Dossier Palestina
LE COLONIE: IL CASO DI SHILO
Nick Denes
La politica illegale di colonizzazione praticata da Israele è stata oggetto di diverse analisi. Si è detto che la strategia degli insediamenti è stata, sin dall’inizio, il campo di una forte interazione, spesso competitiva, tra gli organi ufficiali dallo Stato e diversi gruppi radicali extraparlamentari; linee di divergenza o coincidenza hanno visto, secondo i casi, i due raggruppamenti ai ferri corti o in aperta connivenza. Spesso, le dichiarazioni di una delle due parti sono entrate in conflitto con quelle dell’altra, per convergere solo in un secondo momento e in un nuovo scenario politico. Così, l’avamposto improvvisato di ieri diventa pietra angolare della strategia di sviluppo di domani, perpetuando una relazione controversa ma in fin dei conti reciprocamente benefica.
L’insediamento di Shilo esemplifica oggi questa relazione e permette di capire la convergenza tra le strategie politiche di Israele e il messianismo della frangia estremista del maggiore movimento militante di colonizzazione, Gush Emunim (Blocco della Fede) (1).
Disordini nella valle
Il piano iniziale di Israele per la Cisgiordania (che prende il nome dal vice primo ministro dell’epoca Yigal Allon) limitava l’insediamento di civili alla Valle del Giordano e alle aree scarsamente popolate di Betlemme Est e dei distretti di Hebron. Prevedeva inoltre una cintura di colonie su entrambi i lati del ‘corridoio di Gerusalemme’, che correva da occidente a oriente, dai territori posseduti prima del 1967 fino all’area di insediamento della Valle del Giordano a est di Gerusalemme. Il piano attribuiva a Gerusalemme una posizione centrale, dividendo le zone a nord e a sud della Cisgiordania e trasformando il confine orientale con la Giordania in una zona ‘cuscinetto’ occupata; escludeva infine la presenza di insediamenti in prossimità dei centri abitati della Cisgiordania, tranne che a Gerusalemme Est.
Istituire le colonie entro i confini stabiliti dal Piano Allon presentava vantaggi pratici oltre che per la sicurezza della regione. Alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70, i territori della Valle del Giordano occupati durante la guerra furono organizzati in una fascia di piccole zone agricole; l’insediamento di Gerusalemme Est e il ‘corridoio’ seguirono invece una linea di maggiore urbanizzazione. Ma all’inizio degli anni ’70, le infrastrutture della vallata erano ancora inadeguate a sostenere grandi centri, e quello di Gerusalemme rimaneva l’unico asse est-ovest di raccordo con il fulcro economico costiero di Israele. Povera di ‘suggestioni’ bibliche, la Valle del Giordano attirò solo un piccolo numero di coloni di ceto elevato, in cerca di paesaggi pittoreschi e di concessioni governative (2).
Dopo la guerra del 1973, crebbe la motivazione ideologica degli insediamenti e i ‘confini di Allon’ furono messi in discussione. La guerra aveva messo in luce la fragilità degli insediamenti della Valle del Giordano: i loro mille occupanti cominciavano ad andarsene, e persino ad abbandonare alcune colonie. Il governo rispose offrendo alloggi gratuiti, aumentando gli sgravi fiscali e promettendo nuove infrastrutture. Nel frattempo, furono definiti piani per oltrepassare i confini di Allon e occupare la ‘Samaria occidentale’ (i distretti di Salfit e Qalqilia) dall’altro lato della Cisgiordania.
Peres e Rabin firmarono il piano di colonizzazione del ‘dopo Allon’, ma nel 1977 persero le elezioni, lasciando al governo del Likud di Begin il compito di realizzarlo. Tra il 1976 e il 1978 fu istituita da occidente a oriente una fascia di insediamenti. Sotto le pressioni del Gush Emunim, gli insediamenti erano stati collocati nelle aree densamente popolate della Cisgiordania dove avevano poco a che vedere con la strategia militare formalmente definita. Spezzando, con la colonia di Elqana (10 chilometri a est della Linea Verde), la linea Allon, gli insediamenti trans-samariani raggiunsero la strada principale Nablus-Ramallah presso il sito di Kfar Tapuach (nel cuore dell’area che il Piano Allon definiva di ‘non insediamento’), collocando al centro tra le due città il grande nucleo di Ariel. Questa penetrazione laterale della Cisgiordania portò, in sostanza, le colonie già in crisi della Valle del Giordano a un tiro di fucile. Il governo ebbe paura di mettere a rischio i negoziati con l’Egitto se si fosse spinto troppo oltre, ma i suoi amici del Gush Emunim non si facevano di questi scrupoli (3).
