, non bisognava disturbarli con tante piccolezze.
In questo quadro, era anche chiaro che non c’era più luogo per definire un’agenda socio-economica. Ciò che restava del pacifismo perse ogni rapporto reale con ampi settori della società israeliana. Poco dopo l’inizio della seconda Intifada la repressione si fece molto più violenta che in passato e cominciarono gli attacchi suicidi palestinesi. Conviene ripeterlo: questi si possono spiegare, ma è impossibile giustificarli.
Il terrore significò la disumanizzazione dei suicidi stessi, e colpì indiscriminatamente gli innocenti. Politicamente non fu diretto né contro l’esercito né contro i coloni. E il risultato fu molto chiaro: dati gli effetti non discriminanti del terrore e dato che era attribuito principalmente al fondamentalismo islamico, che nega ad Israele il diritto all’esistenza, si poteva concludere facilmente che Israele era di fronte ad un pericolo mortale. E quando divenne chiaro che forze legate all’Autorità palestinese partecipavano ad azioni suicide, l’effetto politico fu ancora più devastante.
Le conclusioni politiche sembrano inevitabili. Quando la paura si estende, quando ognuno si sente minacciato nella sua esistenza, indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, è evidente che questo finisce con il portare la maggioranza della popolazione ad appoggiare politiche di forza, politiche di disperazione.
Israeliani e palestinesi si trovano oggi accomunati da un’idea comune: alimentati da un odio feroce, credono nella politica della disperazione più che in nessun’altra cosa. E, nello stesso tempo, molti capiscono che questo può portare solo a moltiplicare i bagni di sangue.
C’è posto per l’ottimismo?
Anche se in questa fase si sta rafforzando l’estrema destra, molti israeliani continuano a ritenere che l’unica via d’uscita da questa situazione passa attraverso i negoziati politici. Molti di quelli che oggi sostengono l’invasione criminale dei territori occupati, affermano che questo è un passo inevitabile e pensano che solo la politica potrà liberarli dal terrore. Ci sono, infatti, non pochi israeliani, che sono favorevoli all’uso della forza; ma nello stesso tempo si dichiarano a favore di una futura ritirata dai territori occupati.
Di fronte ai parametri negativi della situazione attuale, risalta ancora di più l’emergere di nuove forze pacifiste israeliane negli ultimi sei mesi, che si sono fatte assai presenti in questo periodo tanto nell’opposizione alla guerra che nel sostegno di solidarietà alla società palestinese, attraverso tante iniziative concrete. Decine di gruppi sono parte di una nuova mappa, in cui risalta la partecipazione unitaria, ebrea ed araba, come per esempio in Ta'ayush (‘vivere insieme’), forse uno dei più importanti gruppi pacifisti nuovi.
Nel mezzo dell’ubriacatura bellicista, 38 obiettori di coscienza sono entrati nelle carceri militari in questi giorni. Non eravamo arrivati mai in passato a un simile risultato; e questo evidenzia la radicalizzazione dell’opposizione alla guerra. Decine di camion con viveri, vestiti e medicine, preparati da Ta'ayush, il Comitato di coordinamento dei comuni arabi, gruppi femministi e molti altri gruppi sono espressione di una solidarietà concreta, che riesce ad arrivare alle orecchie dei palestinesi dall’altro lato delle trincee. Nel mare di odio immenso, che copre e avvelena l’intera regione, migliaia di pacifisti marciano quasi quotidianamente nelle strade di Israele, e dicono no al progetto della destra.
Nel cammino ci sono non pochi ostacoli. L’inimicizia diffusa in Israele verso i pacifisti è enorme e l’odio si esprime anche in attacchi di ogni tipo verso i ‘traditori’. E tutti quelli che oggi dissentono dalla linea patriottica sono ‘traditori’.
Nell’esperienza dura di questi giorni matura anche una sinistra nuova. Non pochi, ebrei ed arabi, cominciano a capire che non si potrà costruire una sinistra vera in Israele senza che sia ebrea-araba.
Si tratta forse di un pacifismo così forte, da poter rovesciare questa situazione? La riposta è: assolutamente no! Il cambiamento della situazione richiede con urgenza una grande solidarietà internazionale. Con i palestinesi. Con il pacifismo israeliano. Richiede anche un vero sforzo per continuare il dialogo con diversi settori di entrambe le società. In entrambe le società, infatti, la speranza di una via di uscita possibile potrà, alla fine, prevalere di fronte a un pessimismo, che rafforza l’inazione e il bellicismo.
E tutto questo deve essere parte di un enorme sforzo per mobilitare la comunità internazionale. L’Europa si deve convertire nell’agente attivo, che deve mettere in campo anche una forza internazionale, che garantisca le parti durante un ‘cessate il fuoco’, che non può essere la continuazione dell’occupazione, ma deve necessariamente portare a negoziati per una pace vera, per la fine dell’occupazione e la nascita di due stati indipendenti, Israele e Palestina.