Dossier Palestina
UN’ÉLITE IN FORMAZIONE
Jamil Hilal*
L’élite si identifica per la collocazione dei suoi membri nei principali ambiti della società, in particolare nella sfera politica, perché è qui che detiene le posizioni di potere (e più visibili) nelle istituzioni pubbliche, attraverso le quali esercita influenza e controllo. Dal momento che diverse istituzioni politiche possono emergere nel sistema politico (secondo i tipi di sistema), molteplici élites possono emergere nella sfera politica, così come nella società civile e nella sfera economica privata. Quando non si riescono a stabilire o a concordare regole per il reclutamento delle élites, per risolvere le controversie tra élites avversarie si deve ricorrere alla forza, o a un negoziato tra i principali contendenti. La presenza di molteplici élites (ognuna con una specifica base sociale e caratterizzata da specifiche modalità organizzative, e ideologie) nel quadro di una sfera politica nazionale (o di uno Stato territoriale), e la presenza o l’assenza di ‘regole del gioco’ che disciplinino i rapporti tra le diverse élites, sono fattori determinanti della natura di un sistema politico (come, per esempio, la presenza di una democrazia liberale e il riconoscimento o il rifiuto della legittima esistenza di centri di potere autonomi nella società).
Questo articolo si limita a tracciare un breve profilo delle élites politiche palestinesi, e non farà riferimento, se non in minima parte, ad altre élites (di istituzioni economiche, sociali, culturali, mediatiche o intellettuali). Le élites politiche occupano le posizioni dirigenti ai vertici delle istituzioni politiche, inclusi i partiti politici e i movimenti sociali di massa.
L’assenza di uno Stato, come nel caso palestinese, non significa l’assenza di élites politiche ‘nazionali’, perché le élites emergono con l’ascesa di un movimento di liberazione nazionale che si assume il compito di costruire una sfera politica nazionale articolata istituzionalmente (mediante la creazione o la gestione di istituzioni nazionali), sul piano delle procedure (mediante la definizione di regole del gioco politico) e culturalmente (con la costruzione di narrazioni ‘dell’identità’).
Le élites palestinesi prima della Nakba (1948)
Le élites politiche palestinesi, prima del 1948, riflettevano l’equilibrio di forze interno alla società palestinese, a sua volta inserita nella struttura di uno Stato coloniale (la Gran Bretagna) e in conflitto con un movimento di colonizzazione (il sionismo).
In questo contesto, le élites politiche erano rappresentate dalle famiglie notabiliari (grandi proprietari terrieri e commercianti), in particolare di Gerusalemme, e fra i membri di queste famiglie erano reclutate. La rivalità fra le grandi famiglie in competizione per il predominio politico era uno dei principali meccanismi alla base della formazione delle élites dell’epoca. Nel conflitto fra le grandi famiglie, la battaglia per la conservazione di antichi privilegi si coniugava con il tentativo di ‘rimodellarli’ nel contesto della lotta per la creazione di uno Stato.
Tutte le principali famiglie notabiliari crearono all’epoca i propri partiti politici (ad esempio, la famiglia dei Nashashibi creò, nel 1934, il Partito di difesa nazionale; quella degli Husseini, il Partito arabo palestinese nel 1935; nello stesso anno, le famiglie di Nablus istituirono il Partito del blocco nazionale, e alcune grandi famiglie provenienti da altre aree costituirono il Partito per la riforma…). Questi partiti tentarono poi di ampliare la base sociale delle grandi famiglie in modo da comprendere l’intera comunità nazionale così come la progettavano, e per modernizzare la loro struttura organizzativa e somigliare a un moderno partito politico senza dover distruggere le reti familiari. Esistevano anche altre formazioni politiche non guidate dalle famiglie dei notabili – quali il Partito comunista, il movimento di al-Qassam, che si proponeva di organizzare e armare i contadini poveri, o il Partito Istiqal, che si ispirava a una visione modernizzante dello Stato – ma esse sono sempre rimaste al margine, e non sono riuscite a sopravvivere alle diverse pressioni cui hanno dovuto far fronte.