Gli scavi di Shilo
All’inizio del 1978, il Gush convinse il governo a concedergli un permesso per «scavi archeologici» presso il presunto sito della biblica Shiloh, sapendo perfettamente che la mappa degli insediamenti del Likud prevedeva colonie in quel territorio che separava la zona della nuova Samaria Occidentale dalla isolata Valle del Giordano. Il governo, da parte sua, sapeva che il Gush non aveva alcun reale interesse all’archeologia.
La biblica Shiloh, dove si ritiene fosse stato posto il Tabernacolo per ‘369 anni’ fra il XII e il X secolo prima dell’era cristiana (sic), era il luogo da cui il discendente di Mosè, Joshua ben Nun (4), si lanciò alla conquista di quella terra e la distribuì tra i capi tribali. I passaggi biblici che raccontano l’episodio, peraltro di importanza marginale nella liturgia ebraica tradizionale, abbondano del tipo di profezie che invece ispirano la concezione spirituale del messianico Gush. Presso Shilo, Joshua ben Nun chiese agli Israeliti: «Quanto indugerete ancora, prima di andare a prendere possesso della terra che il Signore, il Dio dei vostri padri, vi ha assegnata?».
Negli anni ’20 furono condotti gli scavi a Tel Shiloh, che portarono alla luce artefatti ellenici, bizantini e islamici di scarsa importanza. Non fu trovata nessuna traccia del Tabernacolo. Ma il Gush Emunim non cercava il Tabernacolo: in realtà si stava organizzando per ampliare la ‘sistemazione del sito’, installando baracche e cisterne lungo il fiume che costeggiava gli ‘scavi’ verso est, portando la sua rete di coloni ‘puri’ a popolare l’area. Solo più tardi, nel 1981, il rabbino dal nome evocativo di Yoel ben Nun, uno dei fondatori del Gush Emunim, ‘scoprì’ il ‘presunto’ sito del Tabernacolo.
Nel 1979, il Gush occupava 15 siti nell’area che il Piano Allon aveva escluso dagli insediamenti, mentre il governo si muoveva su due fronti: implementare da una parte la sua strategia di colonizzazione – che coincideva con quella del Gush – e salvare dall’altra le apparenze per i colloqui di Camp David. Il permesso per gli scavi di Tel Shiloh si limitava al sito archeologico e non autorizzava l’insediamento di civili né l’esproprio della terra. Gli ‘scavi’ si trovavano ai piedi delle colline lungo il fiume che separa i distretti di Ramallah e Nablus, circondati da terre ad uso agricolo di proprietà di quattro grandi villaggi palestinesi, Qariut e Jalud a nord, Sinjil e Turmus’ayya a sud. A Shilo, come altrove, il Gush utilizzò la finzione legale delle ‘terre statali’ per occupare un avamposto lungo la dorsale rocciosa che sovrastava il sito degli scavi. Conoscendo bene i meccanismi della strategia del governo, il Gush occupò quante più terre incolte possibili lungo il fiume, sapendo bene che Begin avrebbe preferito legittimare in un secondo momento una presenza di fatto piuttosto che decretare formalmente l’occupazione.
Con l’espansione di Shilo, all’inizio degli anni ’80, furono collocati gli avamposti sulle colline circostanti e cominciarono i primi espropri: per ragioni di ‘sicurezza’ e/o ‘urbanizzazione’, furono confiscate le terre di sei villaggi: Al Lubban Ash-Sharqiyyah, Sinjil, Turmus’ayya, Al-Mughayyir, Jalud e Qariut; a Shilo si aggiunsero le nuove località di Eli e Ma’ale Levona. L’esproprio più importante fu realizzato per costruire una strada e un corridoio da Shilo verso est, lungo i campi di ulivi di Jalud, Turmus’ayya e Al-Mughayyir. Il corridoio raggiungeva la valle del Giordano e completava l’operazione di interrompere da un lato la continuità territoriale della Cisgiordania. Nel corso degli anni ’80, i capi del Gush sfruttarono la volontà del governo di sviluppare il corridoio per assicurarsi la propria espansione e le proprie infrastrutture. Nel 1990, il ‘Blocco’ di Shilo rappresentava la maggiore concentrazione di colonie del Gush Emunim nei territori occupati, ed era in prima linea nella strategia di sviluppo nazionale del governo, con soddisfazione di entrambe le parti.
