Dossier Palestina
IL COMPROMESSO MANCATO DI CAMP DAVID
Feisal Husseini
Malgrado l’insurrezione popolare nei territori palestinesi occupati, il governo israeliano continua a proclamare di aver fatto numerose concessioni ai palestinesi al vertice di Camp David. Tuttavia, queste proposte non garantivano le condizioni minime per la creazione di uno Stato palestinese vivibile, non soddisfacevano i nostri diritti su Gerusalemme e non offrivano una risposta adeguata alla tragedia dei rifugiati palestinesi.
Gli israeliani hanno preferito ricorrere alla logica della forza, affermando che le colonie illegali nei territori occupati davano loro la possibilità di modificare le frontiere del 4 giugno 1967, sancite dalle Risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Questo calcolo sbagliato è la causa del fallimento dell’accordo concluso a Oslo nel 1993.
I palestinesi non hanno tratto alcun vantaggio dal processo di Oslo.
Anzi. Dal 1993, si sono visti confiscare altre terre dalle colonie, mentre la loro economia veniva devastata dai blocchi militari. Le carte, che illustrano i progetti israeliani presentati a Camp David (vedi a pp. 36-37), confermano che queste difficoltà non avrebbero comunque trovato soluzione.
I territori sotto totale controllo palestinese (Zona A) costituiscono un collage di isolotti discontinui, che non comprendono Gerusalemme Est occupata, né le frontiere con il resto del mondo arabo. A Camp David, Israele non ha cercato di risolvere questi problemi, ma di rafforzare il proprio controllo. Per esempio, le carte mostrano che la Cisgiordania sarebbe divisa in tre cantoni, e le colonie non verrebbero smantellate. A Gerusalemme Est, avremmo un puzzle inestricabile di zone controllate dai palestinesi e di colonie israeliane. Un accordo del genere non assicurerà né la possibilità di sviluppo economico né le condizioni minime per uno Stato politicamente indipendente.
Durante questi ultimi anni, tuttavia, le basi per una soluzione del conflitto israelo-palestinese erano state gettate. Nel 1988, il Consiglio nazionale palestinese (Cnp) si riuniva in esilio ad Algeri e votava a favore di una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati e sulle Risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza, che chiedono il ritiro d’Israele dai territori occupati nella guerra del 1967.
Questa decisione storica riconosceva non soltanto il diritto all’esistenza di Israele, ma anche l’esercizio di questo diritto sul 78% della Palestina storica. Il Cnp accettava uno Stato palestinese sulla Cisgiordania e Gaza, che comprendesse Gerusalemme, pari ad appena il 22% della Palestina. Grazie a questo atto, i palestinesi, popolo originario di Palestina, riconoscevano a Israele un’esistenza pacifica e sicura nell’ambito delle frontiere del 4 giugno 1967.
La decisione del Cnp ha spianato la strada alla conferenza di Madrid del 1991 e ai colloqui che dovevano poi portare agli accordi di Oslo del 1993. Le due parti avevano accettato di attuare sia le due Risoluzioni dell’Onu che il principio «terra contro pace». Alla fine, gli israeliani e i palestinesi avevano l’occasione – questa è almeno la nostra opinione – di cambiare il volto della regione e di trasformare l’odio e i bagni di sangue in pace e cooperazione.
Sette anni dopo Oslo, i palestinesi controllano soltanto parzialmente il 40% della Cisgiordania e il 70% della striscia di Gaza. Israele continua a tergiversare sul terzo ritiro previsto dagli accordi.
Durante questi anni, in particolare con il governo di Ehud Barak, si sono moltiplicati i fatti compiuti, con l’accelerazione della costruzione di colonie e la confisca di terre – più di 80.000 coloni si sono insediati in Cisgiordania dopo gli accordi di Oslo. La città santa di Gerusalemme resta preclusa alla maggior parte dei palestinesi, che subiscono dure restrizioni nei loro spostamenti tra le città della Cisgiordania e Gaza.
A Camp David, ci siamo scontrati con un partner molto più potente di noi, e gli Stati uniti, invece di comportarsi come un mediatore disinteressato, si sono alleati con Israele per fare pressione su di noi e strapparci concessioni talmente ampie che il popolo palestinese non le avrebbe mai accettate – così come il mondo arabo e musulmano non avrebbe accettato i punti relativi a Gerusalemme. Il vertice è quindi fallito.
Tuttavia è stato un grande passo avanti per entrambe le parti, poiché abbiamo superato numerosi ostacoli. Sfortunatamente, Barak era prigioniero dei suoi problemi di politica interna e, appena rientrato, ha cominciato a prendere decisioni miopi con lo scopo di salvare il suo governo.
La più tragica è stata quella di permettere ad Ariel Sharon – un criminale di guerra con il quale Barak sperava di costituire un governo di coalizione – di andare all’Haram al-Sharif, il terzo luogo santo dell’islam. Le proteste seguite a questa visita si sono trasformate rapidamente in un’insurrezione popolare alimentata da anni di frustrazioni e di umiliazioni.
Non si sa quando, ma gli israeliani e i palestinesi torneranno al tavolo dei negoziati. Tuttavia, non riprenderanno il processo avviato dopo gli Accordi di Oslo. Il ricorso eccessivo e brutale alla forza da parte di Israele ha provato che i palestinesi hanno bisogno di una forza internazionale che assicuri la loro sicurezza. Bisogna anche istituire un meccanismo di controllo internazionale che garantisca l’applicazione da parte di Israele degli accordi firmati. E il mondo deve riconoscere che, se gli israeliani possono costruire colonie mentre stanno negoziando, i palestinesi hanno tutto il diritto di manifestare durante questi stessi negoziati.
Il nuovo meccanismo deve permettere di reinstaurare il clima di fiducia che era stato avviato con la Conferenza di Madrid nel 1991 e che era basato sull’applicazione delle risoluzioni internazionali. Se questo approccio si realizzasse, allora ci sarà una possibilità di andare avanti. Il processo di pace rimpiazzerà il processo di guerra, e la logica della ragione sostituirà quella della forza. Prima prevarrà la saggezza, prima potremo riprendere la strada verso una pace duratura.
(Traduzione di Anna Maria Merlo)
* Feisal Husseini è scomparso nel maggio del 2001. All’epoca di Camp David era membro del comitato esecutivo dell’Olp, incaricato della questione di Gerusalemme. L’articolo è stato pubblicato per la prima volta su «Le Monde Diplomatique» del dicembre 2000, è poi stato tradotto in italiano su «Le Monde Diplomatique - il manifesto» dello steso mese.