Nello loro scontro per la leadership, le élites utilizzavano una combinazione di risorse, tra cui lo status religioso (acquisito con le nomine dispensate dall’impero ottomano o dalla Gran Bretagna, come nel caso del Mufti), l’ambito di influenza della famiglia, la posizione amministrativa e la ricchezza. Ma le famiglie fra loro in competizione (in particolare le famiglie degli Husseini e dei Nashashibi) non tennero in debito conto i cambiamenti che stavano avvenendo in Palestina e che avevano portato alla trasformazione delle relazioni fra città e villaggi e fra le stesse città, in particolare tra i centri costieri e cosmopoliti in rapido sviluppo (come Jaffa), e le storiche città collinari (come Nablus ed Hebron), ancora dominate dalle famiglie e dai ‘mestieri’ tradizionali.
L’incapacità della leadership palestinese di adeguarsi alle trasformazioni della società palestinese è una delle ragioni principali che portarono al suo isolamento, alla sua sconfitta come leadership nazionale e alla conseguente sconfitta del progetto nazionale palestinese. Un progetto il cui successo era comunque fortemente compromesso dall’enorme squilibrio di forze tra l’Impero britannico e il movimento di colonizzazione ebraica, da una parte, e un arretrato movimento nazionalista dall’altro.
Due tratti caratterizzanti le élites dell’epoca (rappresentate dagli apparati dei partiti politici, dall’Alto Comitato nazionale, dai leader delle organizzazioni di massa, dai comitati cristiano-musulmani) si sono riproposti, alla fine degli anni ’60, quando è stata creata l’Olp: in primo luogo, una concezione spontaneamente laica della politica che, se da un lato era un modo per contrastare il progetto sionista (che attribuiva alla religione un ruolo specifico nella definizione stessa di nazionalità), dall’altro rispecchiava una composizione della società palestinese consolidata da tempo; in secondo luogo, la formazione universitaria di cui era in possesso la maggioranza dell’élite politica. I palestinesi cristiani erano largamente rappresentati in tutte le formazioni politiche e nazionali, in proporzioni superiori (spesso almeno del doppio) alla loro percentuale sull’insieme della popolazione (che era dell’11%). Le specializzazioni universitarie dell’élite erano di diverso tipo: giurisprudenza, religione, Sharia (il diritto musulmano), medicina, scienze sociali, letteratura e storia.
Scomparsa delle élites nazionali (1948-1969)
Con la distruzione del movimento nazionale palestinese e la frammentazione della società palestinese in seguito alla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, divenne difficile identificare un’élite nazionale. Non esisteva più una sfera politica nazionale palestinese chiaramente definita, rappresentata da uno Stato territoriale o da istituzioni nazionali. Delle élites locali si costituirono allora all’interno delle principali comunità palestinesi, nella misura in cui questo veniva permesso dagli Stati in cui queste comunità si erano stabilite (Giordania, Israele, Libano, Siria, Egitto). In Cisgiordania e Gaza, ad esempio, Giordania ed Egitto giocarono un ruolo chiave nel reclutamento delle élites locali palestinesi, attraverso l’assegnazione di cariche municipali (come accadde con membri della famiglia Shawa a Gaza o delle famiglie Jabari, Freij e Masri in Cisgiordania) o la nomina di membri del Parlamento (giordano). In quel periodo, l’influenza e il potere delle élites locali in Cisgiordania e Gaza dipendeva dalle posizioni occupate negli organi di governo, o dal ruolo da loro giocato come intermediari tra la comunità palestinese e un governo centrale non palestinese. Ma la dipendenza di queste élites dagli Stati arabi, che non vedevano con favore le aspirazioni nazionali palestinesi, portò al loro indebolimento. Fu questo anche il caso delle grandi famiglie di Gerusalemme, che prima della Nakba costituivano l’ossatura dell’élite della città e che dopo il 1948 vennero indebolite dal processo di integrazione della leadership religiosa di Gerusalemme nelle istituzioni del regime giordano. Lo status dell’élite di Gerusalemme risultò ulteriormente compromesso con l’annessione della città di Gerusalemme da parte di Israele dopo la guerra del 1967, nonostante la permanenza del Consiglio supremo musulmano, che continuava a godere di una certa influenza. Le elezioni municipali che si svolsero nel 1976 in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est) ridussero ulteriormente l’influenza delle famiglie notabiliari con l’emergere, in quasi tutti i municipi, di nuove figure che sostenevano l’Olp, verso la quale la maggior parte delle famiglie importanti manifestava un atteggiamento chiaramente ambiguo.