Messianismo e biscotti alla menta (5)
Centrale e stravagante nel paesaggio di Shilo, si staglia la ‘Sinagoga della Cupola della Divina Presenza’, costruita secondo la descrizione biblica della ‘Tenda dell’Assemblea’, dove si dice fosse situato il Tabernacolo prima della costruzione del Tempio di Gerusalemme. La ‘ricostruzione’ del tempio di Silo ha un enorme significato per il giudaismo messianico, che considera determinante la costruzione, a Gerusalemme, del ‘Terzo Tempio’ sull’area dell’islamica al-haram ash-Sharif (6) per accelerare l’avvento dell’era messianica. Ma la ‘continuità’ biblica cui si ispirano i fondatori di Shilo va ben oltre: il rabbino capo di Shilo si chiama Elchanan ben Nun; l’ultimo ben Nun di Shilo è anche il capo di un’istituzione di ricerca e formazione di Gerusalemme affiliata con il Gush, che sovrasta al-Haram ash-Sharif dalla terra palestinese espropriata negli anni ’90 (7).
La comunità è chiaramente in linea con i partiti politici nazionali religiosi, e sin dalla sua fondazione ha svolto un ruolo significativo nella promozione degli ideali del Gush. Nella colonia, i notiziari, i centri di addestramento e la presenza di una Hesder Yeshiva (centro di formazione che associa il servizio militare all’istruzione religiosa) riflettono l’entusiasmo per il ‘proselitismo’ e la ‘propaganda [in italiano nel testo]’. A eccezione di alcuni giovani diplomati di Hesder Yeshiva, che vengono incoraggiati a rimanere a Shilo, l’immigrazione rappresenta l’unico reale campo di impegno. La maggioranza dei coloni proviene dagli Stati Uniti, ma Shilo ha richiamato negli anni ’90 immigranti russi e ha ‘vantato’ l’acquisizione di europei, sudamericani e nordafricani. La stessa comunità ospita circa 1580 coloni, ma con le altre tre località e i dodici avamposti del Blocco di Shilo la popolazione raggiunge i 4200 individui.
Tra gli ‘anziani’ di Shilo c’è la crema del movimento integralista dei coloni. Nel 1986, un americano, Era Rappaport, fu giudicato colpevole per il suo ruolo negli omicidi e negli attentati all’esplosivo di Jewis Underground; oggi, Rappaport pubblicizza viaggi turistici della Terra di Israele (8) (250 dollari al giorno, di più per un veicolo a prova di proiettile). Yisrael Medad, un tempo sindaco di Shilo, fondatore del principale giornale dei coloni nella Cisgiordania, oggi è direttore del Begin Heritage Center e capo del movimento fondamentalista dei «fedeli del Monte del Tempio». Jacques Blomhoef, un francese, dirigeva il dipartimento informatico della Jewish Agency (9) e oggi vi collabora occasionalmente da casa sua… Ci sono anche alcuni militari di carriera e figure di spicco nell’amministrazione civile del lavoro. Al centro del Blocco di Shilo, un’installazione offre servizi medici ed educativi alle colonie circostanti. Vi si trovano alcuni centri terapeutici, diversi asili nido e un college per addestrare i giovani «con poca o nessuna coscienza della loro ancestrale identità ebraica» (con corsi in inglese).
Gli attuali piani del governo prevedono la costruzione di un complesso industriale sull’area colonizzata di Turmus’ayya. Sono in avanzato corso di realizzazione i lavori di costruzione di una strada di grande comunicazione che raggiunge verso est la Valle del Giordano. Shilo vanta già alcune aziende a conduzione familiare; c’è una piccola casa editrice e una fabbrica di alluminio di media grandezza. La ricerca di un immaginario senso di ‘ancestrale ritorno’ è riscontrabile in diverse altre aziende più piccole: un laboratorio che produce i tefillin (10) della tradizione ortodossa; Dudu Druck produce ciliegie e pesche nettarine; c’è un’azienda avicola biologica, e Nadav Nitzan coltiva il piccolo vigneto biologico HaShiloni (11).