L’Olp seleziona un’élite nazionale
A partire dal 1969, anno in cui i gruppi della resistenza palestinese presero il controllo dell’Olp e la ristrutturarono, fino al 1994, anno dell’insediamento dell’Autorità nazionale Palestinese, L’Olp è stato la sola istituzione che ha prodotto delle élites nazionali palestinesi; il suo ruolo è stato determinante anche nella formazione delle élites locali. I vertici della leadership politica dell’Olp erano costituiti dai fondatori delle principali organizzazioni (al-Fatah, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fronte democratico per la liberazione della Palestina) che venivano rappresentate, attraverso un sistema di quote, negli organi dirigenti dell’Olp. In questo periodo non ci fu praticamente nessun cambiamento nella composizione delle élites politiche.
Con poche eccezioni, la leadership politica (i membri del Comitato centrale di al-Fatah e i membri degli organismi dirigenti delle altre principali componenti politiche), rimase immutata, in quanto essa rappresentava la leadership storica del movimento nazionale palestinese contemporaneo. Questa leadership si era formata fuori della Palestina, dove dirigeva istituzioni politiche e non. Questa situazione creò vari conflitti (spesso armati) non solo con Israele ma anche con gli Stati arabi in cui la dirigenza palestinese si trovava (per esempio in Giordania, nel 1970-71, in Libano nei primi anni ’70 e in Siria negli anni ’80). Tuttavia, quando il centro della scena politica palestinese si spostò dall’esterno verso l’interno dei territori occupati (in Cisgiordania e Gaza) – un processo che si realizzò gradualmente negli anni ’80, con lo scoppio della prima Intifada alla fine del 1987, e, in modo decisivo, dopo gli accordi di Oslo e l’istituzione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) – questo cambiamento influenzò la composizione delle élites politiche palestinesi, le quali iniziarono a cooptare l’élite politica dei territori occupati.
In breve, l’élite politica palestinese, (come anche la leadership delle organizzazioni di massa e delle associazioni professionali, l’élite militare e intellettuale) venne segnata dalle condizioni di un movimento di liberazione nazionale che doveva operare a partire da quartieri generali con sede fuori della Palestina e costretti a spostarsi continuamente, e che aveva adottato diverse strategie e forme di organizzazione per arrivare a costruire uno Stato sul proprio territorio. Ma la visione della futura Palestina continuò a essere una visione laica (come dimostra la Dichiarazione di Indipendenza del 1998), e i palestinesi cristiani (anche se la loro proporzione sull’insieme della popolazione era ora inferiore a quella di prima del 1948) rimasero una componente organica della politica palestinese (fino al 2000, anno in cui uno dei due si dimise, i segretari di due importanti formazioni dell’Olp erano due cristiani). La situazione cambiò notevolmente nel 1993, dopo gli accordi di Oslo, quando l’Olp fu in grado di operare nel proprio territorio e di istituire, con la creazione dell’Anp, delle strutture semi-statali.
La formazione delle élites nel periodo dell’Anp
La leadership dell’Olp e delle sue componenti era qualitativamente diversa dalle grandi famiglie del periodo precedente il ’48: essa proveniva infatti soprattutto dalla media e piccola borghesia. Inoltre non era più esclusivamente urbana, ma comprendeva elementi provenienti dai campi profughi e dalle zone rurali, i quali avevano beneficiato della diffusione dell’istruzione e della democratizzazione degli accessi negli anni ’50, ’60 e ’70. Le organizzazioni paramilitari dell’Olp, come del resto le sue capacità di mobilitazione, dipendevano enormemente dai campi profughi collocati fuori della Palestina e le sue organizzazioni popolari (donne, lavoratori, giovani) raggiunsero villaggi, campi e zone povere delle città nei centri in Cisgiordania e Gaza. Fu il ruolo attivo assegnato a settori della società palestinese, rimasti marginali nel periodo delle famiglie notabiliari precedente il ’48, a caratterizzare l’élite dell’Olp, la quale non solo prese le distanze dalla vecchia classe dirigente, ma attribuì un ruolo minimo alla borghesia palestinese dentro e fuori la Palestina.
L’Anp in quanto ‘quasi-Stato’ fu formata e guidata dalla componente principale dell’OLP, al-Fatah, che divenne il partito di governo, mentre quasi tutte le altre organizzazioni dell’Olp, come anche il movimento islamico, passarono a costituire l’opposizione. Inevitabilmente, al-Fatah, in quanto partito di governo, poté contare sulle nuove strutture semi-statali da essa create (in particolare la polizia e gli apparati di sicurezza così come i diversi ministeri e istituzioni pubbliche), le quali erano fatte funzionare e dirette da leader e quadri della stessa al-Fatah. Questo portò a un profondo cambiamento nella composizione dell’élite palestinese, senza tuttavia ridurre il potere di Arafat, che rimase al vertice della piramide politica.
L’Anp si considerava ed era vista da molti palestinesi, e non solo, come uno Stato in fieri. In quanto tale, essa si dotò dei simboli e degli apparati di uno Stato prima ancora che le questioni dei confini, degli insediamenti coloniali israeliani, dei diritti sull’acqua, di Gerusalemme Est e della sovranità venissero affrontate. Così furono istituiti ministeri e agenzie pubbliche con diverse funzioni; nel 1996 si tennero le elezioni e fu eletto un consiglio legislativo (Parlamento). Il sistema politico andava organizzandosi sui due ruoli di governo e di opposizione. Dopo le elezioni del 1996, al-Fatah, che aveva dominato l’Olp, passò a controllare, con procedure democratiche, il potere esecutivo e legislativo. Contemporaneamente l’acquisizione da parte dell’Anp di poteri semistatali portò alla marginalizzazione dell’Olp.
Le elezioni generali del 1996 generarono una nuova leadership, all’interno della quale gli equilibri si spostarono a favore di personalità orginarie della Cisgiordania e di Gaza, senza che tuttavia la vecchia leadership ‘esterna’ dell’Olp venisse rimossa o perdesse interamente il suo potere all’interno del sistema. Il movimento islamico divenne il principale polo di opposizione, mentre la sinistra laica perse gran parte della sua base sociale e non riuscì a risolvere il problema della sua profonda frammentazione.
Gli accordi di Oslo prevedevano che l’assetto definitivo dei territori palestinesi sarebbe stato determinato dai negoziati. Ben presto però risultò chiaro che la concezione che la potenza coloniale, Israele, aveva della soluzione definitiva non andava al di là della costituzione di uno Stato-satellite su parti della Cisgiordania e di Gaza, senza nessuna prospettiva di reale vitalità, con ben precisi limiti di sovranità e in presenza, inoltre, del rifiuto da parte di Israele di riconoscere qualsiasi responsabilità quanto alla soluzione del problema dei profughi.