Il materiale promozionale della colonia rivela la preoccupazione, di tipico stampo ‘giudaico-kitsch’ americano, per un’identità ‘familiare’ che è propria di Shilo. Presentandosi come la quintessenza della moderna comunità ebraica, gli insediamenti del Gush dovrebbero occupare il posto dei passati kibbutz comunitari. Il potenziale colono viene invitato a gustare i «famosi biscotti alla menta» della newyorchese Yehudit Wells, e ad «assaporare ciò che un tempo era Israele da un confine all’altro: una comunità intima e solidale… che si preoccupa per te, per gli altri, per creare un futuro migliore».
Shilo sulla Palestina
Ma i biscotti della signora Wells non hanno lo stesso sapore sulla terrazza di Fathi Shabani’s, nel villaggio di Sinjil. Da qui, la visuale scopre un memento panoramico delle conquiste del Gush e dei successivi governi israeliani, e anche delle enormi perdite inflitte alla popolazione originaria. Tutte le terre lungo il fiume sono state colonizzate e gli avamposti, da cui si diramano i centri abitati, le zone industriali e le strade in costruzione, sono disseminati lungo i pendii delle colline e tra i campi che un tempo sostenevano la comunità rurale locale. L’espropriazione del governo continua: all’inizio del 2001, un’intera collina che apparteneva a Sinjil è stata confiscata ‘per scopi militari’; nell’area, i coloni hanno già cominciato a elevare le loro abitazioni provvisorie. L’occupazione non autorizzata, intrisa dell’etica ‘pioneristica-ribelle’ dei giovani membri del Gush, non si arresta: nel 2001 sono stati creati cinque nuovi insediamenti di fatto in terra palestinese, gli ex proprietari sono stati minacciati, attaccati e (in due casi) uccisi dagli integralisti del Gush di Shilo. L’anno scorso il nipote di Fathi è stato gambizzato dai coloni mentre raccoglieva le olive nei campi della famiglia… adesso quella terra è occupata dalle loro unità paramilitari.
Creare un ‘futuro migliore’ per Shilo ha avuto effetti devastanti. Non solo la perdita delle terre ha compromesso gravemente l’economia agricola, e soffocato le potenzialità di sviluppo dei villaggi; il Blocco di Shilo ha anche esposto 16.000 palestinesi sulla prima linea di una campagna militare selvaggia e senza legge. I coloni hanno creato una milizia, la Matte Binyamin Bitahon, armata e talvolta sostenuta dall’esercito di Israele. La milizia è di fatto responsabile dell’intero territorio occupato dei coloni, compresi gli avamposti, mentre l’esercito è tenuto a ‘proteggere’ tutte le aree e le strade circostanti (12).
Negli ultimi diciotto mesi, i coloni e il governo hanno accelerato l’espansione nell’area. Le comunicazioni con la Valle del Giordano sono quasi completate, come anche la zona industriale, e all’inizio del 2002 sono sorti altri sei avamposti in territorio palestinese. Tutti i villaggi circostanti hanno subito regimi di coprifuoco e rimangono sempre isolati l’uno dall’altro. Mentre cresce il Blocco di Shilo, i sei villaggi palestinesi ‘vicini’ sono privi di rete fognaria e dispongono di appena due condutture d’acqua. A novembre 2001, il ministro della Sanità palestinese temeva un’imminente crisi sanitaria nell’area poiché i blocchi stradali dell’esercito rendevano impossibile la raccolta dei rifiuti solidi, la distribuzione d’acqua e lo svuotamento dei pozzi neri. Esercito, milizia e guardie dei coloni sono stati tutti accusati di atti di vandalismo, intimidazione e violenza da gruppi per i diritti umani. Nel 2001, sei villaggi hanno denunciato oltre 30 incidenti a seguito di attacchi armati dei coloni, molti dei quali gravi, con feriti o morti. La polizia israeliana ha ricevuto numerose proteste, ma continua a rispondere che non può farci niente (13).