La seconda Intifada – scoppiata a fine settembre 2000 – rappresentò una sorta di denuncia del fatto che il progetto nazionale palestinese di uno Stato degno di questo nome rischiava di essere liquidato da Israele. Questa situazione cominciò a spingere l’equilibrio delle forze verso una regressione rispetto alla funzione di movimento nazionale di liberazione che in passato era stata svolta dall’Olp. Le strutture dell’Anp e di al-Fatah incominciarono a divenire centri della resistenza al pari del movimento islamico, con i relativi metodi, anche se le concezioni della resistenza restavano diverse. La frammentazione dei territori occupati in decine di aree circoscritte e isolate l’una dall’altra, mediante i check-points militari e le operazioni di assedio, fece emergere il ruolo delle leadership regionali (come Marwan Barghuti, tra gli altri), mentre l’azione resistenza riportava d’attualità gli incontri congiunti delle ‘forze nazionali e islamiche’ per elaborare orientamenti sulla situazione e definire alcuni compiti per lo più relativi a manifestazioni, cortei e commemorazioni di martiri.
Sebbene svolgesse un ruolo di primo piano nella seconda Intifada, al-Fatah perse consensi, al contrario di Hamas. Ciò probabilmente in conseguenza dell’indebolimento dell’Anp, a sua volta risultato delle politiche israeliane che praticavano la frammentazione, la rioccupazione e l’assedio delle aree sotto il controllo dell’Anp, l’imposizione delle chiusure dei territori, la distruzione sistematica delle infrastrutture del territorio palestinese e dei simboli della tanto desiderata sovranità (aeroporto, porto, stazione radio), infliggendo i maggiori danni possibili all’economia palestinese. È risaputo che mentre le risorse finanziarie dell’Anp sono diminuite notevolmente, ed è stata compromessa la sua capacità di rispondere ai bisogni della gente, Hamas ha ampliato i suoi programmi di assistenza in una situazione caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione, da un netto aumento dei tassi di povertà, da perdite di civili e danni ai patrimoni. Un anno dopo l’inizio dell’Intifada, i risultati dei sondaggi indicavano una percentuale di consenso più o meno equivalente tra Hamas e al-Fatah (circa il 25% per ciascuna delle due organizzazioni). L’esito dell’attuale conflitto israelo-palestinese lascerà il segno sul sistema politico, così come sulla composizione dell’élite politica.
Un’élite economica in embrione
L’istituzione dell’Anp ha creato alcune delle condizioni necessarie perché gli imprenditori locali diventassero consapevoli delle nuove opportunità a loro disposizione e della necessità di creare reti organizzative in grado di analizzare tali opportunità. Il segno più evidente di questa nuova consapevolezza è stato la nascita, in primo luogo in Cisgiordania, di organizzazioni di categoria come l’Unione delle industrie alimentari e l’Unione delle industrie tessili, che si sono aggiunte alle associazioni degli imprenditori esistenti. Si è presto sviluppata una forte tendenza ad ampliare la portata di questi organismi rappresentativi, che si è estesa anche alla Striscia di Gaza. Organizzazioni come Paltrade 1 prevedevano la creazione di reti organizzative che mettessero in relazione i settori privati della Cisgiordania e di Gaza. Nei due anni precedenti la seconda Intifada si è assistito ai tentativi sistematici degli imprenditori locali di influenzare la legislazione economica, e nel 2000 è stato istituito un Consiglio di coordinamento per le organizzazioni del settore privato composto dalla Federazione delle camere di commercio, Paltrade, la Federazione delle industrie e da associazioni imprenditoriali.
Tuttavia, tra il capitale locale e quello emigrato all’estero (i grandi imprenditori palestinesi residenti all’estero che hanno cominciato a investire nei territori palestinesi dopo l’avvento dell’Autorità nazionale) continua a esserci un divario. L’élite capitalistica locale sente che il capitale palestinese emigrato ha imposto la sua egemonia sulle grandi imprese e ha stabilito un legame diretto con i vertici dell’Anp, garantendo a quest’ultimi il ruolo di soci in cambio di privilegi monopolistici o semimonopolistici. Esso rimprovera ai grandi imprenditori del capitale emigrato di ignorare i valori della democrazia. Questi, da parte loro, ritengono che il capitale locale non sia qualificato a svolgere un ruolo portante nell’economia palestinese, a causa delle sue dimensioni ridotte e della scarsa conoscenza dell’economia globale. Questo non significa però che essi siano pronti a investire massicciamente nell’economia palestinese, perché, nonostante gli incentivi offerti (come la legge sugli investimenti e la partecipazione dell’Anp alle joint ventures che sono state costituite), gli imprenditori del capitale emigrato sono trattenuti dalla forte insicurezza politica che pesa sul futuro delle aree palestinesi. Vanno inoltre considerate le ridotte dimensioni dei mercati palestinesi e l’assenza di una loro effettiva integrazione dovuta alle chiusure imposte dagli israeliani.
Rimane da sottolineare che le decisioni economiche vengono prese ai vertici della piramide politica (dal presidente e dai suoi consulenti economici). Il secondo livello, che comprende i ministeri e gli enti direttamente interessati alle questioni economiche (come il gruppo che amministra il settore pubblico e i suoi investimenti), gestisce le relazioni economiche ufficiali e firma i trattati. C’è poi un terzo livello, rappresentato dagli organi esecutivi e tecnici, che formulano e propongono le linee politiche, che sono generalmente sottoposte a discussioni e dibattiti prima di venire sottoposte e raccomandate ai vertici politici. Prima dello scoppio della seconda Intifada, il ruolo dei tecnocrati aveva acquisito un peso maggiore nella formulazione dei progetti e delle proposte sia nel settore pubblico che in quello privato.
Osservazioni generali
Le élites politiche nazionali palestinesi si sono formate in seno al movimento nazionale palestinese sin dal suo emergere nei primi anni ’20 del ‘900, poi nel corso della sua ristrutturazione negli anni ’60 e della sua riorganizzazione, nel 1994, dopo l’istituzione dell’Anp. Tutti i tentativi di creare élites nazionali esterne al movimento nazionale palestinese sono falliti, con l’unica eccezione del movimento islamico, ma solo quando quest’ultimo ha preso le armi di fronte all’occupazione israeliana. Cambiamenti qualitativi si sono verificati nella formazione delle élites politiche palestinesi dopo la Nakba, nel 1948, e, successivamente, in particolare, dopo l’affermarsi della resistenza palestinese e dell’Olp. Dopo l’istituzione dell’Anp, altre importanti trasformazioni hanno prodotto in particolare una nuova relazione tra i vertici dell’élite politica e l’élite economica emergente del settore privato, così come tra il potere politico e le grandi famiglie, che si sono trasformate da ceti di proprietari commercianti in moderni imprenditori. Le prospettive di queste trasformazioni dipendono molto dall’esito della seconda Intifada. Se Israele dovesse riuscire a demolire l’Anp, i risultati più probabili di questo progetto sarebbero l’emergere di una nuova élite politica dominata dal movimento islamico locale e la scomparsa della nuova élite economica emersa con l’Anp e da essa promossa.
(Traduzione di Francesca Buffo)
note:
* Jamil Hilal è uno scrittore e sociologo palestinese. È autore, fra l'altro, di La strategia economica di Israele in Medio Oriente (1995, in arabo); Il sistema politico palestinese dopo Oslo: uno studio analitico e critico (1998, in arabo); La società palestinese e le problematiche della democrazia (1999, in arabo). Questo articolo si basa su un saggio intitolato Takwin al-Nukhbah al-Filistiniyyah (Formazione dell’élite palestinese), pubblicato dal Jordan Research Center, Amman, e Muwatin, Ramallah, all’inizio del 2002.
1 Paltrade (Palestinian Trade Center) fu fondata nel 1995, con l’obiettivo di riunire le istituzioni del settore privato in Cisgiordania e Gaza, e con l’idea di promuovere le esportazioni e migliorare le capacità delle imprese mediante l’analisi degli ostacoli per l’accesso al mercato, il miglioramento delle politiche e degli accordi con altri paesi. Nel giugno 2000, erano associate a Paltrade circa 250 imprese.