La ragione è semplice: il Blocco di Shilo è utile. Esso ha un ruolo centrale nel progetto a lungo termine che i governi israeliani non possono attuare senza quel loro silenzioso partner che è il Gush Emunim. Con l’imminente completamento della colonia, questi integralisti messianici avranno finalmente creato l’infrastruttura di base nella zona detta di ‘non insediamento’ e costruito il nucleo vitale che mancava agli insediamenti agricoli della Valle del Giordano. Sempre di più, ogni nuovo avamposto e nuova strada rafforzano le sue radici sul territorio, e il Gush Emunim sa bene che un futuro governo israeliano, con un piano di pace che preveda il ritiro dai territori occupati e l’abbandono della loro ‘Cupola della Divina Presenza’, avrebbe scarse chances e verrebbe facilmente contrastato…
(Traduzione di Francesca Buffo.)
note:
* Nick Denes è ricercatore presso la Palestinian Academic Society for the Study of International Affairs (Passia). Lavora inoltre per il Comitato generale di difesa della patria palestinese, compiendo analisi e ricerche su usi locali, insediamenti e processi politici. Il suo lavoro comprende conferenze per agenzie locali e internazionali e attività di rappresentanza diplomatica sulle politiche e sull’azione dello Stato di Israele relativamente agli insediamenti.
1 Gush Emunim si formò dopo la guerra del 1967, in seguito alla colonizzazione non autorizzata della città palestinese di Hebron guidata dal rabbino Moshe Levinger nel 1968. L’organizzazione extraparlamentare fu fondata ufficialmente nel 1974, ed era composta da un nucleo di leader provenienti dalla destra dei ‘sionisti nazionalisti’, con l’appoggio politico del Partito nazionale religioso (Mafdal) e l’ampio sostegno propagandistico e pratico, diffuso anche al di là dell’ambito politico fino alle più alte sfere dell’esercito. Il Gush ritiene che l’era messianica sia imminente e che ‘l’avvento’ possa essere affrettato solo con l’occupazione della Terra di Israele da parte degli ebrei di razza pura; perciò la colonizzazione è prima di tutto una mitzvah, un obbligo religioso. Oggi, al Gush aderiscono ufficialmente oltre il 25% dei coloni della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. L’organizzazione ha una struttura organizzativa e mezzi politici notevoli, e da questo punto di vista rappresenta senz’altro l’entità politica extraparlamentare più attiva di Israele. Il Gush gestisce Amana, un’impresa di costruzioni e sviluppo, diversi organismi internazionali ‘di ampia portata’ e si sta facendo strada nelle strutture della Knesset grazie all’appoggio di quasi tutti i politici della destra israeliana, compreso Ariel Sharon.
2 Durante la guerra, circa l’80% della popolazione autoctona della valle del Giordano fu costretta a rifugiarsi in Giordania, o venne comunque deportata ed espropriata delle terre; nessun altro distretto della Cisgiordania aveva mai assistito a un tale esodo. Questo elemento contribuì non alla decisione di colonizzare la Valle del Giordano, bensì alla velocità con cui vaste aree del territorio furono concesse ad apposite agenzie di sviluppo.
3 I colloqui di Camp David del 1978 portarono il leader della destra e Primo ministro Menachem Begin e il presidente egiziano Anwar Sadat a firmare il primo accordo di pace che Israele abbia mai negoziato con un paese vicino. Il presidente americano Jimmy Carter guidò direttamente i colloqui e nel marzo 1979 Begin e Sadat firmarono alla Casa Bianca il trattato di pace israelo-egiziano, durante una cerimonia strettamente sorvegliata. Gli accordi di Camp David, in cui Sadat espresse un sostegno puramente verbale alla questione palestinese, concedevano una vaga forma di autonomia alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Fu in questa occasione che la questione palestinese, benché chiaramente inclusa in un processo negoziale bi-nazionale, venne in primo piano.
4 «Giosuè eseguì quanto aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek [Exodus,17:9-16]»; qui è descritto come «il suo inserviente, il giovane Giosuè, figlio di Nun [Exodus 33:11]». Il Libro di Giosuè è il primo Libro dei Profeti, e segue ai cinque Libri di Mosè; esso comincia: «Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: “Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso il paese che io dò loro, agli Israeliti. Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l'ho assegnato” [Giosuè, 1:1-3]». Nella tradizione ebraica, Giosuè è considerato il secondo ‘vaso’ della parola di Dio, trasmessa soltanto a Mosè sul Sinai. Nella tradizione cabbalistica si dice che Mosè è il Sole e Giosuè la Luna – volendo dire che lo splendore della luce originaria di Dio era ‘riflessa’ attraverso Giosuè.
5 Le brownies sono una delle archetipiche ‘delizie’ fatte in casa della tradizione americana. Ogni madre americana è orgogliosa delle sue proprie brownies. I dizionari li definiscono: pasticcini di crema, di solito di cioccolato, spesso ripieni di noccioline. Forse intraducibile in italiano, il termine qui è stato reso con il generico ‘biscotti’ (NdT).
6 Al-Haram ash-Sharif è il toponimo arabo della zona situata nel cuore del centro storico di Gerusalemme, che gli ebrei chiamano ‘Monte del Tempio’. È il centro simbolico della contesa identitaria e storica fra arabi ed ebrei, ciascuno collocandovi il luogo principe della propria memoria religiosa. La sovranità su questa area di Gerusalemme è stata da sempre al centro della più dura contesa tra arabi e israeliani, e anche durante il negoziato di Camp David (11-24 luglio 2000). Sulla Spianata delle Moschee, antistante la Moschea Al-Aqsa, costruita in quel luogo simbolo nel 638 d.C. dal califfo Omar, la ‘passeggiata’ di Ariel Sharon del settembre 2000 ha scatenato la seconda Intifada (NdR).
7 Il rabbino Elchanan ben Nun è autore di numerose opere sui Profeti, e ha pubblicato uno studio sul Libro dei Giudici (dove la biblica Shiloh viene citata almeno cinque volte).
8 ‘Monte del Tempio e Terra d’Israele’ è un’associazione collaterale che propaganda l’obiettivo di Gush Emunim di costruire il ‘Terzo Tempio’ sul sito di al-Haram ash-Sharif (NdR).
9 La Jewish Agency è l’organizzazione mondiale che promuove e gestisce la più varie forme di sostegno e solidarietà internazionale per lo Stato di Israele (NdR).
10 Il tefillin è il piccolo recipiente in pelle che contiene i testi essenziali delle sacre scritture che gli ebrei ortodossi devono portare sempre con sé come promemoria e materiale liturgico per i propri fondamentali doveri religiosi (NdR).
11 La capacità produttiva di Shilo è piuttosto limitata; finora ci sono solo piccole produzioni, come l’etichetta del vino Shiloni, destinate al mercato locale. Finché non verrà realizzata e avviata l’area industriale, è improbabile che i prodotti di Shilo raggiungano il mercato internazionale. Gran parte della popolazione si affida al grande insediamento urbano di Ariel, della Samaria Occidentale, alle aree industriali circostanti o all’area di Gerusalemme (a circa un’ora di macchina verso sud) per il lavoro salariato. In ogni caso, il forte sostegno del governo, le piccole dimensioni della comunità e la particolare enfasi sui programmi educativi religiosi e nazionali (finanziati da donatori e da membri di organismi affiliati), mettono in condizione i residenti di Shilo di considerarsi indipendenti da Israele per la sopravvivenza economica. Il ministero israeliano dell’Edilizia e gli Alloggi offre attualmente ai proprietari di case di Shilo due consistenti sussidi: uno di 63.750 Nis, l’altro – un ‘sussidio di sicurezza’ – di 10.400; a questi aiuti (un totale di oltre 16.000 dollari) si aggiunge un prestito, a bassi tassi di interesse, di altri 12.000 dollari. Questa è una situazione tipica degli insediamenti della Cisgiordania.
12 La divisione dei compiti è talvolta molto netta: in una recente visita a Shilo, il militare di guardia alla strada ha dovuto chiamare la milizia e ottenere il loro lasciapassare prima di lasciarmi entrare; quando ho chiesto al giovane soldato una spiegazione, mi ha confermato che lui non ha l’autorità su quell’area.
13 In particolare, un colono di Shilo è ormai tristemente noto nella zona per le sue incursioni nei villaggi palestinesi e per l’uccisione di capi di bestiame.